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mercoledì 6 dicembre 2017

Basta stampare moneta per rilanciare l'economia?



Sto leggendo un libro, regalatomi da un caro giovane amico universitario scritto da un economista non allineato al vulgo neoliberista dominante, libro che da solo non avrei probabilmente comprato.
Ho dovuto rivedere alcune mie convinzioni consolidate, tipo quella che lo Stato sia come una famiglia di famiglie e che, pertanto, nei suoi confronti, si possano fare gli stessi ragionamenti che si fanno con le economie familiari, in particolare l'esigenza di un sostanziale pareggio di bilancio, con un flusso di reddito prodotto da lavoro e/o rendite che deve compensare il flusso delle uscite per spese varie.
In verità lo Stato ha una differenza fondamentale rispetto alla famiglia. Quest'ultima può spendere solo i soldi dei propri stipendi e delle proprie rendite, lo Stato che mantenga la sovranità monetaria può stampare o coniare (in teoria) tutta la moneta che gli occorra.
In particolare, secondo questa scuola di pensiero, è assurdo e controproducente, in una fase di recessione, procedere ad una stretta monetaria e creditizia. Far arrivare (tramite aumenti di imposte o dei tassi di interesse) meno soldi ai cittadini consumatori o imprenditori, in nome dell'esigenza di tenere in equilibrio le entrate e le spese dello Stato, provoca un aggravamento ulteriore della recessione con l'attivazione di un circolo vizioso difficilmente arrestabile.
Il tipo di politica economica sopra descritta può andare bene per i Paesi di cultura germanica. In questi Paesi i cittadini e gli imprenditori, messi di fronte ad una diminuzione del reddito (causa aumento delle imposte o del costo del denaro), reagirebbero impegnandosi ad una maggiore produttività e, di conseguenza, ad aumentare le possibilità di reddito reale nella loro disponibilità (lavorare di più o meglio, innovare nella produzione di beni e servizi ecc.).
Nei Paesi di cultura latina la stessa politica economica conduce ad esiti differenti. I cittadini e gli imprenditori, messi di fronte ad una diminuzione di reddito si ingegnano, sia i primi che i secondi ad una riduzione delle spese. Questo comportamento provoca una contrazione della domanda globale e un aggravamento della recessione.
In tali casi la scuola economica alla quale appartiene l'economista che sto leggendo suggerisce di immettere abbondanza di moneta nel circuito economico interno, o tramite stampa diretta o emettendo titoli di debito pubblico, o abbassando il tasso di sconto. L’unica attenzione è quella di riuscire a far arrivare direttamente i soldi, nella maniera più rapida possibile, nelle tasche dei cittadini consumatori e/o imprenditori.
La ripresa immediata della domanda globale innescherebbe un circuito vizioso di uscita dalla recessione.
La avvertenza, posta bene in evidenza è che un certo lieve aumento del tasso di inflazione sia prevedibile e accettabile, a condizione che l’afflusso di nuova moneta diminuisca e si blocchi una volta raggiunta la piena occupazione.

Devo confessare che questa impostazione mi ha colpito (anche se non mi era del tutto nuova) ma non mi ha convinto pienamente sulla sua applicabilità nel nostro Paese.
In primo luogo ho seri dubbi che sia possibile, come ipotizzato,  una ampia diffusione della offerta di moneta aggiuntiva  nel contesto di una società civile incrostata da una caterva di gruppi di potere consolidati, di lobby, di corporazioni specializzate nell’intercettare i soldi pubblici. Si rischierebbe che le risorse finanziarie nuove non venissero utilizzate per consumi o investimenti aggiuntivi e fossero invece impiegate per operazioni illecite o, magari, solo speculative particolarmente sui mercati esteri.
E anche concesso che i soldi andassero nelle tasche dei normali cittadini e imprenditori, chi può assicurare che questi soldi  non siano utilizzati (sulla spinta di consumi dettati da mirate campagne di marketing) per l’acquisto di beni prodotti all’estero?
Aggiungerei, in secondo luogo, che una simile politica comporterebbe un aumento della spesa pubblica finanziata (almeno in buona parte) con l’emissioni di titoli di Stato. Siamo certi che i mercati esteri siano pronti, in presenza di un aumento ulteriore della spesa pubblica italiana, ad acquistare i titolo di Stato italiani? Certo potrebbero comprarli i cittadini italiani, utilizzando magari i soldi ottenuti dalla stampa della moneta aggiuntiva; temo che ci troveremmo ad una soluzione buona per Monòpoli non per uno Stato serio inserito in un contesto internazionale.
Terzo (ma non ultimo per ordine di importanza) motivo di dubbio riguarda il comportamento dei cittadini che, una volta inondati di soldi pubblici per rilanciare l’economia, una volta raggiunta la piena occupazione dovrebbero accettare tranquillamente una riduzione e successiva cessazione dell’offerta di moneta  praticamente quasi gratuita e si troverebbero nella necessità di compensare il mancato flusso di reddito con un maggiore impegno lavorativo o imprenditoriale. Non sarà che i cittadini (e penso subito alla maggioranza dei miei connazionali) una volta ottenuto il denaro facile non accetterebbero una sua riduzione e cercherebbero di premiare quei politici che ne promettessero il mantenimento? A questo punto sarebbe certa una pesante inflazione e una molto probabile svalutazione monetaria con tutto ciò che ne consegue  a livello di squilibri sociali interni e di rapporti con i Paesi esteri.
Solo uno Governo autoritario potrebbe tornare a ridurre l’offerta di moneta.

