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domenica 27 marzo 2022

1 vale sempre 1?

                     Considerazioni libere sul suffragio universale ugualitario




Il suffragio universale è stato sicuramente una grande conquista dell'umanità nell'ottica del cammino verso una piena democrazia.
Esso è stato oggetto di una dura battaglia nel corso del XIX e del XX secolo che ha lasciato sul campo numerose vittime.

Oggi nessun democratico in un Paese civile può pensare ragionevolmente che il diritto di voto possa essere oggetto di limitazioni, come avvenuto in passato, per motivi di censo, di genere, di religione.

L’ art. 48 della Costituzione italiana riflette totalmente tale pensiero e così recita:

«Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.»

Il voto dunque deve essere libero, uguale, segreto.
Ma, ci domandiamo, il concetto di libertà, uguaglianza e segretezza del voto come si può declinare nonché garantire nel mondo odierno?

Ricordo una trentina di anni fa allorché lessi questa frase in un libro di Sergio Zavoli, giornalista di vaglia come pochi ce ne sono stati: “la rivoluzione non è più nel cambiamento ma nella velocità con la quale esso avviene”. Oggi la aggiornerei in questo modo: “La rivoluzione non è più nel cambiamento né nella velocità con la quale esso avviene, ma nella continua accelerazione di tale velocità”.

E non posso neppure fare a meno di ricordare l’opera del  grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, vissuto a cavallo fra il XX e il XXI secolo e morto nel 2017, il quale postulò che ormai ci troviamo in una “società liquida”, ovvero in una società che evolve in una maniera talmente rapida che non facciamo neppure a tempo a comprendere lo stato evolutivo alla quale la società è arrivata che questo è già cambiato!
La liquidità, oltre alla globalizzazione e alla interconnessione delle informazioni sono i caratteri salienti della società odierna, perlomeno di quella più avanzata.

Ai fini di queste considerazioni sul suffragio universale, perché questa premessa su alcuni elementi rilevanti del mondo odierno?
Perché la domanda successiva da porsi è quella di chiedersi quale livello di consapevolezza (fatta sia di conoscenze consolidate che di esperienze accumulate) debba essere acquisito per poter fare scelte realmente libere.

Senza per questo dimenticare un altro fronte sull’aspetto della battaglia a difesa della libertà, quello aperto sul campo delle tecniche comunicative e della manipolazione mediatica per pilotare le scelte personali (politiche e commerciali) di cittadini e consumatori. In questi venti anni sono stati fatti progressi inenarrabili su questo fronte della manipolazione.
L’uso spregiudicato delle fake news, dei social, dei sondaggi truccati, dei messaggi subliminali, si è ampiamente sviluppato mentre, contemporaneamente si è prodotto (e qui la mia mente corre soprattutto all’Italia) un declino culturale e un degrado cognitivo che fa temere un devastante “analfabetismo di ritorno

E come non pensare, sempre, con riferimento all’Italia, al continuo invecchiamento anagrafico e all’allargarsi della forbice del “divario digitale” fra vecchie e nuove generazioni?
Io stesso settantatreenne,  imbevuto di cultura classici ma dipendente per 31 anni di una azienda multinazionale all’avanguardia nel campo della IT, faccio una fatica enorme a seguire l’evoluzione della tecnologia digitale, e spesso non ci riesco…
Così non ci riescono neppure tanti altri coetanei che, pur ancora lucidi e colti, non ce la fanno più a star dietro alla evoluzione tecnologica e a tutto ciò che ne consegue nel campo delle conoscenze (solo a titolo di esempio, oggi la gran massa delle informazioni viaggia in tempo reale su internet e non certo sulla carta).
E che dire della grande quantità di dati (i big data) dalla quale siamo sommersi, che sono reperibili e classificabili solo attraverso l’impiego dei grandi elaboratori di ultima generazioni capaci di “intelligenza artificiale”?


In un mondo del genere che vuol dire essere liberi, ovvero avere la piena consapevolezza, in termini di conoscenze acquisite e di esperienze consolidate, di poter fare scelte che provengono unicamente dalla nostra capacità di elaborare un pensiero adeguato ai tempi e alla realtà che ci circonda?

Forse occorre avere l’umiltà per affermare che oggi, nel mondo attuale, la piena consapevolezza non è più raggiungibile e che bisogna accontentarsi di scelte e soluzioni in grado di avvicinarsi al miglior bene possibile per gli altri e per chi ci circonda. 

E allora torniamo al tema del suffragio universale egualitario così come declinato nell’art. 48 della Costituzione italiana.
Possiamo dire che, oggi nella situazione attuale siamo tutti ugualmente capaci di fare scelte consapevoli (ovvero avendo conoscenze ed esperienze adeguate) per affrontare problematiche abbondanti e sempre più complesse, tipiche di un mondo globalizzato e allo stesso tempo frastagliato, con un ritmo di velocità travolgente e ad alto livello di digitalizzazione?
Non è forse onesto, anche se molto doloroso ammettere che la risposta è solo una : NO?

