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martedì 11 settembre 2018

Se vuoi arrivare primo vai avanti da solo, se vuoi andare lontano vai avanti in gruppo. E’ proprio vero?


Un vecchio proverbio africano recita: “Se vuoi arrivare primo vai avanti da solo, se vuoi andare lontano  vai avanti in gruppo”.
Sembra vero, ma forse, approfondendo, emergono alcune perplessità.
Se si procede tenendo insieme tutti, il gruppo inevitabilmente procederà al passo delle persone più lente. Ogni eventuale, anche minima, accelerazione farà perdere contatto alla persone che sono in coda e non riescono a reggere più il ritmo.
L’andare tutti  insieme presuppone un passo più lento di chi procede da solo o con un piccolo gruppo.
Se l’obiettivo del cammino è solo il cammino per se stesso, non sorge nessun problema.
Se invece l’obiettivo del cammino è far progredire il gruppo, facendogli raggiungere nuove posizioni, ruoli, o risorse materiali o immateriali (comprese quelle spirituali…) le cose si complicano.
Non sempre è vero che queste posizioni, ruoli, risorse siano in numero illimitato, anzi il più delle volte sono in numero limitato e sono appannaggio dei singoli (o dei gruppi) più veloci.
Basta pensare a quello che avviene nel mondo globale di oggi, laddove l’economia pone in competizione fra di loro non singoli gruppi ma interi Paesi .
I Paesi più efficienti e veloci (e per Paese intendo l’insieme collettivo  congiunto della società civile e della classe politica ed economica) riescono ad acquisire le posizioni migliori e le risorse maggiori a scapito dei Paesi più lenti che rimangono dietro. Non solo se questi Paesi insistono nel voler far viaggiare alla stessa velocità tutti i cittadini, resteranno sempre indietro.
Se infatti paragoniamo i Paesi più veloci a un gruppo di cavalli e quelli più lenti a un gruppo di cani non possiamo non notare che, più lunga è la corsa più, inevitabilmente, si amplia la distanza fra i due gruppi concorrenti.
Questo vuol dire che un Paese il quale abbia al suo interno vaste aree di arretratezza culturale, se non vuole lasciare al loro destino ampie fasce di popolazione e vuole invece praticare politiche di inclusione sociale, è destinato ad un declino più o meno rapido?
Forse no!
Forse la soluzione potrebbe consistere nel formare piccole avanguardie più veloci con un duplice compito: a) da una parte correre in competizione con gli altri Paesi per raggiungere le posizioni migliori e acquisire maggiori risorse; b) dall’altre tracciare la strada per rendere più facile e più veloce il cammino della più ampia retroguardia.
Che ne dite? Esistono alternative più valide?


martedì 5 giugno 2018

Piccoli suggerimenti per rendere migliore la SCUOLA

Testo dell'articolo scritto oggi da Galli Della Loggia sul Corriere della Sera.

Gentile signor ministro dell’Istruzioneimmagino la quantità di pratiche, di dossier, di circolari, ognuna con relative decisioni importanti da prendere, che appena messo piede a viale Trastevere avrà trovato sulla sua scrivania. Ma non è per aggiungere altri impegni a quelli gravosi che lei già ha che le vorrei proporre di adottare subito alcune misure — peraltro assai semplici — adottabili quindi con estrema facilità. È solo perché esse darebbero subito l’idea, mi sembra, che qualcosa sta veramente per cambiare nella scuola italiana. Solo l’idea naturalmente, ma di sicuro assai importante, circa la direzione verso cui non solo a mio giudizio, mi illudo di credere, la scuola italiana deve andare. Ecco dunque in breve le dieci misure che le propongo di prendere a cominciare già dal prossimo settembre:
1) Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico — ha scritto Hannah Arendt, non propriamente una filosofa gentiliana, come lei sa — non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo. La sede propria della democrazia non sono le aule scolastiche.
2) Sempre a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del docente.
3) Divieto deciso nei confronti di tutte le «occupazioni» più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna cominciare a dire le cose come stanno.
4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.
5) Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio.
6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio iniziarla proprio nella scuola?
7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici cellulari).
8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto della scuola diventi : «Il buon cinema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!».
9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.
10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato.
Gentile signor ministro, lei si trova oggi alla testa di un dicastero importante nel quadro di un governo che ama definirsi del «cambiamento»; che da quando ha cominciato a vedere la luce non ha fatto altro che ripetere questa parola: cambiamento! E allora coraggio, cambi! Cambi subito almeno qualche piccola cosa: che poi, dia retta, piccola non sarebbe proprio per nulla.

