Pagine

domenica 25 aprile 2010

Cristianesimo e concezione del dolore...

Il cristianesimo consente una concezione del dolore che si potrebbe definire evolutiva: non come espiazione dei peccati, non come fonte di meriti per la vita che verrà, ma come legge di progresso e crescita verso la vera identità della persona umana.

E’ da ripensare in questa prospettiva il capitolo ottavo della Lettera ai Romani (8,22 e seguenti): “Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto: essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del proprio corpo. Perché nello Spirito noi siamo stati salvati”.

(tratto da A. Paoli “Le beatitudini, uno stile di vita”, pag 33, Cittadella Editrice, 2007).

Buona settimana

domenica 18 aprile 2010

Coppie vere e coppie da gossip...

Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, un vero esempio di coppia da mostrare alle giovani generazioni, altro che gossip su veline sciapite e giocatori milionari ma vuoti di cervello!!!


Buona settimana

lunedì 12 aprile 2010

Non scholae sed vitae discimur

Sul portone dell’Istituto scolastico romano da me frequentato in gioventù campeggiava il motto “Non scholae sed vitae discimur” ovvero, in una traduzione non letterale ma comunque fedele, “non studiamo soltanto per ottenere un diploma, ma per diventare persone e cittadini consapevoli, informati, attivi”.

Quel motto esprimeva in latino quelli che, a mio parere dovrebbero essere le due funzioni essenziali e imperiture di una scuola.

In primo luogo, dare informazioni valide e aggiornate per poter mettere gli studenti in condizioni di avere strumenti di conoscenza e di approfondimento della realtà, nonché per poter svolgere una attività lavorativa al servizio della propria famiglia e del bene comune.

Contemporaneamente, formare cittadini consapevoli dei propri doveri e diritti, fieri di far parte di una comunità locale e nazionale, abituati a concorrere con metodo democratico a determinare le scelte collettive.

La scuola si poneva essenzialmente come una comunità guidata dal preside e dai docenti in cui gli studenti venivano abituati, oltre che a studiare, ad avere rapporti positivi e civili fra di loro, nonché a rispettare le persone preposte alla loro formazione, fermo restando il rispetto dei loro diritti inalienabili di giovani persone umane.

La meritocrazia era l’unico metodo per verificare il profitto degli alunni, i migliori venivano promossi, quelli bisognosi di approfondimenti venivano rimandati a successivi esami, i meno meritevoli venivano bocciati.

In questo contesto, scuola e famiglia erano pienamente alleate nella formazione dei giovani.

Sembrava un modello perfetto ma conteneva, nella sua presunzione virtuale, un difetto essenziale, quello di ritenere tutti gli studenti pienamente uguali ai punti di partenza, a prescindere sia dalle capacità individuali sia dal contributo formativo e informativo che avrebbero potuto ricevere dalle famiglia di origine. In effetti ognuno di noi ha caratteristiche, peculiarità culturali, attitudini personali specifiche e può godere o meno di aiuti per il proprio studio in famiglia, sia in termini finanziari sia in termini più pratici di nozioni ricevute o per osmosi culturale o per impegno specifico di genitori e altri parenti.

Questa corretta obiezione ha eroso profondamente, negli anni ’70 e successivi, il principio della meritocrazia, arrivando a proporre strumenti specifici di sostegno agli studenti volenterosi ma meno capaci, ma anche pervenendo, al limite, ad abbassare i livelli di istruzione pur di ampliare il numero degli studenti promossi o diplomati (magari con l’attribuzione dei 6 o dei 18 politici).

A mio parere non esiste persona ragionevole che non possa accorgersi come, mentre sia giusta l’ipotesi di forme di sostegno ai meno capaci, sia socialmente devastante l’abbassamento del livelli di istruzione che porta, in prospettiva, ad una diminuzione della capacità professionale globale nazionale (sia dei lavoratori manuali e di quelli professionali, che delle figure manageriali e imprenditoriali, per non parlare di quelle intellettuali e politiche).

Ad una normativa legislativa che poneva forti limiti ad una meritocrazia spinta si è andata aggiungendo una visione della scuola come istituzione più o meno gerarchica, quella di una comunità cogestita in maniera praticamente paritaria da docenti, famiglie e studenti, in cui fra l’altro si andava sempre più allentando il controllo su un aumento dei costi (anche per iniziative futili) a scapito della necessaria oculatezza finanziaria.