Rimango peraltro convinto che la battaglia per il suffragio universale non debba andare persa, ma che occorrano solamente soluzioni mirate per rendere questo strumento ancora pienamente valido ai fini del mantenimento della democrazia.

La nostra Costituzione dice che il voto deve essere libero, uguale, segreto.

Ma possiamo definire sicuramente segreto, nel XXI secolo, un voto definito con una croce a matita dentro una cabina ben nascosta alla vista?
Nel centro/sud di Italia erano stati già escogitati, negli scorsi decenni, sistemi per permettere il controllo di massa del voto tramite l’uso di schede pre-votate consegnate agli elettori in cambio di schede intonse. Oggi, più facilmente basta consegnare all’elettore, prima di entrare nel seggio, uno smartphone impostato in modalità silenzioso e chiedergli di fotografare il voto sulla scheda, in maniera da permettere il controllo della sua scelta.
Diventa indifferibile ormai, al fine di garantire la segretezza, modificare le modalità del voto, magari passando a cabine trasparenti o (ma questo creerebbe molti problemi alle vecchie generazioni) passare al voto elettronico.

Questo per quanto riguarda la segretezza. Più delicate, e anche più difficili nell’approccio, sono le considerazioni legate al tema della libertà e della uguaglianza del voto.
Abbiamo visto più sopra come alla domanda  se siamo tutti ugualmente capaci di dare voti consapevoli (ovvero avendo conoscenze ed esperienze adeguate) per affrontare problematiche abbondanti e sempre più complesse, tipiche di un mondo globalizzato e allo stesso tempo frastagliato, con un ritmo di velocità travolgente e ad alto livello di digitalizzazione, la risposta dovrebbe essere onestamente negativa.
Un voto coartato da una abile manipolazione mediatica, o non sostenuto da adeguate conoscenze o limitato da scarse o mancanti esperienze di vita, difficilmente un voto può essere considerato realmente libero.
Forse è su questo piano che occorrerebbe agire, non eliminando l’universalità del suffragio, ma regolandone l’accesso per garantirlo in maniera graduale proporzionalmente al livello di consapevolezza (e di conseguenza di libertà) del cittadino elettore.
Si tratta di trovare criteri di ponderazione del voto in maniera da non toglierlo a nessuno ma accrescendone  il valore in funzione dell’acquisto di una maggiore consapevolezza di scelta.

Anche perché trattare in maniera uguale persone con diversi gradi di consapevolezza e, di conseguenza di libertà, sotto la veste di garantire la libertà formale produrrebbe la peggiore delle disuguaglianze sostanziali.

Certamente attribuire un voto ponderato non deve far pensare a non augurabili esperienze del passato, e a “pesi” quale il genere (o l’orientamento sessuale), il censo o un livello di istruzione formale.
Questo sarebbe assolutamente inaccettabile anche perché il superamento di questi criteri è costato secoli di lotte anche cruente e sarebbe delittuoso e ingiusto pensare di tornare indietro.

Si possono cercare invece altri criteri di ponderazione.

Un primo criterio potrebbe essere quello di sottoporre i cittadini ad una sorta di esame di educazione civica formulando loro una serie di domande sulla Costituzione italiana, sull’ONU e e sulla UE attribuendo poi un peso in funzione della percentuale di risposte esatte.
Fra l’altro con questo sistema si potrebbero spingere i cittadini, che difficilmente lo farebbero in maniera spontanea, ad approfondire gli argomenti inerenti la propria educazione civica.
Ma siamo certi che la conoscenza dei valori fondanti del nostro Paese siano sufficienti per un voto libero e consapevole? No, non basta avere conoscenza in tal senso se poi non si ha la capacità di elaborarle in collegamenti con altre conoscenze ed esperienze per poter infine giungere ad un giudizio complessivo propedeutico al voto.

Un secondo criterio potrebbe essere quello di ponderare il voto a seconda del Quoziente di Intelligenza (QdI) raggiunto da ogni cittadino elettore. Una volta stabilite delle fasce di QdI si potrebbe concordare un “peso” da attribuire ad ogni fascia e, conseguentemente, un peso al voto dei cittadini che si posizionino in quella fascia di QdI.
Ma siamo certi che sia sufficiente avere un alto QdI per essere certi di votare in maniera libera e consapevole? Il risultato del test sul QdI può essere falsato in funzione del tipo di studi fatti (scientifici, classici, tecnici, professionali…) e, soprattutto, una persona può anche essere intelligentissimo ma carente in conoscenze pratiche della vita o in relazioni interpersonali.

Ancora. ci si può invece domandare se un  altro ( e più selettivo) criterio applicabile non possa essere quello dell’età.
Il criterio dell’età per votare è previsto in pressoché tutti gli ordinamenti giuridici nazionali. Generalmente è prevista una età minima (in Italia 18 anni) per poter dare il proprio voto alle elezioni politiche sulla base della considerazione che una certa età minima è necessaria per aver avuto la possibilità di acquisire conoscenze e esperienze sufficienti per dare un voto maturo e consapevole.
In alcuni ordinamenti (ad esempio quello che regolamenta l’elezione del Papa di Roma) è stabilita una età massima (nel caso di specie 75 anni) trascorsa la quale si presume che l’elettore non abbia potuto più la pienezza di lucidità o di capacità intellettiva per poter esprimere un voto consapevole.
Ma è giusto che sia solo la data del proprio compleanno a stabile il limite minimo (o massimo) per dare il proprio voto con un peso uguale a quello degli altri?

