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venerdì 2 luglio 2021

La realtà è superiore alle nostre elaborazioni culturali?


 

Mi ha sempre colpito questo brano della Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” pubblicata da Papa Francesco nel 2013 (nello stesso anno in cui fu eletto Papa), documento   che contiene le linee portanti del suo programma di pontificato.

La realtà è più importante dell’idea

Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza.

L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi.[185] Vi sono politici – e anche dirigenti religiosi – che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall’esterno una razionalità estranea alla gente.

La realtà è superiore all’idea. Questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica: «In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio» (1 Gv 4,2). Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo. Dall’altro lato, questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.[1]

Si tratta del terzo di “quattro princìpi relazionati a tensioni bipolari propri di ogni realtà sociale. Derivano dai grandi postulati della Dottrina sociale della Chiesa, i quali costituiscono il primo e fondamentale parametro di riferimento per l’interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali[2]. 
I quattro principi solo nell’ ordine:
1) il tempo è superiore allo spazio;
2) l’unità prevale sul conflitto;
3) la realtà è più importante dell’idea;
4) il tutto è superiore alla parte.

Ritornando al terzo principio, la realtà è più importante della realtà, o è superiore alla realtà, come lo si può definire in maniera più semplice di quanto scritto nel brano succitato della Evangelii gaudium?
Forse si può rendere più accessibile il significato dicendo che l’idea (ovvero le elaborazioni concettuali) non deve sovrapporsi alla realtà.
E’ da quest’ultima, pura e semplice nella sua oggettività che bisogna partire. Se si parte invece dalle elaborazioni concettuali al fine di cogliere, comprendere, dirigere la realtà, si rischia di girare a vuoto, di non farsi capire dalle persone, di dare il primato ai paradigmi mentali, agli schemi di riferimento, alle possibili distorsioni cognitive, perdendo di vista e addirittura correndo il rischio di occultare la realtà.
E’ necessario, sottolinea Francesco, partire dalle realtà sociali, nella loro visibile oggettività e solo dopo passare alle elaborazioni concettuali (comprenderle, catalogarle, ipotizzare soluzioni se si tratta di realtà problematiche).
E’ un po’ una riedizione di quello che scriveva un grande gesuita, Bartolomeo Sorge[3], alla fine dello scorso secolo.
Occorreva lasciare, a suo parere, nello studio dei fenomeni sociali, il metodo deduttivo, ovvero partire dalla dottrina, dalla ideologia, per arrivare a comprendere e a riformare in meglio la realtà.
Era invece necessario introdurre il metodo induttivo ovvero partire dalla realtà sociale oggettiva e valutarla alla luce delle elaborazioni concettuali esistenti, tenendo presente però che, qualora queste elaborazioni concettuali risultassero insufficienti, si doveva procedere a modificare queste ultime, non ad inventarsi una falsa realtà sociale inesistente per poterla inserire nei nostri schemi ideologici di riferimento. In altre, e più semplici, parole, occorrerebbe cambiare occhiali non continuare a guardare, in maniera confusa, una realtà invece ben netta.

Non si può non notare come questo filone culturale innovativo della Chiesa cattolica si sposi perfettamente con quel fenomeno, iniziato nella parte centrale e finale del secolo scorso, e continuato in quello attuale, della crisi delle grandi ideologie onnicomprensive e dell’avvento di un pensiero impregnato di quello che sarebbe forse possibile definire “pragmatismo utilitaristico”, ovvero un tipo di comportamento fondato sull’agire in funzione di un determinato utile, individuale o collettivo che sia (viene in mente, a titolo esemplificativo, la frase di Mao Tse Tung “non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che sia bravo a prendere i topi”).
Come non rileggere alla luce di questo filone culturale anche il sempre più evidente predominio del culturally correct che invoca il prevalere del “saper fare” sul “sapere”, il primato del pensiero scientifico su ogni altra forma di pensiero, della scienza e della tecnica sull’etica del dubbio, del decisionismo sulla ricerca di una equilibrata mediazione?
La realtà deve guidare il pensiero e la decisione, questo è il motto di gran parte di quello che è stato definito (a torto?) il “pensiero debole”.[4]
Viene quasi naturale chiedersi: ci sono confini precisi tra pragmatismo utilitaristico, pensiero debole e, infine, il relativismo etico?[5]

Sto esagerando?
Sembra tutto così semplice, nella tensione fra realtà (fenomeni sociali) e idea (elaborazioni concettuali) il termine più importante e superiore è la realtà.
Quindi nessun problema?