I Consigli (di Istituto, di Classe), i Collegi (di docenti), le Assemblee, gradualmente, da sani strumenti di formazione alla partecipazione democratica, sono diventati sempre più strumenti per imporre un astratto e astruso egualitarismo giungendo, in alcuni casi, a scambiare la democrazia con l’anarchia.

D’altra parte la cultura dominante in Italia, dagli anni ’90 sino ad oggi, ha lentamente, ma progressivamente, enfatizzato l’importanza della astuzia e della capacità non “manageriale” ma “maneggiona” nel raggiungimento dei risultati, riportando in auge il pensiero machiavellico del fine che giustifica i mezzi. Fra i ragazzi ormai è maggioritario il pensiero di ritenere “figo” chi riesce ad essere promosso a conseguire il diploma studiando il meno possibile.

I modelli di successo e di guadagno proposti ai giovani (e ai loro genitori) sono i giocatori di successo, i vincitori di competizioni canore, le veline e le modelle, per finire con i vincitori di migliaia di euro ai giochi televisivi sulla base della fortuna e a prescindere completamente dalla cultura personale. In pratica tutti modelli di persone che pervengono ad un successo (prevalentemente finanziario) a prescindere dalla fatica dello studio e del lavoro.

Questa cultura, invadente la maggior parte della società italiana ha portato nella scuola ad una inedita alleanza tra famiglie e studenti nel ritenere sempre la classe docente come responsabile del cattivo profitto e della indisciplina degli alunni e nel considerare la promozione o il diploma come diritti inalienabili da conseguire.

Questo delle mancate bocciature è un altro cancro da denunciare.

Di fronte all’esigenza di limitare la spesa pubblica per l’istruzione si è instaurato un modello dove la scuola viene prefigurata soprattutto come una azienda laddove il vecchio Preside (il primo e più importante dei docenti) si è trasformato in un Dirigente scolastico, i docenti come suoi collaboratori e gli studenti (con le rispettive famiglie) come clienti. In tale modello, assimilabile a tutti quelli aziendali, il primato spetta chiaramente alla soddisfazione del clienti, in pratica garantendo agli studenti una sicura promozione (salvo casi veramente eccezionali).

La promozione è in pratica una garanzia anche di natura economica per la scuola in quanto le consente di avere una base sicura di studenti anche per l’anno successivo. Un eccessivo (??!!) uso di bocciature porta ad una diminuzione del numero di studenti, ad una conseguente diminuzione delle classi e al rischio di perdita di posto di lavoro per i docenti.

Chi scrive ha notizia di Dirigenti scolastici (i vecchi Presidi) che iniziano alcuni Consigli di classe (particolarmente turbolente in termini di disciplina e di profitto) ammonendo i docenti ad essere molto sobri nelle bocciature perché, in tal caso potrebbero trovarsi nella situazione di doversi trovare un altri posto di lavoro. Esecrabile, distruttivo, vergognoso, devastante sotto il punto di vista etico e culturale.

Forse non sarebbe sbagliato tornare al vecchio modello del “Non scholae sed vitae discimur” opportunamente aggiornato.

Sui seguenti punti andrebbe forse aperta una riflessione in chiave autocritica per evitare un ulteriore peggioramento di quella che è stata definita l’emergenza educativa:

  1. ripristino di una sana meritocrazia, temperata dall’impiego di adeguati (e se necessario, anche robusti) interventi di sostegno agli studenti volenterosi ma in difficoltà;
  2. restituzione ai docenti della necessaria autorevolezza nei confronti sia degli studenti che delle relative famiglie;
  3. instaurazione di un sistema di reclutamento docenti sulla base del reale fabbisogno del territorio a prescindere dal livello di bocciature e di promozioni;
  4. ripristino di una alleanza fra famiglia e scuola nel rispetto dell’autonomia dei rispettivi ambiti formativi;
  5. abbandono sia di una visione meramente aziendalistica della scuola che di quella antagonista di una istituzione autoreferenziali senza controllo sui costi;
  6. riscrittura dello “statuto degli studenti” accompagnando ai diritti anche l’elenco dei relativi doveri con le rispettive sanzioni.
  7. revisione dei momenti consiliari e assembleari per restituire loro una funzionalità democratica.