Mi sono sempre chiesto perché il voto di un 70nne pensionato, con grande esperienza di vita, ma con conoscenze ormai in parte annebbiate dalle ineluttabili carenze di memoria e in parte superate per la difficoltà di aggiornamenti che sempre più spesso avvengono per via informatica (di accesso più problematico per gli anziani), debba valere quanto il voto di un 40-50enne, presumibilmente lavoratore con figli a carico, la cui esperienza di vita sia già sufficientemente consolidata e le cui conoscenze siano adeguate alla realtà che sta vivendo. 
Anche se, personalmente mi ritrovo nel primo ritratto non ho dubbi nel ritenere che il mio voto debba valere di meno di quello del 40-50 enne delineato nel secondo ritratto, in quanto quest’ultimo può esprimere il voto con maggiore consapevolezza e libertà, possedendo già sia conoscenze che esperienze adeguate.
Mentre mi parrebbe corretto che il voto del 70enne pensionato, con esperienza adeguata ma conoscenze carenti, possa valere quanto quello di un giovane 20enne, più carente come esperienza di vita ma in possesso di conoscenze più aggiornate.

In pratica sto delineando un grafico con una curva a forma di campana laddove sull’asse delle ordinate venga considerato, in forma crescente e poi decrescente il perso del voto e, sull’asse delle ascisse in forma crescente l’età.
I pesi più bassi vengono attribuiti, in maniera equivalente agli appena maggiorenni e ai 67enni (normalmente pensionandi o pensionati); i pesi crescono dalla maggiore età fino a raggiungere i 40-50 anni per decrescere poi nuovamente.

Di seguito un esempio grafico della attribuzione del peso del voto che assumerebbe la veste classica di una curva di Gauss.

 

Sono convinto della ragionevolezza e dell’equità dell’ipotesi appena delineata, anche se mi rendo conto della sua concretamente impossibile realizzazione, almeno a breve termine. La maggioranza della popolazione si situerebbe nelle parti basse della curva mal digerendo un peso di voto inferiore e nessun Parlamento avrebbe il coraggio di approvare una riforma elettorale del genere.

Ma all’età di quasi 74 anni, posso permettetemi di lanciare nel web proposte, anche provocatorie, idonee ad offrire ai lettori uno stimolo per una riflessione e, magari, aprire uno spezio per un serio e costruttivo confronto.

 

Roma 27 marzo 2022                                                                                    Giuseppe Sbardella

lunedì 21 marzo 2022

Una ubbidienza consapevole

 



“Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi".  Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò.  Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò.  Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo»”

Questa parabola (Matteo 21, 28-31) mi ha sempre colpito perché spesso mi è capitato di comportarmi come il figlio “neghittoso” (mi piace chiamarlo così).
Frasi come “sempre il solito bastian contrario” o “sei come una canna stonata di un organo che suona armonicamente” o “affidati a chi ha un ruolo più importante ed è sorretto dal parere di tutti gli altri” ancora mi risuonano nelle orecchie, dette ogni volta che mi dissociavo dalla opinione della maggioranza.

Questo brano del vangelo di Matteo mi conforta.

Sì, c’è l’ubbidienza pronta di chi aderisce alla volontà di un altro superiore o a quella della maggioranza perché la condivide.
C’è anche l’ubbidienza forzata di chi magari ha una opinione diversa ma la supera subito per aderire alla volontà dell’altro o degli altri.
C’è anche una ubbidienza dettata dall’amore verso l’altro o verso la comunità che spinge una persona ad aderire immediatamente al volere delle persone amate.
Infine c’è l’ubbidienza neghittosa di chi non condivide l’opinione e non aderisce. Per pigrizia? per spirito di contrarietà? per forte convinzione opposta?
Cerchiamo di approfondire.

La parabola ci dice come non sempre l’ubbidienza di chi condivide l’altrui volontà (primo tipo suindicato) o di chi forza la propria opinione a aderisce ad una volontà che non condivide (secondo tipo suindicato) sono durature. Il figlio che prontamente ubbidisce al padre in effetti non si reca a lavorare nella vigna!!
E il terzo tipo di ubbidienza, quella, altrettanto pronta, che ha la propria radice nell’amore? Molto probabilmente il figlio che avesse aderito per amore alla volontà del padre sarebbe andato nella vigna e vi avrebbe lavorato come voluto dal padre.
Certamente questo terzo tipo di ubbidienza sembrerebbe quello da raccomandare.
Ma è proprio così?
Siamo certi che mettere da parte la nostra opinione, frutto di un nostro ragionamento per aderire prontamente alla volontà (diversa dalla nostra) di una persona che amiamo sia l’atteggiamento giusto? Siamo certi che, ad esempio in ambito religioso, possa essere considerata volontà di Dio aderire alla volontà di un superiore, rinunciando all’uso di un cervello (anche esso, ricordiamolo, dono di Dio…), alla nostra capacità di ragionare, al essere uomini che in grado di pensare e decidere responsabilmente tenendo conto dei valori che ispirano la nostra vita?

