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giovedì 17 agosto 2017

GESU' ATEO ?

Sono rimasto sempre molto colpito dalla penultima fase della vita di Gesù, la sua morte. Vi stupite se parlo di penultima fase e non di ultima? A mio parere, in effetti, l'ultima fase è quella che va dalla morte alla risurrezione.
Non ha senso fermarsi a Gesù morto, anche perché la sua morte ha un senso solo nella prospettiva di Gesù RISORTO.

Ma torniamo alla morte in croce così come raccontata dai Vangeli.

Non mi ha mai convinto, dal punto di vista razionale, la riflessione che la morte di Gesù, fra immani dolori, possa essere vista come una spiegazione esauriente all'esistenza del dolore o un tentativo compiuto di risposta alla presunta inconciliabilità fra esistenza di Dio e esistenza del dolore.
Sono più che persuaso che abbia ragione Papa Francesco quando confessa che un certo tipo di dolore (ad esempio la morte di bambini o di giovani genitori...) rimanga per noi un mistero della volontà di Dio, di fronte al quale possiamo solo balbettare qualcosa ma non illuderci di dare spiegazioni che soddisfino.

Nemmeno mi convince la decisione che molti cristiani traggono dall'episodio, di cercare il dolore, il sacrificio, come forma di propria ricerca della perfezione.
I Vangeli ci raccontano di un Gesù che ha sempre combattuto i dolori, i suoi miracoli (specialmente quelli relativi alle guarigioni dei malati) stanno lì a dimostrarlo.
Né bisogna dimenticare che, fino all'ultimo (anche nell'orto del Getsemani) Gesù chiede al Padre di risparmiargli quel passaggio (che lui chiama il “calice”).
Gesù accetta il dolore, non lo cerca né lo ha mai cercato !

In questi ultimi giorni di agosto ho approfondito il senso di quel suo ultimo grido sulla croce “Eli, Eli, lama sabactani (Dio mio,Dio mio perché mi hai abbandonato)?” che riprende un verso del salmo 22 ma che lui sembra ripetere gridando perché lo ritiene adatto alla sua situazione.
Gesù sulla croce dà la testimonianza di essere un uomo, di essere pienamente compartecipe della natura umana.
Dal punto di vista fisico, prova una sofferenza indicibile, come quella derivante dall'essere appeso ad una croce.
Dal punto di vista psicologico prova l'abbandono da parte della folla di Gerusalemme (che qualche giorno prima lo aveva accolto in città come re), nonché quello dei suoi amici più fidati, gli apostoli. Ai piedi della croce vede solo la madre Maria, l'amico prediletto Giovanni e, verosimilmente, una donna che forse lo amava (perché pensare di no?) come Maria Maddalena.
Un Gesù lasciato solo che dimostra pienamente di essere un nostro fratello come uomo, un nostro compagno di viaggio, quel viaggio che comporta, oltre a momenti di gioia e di piacere, altri pieni di angoscia e di dolore. Gesù uomo prova tutti questi momenti, proprio come noi.

Qualcuno potrebbe obiettare, tutto questo è vero ma, come figlio di Dio, Gesù era pur sempre consapevole che alla fine il Padre sarebbe potuto intervenire per liberarlo da quella situazione.
Ma anche questo aggancio crolla, Gesù urla l'abbandono da parte del Padre, si sente solo, si sente solo uomo, sente che il suo Dio non c'è.
In questo senso mi piace pensare ad un GESU' ATEO, ad un Gesù, cioè che, nel suo condividere pienamente la natura e la sorte degli altri uomini, ha accettato di provare ad abbattere l'ultima barriera che lo divideva dall'essere pienamente uomo, il diventare ateo!
Gesù in quel momento è un uomo pienamente solo, non ha più alcun aggancio positivo al quale collegarsi per cercare un barlume di positività, prova tutto ciò che i singoli uomini possono provare nel corso della vita.

Ed è qui che questo Gesù ateo (come mi piace chiamarlo per definire la sua situazione di piena umanità) ha uno scatto “Padre nelle tua mani affido il mio spirito”, uno scatto di fede pura (una fede cioè che non si basa su alcuna soddisfazione spirituale o materiale), di uomo solo che, nella sua “forte debolezza” (come altrimenti chiamarla?) trova l'energia dinamica per credere nonostante tutto, quella energia dinamica che attiva il processo dell'ultima fase della sua vita che culminerà, due giorni dopo, nella Resurrezione.