Mi sembra che la linea economica alla quale ho fatto riferimento, basata sull’ampliamento significativo e ad oltranza dell’offerta di moneta, possa funzionare solo in presenza di alcune condizioni molto precise:
a) uno Stato autoritario in grado di sciogliere le incrostazioni sociali esistenti e di imporre scelte precise, in termini di stile di vita e di investimenti, a cittadini e imprenditori;
b) una economia “chiusa” ai mercati esteri, praticamente autarchica;
c) il pieno ripristino della sovranità monetaria .

Conseguenza pratica della scelta di una tale linea sarebbe quella non solo di uscire dall’ area dell’ Euro ma anche di chiudere o limitare di molto il traffico di persone e di beni con gli altri Paesi europei e non .

Penso che la maggioranza degli italiani non sarebbe consenziente.

Ancora una volta mi rendo conto di come certe impostazioni sociali o economiche, perfette e inappuntabili dal punto di vista teorico, si rivelino poi non convincenti al confronto con la dura realtà.
Se è vero che una rigida politica di austerity non è assolutamente applicabile in Italia, è altrettanto vero che soluzioni miracolistiche e facili non esistono.
Occorre procedere, come ha detto recentemente il Ministro Padoan, lungo un sentiero stretto cercando di sfruttare al massimo la possibilità di misure espansive ma cercando mantenere il collegamento con i Paesi europei e una valutazione positiva dei mercati esteri.

Roma 6 dicembre 2017

giovedì 23 novembre 2017

Rosatellum e Mattarellum (solo una differenza di percentuali?)

Attenzione, il Rosatellum è molto diverso dal Mattarellum anche se sembrano simili (una parte degli eletti su base uninominale e una parte su base proporzionale anche se, nei due sistemi, le percentuali sono sostanzialmente quasi rovesciate).
Nel MATTARELLUM vigeva la possibilità del voto disgiunto, per cui se il mio partito era per esempio il partito arancione (che non esiste..) inserito nella coalizione 1, io ben potevo votare il mio partito preferito (arancione) nel proporzionale e, qualora il candidato della coalizione 1 nell'uninominale non mi fosse piaciuto, potevo votare un candidato di mio maggior gradimento di un'altra coalizione (lo scrivo perché io l'ho fatto e non solo una volta).
Nel ROSATELLUM questa possibilità di disgiungere i voti non è prevista per cui se il candidato della coalizione non mi fosse gradito, lo dovrei votare lo stesso se volessi comunque sostenere il mio partito arancione. E se fossi molto legato al mio partito di elezione e non mi andasse di votarne un altro potrei decidere di astenermi.
Non dico che sia un bene o che sia un male, dico che occorre sapere che con il Rosatellum le coalizione (tutte) devono scegliere bene i loro candidati nell'uninominale perché altrimenti rischiano di perdere il voto nella sua interezza.
E sicuramente il Rosatellum spinge di più all'astensione.
Detto questo meglio comunque il Rosatellum del proporzionale.
E speriamo di essere riuscito a spiegarmi,,,

martedì 26 settembre 2017

Una Chiesa più leggera e più sobria...