Che dire dell’ubbidienza neghittosa del figlio che, nel racconto della parabola, oppone un rifiuto al padre e poi, in un secondo tempo, decide di andare.
Quale può essere il motivo del primo rifiuto?
Forse una forma di pigrizia, un momento di cattivo umore, una forma di protesta per qualche sorpruso che pensa di aver ricevuto, in una precedente occasione, dal padre o dal primo figlio?
Il vangelo non ci dice il motivo del primo rifiuto, ci dice solo che “non aveva voglia” ma “poi, pentitosi vi andò”.
E se questo rifiuto fosse stato dettato dal forte convincimento che quella del padre fosse una scelta sbagliata e che fosse giusto in qualche modo contrastarla magari proprio per il bene della famiglia?
E se il figlio neghittoso ci avesse riflettuto sopra con maggior calma, avesse soppesato altri elementi di valutazione, avesse concluso che la scelta del padre avesse un serio fondamento e, “pentitosi” dell’originario rifiuto avesse deciso di andare alla vigna?
O ancora se il figlio neghittoso fosse, anche dopo aver valutato altri elementi, rimasto convinto della giustezza della propria scelta ma poi, avendo visto il dispiacere del padre, avesse inserito anche questo sentimento nelle sue valutazioni e, per amore del padre avesse deciso di andare alla vigna?
Non è forse questa una scelta consapevole, presa in autonomia e non dettata da una ubbidienza cieca o da un gesto di amore che, peraltro, rifiuta l’eventualità di un ragionamento? Non è forse da ammirare anche questa scelta di chi l’ha presa anche superando un conflitto interiore per recuperare l’intesa con il padre e con i fratelli?

Non ho una risposta certa a questa ultime domande, so solo che, istintivamente, il figlio neghittoso mi sta molto simpatico.

 

21/03/2022                                                                Giuseppe Sbardella


lunedì 7 marzo 2022

Le "beatitudini" sono una gran fregatura?



Le “beatitudini” sono una gran fregatura?


“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
(Matteo 5,3-12)

Ma davvero si riesce a sentirsi felici quando si è poveri, afflitti, perseguitati, insultati…?
O sentirsi felici quando si ha un carattere portato alla mitezza, alla misericordia, alla trasparenza, alla conciliazione in un mondo che sembra premiare gli arroganti, i violenti, gli imbroglioni, i bellicosi?

Andate a dire che si è felici ad essere poveri ad un padre o una madre di famiglia che non riesce ad arrivare a fine mese, ad essere afflitti ad un ammalato di tumore, ad essere insultati e perseguitati ad una persona sotto il dominio di uomini o donne potenti ed arroganti!
Se la felicità è intesa come sentimento di soddisfazione per aver realizzato un proprio obiettivo in linea con la cultura dominante (la ricchezza, il potere, il successo professionale, la possibilità di decidere autonomamente e di imporre ad altri le proprie decisioni…) allora no, non ci siamo, le cosiddette “beatitudini” evangeliche sono solo una grande fregatura per non dire una truffa bella e buona! Al massimo esse potrebbero rappresentare un invito al masochismo!
Ma può essere, se non Dio, almeno una persona affidabile uno come Gesù che proclama queste false beatitudini? Sembrerebbe questa un’altra prova a favore di una posizione atea.

Forse non tutto è così semplice e lineare, forse è meglio approfondire un po’.

Una volta ascoltai un valente biblista affermare che la corretta traduzione del termine greco “macarioi” (tradotto in italiano nella brano delle beatitudini con “beati”) sarebbe “il Signore è vicino a…”.
Allora l’intero brano delle Beatitudini andrebbe inteso come “il Signore è vicino ai poveri, ai miti, agli afflitti, ai misericordiosi, ai perseguitati…”.
Un completo capovolgimento di prospettiva… la felicità non è il  sentimento di soddisfazione per aver realizzato un proprio obiettivo psicologico o materiale in linea con la cultura dominante (potere, successo, ricchezza…), la felicità è piuttosto il sentimento di fiducia in un Signore che non ci è lontano ma ci è tanto più vicino quanto più ci troviamo in una delle situazioni descritte nelle beatitudini.
Una conferma di questa interpretazione ci può venire dall’esempio e dalla testimonianza di uomini antichi e moderni, come S. Francesco d’Assisi, S. Ignazio di Loyola, Albert Schveitzer, S. Chiara da Montefalco, M. L. King, Padre Kolbe, Edith Stein, San Giovanni Bosco, Salvo d’Acquisto, Dino Impagliazzo[1]… uomini e donne che hanno vissuto, in diversi frangenti storici, le beatitudini, che non avevano nulla per sentirsi felici secondo i canoni della cultura dominante ma che pure lo erano (e lo dimostravano) perché sentivano il Signore vicino a loro!