Cosa concludere da questa riflessione?

In primo luogo ho molto introiettato la convinzione della piena umanità di Gesù, la possibilità di poter vivere come lui, una possibilità che è per tutti, anche per i credenti di altre denominazioni, ma anche per gli atei, perché anche lui è stato ateo.
Il cristiano non deve cessare di essere pienamente uomo per essere realmente cristiano, la sequela di Gesù lo porta alla piena umanità.
E questo è valido anche per un ateo, essere compagno di viaggio umano di Gesù lo porta ad essere ancora più pienamente uomo.

In secondo luogo questa riflessione mi porta a credere che non Ci sia una situazione così negativa dalla quale una persona non possa pur sempre rialzarsi per iniziare di nuovo un processo di risurrezione.
Chissà che quel Dio Padre che Gesù non sentiva più era nascosto e invisibile ma pur sempre presente, come è presente (nascosto) vicino a tutti quelli che, pur non credendo nella sua esistenza, credono che sia possibile vivere facendo il bene?

martedì 20 giugno 2017

Riformismo.... vero o falso?



Premetto subito cosa si vuole intendere per “riformismo” nell’ambito di queste brevi considerazioni.
Si può definite riformismo quell’approccio mentale e quella linea di condotta rivolti a
a) cambiare l’assetto sociale di una determinata comunità,
b) in maniera graduale e non violenta,
c) sulla base del consenso più ampio possibile,
d) verso obiettivi di una maggiore libertà e giustizia sociale,
e) mediante l’incentivazione dell’iniziativa individuale e delle attitudini alla solidarietà,
f) in un contesto di tensione verso il bene comune.
I riformisti si differenziano da conservatori perché puntano a modificare in profondità e non a conservare l’assetto sociale esistente. Hanno punti di contatto con i conservatori sul metodo non violento e sulla ricerca del consenso.
Dall’altra parte i riformisti si differenziano dai rivoluzionari perché questi ultimi rifiutano la gradualità degli interventi e anche la ricerca assoluta del previo consenso (che sperano di acquisire dopo l’evento rivoluzionario).

Coloro che credono nel riformismo hanno compreso, dallo studio della storia, che le rivoluzioni, anche quelle nate con le migliori intenzioni, passano il più delle volte attraverso momenti di terrore e sfociano generalmente o in situazioni totalitarie o in restaurazioni dell’assetto sociale preesistente.
Né possono confidare in alleanze durature con i conservatori perché l’obiettivo finale di questi ultimi (conservare la struttura sociale in atto) è assolutamente configgente con quello dei riformisti.

Il compito dei riformisti è altamente difficile è consiste nel procedere attraverso una continua azione di mediazione fra:
1.    l’ambizione del fine da raggiungere e la realtà dei rapporti di forza in essere;
2.    la necessità di raccogliere il consenso attraverso una talvolta lenta opera di spiegazione razionale e di convincimento e, sull’altro verso, la necessità di un cammino graduale sì ma progressivo e non eccessivamente lento;
3.    l’attenzione alla realtà nazionale e alla conseguente azione locale e, contemporaneamente, ai limiti e ai vincoli che vengono posti da realtà e/o istituzioni  continentali o addirittura globali;
4.    il peso sempre maggiore dell’economia e della finanza nelle scelte individuali e la rivendicazione dell’almeno pari peso che devono avere altri elementi come l’etica e la politica.

Questa scelta di procedere attraverso passi graduali e continue mediazioni rende i riformisti invisi ai rivoluzionari che sognano soluzioni rapide e definitive.
Non di rado la furia, anche violenta, di questi ultimi si abbatte sulle persone fisiche dei riformisti (e in Italia abbiamo avuto molti esempi, Moro, Bachelet, Tobagi…) più che, come apparirebbe logico, su quelle dei conservatori.
Infatti i rivoluzionari pensano che l’atteggiamento riformista non solo rallenti lo slancio delle grandi masse (solo immaginate e spesso non reali) interessate al successo rapido della rivoluzione, ma le cloroformizzi tramite l’ottenimento di successi parziali che ritengono non significativi e comunque non influenti sul cambiamento dell’assetto sociale.  

