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martedì 26 settembre 2017

Una Chiesa più leggera e più sobria...


Ultimamente, parlando con alcuni miei amici laici, un tempo attivamente praticanti cattolici e oggi molto lontani dalla Chiesa ufficiale mi sono reso conto di una cosa.
La Chiesa cattolica è ancora troppo piena di formule, di regole, di riti, di incarichi onorifici, per essere accettata da persone, intellettualmente e onestamente aperte, che vivono la realtà del XXI secolo.
Occorre forse riformulare alcuni dogmi per renderli più comprensibili ad una cultura come quella moderna (ha ancora un senso parlare di Gesù Cristo "Figlio di Dio" o occorre formulare lo stesso concetto in una maniera più chiara e attuale?), eliminare o cambiare alcune regolette (come quella del digiuno quaresimale o delle indulgenze..) per far sì che ne sia pienamente compresa la validità, rendere più sobri e pregnanti i riti e le liturgie, eliminare incarichi onorifici ormai incomprensibili (Monsignori, Arcivescovi...).
Forse occorrerebbe ricordare che la Chiesa nasce a si rafforza intorno a quattro punti fermi:
1) l'Eucarestia;
2) la Parola;
3) la Carità fraterna;
4) i Sacramenti (magari eliminando quello incomprensibile che è la Cresima).
Papa Francesco ha fatto tanto su questa strada ma forse ci vorrebbe un altro Martin Lutero.
Scandalizzati? mi considerate eretico? forse lo sono ma in coscienza la penso così.

venerdì 22 settembre 2017

MA GESU' HA VERAMENTE AMATO IL DOLORE?

Sono stato sempre convinto che i cristiani devono sentirsi chiamati dalla loro fede a vivere con GIOIA e SPERANZA.
Esiste una (purtroppo..) vasta corrente spirituale che ha percorso, durante tutti i secoli, il cristianesimo enfatizzando l'importanza del dolore.
In sintesi, secondo questi cristiani, occorre "amare la croce" se non addirittura cercarla. Se Gesù è morto in croce per redimere gli uomini, anche noi dovremmo cercare di seguirlo sulla croce, cercando e amando il dolore.
Però, a ben leggere il Vangelo, GESU' NON HA MAI AMATO IL DOLORE, anzi ha passato la vita a combatterlo, a guarire gli uomini dai mali fisici e spirituali, a proclamare una buona novella intrisa di gioia e di speranza.
Nell'orto del Getsemani Gesù chiede espressamente che gli venga risparmiato il "calice" ovvero l'esperienza della croce, accetta la volontà del Padre, e la croce, solo perché comprende che così realizzerà pienamente la sua missione.
Noi non dobbiamo amare la croce, dobbiamo AMARE LA PERSONA DI GESU' in croce (così come dobbiamo amare la persona di Gesù che combatte i mali fisici e spirituali, che conversa con gli amici a mensa, che dialoga con i dubbiosi, che fustiga gli imbroglioni...).
E allora come spiegare la frase "chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua"?
I più avveduti biblisti spiegano che questa frase non è un invito a cercare il dolore, è semplicemente un invito a seguire il messaggio di Gesù senza avere timore, anzi affrontando con speranza, le difficoltà, i problemi, i sacrifici, che il seguire un messaggio indubbiamente controcorrente comporta.
Il cristiano, seguendo l'esempio di Gesù, non ama il dolore ma lo combatte, soprattutto nei suoi fratelli, alleviando le loro sofferenze materiali e spirituali, donandosi pienamente a loro, riconoscendo la persona di Gesù in quella dei loro fratelli nella sofferenza.

mercoledì 6 settembre 2017

Seguire un disegno di Dio...

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24).

Sono stato sempre convinto che queste parole non rappresentano un invito di Gesù ad amare la croce (Gesù non l'ha amata, anzi ha chiesto al Padre di evitargliela) bensì, più precisamente un invito ad aderire alla propria vocazione particolare, a seguire il disegno che Dio, nel suo amore, ha pensato per ciascuno di noi.
Un disegno che comporta gioie e dolori, affanni e conquiste, arretramenti e vittorie in quella che possiamo chiamare una avventura divina.

lunedì 4 settembre 2017

L'elastico

Una preghiera di Michel Quoist che mi ha sempre colpito.
Il titolo è "L'ELASTICO".
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Con due mani tirava sull'elastico per fissare il pacco sul portabagagli.
Per ben tre volte, finché bruscamente l'elastico si ruppe.
Si teneva la mano, perché l'elastico era tornato indietro violentemente e l'aveva sferzato, scontento d'esser stato così maltrattato.

Occorreva ricominciare da capo con altri legami.
Così, Signore, nella mia squadra, ho diritto di tirare, ma non di rompere.
Perché gli altri tornerebbero indietro, mentre io mi troverei solo sulla strada ignota, e tutto sarebbe da rifare.
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