Certo, vivere così non è assolutamente facile anche perché tutto ci spinge in una direzione opposta, ma forse… una strada sicura, una “scorciatoia” infallibile c’è!
Questi uomini erano e sono felici perché, assistiti e sostenuti dal sentire vicino il Signore, hanno visto e vedono come fratelli e sorelle tutti gli uomini e le donne che hanno incontrato e incontrano lungo la strada della loro vita.
Proprio così, il sentimento di fraternità è ciò che ci spinge a sollevare i poveri, a consolare gli afflitti e i perseguitati, ad essere solidali con i miti, i misericordiosi, i trasparenti, i pacificatori.
La fraternità è quel sentimento che ci potrebbe permettere di costruire una società, un mondo, a misura di “beatitudini”, quel sentimento che ci aiuta a viverle in pienezza e a trasmettere così la felicità a chi ci circonda, a quello che siamo soliti chiamare il nostro prossimo.

Essere fratelli, essere veri amici (persone che danno amore) di tutti… in fondo l’intero brano delle beatitudini potrebbe essere più brevemente riscritto cosi
Beati i fratelli e amici di tutti…

 

Roma 7 marzo 2022                                                   Giuseppe Sbardella



[1] Dirigente dell’INPS in pensione, membro del Movimento dei Focolari, sempre rivolto ad aiutare gli “ultimi”, ideatore delle mense di soccorso ai poveri e ai rifugiati nelle Stazioni Ostiense e Trastevere di Roma, morto nell’estate del 2021.


venerdì 4 marzo 2022

Libertà dalla manipolazione mediatica?

 E’ possibile liberarsi della manipolazione mediatica?

Nota importante: una breve bibliografia sull’argomento oggetto delle seguenti considerazioni è indicata al termine delle stesse.

Domande senza risposta?

Al termine della mia riflessione su “meglio sapere, o saper fare o, ancora… saper essere?” (si può leggere il contenuto su https://giuseppesbardella.blogspot.com/2022/02/meglio-sapere-o-saper-fare-o-ancora.html ) mi sono chiesto se l’Intelligenza Artificiale (di seguito la chiamerò IA) potrà mai rispondere a domande come queste:
a) quale è il senso della mia vita?
b) perché sento che una mia scelta personale, nonostante si presenti ragionevole sulla base dei dati che ho raccolto, non mi soddisfa pienamente nel mio intimo?
c) quando è che mi sento pienamente realizzato?
d) che risposta do a questo mio senso del mistero, dell’infinito, del sacro, che mi trascende?
e) l’amore (sia sensuale che non), l’amicizia, l’ empatia sono solo reazioni fisico / chimiche del mio corpo o c’entra qualcos’altro?
E ancora:
f) come fare a distinguere il bene dal male?
g) quali sono i valori ai quali non potrò mai rinunciare se non al costo di non considerarmi più un uomo?
La risposta che mi do è No, molto difficilmente l’IA potrà rispondere a domande come queste (e altre potrebbero essere aggiunte da qualche lettore…), comunque sempre riguardanti l’ambito della metafisica o dell’etica.

Domande con risposta da parte dell’IA

L’IA sarà invece in grado, prima o poi, di rispondere, più velocemente e esaurientemente, dell’uomo, a domande che possano essere risolte tramite:
1) la raccolta delle informazioni necessarie;
2) il successivo loro collegamento rivolto ad elaborare una risposta logica.
Ma cosa vuol dire raccogliere informazioni, collegarle fra loro ed elaborarle in una risposta se non ragionare e, ragionando, dare una risposta toh! “ragionevole”?
Maggiore è il numero di informazioni da trovare, collegare ed elaborare, maggiore è l’efficacia della IA rispetto all’ intelligenza umana.
E’ estremamente importante da sottolineare che, a parte le domande poste nell’ambito metafisico e/o morale, tutte le altre potranno molto probabilmente ottenere risposte più rapide e precise dalla IA.
Non solo, occorre tener presente che l’IA, allo stato attuale del suo sviluppo, può anche riflettere sulle proprie risposte, farsi domande conseguenti e trovare le relative risposte. Già esistono computer che si rendono conto dei propri limiti di elaborazione e si ristrutturano in maniera autonoma (ovvero senza l’intervento umano)  per superare tali limiti (ad esempio creando nuovo software al loro interno).
Praticamente, con la solita eccezione dell’ambito metafisico / etico, già in larga parte l’area della memoria e della razionalità è stata espropriata all’uomo a favore dell’informatica e ancor più della IA.
Per restare su aspetti semplici, basta notare quante volte andiamo sui motori di ricerca per trovare una informazione ( la data di un evento storico, il nome di un personaggio…) o, ancora, quante volte facciamo una domanda, anche complessa e articolata, sui motori di ricerca e questi ultimi ci danno velocemente una risposta esatta.
Senza dimenticare il sostegno che l’IA offre allo sviluppo della scienza e di soluzioni scientifiche all’avanguardia. Alzi la mano chi è convinto che l’IA non abbia contribuito in maniera determinante alla velocità con la quale sono stati trovati i vaccini MRNA per combattere il Covid 19!

