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giovedì 11 febbraio 2021

Quel mendicante privo di gambe... (considerazioni a partire dai Senza Fissa Dimora)



Da studente universitario, andando a piedi alla Sapienza, che era situata a circa 1 km da casa, incontravo sempre, lungo via del Policlinico, un mendicante privo di gambe sdraiato sul marciapiede nei pressi del Ministero della Difesa – Aeronautica.

Sempre ci salutavamo e ci sorridevamo (ancora, se chiudo gli occhi, vedo il suo volto sorridente) e io solo raramente riuscivo a dargli qualche spicciolo perché, in quegli anni, la “paghetta” dei giovani era abbastanza striminzita.
A quei tempi chi mi conosce da allora sa che era mia intenzione dedicarmi alla vita politica e ricordo benissimo che, un giorno, passando per l’ennesima volta davanti a quel mendicante, promisi a me stesso che, nella mia futura attività politica, avrei dovuto sempre tener presente e tutelare / promuovere le situazioni come la sua.
Poi la vita ha preso un’altra strada ma, proprio in questi anni, è venuto il conto da pagare.

Il quartiere nel quale sono nato, ho vissuto per 52 anni e nel quale sono rientrato dopo 18 anni di lontananza, ha subito una forma di tracollo e si presenta ora con un degrado sociale spaventoso.
Una delle forme che ha assunto questo degrado (aggravato dalla pandemia Covid) è connotata dalla presenza di persone in difficoltà, senza fissa dimora (sia italiani che immigrati), clochard, mendicanti ecc.
Ho avuto l’idea di cercare di aggregare residenti intorno ad un progetto di riqualificazione del quartiere e mi sono gradualmente reso conto che la riqualificazione sarebbe stata impossibile senza prendere di petto la questione dei senza fissa dimora (d’ora in poi userò, per identificarli,  la sigla SFD).

Ma facciamo un passo indietro.
Quando ero ventenne lessi un libro di spiritualità (ricordo l’autore,  André Sève, ma non il titolo) nel quale si rimarcava differenza fra “carità breve” e “carità lunga”.
Per carità breve si intendevano tutti quei gesti individuali e singoli con i quali si cerca di fare del bene a qualcuno per venire incontro ai suoi bisogni (il cittadino che fa l’elemosina ad un mendicante, il medico che cura gratis l’indigente, l’imprenditore che paga il giusto salario al dipendente…).
Per carità lunga si intende l’azione non tanto diretta verso il singolo quanto verso la situazione che ha dato origine al bisogno e si esprime in comportamenti che tendono a creare contesti o strutture in grado di venire incontro ai bisogni di determinate categorie di persone (politiche di pieno impiego dirette ai disoccupati, residenze socio-sanitarie dirette al recupero dei disadattati, aziende capaci di includere anche persone a non alto rendimento). Ma rientra nella carità lunga anche il gesto del lavoratore che partecipa ad uno sciopero per solidarietà con lavoratori che rischiano ingiustamente il posto di lavoro, anche se lui personalmente non lo rischia.
Ultimamente, nell’Enciclica “Fratelli tutti” anche Papa Francesco, usando termini diversi, ha affrontato questa stessa tematica.
Al paragrafo 186 dell’Enciclica Francesco dice:
“C’è un cosiddetto amore “elicito”, vale a dire gli atti che procedono direttamente dalla virtù della carità, diretti a persone e a popoli. C’è poi un amore “imperato”: quegli atti della carità che spingono a creare istituzioni più sane, ordinamenti più giusti, strutture più solidali. Ne consegue che è «un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria». È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica.”.
Da parte mia più che usare i termini carità breve e lunga o quelli, ancora più complessi, di amore elicito e amore imperato, preferisco parlare di soluzione con lo sguardo breve e soluzione con lo sguardo lungo.
L’idea di aggregare la popolazione residente nel mio quartiere in un gruppo che si proponesse la riqualificazione del territorio mi pare possa essere definita una soluzione con lo sguardo lungo e, analogamente, l’azione rivolta a stringere relazioni con istituzioni civili, militari ed ecclesiali per collaborare, con ciascuna di loro e in funzione delle le rispettive competenze, per il bene del territorio.

