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giovedì 23 maggio 2019

I motivi del mio voto alle elezioni europee

Qualche amico è rimasto perplesso sulla mia decisione di votare, a questo giro di elezioni europee, +Europa dando la preferenza di genere femminile a Stefania Schipani (e al suo co-teamer Niccolò Rinaldi).
Quali sono le mie motivazioni?

Sono una persona (e non penso di essere la sola, anche se non siamo moltissimi) alla quale interessa che in Italia sorga quanto prima un'area politica di impronta liberaldemocratica, nettamente riformista ed europeista, inclusiva della cultura laica non anticlericale e di quella cristiana democratica, che porti avanti un disegno politico fondato sull'economia sociale di mercato, sulla competenza, sulla meritocrazia, sulla semplificazione amministrativa e legislativa, sulla lotta al malaffare, alla corruzione, all'evasione fiscale.
Questa area, così come delineata, è ben distante dalle posizioni dei partiti dell'attuale compagine governativa e di FdI nonché chiaramente distinta dalle posizioni di FI e del PD.
Sono consapevole che quest'area, nell'Italia attuale, non possa andare oltre un ragionevole 10%, ma ritengo indispensabile segnalare ai politici eventualmente interessati (penso a Calenda, Cottarelli, Renzi, lo stesso Della Vedova) che quest'area esiste e che, in un sistema elettorale tendenzialmente proporzionale come quello attuale, può benissimo giocare le sue carte.
Il mio voto a +Europa si inserisce in questa precisa volontà di segnalare che quest'area esiste.
Qualcuno dice che potrebbe trattarsi di un voto inutile perché potrebbe accadere che +Europa non raggiunga la soglia di sbarramento del 4%. Rispondo che, a mio parere, non è tanto importante pensare alla soglia del 4% quanto alla intenzione di segnalare di essere disponibili alla costituzione di un soggetto politico in questa area.

Se tutti i potenziali elettori di questa area non si ponessero il problema del 4% ma votassero liberamente per +Europa, altro che 4%!

Se poi qualcuno vuol sapere come faccio, come cattolico, a votare un partito con un leader abortista come la Bonino, rispondo che un cattolico, a mio parere, è tenuto a fare una mediazione culturale fra i suoi valori e i programmi dei partiti, non tenendo conto di un singolo punti ma del complesso programmatico di ciascun partito, nonché del suo orientamento e dell'indirizzo politico.
Sotto questo aspetto mi ritrovo pienamente in +Europa. Inoltre il voto di preferenza di genere dato alla Schipani mi permette di non agevolare, con il mio voto, l'elezione della Bonino.

Qualche altro amico mi chiede cosa trovo di diverso in +Europa rispetto ad altri partiti.Innanzitutto +Europa mi pare l'unico partito di ispirazione schiettamente e dichiaratamente liberaldemocratica (sul serio...).
Inoltre pone nel programma un cambiamento di questa UE nel senso di voler colmare il deficit democratico esistente; per questo propone l
'elezione diretta popolare del Presidente della Commissione e l'attribuzione al Parlamento europeo del potere di iniziativa legislativa (caratteristico di ogni Parlamento del quale però quello europeo è privo).
Nel contempo propone un graduale avvicinamento dei sistemi amministrativi, di welfare e fiscali.
Last but not least, sinceramente mi sembra che la qualità culturale dei candidati sia di molto superiore a quella media degli altri partiti.

Questa è la mia riflessione, può essere condivisibile o meno ma io ne sono convinto.


STEFANIA SCHIPANI, CANDIDATA DI +Europa alle elezioni europee Collegio Centro Italia

martedì 7 maggio 2019

Radici...