Tutto facile allora?

Se la IA risolve i problemi di ordine logico molto più velocemente ed esattamente di noi, se offre un contributo determinante allo sviluppo scientifico, vuol dire che può solo facilitarci la vita?
Forse non è proprio così.
Non sarà forse che con l’avanzare della IA nel campo della razionalità e della memoria quantitativa e meccanica, si ritrarrà lo spazio della razionalità e della memoria umana?
Quanti di noi usano già l’app “calcolatrice” del proprio smartphone per effettuare calcoli anche facili che fino a due decenni fa era normale effettuare a mente sulla base delle famigerate “tabelline” scolastiche e dell’uso delle facoltà cerebrali di computo?
Quanti di noi, per andare in automobile in un posto lontano o anche vicino ma sconosciuto sono ancora soliti andare a cercare questa location su mappe cartacee o (e qui già entra in campo l’informatica) su google maps o app similari invece di affidarsi direttamente al “navigatore” installato sulla propria autovettura o sul proprio smartphone?
Quanti di noi, per scegliere o acquistare una automobile o una casa (o qualsiasi altro oggetto di valore), si affidano ad un programma software (ad esempio, nella maniera più semplice, un foglio Excel approntato da noi stessi o, meglio, già predisposto) nel quale inserire (o trovare già inseriti) i criteri per orientare la scelta tra le diverse alternative (ad esempio, nel caso di una automobile, la casa di produzione, la velocità, il consumo, il tipo di energia che usa, il cambio ecc.) dando a ciascun criterio un peso per giungere ad una valutazione ponderata della scelta fra le diverse alternative? Ci siamo chiesti come avremmo fatto due decenni fa e come molti noi ancora fanno? Forse avremmo usato la nostra capacità di memoria e di ragionamento! Magari avremmo attivato i nostri amici e parenti, ci saremmo consultati con loro invece che… con il computer!
Certo, l’informatica in generale e, più in particolare l’IA sta riducendo i tempi di elaborazione delle nostre scelte personali; ma sta anche riducendo i tempi trascorsi ad utilizzare le nostre facoltà cerebrali e, attenzione! non sta forse atrofizzando, a causa del loro non uso, parte di tali facoltà cerebrali?
E ancora, non sta forse diminuendo la nostra capacità di socializzazione, l’attitudine ad attivare ed a consolidare costruttivi rapporti interpersonali? Sarebbe interessante chiedere, su questo aspetto, il parere di quanti stanno già spendendo molto del loro tempo di lavoro in smart-working.
Fra dieci anni saremo ancora in grado fare un calcolo semplice senza usare l’app “calcolatrice”, andare in un luogo lontano sulla base di una mappa rinunciando all’uso del “navigatore”, fare scelte personali di acquisto senza ricorrere all’aiuto dell’informatica, uscire di casa per incontrare fisicamente gli amici e/o i colleghi di lavoro?
Ma, soprattutto, saremo capaci di fare scelte personali o l’IA le farà in effetti al posto nostro illudendoci del contrario?
Questo è il grosso rischio, più l’IA aumenta il suo spazio nell’ambito della realtà materiale suscettibile di razionalizzazione, più diminuisce nello stesso ambito lo spazio riservato all’uomo e alla sua intelligenza.
 

Una umanità teleguidata?

Se l’attività di analisi di dati, di loro valutazione, di scelta dell’opzione migliore è svolta in maniera più veloce ed efficace da parte dell’IA che da parte dell’uomo,  non potrebbe accadere di trovarsi di fronte ad una totale resa dell’uomo nell’ambito delle realtà fisiche e materiali e ad un suo rifugiarsi nell’ambito di quelle più intime o di quelle spirituali?
Non potremmo assistere ad una umanità teleguidata in toto da un superpotere dell’IA tramite lo strumento della manipolazione mediatica?
Se l’IA è in grado di conoscere tutto di noi stessi (dati personali, preferenze di ogni tipo, capacità di spesa, simpatie politiche…) cosa potrebbe impedirle di usare queste informazioni per dirigere la nostra vita in una direzione e verso obiettivi propri dei pochi che riescono a governare l’IA? Non abbiamo già avuto esempi di come la manipolazione mediatica riesca ad influenzare scelte elettorali (gli esempi abbondano) o scelte collettive di consumo (addirittura diversificando i prezzi sulla base della capacità individuale di spesa e della propensione al consumo)?
L’IA non potrebbe essere lo strumento per attuare, da parte di pochi, una dittatura informatica tramite la manipolazione mediatica?
Ritenete che si tratti di domande puramente teoriche, di astruserie di persone che si divertono con elucubrazioni mentali?
Forse chi avrà voglia di leggere i testi citati nella piccola bibliografia indicata alla fine di queste considerazioni, potrebbe avere l’opportunità di condividere questo timore.