Sul fronte del rapporto con i conservatori, interessati per principio a conservare l’assetto sociale esistente, i problemi non sono sicuramente inferiori.
Occorre infatti pensare all’assetto sociale non come ad un sistema fisso e immutabile di elementi, di aspetti e di rapporti intercorrenti tra essi, ma immaginarlo invece come un sistema in continua ricerca dell’equilibrio più consono a stabilizzare la distribuzione delle risorse a favore delle classi dominanti.
In questa prospettiva anche i conservatori sono propensi ad accettare riforme dell’assetto sociale che non stravolgano la stratificazione delle classi o la distribuzione delle risorse, ma puntino solo a rendere più efficiente il sistema.
Sono proprio queste le riforme più facili da ottenere, ma che non devono accontentare i veri riformisti stimolandoli a insistere su cambiamenti strutturali ben più incisivi e rivolti a cambiare l’assetto sociale nei suoi elementi di stratificazione delle classi, introducendo maggiore mobilità fra le stesse e procedendo ad una più equa redistribuzione delle risorse.

Due esempi possono servire a chiarire questo aspetto.

Il primo esempio riguarda la tendenza del sistema economico dominante a respingere l’adozione di contratti di lavoro a tempo indeterminato, privilegiando invece quelli a tempo determinato o comunque caratterizzati da un’ampia possibilità di libero recesso anticipato da parte del datore di lavoro.
Sempre in questa ottica si comprende anche l’avversione verso i vecchi contratti di lavoro a livello nazionale.
Tutto questo viene giustificato (purtroppo a ragione…) con la necessità di mantenersi competitivi con il resto del mondo e magari, (ma questo non lo si dice), di  conservare o migliorare i margini di profitto e i dividendi da distribuire agli investitori.
Una politica riformista di basso respiro può limitarsi a regolamentare meglio questi contratti a tempo determinato o comunque precari, introducendo, ad esempio, una indennità per licenziamento, l’identificazione più precisa del tipo di datore di lavoro che può utilizzarli (con relativo divieto per altri), l’introduzione di garanzia di tipo collettivo sindacale.
Questo tipo di riforma può facilmente essere negoziata ed accettata dalle classi dominanti perché non mette in discussione il dogma della ineluttabilità del lavoro a tempo determinato.
Ben diverso potrebbe essere il risultato se si alzasse il livello del confronto dal meramente locale o nazionale ad uno continentale e se Unioni sindacali continentali fossero in grado di negoziare vincoli legali e soglie temporali ed economiche a livello multinazionale.
E’ chiaro che non si tratta più di avviare un negoziato all’interno della cornice di un sistema economico e di un modello di sviluppo già esistenti ma di uscire da questa cornice e di procedere a cambiamenti a livello sovranazionale del sistema economico e del modello di sviluppo prevalenti.
Non si tratta di trattare nell’ambito di un paradigma esistente, ma di creare un nuovo paradigma.

Un secondo esempio può essere tratto dal problema dell’immane flusso migratorio in essere dall’Africa e da una parte dell’Asia verso l’Europa, spinto dalla necessità di sfuggire alle guerre o alle carestie o dal desiderio di avere per sé o per i propri figli un avvenire migliore.
Per questa situazione la posizione dei conservatori è netta, occorre frapporre  ostacoli insuperabili alla migrazione per riuscire a bloccarla (anche se la storia ha insegnato abbondantemente che si tratta di una soluzione che non funziona).
Una posizione opposta ma ugualmente totalitaria è assunta dai rivoluzionari che vorrebbero accogliere tutti velocemente e subito senza preoccuparsi dei tempi necessari per l’integrazione culturale e sottovalutando il rischio di una deflagrazione sociale e di una guerra fra poveri.
Cosa prospettano i riformisti?
I più pensano alla possibilità di gestire i flussi migratori, procedendo alla implementazione  di canali umanitari (al fine di combattere i profitti illeciti da parte di scafisti senza scrupoli), prevedendo delle quote ottimali di immigrati sostenibili dalle singole Nazioni europee e, magari, aumentando i fondi per le iniziative di integrazione culturale ed etnica.
Sono ben visibili le difficoltà che questo ragionevole, ma astratto, programma, incontra presso l’opinione pubblica delle Nazioni coinvolte, e che lo rendono di molto complessa, se non impossibile, implementazione.
E poi, diciamocelo francamente, che senso ha svuotare l’Africa per riempie l’Europa di africani?