Sul tema in generale (affrontato in modo volutamente provocatorio) e sulla proposte formulate sarei lieto se si aprisse un confronto sul sito http://www.personaefuturo.it/2010/04/11/non-scholae-sed-vitae-discimur-non-per-la-scuola-ma-per-la-vita-studiamo.shtml

Cari saluti

domenica 11 aprile 2010

Crisi dei preti pedofili, un evento provvidenziale?

Carissimi, sono fermamente convinto che la crisi dei “preti pedofili” che ha colpito la Gerarchia (non la Chiesa!!) cattolica sarà provvidenziale per la Chiesa stessa e ce ne restituirà una più povera, più trasparente, forse anche più laica.

Se non crediamo in questo non crederemmo ad un Dio Amore e Signore della storia.

Per quanto riguarda gli attacchi, che appaiono coordinati, alla Gerarchia e, particolare, a Benedetto XVI, forse ci si dovrebbe chiedere i motivi della strana coincidenza degli attacchi con l’uscita e l’ampia diffusione dell’ultima enciclica “Caritas in veritate” in cui il Papa mostra la fallacia culturale, l’assenza di etica e l’inefficacia pratica di una visione della realtà, in economia, in politica, nel sociale, derivante direttamente dal relativismo etico.

Cosa ne dite? Ne parliamo sul blog?

Buona settimana

sabato 3 aprile 2010

Buona settimana e ...buona S. Pasqua!

Carissimi,

“...se voi non chiedeste a Dio l’impossibile, non gli chiedereste di mostrarsi Dio. Se gli domandate solo ciò che è possibile, gli domandate ciò che voi stesso potete e dovete fare.

Ora Dio si compiace di fare solo ciò che supera le nostre possibilità. Dio non si esprime, non si manifesta che realizzando l’impossibile, mostrando a tutti che Egli è capace di fare sorgere in voi questa cosa impossibile: la sua gioia dalla vostra tristezza, la sua felicità dalla vostra povertà, la sua beatitudine dal vostro smarrimento.

In realtà ogni volta che ci chiudiamo alla felicità ci chiudiamo a Dio. Lo escludiamo praticamente da tutti i recessi dell’io in cui ci siamo rassegnati a non lasciare entrare la gioia, la speranza, la fiducia e l’amore.

La nostra tristezza è la misura esatta del nostro attaccamento a noi stessi: denuncia il nostro egoismo.

DIO OCCUPA NELLA NOSTRA VITA LO SPAZIO CHE DIAMO ALLA GIOIA. Non crediamo in Lui più di quanto non crediamo in essa.”

(Tratto da L. Evely “Il vangelo della gioia” Cittadella editrice 1998).

Buona Pasqua

domenica 28 marzo 2010

Buona settimana (e infine, un si condizionato)

Carissimi

Il no positivo parte da un si a se stessi nell’ottica del bene comune, passa attraverso un no chiaro e motivato a capricci o a richieste irragionevoli ovvero arroganti, e si chiude con un si condizionato (esempio: “non ti posso concedere quello che vuoi, perché non ho il denaro per comprarti tutto quello che mi hai chiesto ma, se scegli un regalo, quello che ti piace di più, vedo di accontentarti”).

Che ne dite?

Buona settimana..... Santa!!

giovedì 25 marzo 2010

Ma la spesa pubblica crea felicità?

La spesa pubblica crea felicità?

Le popolazioni Europee, in particolare quelle del Sud Europa, non possono più aspettarsi la soddisfazione delle proprie aspettative attraverso l’aumento della spesa pubblica. Abbiamo visto nel precedente articolo "alternanza di governo o qualcosa di diverso?"(http://www.personaefuturo.it/2010/03/16/alternanza-di-governo-o-qualcosa-di-diverso.shtml) come la grave situazione dei bilanci pubblici non permetta più ai governi di agire tramite la leva del deficit spending (ovvero l’aumentare la spesa pubblica finanziandola con il deficit di bilancio).