Per tornare al mendicante privo di gambe e alla promessa giovanile fatta a me stesso, ora mi trovo nella condizione di poterla onorare.
Come accennato più sopra la situazione del quartiere (vicino alla Stazione Termini, la più importante stazione ferroviaria di Roma) è connotata dalla presenza di persone in difficoltà SFD (sia italiani che immigrati), clochard, mendicanti ecc.
Come alleviare, o provare a risolvere, le difficoltà di queste persone?
Certamente una soluzione con lo sguardo breve è quella di dare loro uno spicciolo, offrire un panino, comunque provare ad allacciare con loro un qualche rapporto interpersonale.
Sono gesti positivi, encomiabili, ma che risolvono il problema giornaliero, non quello duraturo, di carattere esistenziale, della persona alla quale si è dato aiuto. Anzi non di rado la peggiorano se la persona in questione, in preda a disagio psicologico e sociale, usa quegli spiccioli per acquistare una birra e ubriacarsi.
Ad un grado superiore si situano quelle strutture come le mense e gli ostelli predisposti per le persone in difficoltà da parte di istituzioni perlopiù ecclesiali. E’ sicuramente meglio, piuttosto che diluire la propria solidarietà in più elemosine di spiccioli o panini a più persone, sommare questi spiccioli per fare offerte più sostanziose a tali istituzioni ecclesiali, o laiche, o civili.
Ma questa soluzione, seppure con un sguardo più lungo della precedente può realmente considerarsi conclusiva?
Ci possiamo accontentare di dare un pasto e, talvolta, un letto, spesso solo temporaneo, a persone che per tutto il resto del giorno vagano per le strade, dormono e fanno i loro bisogni all’aperto sui marciapiedi?  Ci possiamo accontentare di dare un pasto e, talvolta, un letto, spesso solo temporaneo, a persone con disturbi mentali che la parziale attuazione della nota legge Basaglia (applicata in Italia in maniera sostanziale solo nella parte che riguardava l’abolizione dei manicomi-lager) ha gettato in mezzo alla strada?
Senza contare che spesso queste persone, particolarmente quelle con disagio psichico, accettano di essere aiutate con offerte di spiccioli, un panino o un pranzo, ma rifiutano decisamente se viene offerto loro un alloggio in una istituzione di recupero.
E non è possibile, con la attuale normativa italiana, imporre loro un ricovero per motivi sanitari, se non in casi estremamente eccezionali, perché in Italia nessuno può essere forzato contro la propria volontà ad essere soggetto a cure sanitarie. Mi sono chiesto quale sia il livello di possibilità reale di manifestazione libera della propria volontà in queste persone schiave del proprio disagio psichico. Quella del rispetto della loro volontà mi sembra piuttosto una chiara manifestazione di ipocrisia velata di buone intenzioni.
No! Non sono queste, non possono essere queste soluzioni durature ai problemi di tali persone in difficoltà.

Occorre, prima di tutto, rendersi conto che non sono a disposizione soluzioni gratuite o comunque a basso costo.
Per dare una svolta alla soluzione duratura di questo problema si renderà necessario investire risorse non scarse in:

1.     Strutture attrezzate adeguatamente per l’accoglienza;

2.     Residenze sanitarie di recupero;

3.     Reclutamento di medici, infermieri, assistenti sociali;

4.     Corsi di riqualificazione e indirizzo professionale;

il tutto inquadrato in una legge che, oltre ad autorizzare le risorse, contempli anche la possibilità, in maniera più semplificata di quella attuale, di forme di obbligatorietà nel ricovero, nel recupero e nell’avvio alla riqualificazione professionale.
La collaborazione e l’interazione, sullo stesso campo, con forme di volontariato religioso e laico, aventi già esperienza pluriennale nel settore, rappresenterebbe una condizione indispensabile per una risposta plurale, tempestiva ed efficace.

Certo, questo è un piano che presuppone impiego ingente di risorse.
Come non comprendere però che il nostro modello di sviluppo economico fondato:
A) sulla velocità,
B) sulla interconnessione,
C) sull’innovazione tecnologica (basti pensare a tutto il mondo nella Intelligenza Artificiale), causerà 1) l’espulsione dal mondo del lavoro di molti che sono ora occupati, 2) difficoltà sempre maggiori per chi cerca lavoro, ma non ha la formazione sufficiente, 3) immigrazioni sempre più numerose originate da situazioni sociali disumane?
Tutte queste persone, in assenza di un nuovo vasto programma di recupero sociale, come quello sopra delineato, si troveranno, in quantità impensabile, per strada a fare compagnia ai SFD.
Non può essere negato che l’attuazione di un tale programma di recupero comporterebbe costi per chi ora si trova ora al “calduccio” di una comoda situazione finanziaria e che sarebbe costretto, non neghiamo l’evidenza, a cambiare il proprio livello di vita rivedendo le proprie scelte in materia di consumi, con attenzione minore a beni materiali non necessari e maggiore invece a relazioni interpersonali aperte e costruttive.
L’alternativa è uno società e uno Stato che dovrebbe ricorrere alla forza e alla violenza formalmente legittima per reprimere le richieste delle persone più povere, ovvero uno Stato autoritario.
L’attuazione di un programma di recupero e reindirizzo sociale sarebbe pesante (in termini di incidenza sullo stile di vita) nel breve-medio periodo, ma potrebbe comportare un forte rilancio nel medio-lungo periodo, una volta che il programma sia andato a regime e il recupero / reindirizzo in larga misura completato.