Forse una politica riformista di più elevato respiro dovrebbe essere ben diversa e, a fianco dei canali umanitari e della iniziative di integrazione culturale, immaginare e implementare iniziative che prevedano azioni anche nel territorio di imbarco degli immigrati (con controllo delle coste per evitare imbarchi illegittimi e permettere solo quelli, controllati, tramite canali umanitari).
Ben più importante e risolutiva potrebbe essere un’azione comune, di tipo continentale, per investimenti produttivi nei Paesi di origine della migrazione, diretti a creare colà posti di lavoro e comunque ad alzare il livello di vita di quei popoli (anche, ma non solo, con la costruzione e la cogestione di ospedali, scuole e di altre opere di carattere sociale.
L’obiezione potrebbe essere che iniziative come queste, operate sul territorio di un Paese straniero potrebbero essere considerate come iniziative di carattere neo-coloniale.
Tale obiezione può essere facilmente smontata. Quando un problema, come quello della migrazione, assume un carattere sovranazionale dovrebbe apparire evidente che la sua soluzione non può essere lasciata solo alla sovranità del Paese dei migranti ma coinvolgere anche la sovranità dei Paesi verso i quali i migranti si rivolgono.
E’ chiaro che tali azioni non sarebbero ancora sufficienti, ma i riformisti dovrebbero anche operare sulla opinione pubblica dei loro Paesi per creare una mentalità contraria al traffico di armi e a quelle iniziative economiche che apportano guerra e sfruttamento nei Paesi africani.
Si tratta di una politica riformista che abbisognerebbe di molte risorse finanziarie da parte dei Paesi d’arrivo della migrazione e sicuramente, anche per questo motivo non molto popolare.

Occorre, comunque, far comprendere all’opinione pubblica che una politica veramente riformista non è né una politica rivoluzionaria, che vuole cambiare tutto senza poi in concreto cambiare nulla, né una politica conservatrice che vuole simulare un cambiamento senza voler cambiare nulla.
Una politica veramente riformista è una politica che incide decisamente sull’assetto sociale esistente e che comporta dei costi da far sostenere soprattutto dalle classi sociali che hanno goduto dei privilegi della situazione precedente.
Un riformismo che non costasse o i cui costi fossero ripartiti fra tutte le classi sociali non sarebbe vero riformismo.
La sua forza sta essenzialmente nella sua ragionevolezza, nella capacità di convincere l’opinione pubblica che i sacrifici (distribuiti equamente) sopportati nel breve termine apporterebbero, nel medio e nel breve termine vantaggi molto più grandi di quelli che si potrebbero ottenere tramite l’implementazione di politiche di stampo rivoluzionario o conservatore.
Più i riformisti riescono a far ragionare gli elettori e a sovrastare gli appelli alla loro “pancia” da parte dei populisti rivoluzionari e/o conservatori, più hanno speranza di attuare con il consenso politiche riformiste di alto respiro.

venerdì 16 giugno 2017

Ius soli? Qualche dubbio ce l'ho.

Cerco di spiegare meglio la mia AVVERSIONE ALLA LEGGE SULLO IUS SOLI.
Innanzitutto conosco la legge e so benissimo che la nascita in Italia non rappresenta l'unica condizione per acquisire la cittadinanza ma che sono necessari altri requisiti di tipo penale, culturale e di continuità di permanenza.
Però rimane il fatto che il messaggio fondamentale che viene dato (e che viene recepito) è che ora, contrariamente a prima, se si nasce in Italia da genitori non italiani sarà più facile ottenere la cittadinanza.
Sono anche consapevole che i migranti vengono in Italia anche per motivi legati alla possibilità di trovare lavoro o una sanità più efficiente ecc. ma sicuramente la possibilità di dare più facilmente ai loro figli la cittadinanza italiana funge da ulteriore incentivo.
Il segnale politico che viene dato è che l'Italia rimane assolutamente e totalmente aperta ad accogliere tutti i migranti, segnale che incentiva i migranti a venire e i popoli dell'Europa centrale (con i queli dovremmo creare una unica comunità) alzare ulteriori barriere anche nei nostri confronti.
Sono assolutamente convinto (e non per motivi ideologici ma solo di opportunità politica) che in questo momento storico particolare occorre procedere a gestire e a filtrare il fenomeno migratorio, non a dare segnali di ulteriore apertura e incoraggiamento a venire in Italia.
Si poteva benissimo ricorrere ad una "SANATORIA" per il quasi 1 milione di bambini nati in Italia e culturalmente italiani senza procedere ad una variazione definitiva della legge sullla cittadinanza, che rappresenta un incentivo in più a venire in Italia da parte di quei migranti che aspirano a una cittadinanza più facile per i loro futuri figli.
Ripeto, si tratta di FILTRARE e GESTIRE la migrazione, non certo di procedere a blocchi o a respingimenti.
E il ministro MINNITI sta operando benissimo in questa direzione.
Si tratta di includere e integrare, ma senza accelerare perché si rischia di creare ulteriori fratture in una coesione sociale già scarsa e di provocare uno slittamento a destra dell'elettorato italiano, verso una destra che in maggioranza appare abbastanza incline a derive autoritarie e razzistiche.
E poi occorre essere chiari. Un processo di integrazione, come quello che abbiamo davanti, non sarà, almeno nel breve-medio periodo, gratis ma produrrà, se non condiviso con l'Europa, una diminuzione del livello di vita degli italiani.
Chi m conosce sa che non sono incline a posizioni di tipo leghista o, per certi versi, grillino.
Non credo nelle identità culturali chiuse e impermeabili, credo che il dialogo arricchisca le diversità culturali, ma credo anche che indebite accelerazioni siano dannose anche per una sana e efficace prosecuzione di questo dialogo.
Diciamo a Roma "la gatta frettolosa fa i figli ciechi".
Non vorrei domani trovarmi in una Italia stile l'attuale Ungheria!