lunedì 28 maggio 2018

La via dell'autarchia e la via dell'Europa

Non comprendo lo stupore di molti nell'accorgersi che il potere dei mercati finanziari internazionali è uguale (se non superiore) a quello dei Parlamenti liberamente eletti.
Ma dove siete stati dal 1990 ad oggi, su Marte?
Dopo la caduta dei muri fisici ancora più importante è stata la caduta dei muri delle frontiere della sovranità fiscale.
Ormai basta un click per spostare enormi capitali o settori aziendali da un Paese all'altro (e c'è chi vaneggia ancora di imposte patrimoniali che colpirebbero solo risparmiatori sprovveduti).
Si può riconquistare la sovranità fiscale e finanziaria?
Certo che si può, seguendo due strade alternative.
La prima è la chiusura del mercati nazionali e delle frontiere nonché un ferreo controllo sulle comunicazioni (internet incluso) e sullo spostamento delle persone con tutto ciò che comporta sul piano della libertà personale.
Questo vorrebbe dire mettere in atto una politica autarchica (non nuova per l'Italia (qualcuno ha forse studiato la "battaglia del grano" o il dono delle "fedi alla Patria"?).
E' una strada percorribile ma ci estraneeremmo dai mercati internazionali e dovremmo rivedere il nostro stile di vita (chiaramente limitando i consumi). Siamo pronti a questo?
Per inciso, a parte la nostra esperienza nel ventennio, non vi sono esempi di successo di una politica autarchica, condotta da un Paese povero. Anche la Russia sovietica ha resistito per anni (a prezzo della libertà e di povertà interna) per conservare una politica autarchica e cercare di essere una grande potenza. Sappiamo come è finita.
L'alternativa all'autarchia è più lunga ma ha il pregio di causare meno danni.
Se il potere economico e finanziario è globale, occorre bilanciarlo con un potere politico democratico globale.
Nessuna nazione può farcela individualmente, occorre portare avanti disegni di aggregazioni sovranazionali su basi almeno continentali e riconquistare, a livello superiore, quella sovranità persa a livello nazionale.
L'Italia non può fare a meno dell'Europa, se non percorrendo la linea aurtarchica.
Certo dovremo impegnarci e stringere le necessarie alleanze (Francia, Spagna?) per far sì che l'Europa non sia solo una grande Germania. Dovremmo far comprendere agli altri che non sempre è possibile attuare una politica di austerità,ma saremmo in grado di farlo comprendere solo se riusciremo a porre in atto una seria riforma della P.A. (con al centro l'efficienza e la meritocrazia), della scuola (con al centro l'autorità dei docenti e ancora la meritocrazia), nonché lotta decisa al malaffare, alla corruzione, al clientelarismo e alla malavita organizzata.
Ma forse sto sognando...

mercoledì 16 maggio 2018

Semplicità, non semplicismo


Qualche volta qualcuno mi accusa palesemente, o pensa dentro di sé, che io sia elitario e intellettuale.
Chi mi conosce bene di persona sa che non sono così, generalmente sono molto alla mano, allegro e semplice.
Vi voglio raccontare una esperienza.
Il Giubileo del 2000, in particolare il cammino di conversione spirituale, non lo feci a Roma (troppo facile...) ma andai a farlo ad Assisi da solo (ancora ero celibe) con una vacanza di meditazione di 4 giorni.
Mi ricordo che il tema che mi venne all'attenzione, specialmente meditando sulla esperienza di S. Francesco, fu quello della semplicità.
Lasciai Assisi e tornai a Roma con l'impegno personale ad essere più semplice e a comunicare con gli altri nel modo più semplice possibile.
Semplicità vuol dire spiegare i propri concetti (o riformulare quelli di altri) usando parole comuni, frasi brevi, chiedendo riscontro di essere stati ben capiti.
Trascurare i dettagli, utilizzare spesso esempi, impiegare slogan riassuntivi, ricorrere ad analisi approssimative non è invece semplicità, è semplicismo.
Purtroppo siamo in un contesto dove il semplicismo è dominante, si evita la fatica di cercare informazioni, di trovare riscontri, di approfondire gli argomenti perché ciò che conta è fare le cose velocemente e riuscire a parlare o, peggio, a decidere, prima degli altri.
In un contesto, in un mondo, nel quale i problemi sono sempre più globali e complessi, il semplicismo è devastante perché, alla lunga (ma neppure tanto..) si ritorce contro chi lo impiega e contro chi ascolta chi lo impiega.
Luigi Einaudi intitolo una sua “predica inutile” “Conoscere per deliberare”.
Sarebbe importante che noi tutti, giovani, adulti, anziani ci ricordassimo sempre questa esigenza di accomunare la compiutezza e profondità dell'analisi, con la semplicità della esposizione.
E stiamo molto attenti a quelli che usano intenzionalmente il semplicismo per manipolare le nostre menti e, in ultima analisi, la nostra libertà.