Nel mio piccolissimo ambito cercherò di spingere in questa direzione, mantenendo la promessa fatta a me stesso, più di 50 anni fa, a quel mendicante privo di gambe.

 

Roma 11/02/2021                                                                  Giuseppe Sbardella

venerdì 5 febbraio 2021

Il miraggio del nasone (perché i migranti continuano a venire in Italia...)

 



Il miraggio del “nasone”

Mi sono sempre chiesto cosa è che spinge centinaia di migliaia di africani e asiatici a lasciare le loro città e i loro villaggi, ad affrontare viaggi pieni di pericoli sulla terraferma, di rischiare la morte di annegamento nel mediterraneo, pur di giungere in Italia.
Possibile, mi sono chiesto, che in un mondo globale e connesso come il nostro, non abbiano visto le immagini dei loro connazionali magri, sdraiati a dormire sui marciapiedi vestiti con abiti di fortuna, oppure in fila per un piatto di cibo alle mense della caritas o ad aspettare il panino portato dalle organizzazioni di volontariato? che non abbiano visto le donne condotte a prostituirsi o gli uomini più robusti lavorare come bestie sui campi con un salario di mera sopravvivenza?
Vale la pena affrontare viaggi densi di percoli, per una vita come questa?

Qialche lume mi è venuto dal racconto che una persona in divisa (per motivi di privacy non posso fornire maggiori informazioni), sicuramente non un “buonista” mi ha fatto qualche settimana fa.
“Stavo di pattuglia quando mi sono imbattuto in un gruppo di africani assembrati in un piccolo locale puzzolente e sono intervenuto per farli allontanare.
Ne ho riconosciuto uno in particolare.
Nel corso dei miei giri di controllo del territorio avevo avuto modo di parlare con lui, sapevo che era il loro leader e che questa sua supremazia derivava dal fatto che era figlio di un capo tribù africano.
Non mi sono potuto trattenere dal chiedergli: <<ma non vedi in che condizioni vivete qui? Perché non dici a tuo padre e agli altri capi tribù di bloccare questa emigrazione verso una vita disumana se non verso il suicidio.>>
Lui mi ha risposto: <<sai, mio padre non voleva che io partissi, ma io sono scappato e sono riuscito ad arrivare in Italia. Nel mio villaggio ogni mattina i maschi adulti andavano nella foresta o al villaggio più grande (a 5 ore di distanza) a procacciarsi il cibo e qualche volta neppure tornavano.  Le donne si incamminavano per andare a prendere l’acqua ai pozzi a chilometri di distanza e spesso capitava di trovarlo secchi… e senza acqua non si vive!
Qui in Italia comunque riusciamo in qualche modo a mangiare, coltiviamo la speranza di trovare un lavoro e, soprattutto, abbiamo il “nasone”>>  indicandomi ad un centinaio di metri la fontanella storica dei quartieri romani, chiamata nasone per la sua forma.
<<Quando a mio padre ho detto che avevo l’acqua sempre disponibile ad un centinaio di metri non ci credeva. Anzi mi può fare un piacere, ci possiamo fare un selfie lei, in divisa, ed io davanti al nasone? così mio padre sicuramente mi crederà.>>
Io ero abbastanza sorpreso e emozionato, ma ho acconsentito a farci il selfie”
ha concluso il racconto il mio amico in divisa.

Ora mi chiedo e vi chiedo, come possiamo pensare di riuscire a bloccare l’immigrazione di queste persone disperate, affamate ed assetate pronte a tutto pur di raggiungere i nasoni? Pensate sul serio che respingimenti o blocchi navali possano fermare la loro migrazione? Non pensate che, anche se ci riuscissimo almeno in parte avremmo due effetti negativi? il primo di attirarci l’odio di queste etnie con tutte le conseguenze in termini di aumento dei conflitti interetnici, di microcriminalità, se non addirittura di atti terroristici; il secondo di avvertire la nostra coscienza mentre, pensando alla vita di questi esseri umani nella loro terra, ci accusa di omicidio.

Non c’è altra strada se non accoglierli il maggior numero possibile nel nostro Paese e intanto provare ad aiutarli nel loro.
In entrambi i casi la strada non è gratuita, ci toccherà cambiare il nostro stile di vita, puntare a maggiore sobrietà e maggiore solidarietà.
L’alternativa è rinunciare ai retaggi culturali cristiani, illuministici, socialisti della nostra Europa e imboccare un cammino di violenza.

 

Roma 5 febbraio 2021                                                                       Giuseppe Sbardella