I miei nonni erano agricoltori, sia quello paterno che quello materno; il primo molto devoto e pio, il secondo, in possesso di un piglio imprenditoriale, partecipò alla Marcia su Roma perché non ne poteva più di uno Stato sempre più assente e impotente ma fondamentalmente era un liberale conservatore.
Mio padre era e rimase fascista fino alla morte, ma chi lo ha conosciuto può concordare che era una persona mite e gentile, per niente violenta.
Mia madre, ben più decisa e determinata, si definiva una liberale ma, sotto molti aspetti, era molto a sinistra (chi si impegnava, anche se era povero, doveva emergere, il ricco che non si impegnava doveva essere penalizzato).
Personalmente mi sento un liberale, credo fermamente nella positività del confronto di idee, non mi piace chi ancora pensa ai fascisti come violenti e basta o ai comunisti come ad atei che mangiano i bambini.
Credo nel senso del dovere, nell'assunzione di responsabilità dei propri comportamenti, nell'impegno e nella meritocrazia.
Cerco di rispettare le leggi e pretendo che anche gli altri lo facciano.
Non sopporto l'ignoranza colpevole, il semplicismo, l'arrangiamento, l'ignavia.
Ritengo che nel comportarsi, occorre mettere sullo stesso piano l'interesse proprio e quello comune.
Sono un "BORGHESE"? forse sì, ma fiero di esserlo.

venerdì 26 aprile 2019

Creativi .... per che cosa?

Mi ha sempre colpito, sin da quando ero ragazzo, il capitolo 25 del Vangelo di Matteo.

Dal versetto 14 al versetto 30 Gesù racconta quella che è chiamata la "parabola dei talenti".
Gesù invita ad usare le nostre capacità, intellettuali o materiali, i nostri talenti, in una parola la nostra creatività, quasi ci invita ad essere imprenditori della Buona Novella.
E' una delle poche volte che nella Bibbia si trova un elogio della laboriosità e della capacità di trafficare e una condanna netta del conservatorismo di chi pensa solo a non rischiare ma a tenersi ben stretti i nostri doni.
Sembra quasi che Gesù ci inviti tutti ad essere "imprenditori" della Buona Novella.

E' per veramente interessante e significativo che il capitolo di Matteo (e dunque l'insegnamento di Gesù) continui, dal versetto 31 al versetto 46, con la narrazione dell'immagine di quello che sarà chiamato "il giudizio finale".
Qui Gesù dice chiaramente che il nostro ingresso nel suo Regno (il godere in eterno dell'amicizia di Dio) dipende dal nostro atteggiamento verso gli "ultimi".Tutto quello che faremo (o daremo) agli affamati, agli assetati, agli stranieri, ai malati, agli infreddoliti, ai carcerati, verrà considerato come fatto (o dato) a Lui e rappresenterà, si così si può dire, il nostro passaporto per l'ingresso nel Regno.

Unendo questi due brani, scritti di seguito, mi è venuto spontaneo pormi la domanda. Ma allora non è che la creatività e l'imprenditorialità che Gesù ci richiede nel trafficare i nostri talenti non vada proprio e solo indirizzata all'aiuto degli ultimi? 
E' stata questa considerazione che mi ha stimolato lungo tutta l'ultima settimana di Pasqua.
E ora, in cammino e in opera!

lunedì 8 aprile 2019

Beati...

Ho sempre pensato che la fede nel Dio di Gesù Cristo sia un cammino non pesante e noioso ma sorprendente e foriero di gioia.
Ultimamente, invece di navigare solo su internet, mi sono ripromesso di navigare anche nella Bibbia e di cercare tutte quelle volte che si trova nellAntico o nel Nuovo Testamento, il termine "BEATI" (sinonimo di felici).
Può essere una modalità per avanzare lungo il cammino verso la pienezza della GIOIA.
Avrete la sorpresa di constatare quante volte il termine beati ricorre nella Bibbia (la maggior parte di noi corre subito alle Beatitudini del discorso della montagna che invece rappresentano solo una piccola parte delle beatitudini).
Suvvia, mettetevi a navigare, buon cammino e... siate beati!
   

venerdì 8 febbraio 2019

Degrado o sfida e nuova opportunità?