Come imporre una dittatura informatica?

Quale potrebbe essere una strategia per creare questa situazione nella quale, attraverso un uso spregiudicato (ma mirato…) della IA si possa pervenire ad influenzare pesantemente il comportamento di milioni di persone?
Come pervenire a instaurare quella che più sopra abbiamo definito una “dittatura informatica”?

La strategia probabilmente si dovrebbe strutturare attraverso tre precise serie di azioni.

1.     In primo luogo la raccolta di dati.
Occorre che vengano reperiti, tracciati e quindi raccolti (al fine di poterli elaborare) i dati personali del maggior numero possibile di persone, generalità individuali (data di nascita, residenza, stato civile, situazione familiare), preferenze di consumo, disponibilità finanziarie, simpatie politiche, tipo e qualità delle amicizie…
Si giungono così a creare innumerevoli (miliardi?) di profili individuali e a catalogare e classificare tali profili in blocchi che comprendano profili con caratteristiche abbastanza omogenee fra di loro.

2.     In secondo luogo la costruzione e diffusione di quelle che semplicisticamente vengono definite “fake news”.
In realtà non si tratta di costruire e diffondere notizie interamente false, bensì anche notizie parzialmente false oppure di bloccare la diffusione di notizie vere ma che potrebbero far aprire gli occhi su precedenti o contemporanee informazioni false.
E’ una vera e propria azione di falsificazione delle realtà trasmessa con una carica psicologica tale da restare impressa, più che nella parte cerebrale, in quella emotiva, nella cosiddetta “pancia” delle persone[1].

3.     In terzo luogo la creazione di nuovi paradigmi, ovvero nuovi schemi di riferimento mentali.
Tutti noi usiamo questi schemi, ovvero facciamo (in maniera pressoché automatica) una ricerca veloce nella nostra memoria per ricordare come ci siamo comportati in un certo frangente similare e tendiamo a ripetere quel comportamento, particolarmente se quel tipo di comportamento ci ha permesso di conseguire risultati positivi (ci diciamo internamente “ha funzionato bene”
Ogni volta in più che implementiamo quello stesso comportamento tendiamo, con questa continua ripetizione, a consolidare un preciso schema di riferimento.
Può però capitare che quel certo comportamento, che più volte ha funzionato in maniera ottima, dimostri la sua inattitudine a “funzionare” in una situazione che ci pareva uguale ad altre verificatesi in precedenza e che invece era solo apparentemente uguale ma, in effetti alquanto diversa.
E’ quello che accade allorché un paradigma, uno schema di riferimento mentale, si trasforma in una “distorsione cognitiva”, ovvero pensiamo di conoscere una determinata situazione, mentre in effetti la situazione è diversa.
Sulla base delle informazioni in nostro possesso “leggiamo” una situazione in un determinato modo e applichiamo a quella situazione uno schema di riferimento che, nelle volte precedenti, ha funzionato benissimo sfruttando al meglio a nostro favore le potenzialità offerta da quel particolare contesto.
Che accade però se le informazioni che abbiamo raccolto non sono vere o, peggio, sono state falsificate da altri proprio per modificare il nostro comportamento? Accade che il nostro comportamento, implementato in base una visione distorta della realtà, risulta inadeguato agli scopi prefissi.

Ricapitolando i punti precedenti, possiamo dedurre che una “entità” (politica o economica), che sia pienamente a conoscenza delle nostre caratteristiche personali (peculiarità fisiche, dati logistici, familiari e finanziari, preferenze di gusti, opinioni culturali e politiche…) può, inviandoci false informazioni, attivare in noi determinate distorsioni cognitive e condizionare pesantemente il nostro comportamento senza che noi ne siamo consapevoli.
Ma può una “entità” essere in grado di fare questo a livello mondiale, può raccogliere i dati di miliardi di persone, elaborarli creando profili sia personali che diversificati per tipologia di persone, può mirare e veicolare le informazioni false in maniera da differenziare le stesse in funzione delle diverse persone e delle diverse tipologie, può praticamente orientare il comportamento del mondo intero?
Non so se già questo sia possibile ma certamente lo sviluppo della IA lo renderà possibile. Sarà invero possibile imporre una “dittatura informatica” a livello globale attraverso la manipolazione mediatica delle menti delle persone.

Come difenderci?