Forse sarebbe opportuno innanzitutto chiedersi se veramente sia possibile cogliere e comprendere appieno le realtà (in particolare quelle sociali) in maniera piena, esaustiva e nella completa autonomia dal soggetto o dai soggetti che appunto vogliono coglierle e comprenderle.
Senza scomodare (per ora) il lungo percorso del pensiero umano che ha approfondito questo problema dal tempo dei filosofi presocratici fino ad oggi, possiamo subito domandarci se le fake news dal cui bombardamento siamo circondati non giungano, se non ad eliminare, perlomeno ad attenuare grandemente la nostra capacità di cogliere e intendere correttamente il reale e il suo significato.
L’ Intelligenza Artificiale ha di molto aumentato questa possibilità, per pochi soggetti, di manipolare la mente umana distorcendo, nella migliore della ipotesi, la sua visuale, eliminandola completamente e sostituendone con un’altra, nella peggiore.
Più aumenta il flusso di notizie, abilmente manipolate, che ci cadono sopra tutti i giorni, più difficile diventa per noi poter affermare con certezza di conoscere le realtà e i processi sociali che ci circondano.
Chi può dire di essere in grado di conoscere perfettamente la sempre più complessa realtà dei problemi del mondo attuale e di acquisire di conseguenza la capacità di poter assumere decisioni consapevoli e mature?
Noi tutti siamo immersi in quella che L. Floridi chiama “infosfera” un mondo di infiniti incroci di connessioni informative che nessun essere umano è in grado di dominare perfettamente.[6]

Queste fake news, queste manipolazioni volute vanno ad aggiungersi alle “distorsioni cognitive” (altrimenti chiamati anche tunnel cognitivi, percezioni selettive, paradigmi mentali) connaturali all’uomo dell’inizio della presenza dell’homo sapiens nel mondo.
Che cosa sono le distorsioni cognitive[7]?
Sulla base della nostra esperienza di vita e di conoscenza, noi tutti ci creiamo degli schemi mentali (definizioni, etichettature, sintesi ideologiche, modalità culturali ereditate…) che ci permettono di accelerare le nostre capacità di valutare i fatti che vediamo e le notizie che riceviamo senza ogni volta rischiare di ricominciare da capo il processo di valutazione.
A titolo di semplice esempio possiamo pensare alle etichette che incolliamo su certe persone (fascista, comunista, sempliciotto, emotivo…) e che, in teoria, ci facilitano il compito allorché dobbiamo relazionarci con una persona precedentemente etichettata in un determinato modo..
Purtroppo queste distorsioni cognitive inevitabili sono utili scorciatoie nei processi di valutazione e di decisione ma hanno il pesante difetto di farci vedere solo una parte della realtà, distorcendo o addirittura non permettendoci, invece, di vedere quella parte che non è conforme alle nostre convinzioni preconfezionate, ai nostri schemi di valutazione consolidati.

Non possiamo ancora non considerare che la nostra epoca è stata definita da un insigne sociologo, Z. Bauman, come l’epoca della “società liquida” volendo significare che la realtà è in un movimento così veloce ed accelerato che, nel momento in cui noi pensiamo di averla colta, è già mutata[8]. Come pensare in una società caratterizza dalla liquidità di poter fermare il processo di mutamento per poter fotografare la realtà.

Altra difficoltà che incontriamo nella nostra pretesa di conoscere la realtà nella sua essenza piena, oggettiva e assoluta la possiamo ritrovare lungo il pensiero filosofico dal tempo dei pre-socratici (in particolare i sofisti) a Kant fino alla corrente sociologica fenomenologica e al costruttivismo che ha i suoi massimi esponenti in A. Schultz, P. Berger e T. Luckmann.
Secondo tutti queste pensatori noi con cogliamo la realtà così come è, al massimo la cogliamo inserendola in precise categorie preesistenti da noi elaborate (Kant) o addirittura, secondo i sociologi citati noi “costruiamo” la realtà sociale (“non ci sono puri e semplici fatti… vi sono sempre fatti interpretati…”)[9].

Last but not least la possibilità che, dando la priorità alla realtà, quasi dandole il senso di un “idolo”, si corra il rischio di rinunciare a priori a trasformarla correndo il rischio di incorrere in un deteriore “conservatorismo”.
Se l’essere umano non avesse dato retta alla sue intuizioni, alle sue elaborazioni concettuali continuamente innovando la natura e la realtà che lo circondava, forse saremmo rimasti nelle  caverne.

Se tutto questo è vero, se:

1.    siamo bombardati da fake news che, potenziate dalla Intelligenza Artificiale, manipolano la nostra conoscenza della realtà;

2.    le nostre naturali individuali distorsioni cognitive ci impediscono di avere una conoscenza piena della realtà;.

3.    la realtà è “liquida” ovvero in un continuo stato di movimento, peraltro anche accelerato

4.    accreditati pensieri filosofici, psicologici e sociologici sostengono che noi cogliamo solo l’apparenza (i “fenomeni”) della realtà o che, addirittura siamo noi stessi a costruirla, sicché quella che cogliamo è solo una nostra rappresentazione sociale di essa;

5.    il rinunciare ad un sano utilizzo delle nostre capacità intellettuali e delle nostre elaborazioni intellettuali ci potrebbe trasformare in inerti conservatori dell’esistente;

come facciamo ad affermare che la realtà, inconoscibile pienamente da noi, addirittura è più importante dell’ idea (le nostre elaborazioni concettuali e culturali) e che la realtà (quale???) deve orientare i nostri comportamenti e le nostre decisioni?
Allora, presa nella sua immediatezza l’affermazione “La realtà è più importante dell’idea” appare molto affascinante ma è anche indubbiamente semplicistica e fuorviante.
D’altra parte il manicheismo e il fondamentalismo devono essere tenuti  ben lontani dalle nostre corde; anche se una realtà, indubbiamente parziale e manipolabile, non può ergersi a criterio unico di valutazione e giudizio, è indubbio che sicuramente riveste una certa importanza, da individuare correttamente e provare a circoscrivere.