Ultimamente, parlando con alcuni miei amici laici, un tempo attivamente praticanti cattolici e oggi molto lontani dalla Chiesa ufficiale mi sono reso conto di una cosa.
La Chiesa cattolica è ancora troppo piena di formule, di regole, di riti, di incarischi onorifici, per essere accettata da persone, intelletualmente e onestamente aperte, che vivono la realtà del XXI secolo.
Occorre forse riformulare alcuni dogmi per renderli più conprensibili ad una cultura come quella moderna (ha ancora un senso parlare di Gesù Cristo "Figlio di Dio" o occorre formulare lo stesso concetto in una maniera più chiara e attuale?), eliminare o cambiare alcune regolette (come quella del digiuno quaresimale o delle indulgenze..) per far sì che ne sia pienamente compresa la validità, rendere più sobri e pregnanti i riti e le liturgie, eliminare incarichi onorifici ormai incomprensibili (Monsignori, Arcivescovi...).
Forse occorrerebbe ricordare che la Chiesa nasce a si rafforza intorno a quattro punti fermi:
1) l'Eucarestia;
2) la Parola;
3) la Carità fraterna;
4) i Sacramenti (magari eliminando quello incomprensivo che è la Cresima).
Papa Francesco ha fatto tanto su questa strada ma forse ci vorrebbe un altro Martin Lutero.
Scandalizzati? mi considerate eretico? forse lo sono ma in coscienza la penso così.

venerdì 22 settembre 2017

MA GESU' HA VERAMENTE AMATO IL DOLORE?

Sono stato sempre convinto che i cristiani devono sentirsi chiamati dalla loro fede a vivere con GIOIA e SPERANZA.
Esiste una (purtroppo..) vasta corrente spirituale che ha percorso, durante tutti i secoli, il cristianesimo enfatizzando l'importanza del dolore.
In sintesi, secondo questi cristiani, occorre "amare la croce" se non addirittura cercarla. Se Gesù è morto in croce per redimere gli uomini, anche noi dovremmo cercare di seguirlo sulla croce, cercando e amando il dolore.
Però, a ben leggere il Vangelo, GESU' NON HA MAI AMATO IL DOLORE, anzi ha passato la vita a combatterlo, a guarire gli uomini dai mali fisici e spirituali, a proclamare una buona novella intrisa di gioia e di speranza.
Nell'orto del Getsemani Gesù chiede espressamente che gli venga risparmiato il "calice" ovvero l'esperienza della croce, accetta la volontà del Padre, e la croce, solo perché comprende che così realizzerà pienamente la sua missione.
Noi non dobbiamo amare la croce, dobbiamo AMARE LA PERSONA DI GESU' in croce (così come dobbiamo amare la persona di Gesù che combatte i mali fisici e spirituali, che conversa con gli amici a mensa, che dialoga con i dubbiosi, che fustiga gli imbroglioni...).
E allora come spiegare la frase "chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua"?
I più avveduti biblisti spiegano che questa frase non è un invito a cercare il dolore, è semplicemente un invito a seguire il messaggio di Gesù senza avere timore, anzi affrontando con speranza, le difficoltà, i problemi, i sacrifici, che il seguire un messaggio indubbiamente controcorrente comporta.
Il cristiano, seguendo l'esempio di Gesù, non ama il dolore ma lo combatte, soprattutto nei suoi fratelli, alleviando le loro sofferenze materiali e spirituali, donandosi pienamente a loro, riconoscendo la persona di Gesù in quella dei loro fratelli nella sofferenza.

mercoledì 6 settembre 2017

Seguire un disegno di Dio...

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24).

Sono stato sempre convinto che queste parole non rappresentano un invito di Gesù ad amare la croce (Gesù non l'ha amata, anzi ha chiesto al Padre di evitargliela) bensì, più precisamente un invito ad aderire alla propria vocazione particolare, a seguire il disegno che Dio, nel suo amore, ha pensato per ciascuno di noi.
Un disegno che comporta gioie e dolori, affanni e conquiste, arretramenti e vittorie in quella che possiamo chiamare una avventura divina.

lunedì 4 settembre 2017

L'elastico

Una preghiera di Michel Quoist che mi ha sempre colpito.
Il titolo è "L'ELASTICO".
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Con due mani tirava sull'elastico per fissare il pacco sul portabagagli.
Per ben tre volte, finché bruscamente l'elastico si ruppe.
Si teneva la mano, perché l'elastico era tornato indietro violentemente e l'aveva sferzato, scontento d'esser stato così maltrattato.

