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martedì 12 maggio 2020

Uno Stato può fallire?



Inquadramento generale

Ci sono diversi Stati sovrani che hanno una moneta propria e una Banca Centrale, non autonoma bensì soggetta alle direttive del Governo centrale, che ha come funzione non solo quella di tenere stabile il livello di cambio ma anche quella di sostenere l’economia del Paese con gli strumenti monetari a sua disposizione.
Secondo una parte della teoria economica uno Stato con queste caratteristiche non può fallire. E’ infatti sbagliato il paragone con la condizione di una famiglia o di una azienda che fallisce (o entra in una procedura concorsuale di liquidazione del credito) in quanto non più in grado di onorare, in tutto o in parte, i debiti verso i propri creditori.
Diversamente da una famiglia o da una azienda lo Stato, secondo questi teorici dell’economia, avrebbe uno strumento in più, quello della possibilità di creare le risorse monetarie per onorare i suoi debiti.
Sicuramente questo è vero, vediamo come.
1.      Uno Stato ha in genere due modi principali per procurarsi le risorse monetarie (i soldi…) per far fronte ai suoi compiti istituzionali, sicurezza, difesa esterna, benessere dei cittadini, sostegno dell’economia.
Il primo modo è quello della leva fiscale, mediante fissazione di imposte sul reddito (dirette), sui consumi (indirette), oppure di imposte straordinarie sul patrimonio immobiliare o mobiliare.
2.      l’altro modo è quello di procurarsi le risorse monetarie con prestiti ottenuti tramite l’emissione di Buoni del Tesoro, che sono paragonabili a pagherò cambiari emessi dallo Stato.
I Buoni del Tesoro sono in genere acquistabili da qualsiasi soggetto sia interno che esterno  rispetto allo Stato di emissione e sono offerti a determinate scadenze (più o meno lunghe) nonché a tassi di interesse vari a seconda della situazione del mercato in determinati momenti.
In certi casi eccezionali i Buoni del Tesoro possono essere configurabili come prestito forzoso in presenza di un obbligo, per i soggetti interni allo Stato (sia privati cittadini che investitori istituzionali quali banche e assicurazione) di acquistarne in una certa quantità fissata dal Governo. In alcuni casi è anche possibile prevedere la irredimibilità del Buoni ovvero il loro non rimborso, ma solo il pagamento di interessi alle periodiche scadenza previste.
Generalmente, però, i Buoni del Tesoro vengono posti in vendita sul mercato a scadenza e a tassi di interesse prefissati confidando nell’acquisto di soggetti interni o esterni

Che accade se non tutti i Buoni del Tesoro vengono acquistati e perché ciò potrebbe accadere?
Un primo motivo potrebbe essere quello della insufficienza di risorse presenti sul mercato interno, motivo che però nella stragrande maggioranza dei casi non appare plausibile in considerazione della possibilità di acquisto da parte di soggetti esteri.
Un secondo motivo potrebbe essere quello che i soggetti potenzialmente acquirenti non ritengono conveniente aderire all’offerta di Buoni del Tesoro in quanto, alle stesse condizioni o a condizioni migliori, trovano offerte di prestiti migliori da parte di Enti più affidabili dello Stato in questione.
Abbiamo detto una parola chiave: FIDUCIA.
Senza che lo Stato infonda fiducia nei potenziali acquirenti dei suoi Buoni è inverosimile che trovi creditori disponibili a prestargli soldi.
Siamo arrivati alla situazione classica nella quale una famiglia o una azienda non più in grado di procurarsi i soldi per onorare i suoi debiti pregressi o, peggio…. per poter sopravvivere deve dichiarare fallimento.
Come abbiamo già accennato uno Stato con una Banca Centrale soggetta alle direttive del Governo può imporle di acquistare lei stessa i Buoni del Tesoro, non solo quelli emessi ma anche quelli emittendi finché la situazione finanziaria non raggiunga un equilibrio sostenibile.
Cosa significa che la Banca Centrale compra i Buoni del Tesoro invenduti? Significa che “pompa” liquidità aggiuntiva nel sistema economico.
Ciò ha degli effetti sia all’interno che all’esterno della Stato.