Se è impossibile avere una conoscenza piena, oggettiva ed esaustiva della realtà, se è quindi velleitario proporre una ideologia estrema di “realismo”, e se, quindi, è falsa (anche se suggestiva) l’idea di partire dalla realtà (deformata come visto sopra) per proporre soluzioni e per prendere decisioni, quale può essere l’alternativa?
Può essere utile rileggere insieme parte del passo della Evangelii Gaudium posto all’inizio di questo scritto:
Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. (omissis) …Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà”.
Forse occorre partire proprio da qui. Realtà e idea non devono essere viste come contrapposte ma come dipendenti l’una dall’altra in una incessante dinamica di confronto costante.
Se è vero che la realtà non può essere conosciuta tramite le nostre elaborazioni ideali (appesantite da “ingombri” quali bombardamenti mediatici, esperienze del nostro passato personale, distorsioni cognitive, pregiudizi familiari…), sarà pur vero che il punto di partenza è in una più puntuale comprensione di questa incessante tensione dinamica fra realtà e idea.
Perché allora non è possibile pensare che l’unica via di uscita sia sì di partire delle nostre elaborazioni concettuali (l’ “idea”), ma purificandole il più possibile dagli “ingombri” che le appesantiscono, le annebbiano o le distorcono?
Occorre “purificare” l’idea” !

Come fare? come avere una mente “purificata” ovvero abbastanza libera dagli “ingombri” prima individuati da poter essere in grado, con un elevato grado di probabilità, di poter finalmente cogliere la realtà nella sua essenza piena, oggettiva ed esaustiva?
Forse alcune strade si possono individuare.

E’ fondamentale coltivare una etica del dubbio.
I passi da fare?

1.    non pensare di avere la ragione, avere la forza e il coraggio di chiedersi “e se avessi torto?”,

2.    sviluppare la pratica del brainstorming ovvero, di fronte ad una difficoltà, non fermarsi alla prima soluzione che ci appare come più logica ma lasciare libera la mente di dare spazio alla fantasia e di far emergere altre soluzioni (anche le più strampalate) da valutare in un secondo momento con maggiore lucidità;

3.    praticare il brainstorming insieme ad amici, attivando, sempre e in qualsiasi occasione, quel dialogo fecondo che può aiutarci a purificare la mente e le nostre idee;

4.    continuare nello sforzo di ampliare la nostra visuale leggendo testi e dialogando con persone che presentano prospettive diverse dalle nostre.

5.    Tenere ferma l’opinione che ciò che riteniamo valido per oggi potrebbe non esserlo più per il domani.

E per i credenti? Per coloro che credono che la verità sia trasmessa in un libro sacro, in una dottrina, in una ideologia?
Non cambia nulla, occorre partire dal libro sacro, dalla dottrina, dalla ideologia, purificare le idee che da loro promanano e, solo dopo aver purificato tali idee, considerare la realtà come allora ci appare.
Questo, fra l’altro, appare come un processo essenziale per uscire dalle strettoie di un integrismo religioso che predica una stretta relazione applicativa fra messaggi morali e comportamento personale in funzione di una attuazione “sine glossa” e senza mediazione culturale del messaggio religioso.

Una conclusione certa è che sarà sempre essenziale evitare scorciatoie semplicistiche, rifiutare slogan che si fondano sull’emotività, mantenere quel sano realismo che ci permette di esaminare tutto con calma e decidere per il meglio.

Roma 1/7/2021
                                                                                 Giuseppe Sbardella

 

 

 








[1] Papa Francesco “Evangelii Gaudium” paragrafi 231,232,233

[2] Papa Francesco “Evangelii Gaudium” paragrafo 221.

[3] Padre B. Sorge ha espresso questo suo pensiero in vari scritti, anche in uno dei suoi ultimi - “Oltre le mura del tempio – Cristiani tra obbedienza e profezia” conversazione con A. M. Valli – 2012 Edizioni Paoline

[4] Per una sintesi sul concetto di pensiero debole è possibile leggere la voce “pensiero debole” di Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Pensiero_debole

[5] Relativismo etico = inesistenza di verità oggettive o di i principi etici di riferimento assoluti esterni a quello che il soggetto pensa, di volta in volta essere la verità o il principio di riferimento in funzione del suo utile.

[6] L. Floridi, “Il verde e il blu” – 1920 Raffaele Cortina Editore.

[7] Per chi volesse approfondire l’argomento, M. Mariani “Decidere e Negoziare” 2004 – ediz. Il Sole 24 ore.

[8] Z. Bauman “Vita liquida”, Economica Laterza, 2008.

[9] Per avere più espliciti riferimenti alle teoria sociologiche che si richiamano alla fenomenologia o al costruttivisno sociale, si può leggere il cap. 12 di “Il mondo in questione”, Paolo Jedlowsky, Carocci editore.