Occorreva ricominciare da capo con altri legami.
Così, Signore, nella mia squadra, ho diritto di tirare, ma non di rompere.
Perché gli altri tornerebbero indietro, mentre io mi troverei solo sulla strada ignota, e tutto sarebbe da rifare.
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giovedì 17 agosto 2017

GESU' ATEO ?

Sono rimasto sempre molto colpito dalla penultima fase della vita di Gesù, la sua morte. Vi stupite se parlo di penultima fase e non di ultima? A mio parere, in effetti, l'ultima fase è quella che va dalla morte alla risurrezione.
Non ha senso fermarsi a Gesù morto, anche perché la sua morte ha un senso solo nella prospettiva di Gesù RISORTO.

Ma torniamo alla morte in croce così come raccontata dai Vangeli.

Non mi ha mai convinto, dal punto di vista razionale, la riflessione che la morte di Gesù, fra immani dolori, possa essere vista come una spiegazione esauriente all'esistenza del dolore o un tentativo compiuto di risposta alla presunta inconciliabilità fra esistenza di Dio e esistenza del dolore.
Sono più che persuaso che abbia ragione Papa Francesco quando confessa che un certo tipo di dolore (ad esempio la morte di bambini o di giovani genitori...) rimanga per noi un mistero della volontà di Dio, di fronte al quale possiamo solo balbettare qualcosa ma non illuderci di dare spiegazioni che soddisfino.

Nemmeno mi convince la decisione che molti cristiani traggono dall'episodio, di cercare il dolore, il sacrificio, come forma di propria ricerca della perfezione.
I Vangeli ci raccontano di un Gesù che ha sempre combattuto i dolori, i suoi miracoli (specialmente quelli relativi alle guarigioni dei malati) stanno lì a dimostrarlo.
Né bisogna dimenticare che, fino all'ultimo (anche nell'orto del Getsemani) Gesù chiede al Padre di risparmiargli quel passaggio (che lui chiama il “calice”).
Gesù accetta il dolore, non lo cerca né lo ha mai cercato !

In questi ultimi giorni di agosto ho approfondito il senso di quel suo ultimo grido sulla croce “Eli, Eli, lama sabactani (Dio mio,Dio mio perché mi hai abbandonato)?” che riprende un verso del salmo 22 ma che lui sembra ripetere gridando perché lo ritiene adatto alla sua situazione.
Gesù sulla croce dà la testimonianza di essere un uomo, di essere pienamente compartecipe della natura umana.
Dal punto di vista fisico, prova una sofferenza indicibile, come quella derivante dall'essere appeso ad una croce.
Dal punto di vista psicologico prova l'abbandono da parte della folla di Gerusalemme (che qualche giorno prima lo aveva accolto in città come re), nonché quello dei suoi amici più fidati, gli apostoli. Ai piedi della croce vede solo la madre Maria, l'amico prediletto Giovanni e, verosimilmente, una donna che forse lo amava (perché pensare di no?) come Maria Maddalena.
Un Gesù lasciato solo che dimostra pienamente di essere un nostro fratello come uomo, un nostro compagno di viaggio, quel viaggio che comporta, oltre a momenti di gioia e di piacere, altri pieni di angoscia e di dolore. Gesù uomo prova tutti questi momenti, proprio come noi.

Qualcuno potrebbe obiettare, tutto questo è vero ma, come figlio di Dio, Gesù era pur sempre consapevole che alla fine il Padre sarebbe potuto intervenire per liberarlo da quella situazione.
Ma anche questo aggancio crolla, Gesù urla l'abbandono da parte del Padre, si sente solo, si sente solo uomo, sente che il suo Dio non c'è.
In questo senso mi piace pensare ad un GESU' ATEO, ad un Gesù, cioè che, nel suo condividere pienamente la natura e la sorte degli altri uomini, ha accettato di provare ad abbattere l'ultima barriera che lo divideva dall'essere pienamente uomo, il diventare ateo!
Gesù in quel momento è un uomo pienamente solo, non ha più alcun aggancio positivo al quale collegarsi per cercare un barlume di positività, prova tutto ciò che i singoli uomini possono provare nel corso della vita.