giovedì 12 aprile 2018

Il mio incontro con Dio Amore


Vi racconto un episodio che accadde a L’Aquila nell’estate
del 1967 e che cambiò la mia vita.
Allora diciannovenne studente di Giurisprudenza avevo conosciuto
nella mia parrocchia l’anno prima Guido Gliozzi, giovane
calabrese universitario di Medicina, vivace, allegro e sempre
pronto a donarsi agli altri. Ero pieno di ammirazione nei
suoi confronti specialmente per la sua capacità di far gruppo
con tutti e di saper creare sempre un’atmosfera di amicizia reciproca
in cui ognuno di noi si trovava a pieno agio.
Allorché chiesi a Guido i motivi di fondo di questa sua capacità
che pareva innata, mi rispose che lui non era stato sempre
così, che anzi il suo temperamento lo avrebbe portato a
chiudersi e a concentrarsi sugli studi; aveva però avuto modo
di iniziare una esperienza spirituale che lo aveva trasformato,
quella del Movimento dei Focolari (i cui componenti venivano
chiamati focolarini).
Nello stesso periodo conobbi altri focolarini, anche essi
estremamente aperti e buoni; mi colpiva soprattutto un particolare,
quando parlavi con uno di loro erano talmente assorbiti
da te che pareva non esistesse nessuna altra persona o cosa
in quel momento.
Con questi presupposti, quando nell’estate del 1967 mi
venne offerta la possibilità di andare in Mariapoli a L’Aquila,
non ebbi dubbi ed accettai convincendo anche altri due miei
amici della parrocchia, Adriano e Raffaele. La Mariapoli può
essere definita come l’incontro annuale dei focolarini, spiritualmente
significa vivere una esperienza meravigliosa di costruzione
della città di Maria, una città nella quale la regola di
vita è una sola: l’amore reciproco (ma questo ancora non lo sapevo
se non superficialmente, avendolo sentito dire da Guido,
adesso lo avrei provato!).
Con Adriano e Raffaele salimmo a Piazza della Repubblica
sul pulmann che ci avrebbe portato fino a L’Aquila. Arrivati lì ricordo
con chiarezza che appena fummo scesi, in mezzo a centinaia
di persone tutte sorridenti, ci si avvicinò un giovane (ma più
grande di noi, sui 30-35 anni), che ci chiese il nostro nome e poi
ci salutò con un gran bel sorriso: «Ciao Giuseppe, ciao Raffaele,
ciao Adriano, benvenuti in Mariapoli, io sono Giovanni».
Subito dopo la doccia fredda; Giovanni ci comunicò che
il nostro viaggio non era finito, che i giovani come noi non
avrebbero dormito a L’Aquila bensì avrebbero dovuto proseguire
fino a San Demetrio, un paesino abruzzese a qualche decina
di chilometri da L’Aquila. Avremmo ogni giorno fatto su
e giù fra L’Aquila e San Demetrio, partecipando agli incontri a
L’Aquila e dormendo a San Demetrio.
La notizia non ci entusiasmò ma Giovanni ci disse il tutto
con una tale amabilità che accettammo senza problemi.
Dopo un’oretta di pulmann, arrivammo a San Demetrio,
dove tutti noi giovani fummo radunati in un vecchio convento
abbandonato. Andammo nella nostra camerata a posare la valigia
e a preparare il letto, subito dopo fummo chiamati per la
cena. La cena fu un bel momento, veramente si assaporava una
serena atmosfera di amicizia.
Dopo cena, erano circa le 21,00, con Adriano e Raffaele
decidemmo di fare una breve passeggiata. San Demetrio era
un paese con poche centinaia di abitanti, offriva scarse attrattive
così, dopo un’oretta di passeggiata e simpatica conversazione
fra amici di lunga data, tornammo al nostro convento
che trovammo però…chiuso!!!
Inutili furono tutti i nostri tentativi di farci aprire, bussammo
alla porta (non c’era alcun campanello), gettammo dei
sassolini verso le finestre, niente, nessuna risposta, probabilmente
tutti, spossati dal lungo viaggio, erano andati a dormire
pesantemente.
Fu un momento congiunto pieno di sorpresa e di rabbia,
ma non ci perdemmo d’animo; saremmo andati a dormire in
un albergo o in una pensione e l’indomani ci avrebbero sentiti,
altro che amore al prossimo e focolarini!!!
Erano solo le 22,00 ma non c’era nessuno per la strada a
cui chiedere qualche informazione, San Demetrio era proprio  un
paese deserto e, per di più, dopo un’oretta di girovagare ci
rendemmo perfettamente conto che non c’erano né alberghi,
né pensioni…
L’unica cosa da fare (e per fortuna era agosto!!), fu quella di
continuare a passeggiare per il paese fino alla mattina; fra l’altro
l’attesa snervante era resa ancora più irritante dall’orologio del
campanile della chiesa che scandiva tutti i quarti d’ora.
Finalmente alle 6,00 di mattina, riuscimmo a tornare in
convento. Io ero infuriato, ricordo che rimisi in fretta tutta la
roba in valigia, con la ferma decisione, una volta rientrato a
L’Aquila, di ripartire per Roma. Non volevo più sentir parlare
dei focolarini.
Ma a L’Aquila mi attendeva qualcosa di straordinario e
meraviglioso, uno di quegli eventi imprevisti che segnano l’anima
e la vita di una persona.
Appena scesi dal pulmann, incontrammo ancora una volta
Giovanni che ci salutò con tanto calore: «Ciao Giuseppe,
ciao Adriano, ciao Raffaele».
Un lampo mi fulminò la mente e l’anima. No, non era
possibile che Giovanni ricordasse i nostri nomi fra quelli delle
centinaia di persone che aveva incontrato il giorno precedente,
non poteva essere un fatto solo mnemonico, c’era dell’altro,
qualcosa di diverso ma molto importante e stimolante, e dovevo
scoprirlo.
E a L’Aquila in quei giorni scoprii che Giovanni ricordava
i nostri nomi perché lui vedeva Gesù in ognuno di noi e Gesù
lo si ama tanto che non lo si può dimenticare.
Ma scoprii anche tante altre cose, che Dio è Amore (e non
il vecchio giudice con la barba bianca che mandava all’inferno
o al paradiso) e ama immensamente ognuno di noi, che Gesù
non è morto ed è ora soltanto nei cieli, ma è in mezzo a noi
ogni volta che ci riuniamo nel Suo nome e che ci amiamo come
Lui ci ha amati, che ogni dolore può essere vinto e trasformato
se lo leghiamo al dolore di Gesù che muore sulla croce,
abbandonato anche dal Padre, ma che vince il Male e risorge.
Scoprii anche che noi cristiani non siamo solo singole persone,
ma siamo immersi nel Corpo Mistico di Gesù, quasi che
tutti i Gesù presenti in ognuno di noi formassero un grande
Corpo di Gesù. La Chiesa, in cui ognuno di noi ha una funzione
unica e insostituibile.
E infine scoprii Chiara Lubich, fondatrice del Movimento
dei Focolari, quella che posso considerare una mia seconda madre,
perché ha contribuito alla nascita di un altro Giuseppe.