Aspetti interni

Cominciamo dall’interno.
A partire dalla rivoluzione keynesiana dell’economia la stragrande maggioranza degli economisti è concorde nell’affermare che, in una situazione di recessione e di alta disoccupazione, una immissione elevata di moneta non provoca una significativa inflazione in quanto il conseguente contemporaneo aumento sia della domanda aggregata da parte dei consumatori (che hanno più soldi in tasca), sia dell’offerta aggregata degli imprenditori e produttori (che hanno più soldi per investire, produrre e vendere beni e servizi) assorbirebbe una grandissima parte della quantità di moneta aggiuntiva.
Sembra l’uovo di Colombo (almeno dal punto di vista interno…) ma non tutto è così semplice.
Innanzitutto la moneta aggiuntiva prodotta tramite l’acquisto dei Buoni del Tesoro da parte della Banca Centrale arriverebbe ai consumatori e produttori attraverso i canali della Pubblica Amministrazione e degli Organismi finanziati (vari tipi di Banche, Assicurazioni ecc.). Questo passaggio di intermediazioni comporta dei tempi più o meno lunghi e delle distribuzioni più o meno corrette a seconda della trasparenza, efficacia ed efficienza della Pubblica Amministrazione e degli Organismo finanziari. Più trasparenza, efficacia ed efficienza ci sono, più i soldi dovrebbero arrivare velocemente nelle tasche giuste. (ndr.: permettete una annotazione interna, l’Italia ha questa condizioni?)
Ma c’è un altro punto da considerare.
Abbiamo appena parlato di “distribuzioni corrette di risorse” e di “tasche giuste”.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che i soldi, dal punto di vista dell’offerta, devono arrivare velocemente e nella quantità giusta innanzitutto a quei settori produttivi che il Governo considera essenziali per la ripartenza dell’economia; dal punto di vista della domanda occorre che i consumatori non siano liberi di acquistare e consumare quello che vogliono ma siano indotti a acquistare e a consumare innanzitutto prodotti di quei settori essenziali individuati dal Governo.
Ogni soldo usato per consumare altri tipi di beni o servizi sarebbe meno utile per la politica di rilancio dell’economia. Per non parlare degli acquisti e dei consumi prodotti all’estero che sarebbero controproducenti perché aiuterebbero le economia, mentre verrebbero visti di molto buon occhio le esportazioni di prodotti all’estero.
Sembra evidente che ci sono le condizioni essenziali per una politica economica di tipo autarchico.

Aspetti esterni

Passiamo un attimo all’esterno.
Come si comporterebbero i Paesi esteri con uno Stato che finanziasse il proprio debito con Buoni del Tesoro acquistati dalla propria Banca Centrale e che, in aggiunta, disincentivasse le importazioni e stimolasse le esportazioni?
Innanzitutto, per la questione “fiducia” sopra evidenziata, sarebbe difficile, se non impossibile  convincerli ad accettare, in pagamento dei loro crediti, una moneta ai loro occhi svalutata; inoltre non acquisterebbero più i Buoni del Tesoro e, per quanto riguarda quelli da loro acquistati in precedenza, cercherebbero di pervenire ad un accordo con lo Stato debitore sulla base di una riconversione del debito (ristrutturazione dello stesso a scadenze più lunghe e a tassi di interesse più alti, condono di una parte dello stesso a fronte di politiche economiche controllate dai creditori…). Quasi contemporaneamente, specialmente se un accordo si rivelasse impossibile, D)procederebbero a vendere subito sul mercato secondario i Buoni già in loro possesso anche scontando una determinata perdita attuale di fronte alla più probabile e più consistente perdita futura (non poter tornare in possesso, se non in misura probabilmente solo parziale, del loro capitale).
In secondo luogo reagirebbero, forse con gradualità ma ineluttabilmente, ad una politica commerciale che privilegiasse le esportazioni e penalizzasse le importazioni, con una politica commerciale che penalizzasse i prodotti dello Stato in difficoltà.
I rapporti con l’estero rafforzerebbero, se non nel brevissimo periodo, ma sicuramente in quello breve e medio, la tendenza dello Stato debitore ad adottare una politica economica autarchica.
Una domanda. Si può considerare non fallito uno Stato che non riesce a onorare i propri debiti con l’estero? 