Ed è qui che questo Gesù ateo (come mi piace chiamarlo per definire la sua situazione di piena umanità) ha uno scatto “Padre nelle tua mani affido il mio spirito”, uno scatto di fede pura (una fede cioè che non si basa su alcuna soddisfazione spirituale o materiale), di uomo solo che, nella sua “forte debolezza” (come altrimenti chiamarla?) trova l'energia dinamica per credere nonostante tutto, quella energia dinamica che attiva il processo dell'ultima fase della sua vita che culminerà, due giorni dopo, nella Resurrezione.

Cosa concludere da questa riflessione?

In primo luogo ho molto introiettato la convinzione della piena umanità di Gesù, la possibilità di poter vivere come lui, una possibilità che è per tutti, anche per i credenti di altre denominazioni, ma anche per gli atei, perché anche lui è stato ateo.
Il cristiano non deve cessare di essere pienamente uomo per essere realmente cristiano, la sequela di Gesù lo porta alla piena umanità.
E questo è valido anche per un ateo, essere compagno di viaggio umano di Gesù lo porta ad essere ancora più pienamente uomo.

In secondo luogo questa riflessione mi porta a credere che non Ci sia una situazione così negativa dalla quale una persona non possa pur sempre rialzarsi per iniziare di nuovo un processo di risurrezione.
Chissà che quel Dio Padre che Gesù non sentiva più era nascosto e invisibile ma pur sempre presente, come è presente (nascosto) vicino a tutti quelli che, pur non credendo nella sua esistenza, credono che sia possibile vivere facendo il bene?

martedì 20 giugno 2017

Riformismo.... vero o falso?



Premetto subito cosa si vuole intendere per “riformismo” nell’ambito di queste brevi considerazioni.
Si può definite riformismo quell’approccio mentale e quella linea di condotta rivolti a
a) cambiare l’assetto sociale di una determinata comunità,
b) in maniera graduale e non violenta,
c) sulla base del consenso più ampio possibile,
d) verso obiettivi di una maggiore libertà e giustizia sociale,
e) mediante l’incentivazione dell’iniziativa individuale e delle attitudini alla solidarietà,
f) in un contesto di tensione verso il bene comune.
I riformisti si differenziano da conservatori perché puntano a modificare in profondità e non a conservare l’assetto sociale esistente. Hanno punti di contatto con i conservatori sul metodo non violento e sulla ricerca del consenso.
Dall’altra parte i riformisti si differenziano dai rivoluzionari perché questi ultimi rifiutano la gradualità degli interventi e anche la ricerca assoluta del previo consenso (che sperano di acquisire dopo l’evento rivoluzionario).

Coloro che credono nel riformismo hanno compreso, dallo studio della storia, che le rivoluzioni, anche quelle nate con le migliori intenzioni, passano il più delle volte attraverso momenti di terrore e sfociano generalmente o in situazioni totalitarie o in restaurazioni dell’assetto sociale preesistente.
Né possono confidare in alleanze durature con i conservatori perché l’obiettivo finale di questi ultimi (conservare la struttura sociale in atto) è assolutamente configgente con quello dei riformisti.

Il compito dei riformisti è altamente difficile è consiste nel procedere attraverso una continua azione di mediazione fra:
1.    l’ambizione del fine da raggiungere e la realtà dei rapporti di forza in essere;
2.    la necessità di raccogliere il consenso attraverso una talvolta lenta opera di spiegazione razionale e di convincimento e, sull’altro verso, la necessità di un cammino graduale sì ma progressivo e non eccessivamente lento;
3.    l’attenzione alla realtà nazionale e alla conseguente azione locale e, contemporaneamente, ai limiti e ai vincoli che vengono posti da realtà e/o istituzioni  continentali o addirittura globali;
4.    il peso sempre maggiore dell’economia e della finanza nelle scelte individuali e la rivendicazione dell’almeno pari peso che devono avere altri elementi come l’etica e la politica.

Questa scelta di procedere attraverso passi graduali e continue mediazioni rende i riformisti invisi ai rivoluzionari che sognano soluzioni rapide e definitive.
Non di rado la furia, anche violenta, di questi ultimi si abbatte sulle persone fisiche dei riformisti (e in Italia abbiamo avuto molti esempi, Moro, Bachelet, Tobagi…) più che, come apparirebbe logico, su quelle dei conservatori.
Infatti i rivoluzionari pensano che l’atteggiamento riformista non solo rallenti lo slancio delle grandi masse (solo immaginate e spesso non reali) interessate al successo rapido della rivoluzione, ma le cloroformizzi tramite l’ottenimento di successi parziali che ritengono non significativi e comunque non influenti sul cambiamento dell’assetto sociale.  