martedì 27 marzo 2018

La tirannia nel XXI secolo

La tirannia, ovvero una forma di oppressione da parte di una persona o di un gruppo sul popolo di una nazione o di un’area territoriale, è un regime che ha le caratteristiche di una presenza continua nella storia dell’umanità e una capacità impressionante di mutare le forme per adattarle alle nuove realtà.
Mi hanno molto impressionato e fatto riflettere le seguenti parole di Papa Francesco, tratte dal paragrafo 56 della “Evangelii gaudium”: “Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova forma di tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile le sue leggi e le sue regole”. 
In effetti nella moderna economia globale del libero scambio di merci le imprese competono a livello internazionale cercando di offrire prodotti migliori e prezzi più bassi dei concorrenti, tenendo presente il primato del principio della massimizzazione dei profitti. Non è più sufficiente tenere il bilancio aziendale in attivo ma si rende necessario avere un margine di profitto più alto di  quello dei concorrenti, in modo da attrarre investimenti che altrimenti andrebbero altrove. Compito dell’imprenditore diventa quello di tenere più alta possibile la quotazione della propria azienda in Borsa in modo da poter remunerare i propri azionisti con adeguati dividendi e, nel contempo, acquisirne di nuovi.
Si tralascia di proposito la questione di come, in tale situazione, la riduzione dei costi (necessaria per tenere alto il margine di profitto) si esprime, il più delle volte, in una ridimensionamento delle risorse umane o, per dirla in maniera più chiara, in una riduzione del personale.
Con le riflessioni esposte in questo breve testo si vuole considerare un altro aspetto della questione, quello di come la competizione affrontata dalle singole imprese, mediante l’incremento della loro efficienza e della loro efficacia, si ripercuota sulla politica economica e finanziaria dei singoli Stati.
Non possiamo non sottolineare come uno dei punti fondamentali che permette alle imprese di prosperare è quello di avere un sistema normativo nazionale in tema di diritto del lavoro, di procedure amministrative, di gestione fiscale, di risoluzione delle vertenze, che faciliti il loro compito.
Né possiamo dimenticare che, come scriveva Sergio Zavoli in un suo libro della fine degli anni ‘90 “la vera rivoluzione non è più nel cambiamento, bensì nella velocità con il quale questo avviene”.
Il sistema normativo non deve pertanto essere solo efficace in funzione dell’interesse delle imprese ma anche essere sufficientemente flessibile per adeguarsi velocemente al mutare del contesto economico nazionale.
Ciò chiama in causa inevitabilmente il tipo di sistema istituzionale.
La democrazia si basa su tre principi fondamentali, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità i quali per essere realizzati presuppongono la possibilità per tutti di partecipare, con uguale dignità e in funzione delle peculiari caratteristiche personali, alla gestione del governo della comunità.
Più la partecipazione è stimolata e diventa effettiva, più le persone si sentono libere, uguali fra di loro e legate da vincoli di fraternità. Maggiore la partecipazione, più le decisioni sono frutto di un libero confronto fra i cittadini in funzione delle diversità delle idee e della tutela dei singoli interessi.
Peraltro è da sottolineare che più la partecipazione è ampia e complesso è di conseguenza il confronto, più le decisioni vengono prese con lentezza, anche se è vero che una decisione ampiamente condivisa viene solitamente attuata più facilmente e più velocemente.
In un contesto globale in continua e veloce mutazione, nel quale i Paesi stessi competono nel porre in essere sistemi normativi sempre più efficaci nel sostenere i loro attori economici, occorre avere sistemi istituzionali flessibili, capaci di prendere e attuare decisioni nel modo più veloce possibile. Teoricamente non appare più possibile sostenere processi decisionali lunghi basati su un’ampia partecipazione. Anche se è vero che una decisione molto condivisa può essere attuata velocemente è pur vero purtroppo che, molto spesso, i tempi spesi per arrivare alla decisione sono troppo lunghi e la decisione arriva troppo tardi in confronto a quella presa nel contempo da altri Paesi.
Se si pensa ai Paesi che in questi anni sono stati all’avanguardia per sviluppo economico o che sono stati i più veloci nel riprendersi da momenti di crisi si può notare come gli stessi siano retti da regimi di governo dittatoriali o fortemente orientati in senso presidenziale   o premieristico (Cina, India, USA, Gran Bretagna, Brasile, Russia, Germania)
E’ vero che alcuni Paesi, con regime presidenziale (Francia) o dittatoriale (alcuni Paesi del Sud America o dell’Africa) continuano ad avere difficoltà a mantenere il passo dell’economia globale, ma è pur vero che nessun Paese, a base decisionale con ampia partecipazione, sta in una posizione di avanguardia per sviluppo economico.
Il tutto è aggravato dalla questione del “rating”, ovvero la valutazione che alcune società multinazionali danno alla situazione economica e finanziaria dei singoli Paesi. Il rating è un elemento fondamentale da considerare da parte degli investitori internazionali per indirizzare i propri investimenti, e il rating tende a premiare i Paesi con sistemi istituzionali più flessibili e facilitatori di decisioni veloci.
Di conseguenza si viene a creare una forte spinta nei confronti delle Nazioni a sistema decisionale basato su un’ampia partecipazione per cambiare rapidamente in un senso più autoritario il proprio sistema istituzionale riducendo notevolmente gli spazi di partecipazione e di libero ampio confronto.
L’aspetto più importante e più devastante della situazione appena descritta è proprio in questa tirannia dei meccanismi economici globali, che è possibile (anche se in un  modo non esaustivo) esemplificare nella metodologia del rating, “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole” (per riprendere le parole di Papa Francesco).
Di fronte alla normale tensione esistente, in ogni democrazia, fra esigenze di efficienza e esigenze di partecipazione, non è più il popolo che decide il punto di equilibrio, ma sono i meccanismi del sistema economico globale. E gli stessi meccanismi esautorano i parlamenti nazionali, sotto il ricatto del rating, per imporre misure economiche e finanziarie di loro gradimento ma spesso non volute dalla maggioranza del popolo che è oggetto delle stesse.
Il potere legislativo passa così dai Parlamenti nazionali o transnazionali a istituzioni internazionali non democratiche e a meccanismi finanziari non personalizzabili.