Eppure, ad ogni tornata elettorale, la maggior parte dei partiti formula promesse che sa di non essere in grado di mantenere e il corpo elettorale, dopo aver punito i partiti al governo colpevoli di non aver tenuto fede agli impegni presi, tende a premiare le opposizioni sulla base di altre promesse formulate ma non sicuramente mantenibili.

C’è un’altra linea economica in grado di aumentare il benessere economico senza ricorrere all’incremento della spesa pubblica?

Gli economisti che si richiamano alla scuola liberale classica ne sono certi e sostengono con convinzione che la linea è una sola: studiare di più, lavorare di più, produrre di più, il tutto con maggiore velocità e minori costi delle Nazioni concorrenti.

Solo in questo modo si può creare vera ricchezza di beni materiali da poter distribuire in maniera equa puntando ad una maggiore giustizia ma senza punire i più meritevoli.

Dal punto di vista teorico quanto sopra funziona benissimo. Il problema contro cui si naufraga è la realtà di un mondo globale, nel quale la maggior parte delle Nazioni (in particolare quelle emergenti) segue questa linea.

In tale sistema, tutti i fattori di produzione (capitale, risorse umane, imprenditorialità) sono in grado di spostarsi rapidamente da una Nazione all’altra stabilendosi in quella che offre le maggiori occasioni di guadagno e di profitto.

Non c’è chi non può notare come questa ricerca di competitività sfrenata porti inequivocabilmente a porre l’efficienza e il profitto al centro della attività sociale (non solo economica). In questa visione tutti i corpi intermedi (famiglia, scuola, università, aziende ...) sono visti soltanto come strumenti funzionali all’aumento della produttività.

La dimensione del lavoro acquista la assoluta preminenza sulle altre dimensioni umane.

In altri termini, l’uomo cessa di essere “persona” e diventa “arma” per poter vincere la competizione economica.

Non solo, ma è sotto gli occhi di tutti come si allarghi sempre più fra le diverse Nazioni e, all’interno di essere fra le classi sociali, la forbice fra chi ha di più (e avrà sempre di più) e chi ha di meno (e avrà sempre di meno).

Alcuni economisti (e uomini di governo) affermano che sarebbe necessario predisporre una normativa internazionale in grado di regolare questi fenomeni dannosi se lasciati a se stessi.

Bello ma utopistico, anche la recente crisi finanziaria ha ampiamente dimostrato come i “poteri forti” internazionali economico-finanziari non accettino tali misure, se non in maniera minima come palliativo e “contentino” mediatico, e anzi richiedano allo Stato l’aumento della spesa pubblica (sic!!) per rimediare ai disastri da loro causati e dalle cui conseguenze vogliono restare indenni.

Quest’ultimo è un paradosso che chiarisce senza ombra di dubbio che non è questa la strada giusta da proporre alle popolazioni per tornare ad una crescita economica reale e umanamente sostenibile.

Nessuno forse ha una ricetta teorica già bella che pronta ma certe linee di soluzione sono già individuabili.

Perché ad esempio, invece di proporre di studiare, lavorare e di produrre di più non si riflette sull’esigenza di lavorare e di produrre meglio? Sullo studiare di più, oltre che meglio, non ci sono dubbi, talmente palese è l’emergenza educativa.

In altri termini perché, per quali fini si lavora e si produce? Per aumentare il possesso di beni materiali, incrementare il prodotto e il reddito lordo, quello che Adam Smith chiamava la “ricchezza nazionale?

O non invece per aumentare la felicità nazionale?

Gli ultimi studi in materia economica (anche, ma non solo, di studiosi italiani come Zamagni, Bruni, Pelligra ecc.) hanno messo in evidenza tre elementi:

1. la felicità non è un termine astratto, ma un modo concreto e reale di essere, perfettamente misurabile dal punto di vista quantitativo;

2. raggiunta una certa soglia di reddito (tale da permettere una vita non solo a livello minino, ma realmente degna di essere vissuta) il livello e lo stato di felicità rimangono stabili anche in presenza di incrementi del reddito individuale o nazionale;

3. il livello di felicità aumenta con il dispiegarsi di una propria crescita spirituale (acquisizione di maggiori capacità intellettuali e culturali) e di relazioni interpersonali più appaganti (un ambiente familiare sereno, amicizia salde, costruttive e durature, una rete di protezione sociale partecipativa e percepita come amichevole).