Sul fronte del rapporto con i conservatori, interessati per principio a conservare l’assetto sociale esistente, i problemi non sono sicuramente inferiori.
Occorre infatti pensare all’assetto sociale non come ad un sistema fisso e immutabile di elementi, di aspetti e di rapporti intercorrenti tra essi, ma immaginarlo invece come un sistema in continua ricerca dell’equilibrio più consono a stabilizzare la distribuzione delle risorse a favore delle classi dominanti.
In questa prospettiva anche i conservatori sono propensi ad accettare riforme dell’assetto sociale che non stravolgano la stratificazione delle classi o la distribuzione delle risorse, ma puntino solo a rendere più efficiente il sistema.
Sono proprio queste le riforme più facili da ottenere, ma che non devono accontentare i veri riformisti stimolandoli a insistere su cambiamenti strutturali ben più incisivi e rivolti a cambiare l’assetto sociale nei suoi elementi di stratificazione delle classi, introducendo maggiore mobilità fra le stesse e procedendo ad una più equa redistribuzione delle risorse.

Due esempi possono servire a chiarire questo aspetto.

Il primo esempio riguarda la tendenza del sistema economico dominante a respingere l’adozione di contratti di lavoro a tempo indeterminato, privilegiando invece quelli a tempo determinato o comunque caratterizzati da un’ampia possibilità di libero recesso anticipato da parte del datore di lavoro.
Sempre in questa ottica si comprende anche l’avversione verso i vecchi contratti di lavoro a livello nazionale.
Tutto questo viene giustificato (purtroppo a ragione…) con la necessità di mantenersi competitivi con il resto del mondo e magari, (ma questo non lo si dice), di  conservare o migliorare i margini di profitto e i dividendi da distribuire agli investitori.
Una politica riformista di basso respiro può limitarsi a regolamentare meglio questi contratti a tempo determinato o comunque precari, introducendo, ad esempio, una indennità per licenziamento, l’identificazione più precisa del tipo di datore di lavoro che può utilizzarli (con relativo divieto per altri), l’introduzione di garanzia di tipo collettivo sindacale.
Questo tipo di riforma può facilmente essere negoziata ed accettata dalle classi dominanti perché non mette in discussione il dogma della ineluttabilità del lavoro a tempo determinato.
Ben diverso potrebbe essere il risultato se si alzasse il livello del confronto dal meramente locale o nazionale ad uno continentale e se Unioni sindacali continentali fossero in grado di negoziare vincoli legali e soglie temporali ed economiche a livello multinazionale.
E’ chiaro che non si tratta più di avviare un negoziato all’interno della cornice di un sistema economico e di un modello di sviluppo già esistenti ma di uscire da questa cornice e di procedere a cambiamenti a livello sovranazionale del sistema economico e del modello di sviluppo prevalenti.
Non si tratta di trattare nell’ambito di un paradigma esistente, ma di creare un nuovo paradigma.

Un secondo esempio può essere tratto dal problema dell’immane flusso migratorio in essere dall’Africa e da una parte dell’Asia verso l’Europa, spinto dalla necessità di sfuggire alle guerre o alle carestie o dal desiderio di avere per sé o per i propri figli un avvenire migliore.
Per questa situazione la posizione dei conservatori è netta, occorre frapporre  ostacoli insuperabili alla migrazione per riuscire a bloccarla (anche se la storia ha insegnato abbondantemente che si tratta di una soluzione che non funziona).
Una posizione opposta ma ugualmente totalitaria è assunta dai rivoluzionari che vorrebbero accogliere tutti velocemente e subito senza preoccuparsi dei tempi necessari per l’integrazione culturale e sottovalutando il rischio di una deflagrazione sociale e di una guerra fra poveri.
Cosa prospettano i riformisti?
I più pensano alla possibilità di gestire i flussi migratori, procedendo alla implementazione  di canali umanitari (al fine di combattere i profitti illeciti da parte di scafisti senza scrupoli), prevedendo delle quote ottimali di immigrati sostenibili dalle singole Nazioni europee e, magari, aumentando i fondi per le iniziative di integrazione culturale ed etnica.
Sono ben visibili le difficoltà che questo ragionevole, ma astratto, programma, incontra presso l’opinione pubblica delle Nazioni coinvolte, e che lo rendono di molto complessa, se non impossibile, implementazione.
E poi, diciamocelo francamente, che senso ha svuotare l’Africa per riempie l’Europa di africani?