La tirannia finanziaria globale è forse la forma tipica, in aggiunta alle altre tradizionali, che ha assunto la tirannia nel XXI secolo.
Come resistere, come uscirne?

Certo non si può pensare di uscirne continuando a perseverare in stili di vita e in modelli di sviluppo che sono conformi alle richieste dei mercati finanziari e, il più delle volte, da loro stessi dettati.
Occorre cambiare paradigma trasformando quello che è il principale principio dell’economia del turbo-capitalismo (come significativamente viene definita da Luttwak): il fine di ogni azienda è la massimizzazione del profitto, il fine di ogni persona è la massimizzazione del guadagno personale.
In questo mutamento non partiamo da zero, ma abbiamo già alle spalle una elaborazione teorica abbondante e qualificata. Facciamo riferimento agli studi di Sen (fra l’altro premio Nobel per l’economia), di Nussbaum, Layard, Latouche, degli italiani Zamagni e Bruni, e alle teorie economiche che hanno assunto diversi nomi (teoria della decrescita, della felicità, dell’economia civile…) avendo peraltro come caratteristica comune quella di rimettere la persona umana e i suoi effettivi bisogni al centro delle economia.
Fine di quest’ultima, secondo queste teoria, non è la massimizzazione dei profitti o dei guadagni (anche se il profitto o il guadagno rimangono parametri indispensabili di una sana gestione) bensì il raggiungimento della felicità.
Per felicità si intende non lo stato di piacere momentaneo originato dal soddisfacimento di un bisogno immediato spesso indotto da cause esterne, ma quella forma di benessere duraturo, quella serenità che è originata dalla sensazione di sentirsi realizzati o comunque sulla strada della realizzazione personale anche nonostante i più o meno ardui problemi di ogni giorno.
Studi recenti (ma ormai vecchi di un decennio) hanno dimostrato che la felicità inizialmente cresce in funzione diretta alla crescita del reddito ma che, raggiunta una certa soglia (quella del reddito necessario per vivere una esistenza dignitosa), l’importanza dell’aumento del reddito diminuisce vistosamente mentre aumenta in maniera consistente l’importanza di avere relazioni personali positive e durature. Sembra pertanto che, ai fini del raggiungimento della felicità, l’importanza delle relazioni sia almeno pari, se non superiore, a quella delle risorse monetarie e patrimoniali.
Parafrasando quanto scritto da Kohn (“La fine della competizione” Castoldi editore) alla fine della vita non  “vince chi muore più ricco”, bensì “vince chi muore con più amici”.
Ma come percorrere concretamente questa nuova strada?
Studiosi italiani di economia (L. Bruni, B. Gui, V. Pelligra) hanno individuato, nell’ambito dei beni (ovvero degli elementi materiali o immateriali in grado di soddisfare un bisogno), la categoria dei beni relazionali, ovvero quelli in grado di soddisfare un bisogno partendo dalla instaurazione o dal consolidamento di una relazione personale (svolgere una attività in comune in sintonia con altre persone, lavorare in funzioni di assistenza a persone, divertirsi insieme ad altre persone, godere di beni comuni quali l’ambiente o l’acqua, gioire per il sorriso del proprio figlio o di un altro bimbo, avere fiducia negli altri…).
Superato il livello di reddito confacente con una vita dignitosa, più una persona usufruisce di beni relazionali più questa persona è felice.
Questa riflessione non è scevra di conseguenze a livello di stile di vita individuale. Darà più felicità l’acquisto dell’ultimo release del cellulare alla moda (obsoleto dopo 5-6 mesi…) o il consolidamento in amicizia di una conoscenza positiva e ”nutriente”? E’ più felice una persona dopo aver sgobbato per un’ora da solo su una macchina in palestra o dopo aver fatto un’ora di jogging (o una passeggiata) in un parco insieme ad amici? E’ più felice un giovane dopo essere andato a vedere una partita di calcio (magari più per insultare gli avversari che per vedere la partita) o dopo aver fatto un’ora di volontariato sociale?