venerdì 2 giugno 2017

"TEDESCUM" o "FURBESCUM"?

NON E' VERO che stiamo applicando in Italia il sistema elettorale ("tedescum"), quello italiano (il "furbescum") ha almeno due differenze importanti dal punto di vista del POTERE DEI CITTADINI.
A) In PRIMO LUOGO, il tedescum è nei fatti completamente proporzionale, con questa accortezza: la percentuale ottenuta nella parte proporzionale serve a CALCOLARE il numero dei seggi di ogni partito, la parte unimominale serve a individuare CHI viene eletto in parlamento.
In pratica tutti gli eletti nei collegi uninominali vanno in Parlamento. Se il loro numero è inferiore alla % dei voti ottenuti dal partito nel proporzionale si pescano, per raggiungere la quora degli eletti, i più votati nella parte proporzionale; se invece il numero degli eletti è superiore alla % dei voti ottenuti nel proporzionale, tutti gli eletti nell'uninominale vanno ugualmente in Parlamento ma, per compensazione, si alza anche la quota di seggi spettanti agli altri partiti,
In pratica nel tedescum si dà la prevalenza al voto dei cittadini riguardo alla scelta sui singoli candidati nell'uninominale.
Invece, nel "furbescum" prima si calcola la quota percentuale raggiunta dai partiti, poi si calcola il conseguenziale numero di seggi, attribuendoli però a cominciare dai CAPOLISTA dei listini bloccati.
Si dà più importanza ai capolista (in pratica scelti dalle Segreterie dei partiti) che ai candidati nell' uninominale scelti drettamente dai cittadini.
B) In SECONDO LUOGO, il tedescum permette ai cittadini di esprimere un VOTO DISGIUNTO, votando per un candidato all'uninominale ma non necessariamente per la lista collegata (questo meccanismo ha permesso spesso ai partiti non principali di superare le soglia del 5%.
Il furbescum non permette invece il voto disgiunto per cui è obbligatorio votare una lista bloccata al proporzionale e il relatvo candidato uninominale collegato.
Concludendo il "furbescum" è un sistema elettorale che mina fortemente il diritto dei cittadini di eleggere i propri rappresentati, attribuendo invece più potere alle Segreterie dei partiti.
Siamo certi che la Corte Costituzionale non avrà nulla da eccepire?

giovedì 1 giugno 2017

Tanta tristezza...

L'introduzione del sistema proporzionale "tedescum" (ma sarebbe meglio definirlo "furbescum") mi crea la sensazione di una profonda MESTIZIA e di una SCONFITTA personale irrecuperabile.
E' da quando avevo 20 anni che mi batto per un sistema elettorale che permetta ai cittadini di scegliere chi li governerà, con preferenza verso l'uninominale a doppio turno di tipo francese.
Sono passato attraverso:
1) 40 anni di proporzionale che hanno devastato l'Italia alimentando una spesa pubblica incredibile solo a pensarsi da parte degli altri Paesi;
2) l'inganno del Mattarellum (con una abnorme parte proporzionale del 25% che serviva a calcolare il peso dei diversi partiti);
2) l'illusione del sistema francese (uninominale a doppio turno) sponsorizzato da Sartori presso D'Alema ma inesorabilmente bocciato e abortito prima di nascere;
3) la furbata del Porcellum fatto apposta per non far governare chi avesse vinto le elezioni;
4) la bocciatura del ballottaggio dell'Italicum da parte di una pavida Consulta che è corsa dietro alla maggioranza degli italiani più propensi a attribuirsi un diffuso diritto di veto che ad assegnare a chi avesse vinto le elezioni il potere democratico di governare.
Ho condotto una battaglia inutile e ho PERSO.
Il proporzionale è il sistema che premia l'individualismo più gretto, la mediocrità, la scemenza dell' 1 conta uguale a 1, l'invidia sociale, l'odio (di nuovo montante..) contro la meritocrazia, il buonismo del "nessuno è colpevole perché è sempre colpevole qualcun altro o la società nel suo complesso".
Come faccio a dire ai miei giovani colleghi e amici di avere speranza?
Da dove RICOMINCIARE?