Forse una politica riformista di più elevato respiro dovrebbe essere ben diversa e, a fianco dei canali umanitari e della iniziative di integrazione culturale, immaginare e implementare iniziative che prevedano azioni anche nel territorio di imbarco degli immigrati (con controllo delle coste per evitare imbarchi illegittimi e permettere solo quelli, controllati, tramite canali umanitari).
Ben più importante e risolutiva potrebbe essere un’azione comune, di tipo continentale, per investimenti produttivi nei Paesi di origine della migrazione, diretti a creare colà posti di lavoro e comunque ad alzare il livello di vita di quei popoli (anche, ma non solo, con la costruzione e la cogestione di ospedali, scuole e di altre opere di carattere sociale.
L’obiezione potrebbe essere che iniziative come queste, operate sul territorio di un Paese straniero potrebbero essere considerate come iniziative di carattere neo-coloniale.
Tale obiezione può essere facilmente smontata. Quando un problema, come quello della migrazione, assume un carattere sovranazionale dovrebbe apparire evidente che la sua soluzione non può essere lasciata solo alla sovranità del Paese dei migranti ma coinvolgere anche la sovranità dei Paesi verso i quali i migranti si rivolgono.
E’ chiaro che tali azioni non sarebbero ancora sufficienti, ma i riformisti dovrebbero anche operare sulla opinione pubblica dei loro Paesi per creare una mentalità contraria al traffico di armi e a quelle iniziative economiche che apportano guerra e sfruttamento nei Paesi africani.
Si tratta di una politica riformista che abbisognerebbe di molte risorse finanziarie da parte dei Paesi d’arrivo della migrazione e sicuramente, anche per questo motivo non molto popolare.

Occorre, comunque, far comprendere all’opinione pubblica che una politica veramente riformista non è né una politica rivoluzionaria, che vuole cambiare tutto senza poi in concreto cambiare nulla, né una politica conservatrice che vuole simulare un cambiamento senza voler cambiare nulla.
Una politica veramente riformista è una politica che incide decisamente sull’assetto sociale esistente e che comporta dei costi da far sostenere soprattutto dalle classi sociali che hanno goduto dei privilegi della situazione precedente.
Un riformismo che non costasse o i cui costi fossero ripartiti fra tutte le classi sociali non sarebbe vero riformismo.
La sua forza sta essenzialmente nella sua ragionevolezza, nella capacità di convincere l’opinione pubblica che i sacrifici (distribuiti equamente) sopportati nel breve termine apporterebbero, nel medio e nel breve termine vantaggi molto più grandi di quelli che si potrebbero ottenere tramite l’implementazione di politiche di stampo rivoluzionario o conservatore.
Più i riformisti riescono a far ragionare gli elettori e a sovrastare gli appelli alla loro “pancia” da parte dei populisti rivoluzionari e/o conservatori, più hanno speranza di attuare con il consenso politiche riformiste di alto respiro.

venerdì 16 giugno 2017

Ius soli? Qualche dubbio ce l'ho.