Se ciò è vero, il lavorare meglio e il produrre meglio dovrebbero equivalere a lavorare per produrre quei beni che permettono di conseguire, oltre che un aumento di reddito, soprattutto un ampliamento della categoria di quelli che dalla dottrina economica più recente sono definiti beni relazionali (servizi alla persona, creazione di luoghi di incontro, occasioni culturali, difesa e promozione dei dati naturali e del territorio...).

Questo beninteso con gradualità e ribadendo inequivocabilmente la necessità di alzare il livello di vita delle persone povere anche attraverso una redistribuzione del reddito (stimolandole, quando necessario, ad una maggiora capacità e volontà lavorativa).

In questa ottica i corpi intermedi e le agenzie sociali (scuola, famiglia, associazioni, aziende) diventano strumenti essenziali al servizio della felicità comune.

Qualcuno dei lettori, o molti? diranno che si tratta di un’utopia, di un sogno.

No, si tratta di un progetto faticoso, pesante ma realizzabile come dimostrano gli studi più recenti (vedi allegata bibliografia).

Il nocciolo del problema è passare da una cultura che mette al centro l’individuo teso al guadagno e al profitto individuale ad un’altra che mette al centro la persona umana rivolta a raggiunge la felicità propria e quella degli altri.

Ma non è questo uno dei motivi, se non il principale, per il quale è nata Persona è futuro?

Bibliografia essenziale sull’argomento

S. Zamagni – L. Bruni (a cura di) – Dizionario di Economia civile – Città Nuova 2009

R. Layard – Felicità. La nuova scienza del benessere umano – Rizzoli 2005

L. Bruni, P.L. Porta (a cura) – Felicità ed economia – Guerini e Associati 2004

Autori vari – Umanizzare l’economia – Cacucci 1999

S. Zamagni – L’economia del bene comune – Città Nuova 2007

F. Fukuyama – Fiducia – Rizzoli 1996

J. Rifkin – Il sogno europeo – Mondadori 2004

A. Kohn – La fine della competizione – Buchini e Castaldi 1999

A. Sen – Lo sviluppo è libertà – Mondatori 2000

G. Manzone – Il lavoro dal volto umano – Lateran University Press 2003

E. Chiavacci – Lezione brevi di etica sociale – Cittadella editrice 1999

S. Latouche – Breve trattato sulla decrescita serena – Bollati Boringhieri

G. Sbardella - Controcorrente, la mia storia di cristiano e di manager - Città Nuova 2007

sabato 20 marzo 2010

Buona settimana (un bel "si" prima del "no")

Carissimi amici

dire “no” ai capricci dei bambini e degli adolescenti è faticoso, perché consuma energia psicologiche andare controcorrente contro la cultura dominante, ed è doloroso perché è con dispiacere che neghiamo qualcosa ai nostri ragazzi.

E’ per questo che il “no” deve essere preceduto da un bel “si”, un si alla loro educazione civica, un si al rispetto delle altre persone, un si alla sobrietà, un si al bene comune che poi è il loro e nostro vero bene duraturo.

Solo questo si, ben deciso dentro di noi, può darci la forza di pronunciare un no convinto e necessario.

Un no che dovrà essere chiaro, ma anche ragionevole e motivato perché ai ragazzi deve essere offerta la possibilità di capire, non è un no alle loro persone, ma solo ai loro comportamenti sbagliati.

Che ne pensate?

Buona settimana

mercoledì 17 marzo 2010

Alternanza di governo o qualcosa di diverso?

L’alternanza al governo da parte di due coalizioni in competizione rappresenta, secondo la maggior parte dei politologi uno dei punti di forza delle democrazie parlamentari. Infatti il potere del popolo di poter cambiare la coalizione al governo si esprime al massimo, in occasione di competizioni elettorali, con il voto e con il conseguente diritto di valutare l’operato dei partiti al governo e, in caso negativo, di poterli sostituire. Sempre secondo i politologi il timore di un giudizio negativo da parte del corpo elettorale è lo sprone migliore per spingere le coalizioni a governare nel migliore dei modi.