Ho lasciato questo quartiere (Roma Castro Pretorio c/o Stazione Termini) 18 anni fa.
Lo ritrovo profondamente degradato.
Tutti i negozi commerciali di un certo tipo (abbigliamento uomo-donna, calzature, librerie...) scomparsi o ridotti al minimo, pletora di mini-market, pizzerie-kebab, ristorantini di ogni tipo...
Il centro commerciate di Termini ha tutto ma a prezzi fortemente maggiorati.
!8 anni fa era un quartiere di nativi italiani con numerosi residenti (??) stranieri, oggi è un quartiere nel quale la convivenza multietnica è una realtà palpabile, a forte rischio di tensioni sociali.
Un quartiere a isole etniche frammentate, fortemente a rischio disumanizzazione.
In questa realtà mi chiedo: come si può, si deve comportare una persona che cerca di essere cristiano?
Sicuramente, ancor prima di pensare all'evangelizzazione vecchio tipo o alla catechesi, occorre pensare a come ri-costruire rapporti umani.
E' una sfida poderosa e difficile, ma è una sfida bella perché si tratta di vivere, affrontare e cercare di risolvere i problemi che fra una decina d'anni (e forse prima...) avranno l'intera Roma e anche l'intera Italia.
Mi tornano in mente i miei due motti quando ero manager in azienda (e anche dopo...):
1) ante omnia homo (il rispetto della persona umana prima di tutto il resto);
2) costruire sempre positivo.
AVANTI in questa territorio di "missione"!

sabato 29 settembre 2018

La debolezza della democrazia italiana

La democrazia italiana è debole in quanto ha una società civile resa incolta, ignorante e semplicista:

  1. da una politica scolastica che, da circa 50 anni, ha abbassato pesantemente e progressivamente i livelli di istruzione per trasformarla in un immenso e facile promuovificio;
  2. da una politica industriale mediatica che, da circa 25 anni, ha annebbiato e indebolito la mente e la memoria degli italiani.
Il tali condizioni la grande maggioranza del popolo (o forse è più esatto dire "della gente) pretende dalle elite politiche dei programmi socio economici che diano, in maniera indolore e semplice, senza alcun sacrificio, benefici nel breve termine trascurando completamente le conseguenze negative nel medio - lungo termine.
Dall'altra parte le elite politiche sanno bene che potranno essere rielette solo se accondiscenderanno a queste richieste della gente.
E allora come uscirne?
Dovrebbero essere implementate una politica scolastica e una politica mediatica capaci di ricostruire una scuola e una struttura mediatica in grado di formare ed informare correttamente i cittadini.
Questa soluzione andrebbe però subito incontro a due inconvenienti:

  • dovrebbe necessariamente (se svolta secondo le regole democratiche) essere lenta e graduale, senza però, in questa maniera, poter accorciare le distanze dagli altri Paesi che, in un mondo globale e competitivo, stanno avanti a noi e corrono più di noi;
  • richiederebbe alla gente sacrifici (in tema di maggior impegno nello studio, di maggiore attenzione nel leggere o vedere i media, anche forse di maggiore sobrietà nei consumi) tali da rendere impraticabili questa politiche che sarebbero subito respinte elettoralmente.
E allora torna la domanda, come uscirne?
Con uno choc istituzionale? 

martedì 11 settembre 2018

Se vuoi arrivare primo vai avanti da solo, se vuoi andare lontano vai avanti in gruppo. E’ proprio vero?