martedì 30 maggio 2017

Una visita medica inverosimile...

KAFKA E PIRANDELLO sarebbero stari capaci di scriverci una storia o una novella.
Ma andiamo con ordine....
Oggi alle 14,00 avevo l'appuntamento per la VISITA MEDICA per la PATENTE SPECIALE per disabili.
In effetti miracolosamente si inizia alle 14,00 e io ho il numero di visita proprio n. 14. "Stavolta faccio presto" mi dico.
In effetti verso le 15 entro nella sala della visita medica che, come al solito, si riduce di fatto ad una visita oculistica.
Mi rendo conto immediatamente che la mia capacità visiva è diminuita (e già lo sapevo tanto che negli ultimi tempi guidavo sempre con gli occhiali).
Il medico (anzi la medica) mi dice testualmente "dovrà guidare con gli OCCHIALI", io gli rispondo "Va bene dottoressa, non sollevo problemi" e poi le chiedo se mi confermerà i 5 anni di validità della patente o se me li ridurrà a 3; lei mi risponde sorridendo che dovrà decidere la commissione ma percepisco un suo parere positivo.
Mi accomodo, come tutti gli altri, in sala d'attesa, ad aspettare la consegna del risultato della visita (che anticipa la consegna formale della patente) dove mi aspetto la scritta: sono prescritti occhiali da lontano".
Il tempo passa, cominciano a consegnare i certificati ma in ordine sparso senza rispettare l'ordine dell'entrata.
Cominciano le lamentele e cominciano le solite scuse ("la linea del computer funziona male", "non siamo noi ad essere lenti ma la colpa è dell'ufficio della Motorizzazione civile.
Verso le 16,30 (!!!) vado anche io a lamentarmi e la segretaria della commissione mi dice "Sbardella? ah sì, la sua domanda ha creato qualche problema" ovviamente senza dirmi quale...
Dopo una mezzora mi lamento di nuovo con un membro della commissione che si stupisce che io fossi ancora là e mi rassicura che si sarebbe informato.
In effetti solo qualche minuto ed arriva un altro amministrativo trafelato "Sbardella, ma lei l'ha fatta la accettazione? "Certo che l'ho fatta, se no chi mi dava il numero 14 di prenotazione" rispondo a questo punto infastidio.
Rientra in sala visita e poco dopo riesce: "Sbardella, ma lei per avere il certificato avrebbe dovuto portare subito qui i suoi occhiali e risottoporsi alla visita medica medica oculistica, non gliel'hanno detto?". E' una persone gentile, evito di imbufalirmi e rispondo: "no, non me l'hanno detto, se non non sarei rimasto qui due ore ad aspettare", lui ammette "sì, le credo" e io di rimbalzo "e adesso che facciamo".
"Vediamo può venire giovedì alle 16,00 con i suoi occhiali, stanza 111, 1^ piano? sistemiamo tutto".
Accetto (e che dovevo fare, il coltello dalla parte del manico ce l'ha la commissione media che può decidere discrezionalmente sia sul rilascio della patente speciale sia sulla durata delle sua validità).
Mi rimane il dubbio che anche questa sia una bugia e che sotto ci sia qualcosa di diverso....
Voi che ne dite?

martedì 7 febbraio 2017

LETTERA APERTA AGLI AMICI "GRILLINI"