Con queste riflessioni non si vuole negare l’importanza fondamentale di avere un lavoro e un reddito adeguato alle esigenze proprie e a quelle dei propri cari, si vuole solo sottolineare l’importanza di restituire la giusta importanza all’acquisizione e al consolidamento di una certa quantità di beni personali.
Ciò non è facile. Cambiare lo stile di vita, andare controcorrente sfidando l’altri giudizio e talvolta anche l’ironia, sottrarsi alle insidie della moda, è estremamente faticoso e presuppone coraggio, ostinazione, costanza derivanti dall’aver gustato la felicità del vivere in modo diverso.
Occorrerà anche acquisire quelli che L. Bruni chiama i valori dell’economia del bene comune quali, ad esempio, le virtù, fuori moda, della sobrietà (ben differente dalla povertà) e della solidarietà.
E’ una vera rivoluzione che non interessa solo gli stili di vita singoli, ma la stessa politica economica di un Paese che dovrà essere ribilanciata sia sul piano della produzione che su quello del consumo di beni relazionali.
Occorre puntare a far crescere sia il reddito, il prodotto nazionale lordo e l'occupazione  (da non dimenticare!!) sia il livello di felicità globale dei cittadini.
Maggiore attenzione alla conservazione dei beni comuni, sostegno alla società civile per lo svolgimento di attività di benessere personale, enfasi sui beni culturali e turistici, devono acquisire importanza nella politica economica e industriale almeno pari a quella sui prodotti di nicchia e di lusso.
Ciò comporterà anche un trasferimento di risorse dai consumi privati superflui a consumi pubblici per la sollecitazione di beni relazionali (es: costruzioni di nuovi teatri, parchi, incentivi ad attività culturali, turistiche, sportive ecc.).
Anche su questo fronte si tratterà di una via non semplice e soprattutto sarà necessaria una attuazione graduale. Resistenze da parte delle strutture finanziarie internazionale e dei loro rappresentati locali (lobby, poteri forti..) non mancheranno in quanto queste  percepiranno il pericolo di perdere la loro posizione di predominio sulle scelte delle persone.
Occorrerà, anche da parte dei governanti fermezza, coraggio, uniti alla necessaria flessibilità e all’esigenza di avviare un processo graduale, confortati nella loro azione dalla consapevolezza di costruire un futuro migliore per la felicità dei loro concittadini.
Solo da una forte alleanza fra questi ultimi e i loro governanti sarà possibile uscire dalla tirannia dei mercati finanziari e riacquistare la propria autonomia di popolo indipendenti.
Questo vuole solo essere uno scritto volto a stimolare l’approfondimento di questi temi. Per chi voglia proseguire di seguito una breve bibliografia iniziale.

Bibliografia

Luigino Bruni: “Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni”, 2010 Città Nuova.
Luigino Bruni: “     : “L’economia, la felicità e gli altri. Un’indagine sui beni e benessere”, 2004 Città Nuova.
Martha Nussbaum: “Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del PIL”, 2012 Mulino.
René Layard: “La nuova scienza del benessere comune”, 2005 Rizzoli.
Alfie Kohn: “La fine della competizione”, Castoldi 1998.
S. Zamagni:  “L’economia del bene comune”, 2008 Città Nuova.
Serge Latouche: “La scommessa della decrescita”, 2009 Feltrinelli.
Amartya Sen: “Globalizzazione e libertà”, 2002 Mondadori.
Amartya Sen: “Etica ed economia” 2006 Laterza.
Vittorio Pelligra: “I paradossi della fiducia”, 2007 Il Mulino.
Stefano Zamagni – Luigino Bruni: “Dizionario di economia civile”, 2009 Città Nuova.
Edward Luttwak: “La dittatura del capitalismo”, Mondadori 1999

Giuseppe Sbardella

mercoledì 31 gennaio 2018

Voto inutile??