In effetti, tenendo a mente ciò che è accaduto, negli ultimi 20 anni, in Italia e in Europa, tale teoria non convince del tutto ad una serena valutazione obiettiva.

In Italia, dopo “tangentopoli” e il caotico periodo del passaggio dalla I alla II Repubblica, dal ’94 ad oggi, ad ogni competizione elettorale è stata cambiata la coalizione al governo, con un succedersi ininterrotto di centrodestra e centrosinistra. Al governo Berlusconi (a prescindere dalla esperienza “presidenziale” Dini) è succeduto quello Prodi (con l’appendice di D’Alema e Amato), quindi è tornato al potere Berlusconi, di nuovo disarcionato da Prodi e ora al governo c’è nuovamente Berlusconi.

Anche negli altri Paesi , contrariamente a quanto avveniva nel cinquantennio precedente, caratterizzato da lunghi periodi di governo omogeneo (è sufficiente pensare alle esperienze di Mitterrand in Francia e di Brandt o Kohl in Germania), negli ultimi 20 anni la alternanza ha assunto un ritmo accelerato, anche senza raggiungere il caso italiano che vede la prevalenza della coalizione di opposizione ad ogni tornata elettorale.

Quali sono i motivi alla base di questo strano rovesciamento di situazioni?

Negli anni ’80 si è verificata una svolta di cui solo in futuro gli storici sapranno evidenziare l’importanza: l’ascesa al potere, per un discreto numero di anni, di M. Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli USA, entrambi sulle ali di una linea socio-economica neoconservatrice e neoliberista.

Fino ad allora tutti i governi delle repubbliche democratiche occidentali avevano seguito una politica economica ispirata al deficit spending, propugnata, negli anni ’30 e ’40 dall’economista inglese J.M. Keynes. Base di tale politica era il sostegno alla domanda dei beni, in momenti di ristagno economico, attraverso l’utilizzo della spesa pubblica anche in situazione di forte disavanzo di bilancio.

Pochi si rendevano conto che i governi, una volta terminata la fase di ristagno, non riuscivano a rientrare (come avrebbero dovuto e come lo stesso Keynes raccomandava) nei vincoli di bilancio, sia perché si sarebbe trattato di porre in essere misure impopolari, sia perché era estremamente comodo soddisfare, con l’aumento della spesa pubbica e il ricorso spregiudicato al deficit spending, le richieste del corpo elettorale e le promesse allo stesso fatte.

Questa politica, a lungo andare, ha portato a costi economici insostenibili, quali periodi di contemporanea inflazione e disoccupazione massiccia, ma anche a costi sociali più sottili ma altrettanto importanti, quali il disincentivo alla voglia individuale di intraprendere, di produrre, di studiare.

Reagan e la Thatcher, giunti al potere sulla scia di una rivolta contro questi costi e sostenuti a livello teorico dalla scuola economica di Chicago, posero in essere quella che, all’epoca, poteva essere considerata una rivoluzione copernicana.

In primo luogo misero le mani ad una revisione della curva delle aliquote fiscali, diminuendo in maniera massiccia le tasse ai più ricchi, nell’assunto che il risparmio, messo nuovamente nelle mani dei privati sarebbe stato investito e speso meglio che se fosse rimasto nelle mani pubbliche.

Secondo la teoria dei Chicago boys, l’aumento di produttività globale avrebbe fatto rientrare, nel medio periodo, le entrate fiscali perse con le modifiche alle aliquote. A parte la circostanza che ciò non avvenne, si rese necessario, nel breve periodo ridurre la spesa pubblica per spese sociali per compensare la diminuzione delle entrate tributarie.

In secondo luogo i due leaders USA e Britannico rivalutarono ampiamente la funzione del mercato quale regolatore più efficiente e giusto della attività economica, eliminando tutti i possibili intralci di natura legislativa all’azione delle imprese private.

Lentamente, sotto la pressione congiunta della politica Statunitense e Britannica e delle teorie neoliberiste della scuola di Chicago, anche le Nazioni europee si allinearono al questa posizione (teorica e concreta insieme) e iniziarono a porre in essere politiche di forte restrizione della spesa pubblica.