Cerco di spiegare meglio la mia AVVERSIONE ALLA LEGGE SULLO IUS SOLI.
Innanzitutto conosco la legge e so benissimo che la nascita in Italia non rappresenta l'unica condizione per acquisire la cittadinanza ma che sono necessari altri requisiti di tipo penale, culturale e di continuità di permanenza.
Però rimane il fatto che il messaggio fondamentale che viene dato (e che viene recepito) è che ora, contrariamente a prima, se si nasce in Italia da genitori non italiani sarà più facile ottenere la cittadinanza.
Sono anche consapevole che i migranti vengono in Italia anche per motivi legati alla possibilità di trovare lavoro o una sanità più efficiente ecc. ma sicuramente la possibilità di dare più facilmente ai loro figli la cittadinanza italiana funge da ulteriore incentivo.
Il segnale politico che viene dato è che l'Italia rimane assolutamente e totalmente aperta ad accogliere tutti i migranti, segnale che incentiva i migranti a venire e i popoli dell'Europa centrale (con i queli dovremmo creare una unica comunità) alzare ulteriori barriere anche nei nostri confronti.
Sono assolutamente convinto (e non per motivi ideologici ma solo di opportunità politica) che in questo momento storico particolare occorre procedere a gestire e a filtrare il fenomeno migratorio, non a dare segnali di ulteriore apertura e incoraggiamento a venire in Italia.
Si poteva benissimo ricorrere ad una "SANATORIA" per il quasi 1 milione di bambini nati in Italia e culturalmente italiani senza procedere ad una variazione definitiva della legge sullla cittadinanza, che rappresenta un incentivo in più a venire in Italia da parte di quei migranti che aspirano a una cittadinanza più facile per i loro futuri figli.
Ripeto, si tratta di FILTRARE e GESTIRE la migrazione, non certo di procedere a blocchi o a respingimenti.
E il ministro MINNITI sta operando benissimo in questa direzione.
Si tratta di includere e integrare, ma senza accelerare perché si rischia di creare ulteriori fratture in una coesione sociale già scarsa e di provocare uno slittamento a destra dell'elettorato italiano, verso una destra che in maggioranza appare abbastanza incline a derive autoritarie e razzistiche.
E poi occorre essere chiari. Un processo di integrazione, come quello che abbiamo davanti, non sarà, almeno nel breve-medio periodo, gratis ma produrrà, se non condiviso con l'Europa, una diminuzione del livello di vita degli italiani.
Chi m conosce sa che non sono incline a posizioni di tipo leghista o, per certi versi, grillino.
Non credo nelle identità culturali chiuse e impermeabili, credo che il dialogo arricchisca le diversità culturali, ma credo anche che indebite accelerazioni siano dannose anche per una sana e efficace prosecuzione di questo dialogo.
Diciamo a Roma "la gatta frettolosa fa i figli ciechi".
Non vorrei domani trovarmi in una Italia stile l'attuale Ungheria!

venerdì 2 giugno 2017

"TEDESCUM" o "FURBESCUM"?

NON E' VERO che stiamo applicando in Italia il sistema elettorale ("tedescum"), quello italiano (il "furbescum") ha almeno due differenze importanti dal punto di vista del POTERE DEI CITTADINI.
A) In PRIMO LUOGO, il tedescum è nei fatti completamente proporzionale, con questa accortezza: la percentuale ottenuta nella parte proporzionale serve a CALCOLARE il numero dei seggi di ogni partito, la parte unimominale serve a individuare CHI viene eletto in parlamento.
In pratica tutti gli eletti nei collegi uninominali vanno in Parlamento. Se il loro numero è inferiore alla % dei voti ottenuti dal partito nel proporzionale si pescano, per raggiungere la quora degli eletti, i più votati nella parte proporzionale; se invece il numero degli eletti è superiore alla % dei voti ottenuti nel proporzionale, tutti gli eletti nell'uninominale vanno ugualmente in Parlamento ma, per compensazione, si alza anche la quota di seggi spettanti agli altri partiti,
In pratica nel tedescum si dà la prevalenza al voto dei cittadini riguardo alla scelta sui singoli candidati nell'uninominale.
Invece, nel "furbescum" prima si calcola la quota percentuale raggiunta dai partiti, poi si calcola il conseguenziale numero di seggi, attribuendoli però a cominciare dai CAPOLISTA dei listini bloccati.
Si dà più importanza ai capolista (in pratica scelti dalle Segreterie dei partiti) che ai candidati nell' uninominale scelti drettamente dai cittadini.
B) In SECONDO LUOGO, il tedescum permette ai cittadini di esprimere un VOTO DISGIUNTO, votando per un candidato all'uninominale ma non necessariamente per la lista collegata (questo meccanismo ha permesso spesso ai partiti non principali di superare le soglia del 5%.
Il furbescum non permette invece il voto disgiunto per cui è obbligatorio votare una lista bloccata al proporzionale e il relatvo candidato uninominale collegato.
Concludendo il "furbescum" è un sistema elettorale che mina fortemente il diritto dei cittadini di eleggere i propri rappresentati, attribuendo invece più potere alle Segreterie dei partiti.
Siamo certi che la Corte Costituzionale non avrà nulla da eccepire?