Credo che sia utile puntualizzare un aspetto tecnico del ROSATELLUM che merita di essere meglio chiarito.
Precisamente il tema delle SOGLIE DI SBARRAMENTO.
nella parte plurinominale (sostanzialmente proporzionale).
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Per eleggere candidati nel proporzionale, una LISTA deve raccogliere almeno il 3 per cento dei voti su base nazionale per la Camera, mentre al Senato riceve seggi anche se – fallendo l’obiettivo del 3 per cento a livello nazionale – ha ottenuto in una sola regione almeno il 20 per cento dei voti.

La soglia per le COALIZIONE invece è del 10 per cento dei voti, a patto che una delle liste che la compongono raggiunga il 3 per cento a livello nazionale.
Se una lista che fa parte di una coalizione non riceve il 3 per cento a livello nazionale, NON ELEGGE nessun parlamentare: se ottiene però più dell’1 per cento, i voti che ha raccolto vengono distribuiti tra i suoi alleati.
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Va compreso questo meccanismo specialmente da parte di coloro che stanno pensando di votare per una delle lista minori di una delle due coalizioni.
Il voto non è mai praticamente mai inutile.
Infatti può contribuire al raggiungimento della soglia del 3 per cento a livello nazionale e permettere pertanto l'elezione di parlamentari di quella lista, anche candidati in collegi diversi da quello di chi esprima il voto.
Ma, anche nel caso che non venisse raggiunto il 3 per cento, basta raggiungere il 1 per cento a livello nazionale per far comunque contare il voto a favore della coalizione della quale fa parte la lista.
Il voto sarebbe sprecato solo nel caso in cui la lista in questione non raggiungesse neppure l'1 per cento a livello nazionale ed è un caso che pare veramente non verosimile.
Lo so che è complesso ma spero di essere stato chiaro. Se volete chiedetemi un esempio.

domenica 28 gennaio 2018

5 punti fermi

Nelle mie scelte politiche ho alcuni punti di riferimento ben saldi.
1) L'Italia deve restare ben ancorata all'Europa, anche se si trovasse in posizione subalterna.
2) L'estremismo e il dogmatismo non pagano mai, anzi, anche quando nel breve periodo sembrano scelte vincenti, le conseguenze sono deleterie nel medio o nel lungo periodo.
3) Non esiste un partito o un politico perfetto. Anzi spesso un candidato un po' disonesto, ma competente, è preferibile ad un candidato onesto ma incompetente.
4) Nei programmi elettorali prima leggere la parte dei costi (generalmente è in fondo) e solo dopo leggere le promesse, per capire se sono sostenibili.
5) Chi urla e magari anche offende, spesso non ha ragione.
E mi fermo qui.

mercoledì 6 dicembre 2017

Basta stampare moneta per rilanciare l'economia?



Sto leggendo un libro, regalatomi da un caro giovane amico universitario scritto da un economista non allineato al vulgo neoliberista dominante, libro che da solo non avrei probabilmente comprato.
Ho dovuto rivedere alcune mie convinzioni consolidate, tipo quella che lo Stato sia come una famiglia di famiglie e che, pertanto, nei suoi confronti, si possano fare gli stessi ragionamenti che si fanno con le economie familiari, in particolare l'esigenza di un sostanziale pareggio di bilancio, con un flusso di reddito prodotto da lavoro e/o rendite che deve compensare il flusso delle uscite per spese varie.
In verità lo Stato ha una differenza fondamentale rispetto alla famiglia. Quest'ultima può spendere solo i soldi dei propri stipendi e delle proprie rendite, lo Stato che mantenga la sovranità monetaria può stampare o coniare (in teoria) tutta la moneta che gli occorra.
In particolare, secondo questa scuola di pensiero, è assurdo e controproducente, in una fase di recessione, procedere ad una stretta monetaria e creditizia. Far arrivare (tramite aumenti di imposte o dei tassi di interesse) meno soldi ai cittadini consumatori o imprenditori, in nome dell'esigenza di tenere in equilibrio le entrate e le spese dello Stato, provoca un aggravamento ulteriore della recessione con l'attivazione di un circolo vizioso difficilmente arrestabile.
Il tipo di politica economica sopra descritta può andare bene per i Paesi di cultura germanica. In questi Paesi i cittadini e gli imprenditori, messi di fronte ad una diminuzione del reddito (causa aumento delle imposte o del costo del denaro), reagirebbero impegnandosi ad una maggiore produttività e, di conseguenza, ad aumentare le possibilità di reddito reale nella loro disponibilità (lavorare di più o meglio, innovare nella produzione di beni e servizi ecc.).
Nei Paesi di cultura latina la stessa politica economica conduce ad esiti differenti. I cittadini e gli imprenditori, messi di fronte ad una diminuzione di reddito si ingegnano, sia i primi che i secondi ad una riduzione delle spese. Questo comportamento provoca una contrazione della domanda globale e un aggravamento della recessione.
In tali casi la scuola economica alla quale appartiene l'economista che sto leggendo suggerisce di immettere abbondanza di moneta nel circuito economico interno, o tramite stampa diretta o emettendo titoli di debito pubblico, o abbassando il tasso di sconto. L’unica attenzione è quella di riuscire a far arrivare direttamente i soldi, nella maniera più rapida possibile, nelle tasche dei cittadini consumatori e/o imprenditori.
La ripresa immediata della domanda globale innescherebbe un circuito vizioso di uscita dalla recessione.
La avvertenza, posta bene in evidenza è che un certo lieve aumento del tasso di inflazione sia prevedibile e accettabile, a condizione che l’afflusso di nuova moneta diminuisca e si blocchi una volta raggiunta la piena occupazione.