Una grande spinta in questo senso la diedero anche l’adesione al trattato di Maastrischt (che imponeva severi limiti di bilancio) e la costituzione dell’Euro quale moneta unica europea, misure che entrambe limitavano seriamente l’autonomia delle singole Nazioni nel porre in essere politiche economiche monetarie differenziate.

Pochi si rendevano conto che questo nuovo disegno di linea economica e sociale avrebbe dovuto provocare, anche nei partiti, un ripensamento ed una conversione in un nuovo modo di fare politica. In un momento storico in cui la spesa pubblica andava posta sotto controllo, compito dei partiti non era più quello di soddisfare (finanziandole con il deficit spending) le richieste degli elettori nel breve periodo (sicuramente incompatibili con i vincoli di bilancio) bensì quello di elaborare e proporre al corpo elettorale, programmi e proposte in grado di soddisfare, nel medio – lungo periodo, l’interesse collettivo e compatibili con una sana politica economica.

Ciò non avvenne e si verificarono invece tre fenomeni paralleli.

Da una parte si andò sempre più perdendo la differenza di linea politica ed economica fra coalizioni di diverso orientamento, conservatore o riformista, convergendo entrambe su un pensiero unico che propugnava il sostegno al liberismo economico e una forte riduzione della spesa pubblica.

Dall’altra parte si è accentuata una difficoltà del corpo elettorale, nelle Nazioni europee, ad accettare una inevitabile riduzione dello stile di vita compensabile solo in parte con una forte ripresa della iniziativa individuale in campo economico, andata però quasi completamente persa nel periodo precedente (laddove la forte fiducia popolare nelle virtù benefiche della spesa pubblica aveva posto i cittadini in una posizione di attesa spegnendo le capacità imprenditoriali).

In terzo luogo i partiti, invece di svolgere un lavoro educativo spiegando ai loro elettori il cambiamento avvenuto e la necessità di un mutamento delle abitudini civili di comportamento, hanno preferito non sfidare l’impopolarità e continuare invece a procacciarsi favore e voti attraverso promesse che sapevano non essere in grado di mantenere.

L’insieme di questi elementi ha fatto sì che le coalizioni vincenti, in ogni tornata elettorale, non si sono rivelate in grado di mantenere le promesse fatte o, anche in assenza di tali promesse, di soddisfare le attese popolari di uno sviluppo lineare dello stile di vita in atto.

Appare normale conseguenza di tale situazione che i partiti di governo hanno sempre perso (particolarmente in Italia) le elezioni al termine del loro periodo di governo. Come appare altresì normale conseguenza che l’opposizione vinca le elezioni successive promettendo di soddisfare le attese del corpo elettorale (ben sapendo peraltro che non ne sarà capace).

Altro che sana alternanza di governo, qui si tratta di un circolo vizioso che occorre necessariamente rompere per evitare una spirale di perverso degrado sociale, civile, ed economico.

Come fare? Qualche modesta proposta in un prossimo articolo.

domenica 14 marzo 2010

Buona settimana (reimparare a dire di no)

Se si intende per tirannia la capacità di alcuni soggetti di imporre la loro volontà ad altri soggetti o ad intere categorie umane, forse i bambini e gli adolescenti della nostra epoca possono benissimo definirsi tiranni.

Vi è mai capitato, in pizzeria, sui mezzi pubblici, in famiglia, sui marciapiedi, di vedere bambini o adolescenti fare capricci nei confronti dei genitori disturbando anche le altre persone presenti?

Quante volte i genitori hanno avuto la forza di respingere i capricci (magari dando seguito a minacce punitive quasi mai eseguite)? Se diciamo che il 10% dei genitori ne sono in grado forse esprimiamo una percentuale già troppo alta.

Se vogliamo veramente educare le nuove generazioni, se vogliamo difendere il loro bene personale e il bene comune di tutti, dovremo reimparare a dire una paroletta faticosa, pesante, ma altamente efficace: “NO”.

Nelle prossime settimane alcuni suggerimenti per dire dei no, che siamo decisi ed educativi, senza essere lesivi della dignità dei bambini e degli adolescenti.

Buona settimana.