Come difenderci, a livello individuale, dal rischio che la nostra mente possa essere mediaticamente manipolata e, di conseguenza, il nostro comportamento, essere condizionato e indirizzato verso fini prescelti da altri?
Quando ero poco più che ventenne e avevo in animo di fare la mia tesi di laurea sui valori della democrazia, mi capitò di leggere “I fondamenti della democrazia” di Hans Kelsen[2].
Kelsen, giurista e sociologo di rilievo mondiale, appartenente alla Scuola di Vienna, sostiene, in questo libro, che il fondamento della democrazia (o, per meglio chiamarla, della liberaldemocrazia) è la cultura del “dubbio”.
Se non ho dubbi, argomentava Kelsen, se penso di avere ragione, di possedere pertanto la “verità” su un determinato argomento, se penso, di conseguenza, che la mia verità non possa che essere sinonimo di bene sia per me che per gli altri (altrimenti non sarebbe “verità”…), quali remore dovrei avere non solo a proporla, ma addirittura ad imporla agli altri... per il loro bene?
A rifletterci, è questo il principio implicito nella dottrina della maggior parte delle religioni a sostegno della loro attività missionaria. Convertire diventa sinonimo di imporre all’altro l’adesione ad una certa fede perché in tal modo realizzerà il suo bene.
Secondo Kelsen solo se mi pongo in un atteggiamento di dubbio, sono capace di presentare la mia opinione all’altro, di ascoltare serenamente la sua e, in uno spirito di ascolto reciproco ( di “dialogo”…), camminare insieme verso la ricerca della verità.
Nel corso della mia vita talvolta ho avuto la forza (perché non è facile…) di assumere questa cultura del dubbio e mi sono chiesto, in certe situazioni in cui avevo espresso una opinione o adottato un comportamento che altre volte era stato giusto; “se invece avessi torto?”, “se quello che dice il mio interlocutore fosse vero?”, “non è che sto insistendo a seguire la mia idea per ostinazione o, peggio, per pigrizia?”.
Ebbene, quando ho avuto questa forza sovente mi è capitato di cambiare la mia opinione, di accettare in tutto o, più spesso, parzialmente, quella del mio interlocutore.
Avere questa cultura del dubbio può essere il primo passo per l’acquisizione di una maggiore libertà di giudizio rispetto alle informazioni che cerchiamo e troviamo autonomamente o che ci piovono addosso da altri.
Ma vivere con questa cultura del dubbio non deve sfociare nell’abbracciare uno scetticismo estremo, bensì nell’evitare di accettare acriticamente informazioni infondate e, invece, nel diventare capaci di valutarle e di discernere, nel mare di informazioni nel quale nuotiamo, quelle vere e utili da quelle false o inutili.
Una volta acquisita una sana cultura del dubbio, il passo successivo per combattere le distorsioni cognitive consiste nel saper ragionare correttamente e soprattutto nel confrontarsi costantemente con altri.
Leggere molto, leggere, con mente aperta, sia testi in linea con le nostre opinioni che testi discordanti e riportanti opinioni diverse, leggere attentamente notando come le persone articolano e motivano i loro ragionamenti, leggere acquisendo un ampio bagaglio informativo, permette di ampliare non solo le nostre informazioni ma soprattutto la nostra capacità di ragionare ed esprimere giudizi corretti.[3]
Ma non è ancora sufficiente.
Un altro e ultimo passo deve essere quello di confrontare le nostre opinioni, i nostri giudizi con quelli di persone che stimiamo (e che magari hanno opinioni e giudizi diversi) in un dialogo in cui la serenità, la sincerità, la assertività e, soprattutto, la voglia di ascoltarsi reciprocamente rappresentino caratteristiche comuni.
Coltivare sempre il dubbio, leggere (o vedere…) acquisendo il maggior numero possibile di informazioni, classificare, collegare e articolare queste ultime sulla base di ragionamenti corretti, mettere alla prova le nostre conclusioni in confronto e dialogo con amici che partono da conclusioni diverse, tutto ciò dovrebbe permettere di raggiungere un certo livello di capacità mentale e intellettiva sufficiente per riconoscere una gran parte delle informazioni false e fuorvianti e per limitare l’influenza della nostre distorsioni cognitive.
Ultima virtù da coltivare è l’umiltà, ovvero la capacità di essere consapevole che, nonostante tutti i tentativi che possiamo mettere in atto, la nostra imperfezione innata di essere umani non ci consentirà mai di essere sicuri di essere completamente liberi da potenziali manipolazioni (di qualsiasi tipo esse siano).

Roma 04/03/2022                                                                              Giuseppe Sbardella

 

Di seguito una breve bibliografia sulla intelligenza artificiale (IA)

1.     M. Tegmark “Vita 3.0”, Raffaele Cortina editore 2018

2.     L Floridi, F. Cabitza, “Intelligenza Artificiale”, Bompiani 2021

3.     L. Floridi “Il verde e il blu”, Raffaele Cortina editore 2020

S. Quintarelli “Capitalismo immateriale”, Bollati Boringhieri 2019




[1] E’ assodato che le emozioni negative (dolore, rabbia, antipatia…) hanno un carica tre volte superiore alle emozioni positive. Pertanto non per caso spesso le fake news sono mirate a suscitare emozioni negative.

[2] Hans Kelsen “I fondamenti della democrazia” edizioni Il Mulino 1966

[3] Quando scrivo “leggere” in effetti metto in evidenza una mia distorsione cognitiva. Per persone più giovani lo stesso effetto si può raggiungere, più che leggendo testi, “vedendo” video ferme restando le altre condizioni già esposte nel caso di lettura.