Devo confessare che questa impostazione mi ha colpito (anche se non mi era del tutto nuova) ma non mi ha convinto pienamente sulla sua applicabilità nel nostro Paese.
In primo luogo ho seri dubbi che sia possibile, come ipotizzato,  una ampia diffusione della offerta di moneta aggiuntiva  nel contesto di una società civile incrostata da una caterva di gruppi di potere consolidati, di lobby, di corporazioni specializzate nell’intercettare i soldi pubblici. Si rischierebbe che le risorse finanziarie nuove non venissero utilizzate per consumi o investimenti aggiuntivi e fossero invece impiegate per operazioni illecite o, magari, solo speculative particolarmente sui mercati esteri.
E anche concesso che i soldi andassero nelle tasche dei normali cittadini e imprenditori, chi può assicurare che questi soldi  non siano utilizzati (sulla spinta di consumi dettati da mirate campagne di marketing) per l’acquisto di beni prodotti all’estero?
Aggiungerei, in secondo luogo, che una simile politica comporterebbe un aumento della spesa pubblica finanziata (almeno in buona parte) con l’emissioni di titoli di Stato. Siamo certi che i mercati esteri siano pronti, in presenza di un aumento ulteriore della spesa pubblica italiana, ad acquistare i titolo di Stato italiani? Certo potrebbero comprarli i cittadini italiani, utilizzando magari i soldi ottenuti dalla stampa della moneta aggiuntiva; temo che ci troveremmo ad una soluzione buona per Monòpoli non per uno Stato serio inserito in un contesto internazionale.
Terzo (ma non ultimo per ordine di importanza) motivo di dubbio riguarda il comportamento dei cittadini che, una volta inondati di soldi pubblici per rilanciare l’economia, una volta raggiunta la piena occupazione dovrebbero accettare tranquillamente una riduzione e successiva cessazione dell’offerta di moneta  praticamente quasi gratuita e si troverebbero nella necessità di compensare il mancato flusso di reddito con un maggiore impegno lavorativo o imprenditoriale. Non sarà che i cittadini (e penso subito alla maggioranza dei miei connazionali) una volta ottenuto il denaro facile non accetterebbero una sua riduzione e cercherebbero di premiare quei politici che ne promettessero il mantenimento? A questo punto sarebbe certa una pesante inflazione e una molto probabile svalutazione monetaria con tutto ciò che ne consegue  a livello di squilibri sociali interni e di rapporti con i Paesi esteri.
Solo uno Governo autoritario potrebbe tornare a ridurre l’offerta di moneta.

Mi sembra che la linea economica alla quale ho fatto riferimento, basata sull’ampliamento significativo e ad oltranza dell’offerta di moneta, possa funzionare solo in presenza di alcune condizioni molto precise:
a) uno Stato autoritario in grado di sciogliere le incrostazioni sociali esistenti e di imporre scelte precise, in termini di stile di vita e di investimenti, a cittadini e imprenditori;
b) una economia “chiusa” ai mercati esteri, praticamente autarchica;
c) il pieno ripristino della sovranità monetaria .

Conseguenza pratica della scelta di una tale linea sarebbe quella non solo di uscire dall’ area dell’ Euro ma anche di chiudere o limitare di molto il traffico di persone e di beni con gli altri Paesi europei e non .

Penso che la maggioranza degli italiani non sarebbe consenziente.

Ancora una volta mi rendo conto di come certe impostazioni sociali o economiche, perfette e inappuntabili dal punto di vista teorico, si rivelino poi non convincenti al confronto con la dura realtà.
Se è vero che una rigida politica di austerity non è assolutamente applicabile in Italia, è altrettanto vero che soluzioni miracolistiche e facili non esistono.
Occorre procedere, come ha detto recentemente il Ministro Padoan, lungo un sentiero stretto cercando di sfruttare al massimo la possibilità di misure espansive ma cercando mantenere il collegamento con i Paesi europei e una valutazione positiva dei mercati esteri.

Roma 6 dicembre 2017