Un vecchio proverbio africano recita: “Se vuoi arrivare primo vai avanti da solo, se vuoi andare lontano  vai avanti in gruppo”.
Sembra vero, ma forse, approfondendo, emergono alcune perplessità.
Se si procede tenendo insieme tutti, il gruppo inevitabilmente procederà al passo delle persone più lente. Ogni eventuale, anche minima, accelerazione farà perdere contatto alla persone che sono in coda e non riescono a reggere più il ritmo.
L’andare tutti  insieme presuppone un passo più lento di chi procede da solo o con un piccolo gruppo.
Se l’obiettivo del cammino è solo il cammino per se stesso, non sorge nessun problema.
Se invece l’obiettivo del cammino è far progredire il gruppo, facendogli raggiungere nuove posizioni, ruoli, o risorse materiali o immateriali (comprese quelle spirituali…) le cose si complicano.
Non sempre è vero che queste posizioni, ruoli, risorse siano in numero illimitato, anzi il più delle volte sono in numero limitato e sono appannaggio dei singoli (o dei gruppi) più veloci.
Basta pensare a quello che avviene nel mondo globale di oggi, laddove l’economia pone in competizione fra di loro non singoli gruppi ma interi Paesi .
I Paesi più efficienti e veloci (e per Paese intendo l’insieme collettivo  congiunto della società civile e della classe politica ed economica) riescono ad acquisire le posizioni migliori e le risorse maggiori a scapito dei Paesi più lenti che rimangono dietro. Non solo se questi Paesi insistono nel voler far viaggiare alla stessa velocità tutti i cittadini, resteranno sempre indietro.
Se infatti paragoniamo i Paesi più veloci a un gruppo di cavalli e quelli più lenti a un gruppo di cani non possiamo non notare che, più lunga è la corsa più, inevitabilmente, si amplia la distanza fra i due gruppi concorrenti.
Questo vuol dire che un Paese il quale abbia al suo interno vaste aree di arretratezza culturale, se non vuole lasciare al loro destino ampie fasce di popolazione e vuole invece praticare politiche di inclusione sociale, è destinato ad un declino più o meno rapido?
Forse no!
Forse la soluzione potrebbe consistere nel formare piccole avanguardie più veloci con un duplice compito: a) da una parte correre in competizione con gli altri Paesi per raggiungere le posizioni migliori e acquisire maggiori risorse; b) dall’altre tracciare la strada per rendere più facile e più veloce il cammino della più ampia retroguardia.
Che ne dite? Esistono alternative più valide?


martedì 5 giugno 2018

Piccoli suggerimenti per rendere migliore la SCUOLA

Testo dell'articolo scritto oggi da Galli Della Loggia sul Corriere della Sera.

Gentile signor ministro dell’Istruzioneimmagino la quantità di pratiche, di dossier, di circolari, ognuna con relative decisioni importanti da prendere, che appena messo piede a viale Trastevere avrà trovato sulla sua scrivania. Ma non è per aggiungere altri impegni a quelli gravosi che lei già ha che le vorrei proporre di adottare subito alcune misure — peraltro assai semplici — adottabili quindi con estrema facilità. È solo perché esse darebbero subito l’idea, mi sembra, che qualcosa sta veramente per cambiare nella scuola italiana. Solo l’idea naturalmente, ma di sicuro assai importante, circa la direzione verso cui non solo a mio giudizio, mi illudo di credere, la scuola italiana deve andare. Ecco dunque in breve le dieci misure che le propongo di prendere a cominciare già dal prossimo settembre:
1) Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico — ha scritto Hannah Arendt, non propriamente una filosofa gentiliana, come lei sa — non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo. La sede propria della democrazia non sono le aule scolastiche.
2) Sempre a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del docente.
3) Divieto deciso nei confronti di tutte le «occupazioni» più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna cominciare a dire le cose come stanno.
4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.
5) Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio.
6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio iniziarla proprio nella scuola?
7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici cellulari).
8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto della scuola diventi : «Il buon cinema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!».
9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.
10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato.
Gentile signor ministro, lei si trova oggi alla testa di un dicastero importante nel quadro di un governo che ama definirsi del «cambiamento»; che da quando ha cominciato a vedere la luce non ha fatto altro che ripetere questa parola: cambiamento! E allora coraggio, cambi! Cambi subito almeno qualche piccola cosa: che poi, dia retta, piccola non sarebbe proprio per nulla.