Sono stato sempre un convinto assertore della necessità e della possibilità di un dialogo con gli aderenti al M5S.
Un dialogo che sia reciprocamente aperto, franco, costruttivo.
Sono fiducioso che una parte di loro sia disposta al confronto con chi non vuole essere aprioristicamente polemico ma usare la ragione e la tensione verso il bene comune.
Comprendo bene la loro volontà di andare subito al voto perché condivido la previsione che, votando entro giugno 2017 si rivelerebbero come il partito di maggioranza relativa.
Quello che faccio fatica a comprendere, anzi non comprendo affatto,è la loro fiducia nel raggiungimento della quota del 40% dei votanti.
Quali sondaggi hanno in mano che certifichino tale previsione? già nel 2016 la loro massima espansione è stata verso il 30% e hanno conseguito alcune vittoria alle elezioni amministrative sfruttando il ballottaggio (laddove hanno fatto il piano dei voti di destra e di una parte del centro in funzione anti PD).
Ora che alle politiche il ballottaggio non è più previsto e che i dati politici di alcune loro amministrazioni non sono stati all'altezza delle attese, in quali aree pensano di trovare quel 10% dei voti mancanti per raggiungere il 40%? Sinceramente non penso nel serbatoio degli astenuti perché ormai tutti quelli che si sentivano di votare M5S lo hanno fatto, difficilmente ne arriveranno altri.
E ancora, anche nell'ipotesi inverosimile che raggiungano il 40% dei voti alla Camera questa circostanza darà loro la maggioranza in questa Assemblea ma non al Senato.
Parliamoci serenamente, è probabile che il M5S possa vincere evantuali elezioni a giugno e raggiungere un buon risultato, diciamo al massimo il 35%; rimane il problema che senza alleanza non è ipotizabile alcuna possibilità di formare un Governo.
Non penso che persone avvedute e responsabili verso il bene comune non abbiano pensato a questa eventualità, alla necessità cioè di scegliere con chi stringere un'alleanza politica per raggiungere un'alleanza.
Mi sembra che l'unica forza politica che condivida parte del vostro programma sia l'area che si posizione intorno alla Lega e a Fratelli d'Italia.
Ripeto, andare a votare a giugno vuol dire mettere nel conto la altissima probabilità di stringere questo tipo di alleanza.
Alternative non ce ne sono tranne l'ipotesi di abbandonare l'idea di votare a giugno, cominciare ad amministrare bene Roma (che dovrebbe essere la vetrina politica del M5S) e lavorare ai fianchi Governo Gentiloni e maggioranza mostrandosi opposizione competente e capace.
Dove è che sbaglio in questa mia serena analisi? sarei contento di una risposta (da parte di amici M5S) basata su ragionamenti politici e dati.

giovedì 15 dicembre 2016

Una storia scolastica...

Raccontata da una amica insegnante di liceo a Roma.
Poco meno di un mese fa il Preside (o Dirigente scolastico?), con una nota sul sito della scuola, ammonisce duramente gli studenti (e i relativi genitori) a non OCCUPARE la scuola perché incorrerebbero in un invito alla polizia a liberare i locali nonché in pesanti provvedimenti disciplinari.
Ovviamente il giorno dopo gli studenti ovviamente occupano con motivi pretestuosi ("Renzi vattene", "non alternanza scuola-lavoro da McDonald"...).
Il Preside chiama la polizia ma non chiede lo sgombero e negozia con gli studenti per trasformare l'occupazione in COGESTIONE (ovvero, in sostanza, facciamo finta di decidere insieme qualcosa da fare, in effetti voi decidete e i docenti si dedicano alla sorveglianza dei locali per prevenire ed evitare danneggiamenti).
Dopo tre giorni di occupazione si passa alla cogestione per una settimana.
Poi gli studenti terminano la protesta (??!!) più che altro perché si sono stufati e perché dentro la scuola fa freddo nel pomeriggio e di notte.
Il Preside convoca un collegio docenti e, in quella sede, si decide di SOSPENDERE i ragazzi che hanno partecipato alla occupazione con 14 giorni di sospensione con obbligo di frequenza (non 15 giorni perché altrimenti scatterebbe automaticamente il 5 in condotta e la conseguente bocciatura).
Piccolo problema: come individuare i ragazzi che hanno partecipato all'occupazione? semplice i genitori dei ragazzi che ho hanno partecipato devono dichiararlo con una AUTOCERTIFICAZIONE!
Conseguenza, la scuola era piena di ragazzi occupanti (come dimostrano ampiamente le foto pubblicate da loro stessi su facebook) mentre all'atto pratico tutti i genitori, tranne forse neppure una decina, hanno fatto la dichiarazione di non partecipazione.
E come si fa, si chiede il Preside, a sanzionare solo quei poveri ragazzi i cui genitori sono stati onesti? Si vanno a vedere le foto pubblicate? No!!
La soluzione alternativa è semplice e tempestiva!!
Ieri la mia amica docente è stata raggiunta da una telefonata della vicepreside che, in maniera ipocrita ma chiara, le chiedeva di telefonare a uno dei genitori onesti per suggerirgli di firmare e inviare una FALSA dichiarazione di non partecipazione.
E analoghe telefonate sono arrivate ad altri docenti.
Conclusione, dalla iniziale nota "fulmini e fiamme" del Preside si è arrivati ad una sanatoria generalizzata.
Poi dite che ce l'ho con il "BUONISMO" ma pensate che simili comportamenti siano efficaci per instillare in giovani e adulti il senso civico e il principio della legalità?
In una azienda privata seria il Dirigente in questione (il Preside) sarebbe stato LICENZIATO per comportamento gravemente lesivo dell'immagine e degli interessi dell'azienda.
E, ultima considerazione, chi pensa che con un Ministro sindacalista e diplomato in Scienze umane, la situazione generale potrà migliorare?

giovedì 17 novembre 2016

Democrazia governata o governante?

Secondo gli scienziati della politica, ci sono due visioni diverse della democrazia, la democrazia governata, che dà la priorità ai meccanismi di funzionamento della decisione a prescindere dalla snellezza, e la democrazia governante che, ferma restando la maggior parte dei meccanismi di garanzia, dà la priorità all'efficienza del sistema e alla velocità di decisione.
Per storia e cultura personale, sono affezionato alla prima visione (che ha funzionato benissimo in Italia fino agli anni '80...), ora non so se questa visione sia adeguata ad affrontare le sfide di un mondo globale, liquido e competitivo, nel quale acquista sempre più importanza la capacità di decidere e di decidere in fretta.
Certo è importante, anzi fondamentale, conservare una cintura istituzionale di garanzia democratiche.
Mi pare che la riforma Boschi sostanzialmente contenga tale cintura: 1) il ruolo della Camera rimane inalterato; 2) il Senato mantiene parte dei poteri e può, agendo in simbiosi, con le Regioni, tutelare meglio gli interessi delle comunità locali; 3) c'è lo strumento (ora inesistente) del referendum di tipo propositivo; 4) rimangono i poteri del Capo dello Stato (che anche oggi, dal quarto scrutinio in poi, potrebbe essere eletto direttamente dalla maggioranza di Governo); 5) è pienamente confermato il ruolo della Corte Costituzionale.
Rispetto alla situazione attuale ciò che veramente avviene è solo un depotenziamento del Senato (che non dà più la fiducia al Governo) e delle Regioni che su alcune materie precise di interesse nazionali (sanità, istruzione, grandi infrastrutture, energia..) perdono il potere di interdizione.
Siamo di fronte ad una deriva autoritaria? è legittima un'opinione del genere, io ne ho una diversa.
Se vincerà il no non mi strapperò i capelli (ce ne ho anche pochi...), da tempo ho smesso di illudermi sugli Italiani (ma esistono poi realmente gli italiani?....).
Mi dispiace solo per i più giovani (non per quelli ricchi che se ne vanno a studiare e a lavorare all'estero, ma per quelli con meno risorse familiari, che devono restare in Italia).

domenica 13 novembre 2016

Riforma istituzionale perfetta?

Non ho mai scritto che la riforma istituzionale sia perfetta.
Il SI o il NO non è alla perfezione della riforma ma alla convinzione che sia comunque meglio della situazione attuale.
1) E' meglio o no avere una sola Camera con pieni poteri politici o avere due Camere con pari poteri (anche se le modalità di elezione dei senatori vanno sicuramente perfezionate)?
2) E' meglio o no avere riportato nelle competenza dello Stato centrale alcune competenze di interesse nazionale prima in concorrenza con la competenza delle Regioni (sanità, istruzione, energia....)?
3) E' meglio o no abolire il CNEL, ideato nel 1948 sull'onda della teoria corporativistica e ormai nettamente superato dal contesto sociale?
4) è meglio o no aver ridotto da 315 a 105 il numero dei senatori (anche se sarebbe stato forse preferibile eliminarli del tutto)?
Il confronto va fatto fra la situazione attuale e quella delineata dalla riforma, non fra la riforma proposta e una considerata perfetta (e impossibile...).
Il perfetto e l'ottimo sono nemici del bene.