lunedì 28 maggio 2018

La via dell'autarchia e la via dell'Europa

Non comprendo lo stupore di molti nell'accorgersi che il potere dei mercati finanziari internazionali è uguale (se non superiore) a quello dei Parlamenti liberamente eletti.
Ma dove siete stati dal 1990 ad oggi, su Marte?
Dopo la caduta dei muri fisici ancora più importante è stata la caduta dei muri delle frontiere della sovranità fiscale.
Ormai basta un click per spostare enormi capitali o settori aziendali da un Paese all'altro (e c'è chi vaneggia ancora di imposte patrimoniali che colpirebbero solo risparmiatori sprovveduti).
Si può riconquistare la sovranità fiscale e finanziaria?
Certo che si può, seguendo due strade alternative.
La prima è la chiusura del mercati nazionali e delle frontiere nonché un ferreo controllo sulle comunicazioni (internet incluso) e sullo spostamento delle persone con tutto ciò che comporta sul piano della libertà personale.
Questo vorrebbe dire mettere in atto una politica autarchica (non nuova per l'Italia (qualcuno ha forse studiato la "battaglia del grano" o il dono delle "fedi alla Patria"?).
E' una strada percorribile ma ci estraneeremmo dai mercati internazionali e dovremmo rivedere il nostro stile di vita (chiaramente limitando i consumi). Siamo pronti a questo?
Per inciso, a parte la nostra esperienza nel ventennio, non vi sono esempi di successo di una politica autarchica, condotta da un Paese povero. Anche la Russia sovietica ha resistito per anni (a prezzo della libertà e di povertà interna) per conservare una politica autarchica e cercare di essere una grande potenza. Sappiamo come è finita.
L'alternativa all'autarchia è più lunga ma ha il pregio di causare meno danni.
Se il potere economico e finanziario è globale, occorre bilanciarlo con un potere politico democratico globale.
Nessuna nazione può farcela individualmente, occorre portare avanti disegni di aggregazioni sovranazionali su basi almeno continentali e riconquistare, a livello superiore, quella sovranità persa a livello nazionale.
L'Italia non può fare a meno dell'Europa, se non percorrendo la linea aurtarchica.
Certo dovremo impegnarci e stringere le necessarie alleanze (Francia, Spagna?) per far sì che l'Europa non sia solo una grande Germania. Dovremmo far comprendere agli altri che non sempre è possibile attuare una politica di austerità,ma saremmo in grado di farlo comprendere solo se riusciremo a porre in atto una seria riforma della P.A. (con al centro l'efficienza e la meritocrazia), della scuola (con al centro l'autorità dei docenti e ancora la meritocrazia), nonché lotta decisa al malaffare, alla corruzione, al clientelarismo e alla malavita organizzata.
Ma forse sto sognando...

mercoledì 16 maggio 2018

Semplicità, non semplicismo


Qualche volta qualcuno mi accusa palesemente, o pensa dentro di sé, che io sia elitario e intellettuale.
Chi mi conosce bene di persona sa che non sono così, generalmente sono molto alla mano, allegro e semplice.
Vi voglio raccontare una esperienza.
Il Giubileo del 2000, in particolare il cammino di conversione spirituale, non lo feci a Roma (troppo facile...) ma andai a farlo ad Assisi da solo (ancora ero celibe) con una vacanza di meditazione di 4 giorni.
Mi ricordo che il tema che mi venne all'attenzione, specialmente meditando sulla esperienza di S. Francesco, fu quello della semplicità.
Lasciai Assisi e tornai a Roma con l'impegno personale ad essere più semplice e a comunicare con gli altri nel modo più semplice possibile.
Semplicità vuol dire spiegare i propri concetti (o riformulare quelli di altri) usando parole comuni, frasi brevi, chiedendo riscontro di essere stati ben capiti.
Trascurare i dettagli, utilizzare spesso esempi, impiegare slogan riassuntivi, ricorrere ad analisi approssimative non è invece semplicità, è semplicismo.
Purtroppo siamo in un contesto dove il semplicismo è dominante, si evita la fatica di cercare informazioni, di trovare riscontri, di approfondire gli argomenti perché ciò che conta è fare le cose velocemente e riuscire a parlare o, peggio, a decidere, prima degli altri.
In un contesto, in un mondo, nel quale i problemi sono sempre più globali e complessi, il semplicismo è devastante perché, alla lunga (ma neppure tanto..) si ritorce contro chi lo impiega e contro chi ascolta chi lo impiega.
Luigi Einaudi intitolo una sua “predica inutile” “Conoscere per deliberare”.
Sarebbe importante che noi tutti, giovani, adulti, anziani ci ricordassimo sempre questa esigenza di accomunare la compiutezza e profondità dell'analisi, con la semplicità della esposizione.
E stiamo molto attenti a quelli che usano intenzionalmente il semplicismo per manipolare le nostre menti e, in ultima analisi, la nostra libertà.