Tipo di Governo e di Stato

Torniamo agli aspetti interni.
Abbiamo visto come lo Stato (direi di usare d’ora innanzi il termine “Governo”) possa usare la leva della vendita di Buoni del Tesoro alla Banca Centrale, immettendo una poderosa dose li liquidità nel sistema senza correre il rischio, in caso di profonda recessione e di alta disoccupazione, di produrre significativa.
Abbiamo anche visto come questa politica incontri difficoltà di applicazione laddove la Pubblica Amministrazione e gli Organismi finanziari non siano sufficientemente veloci, corretti, trasparenti, efficienti ed efficaci nel distribuire la liquidità aggiuntiva.
Abbiamo anche visto come il Governo abbia necessità,se non vuole fare inutili distribuzioni a pioggia, “indirizzare” la liquidità verso consumi e investimenti interni di beni e servizi essenziali.
E cosa è questo se non una politica autarchica di un Governo necessariamente, se non autoritario, almeno sufficientemente impositivo per comprimere la libertà economica dei cittadini?
E che succederà allorché, con l’economia in ripresa e l’occupazione in rialzo, si renderà necessario drenare (gradualmente, ma pur sempre drenare) ai cittadini l’enorme liquidità aggiuntiva praticamente regalata e richiedere ai cittadini stessi di compensare il calo di tale liquidità con un aumento della produttività (e del salario reale) nei lavori che si verranno a creare?
Saranno contenti o non sarà necessario, accanto agli aspetti impositivi del Governo, affiancare anche un carattere autoritario dello Stato?
E cosa succederebbe se il Governo non volesse accentuare i propri elementi autoritari per, ad esempio esigenze di consenso e di popolarità, e non drenasse, con la necessaria determinazione e velocità l’esubero di liquidità? La scienza economica ci insegna, anche in questo caso, che si andrebbe incontro ad una significativa inflazione.
Inflazione vuol dire aumento dei prezzi, diminuzione del potere di acquisto, necessità di ricorrere a continue nuove iniezioni di liquidità, finché … non si ponga in essere una politica deflattiva che imponga, dal punto di vista politico, per tenere a freno una popolazione “ubriacata” dalla precedente liquidità a buon mercato, una ulteriore svolta autoritaria.  
Forse tecnicamente, dal punto di vista interno non si può considerare “fallito” uno Stato che svolge le sue funzioni essenziali grazie alla liquidità delle Banca Centrale e ad una svolta autoritaria, ma certo non è un Stato liberaldemocratico.

Conclusione

Per concludere si può anche concordare che una politica economica e monetaria come quella indicata si possa concretamente perseguire e che lo Stato che la persegua e non sia in grado di pagare i debiti con i Paesi esteri possa essere considerato “fallito” sul mercato estero, ma non su quello interno a costo di:
1)      una politica marcatamente autarchica;
2)      una Pubblica Amministrazione e una Organizzazione finanziaria trasparente, velove, efficace ed efficiente;
3)      un Governo con tratti fortemente autoritari e uno Stato non liberaldemocratico con forte compressione delle libertà politiche ed economiche.
Questo è sicuramente lo scenario peggiore.
Tutto potrebbe cambiare in meglio in presenza:
ü  di un popolo disciplinato che accettasse tranquillamente di comprare quello che il Governo indica e di produrre quello che il Governo indica;
ü  di accettare, con senso civico, che la liquidità distribuita a larga manica nel periodo di recessione, venga drenata n cambio di un aumento della produttività globale;
ü  una P.A. e degli Organismi finanziari che si rivelassero (sorprendentemente) veloci, trasparenti, efficaci, efficienti;
ü  last but not least (anzi…) un tempo breve di mantenimento di questo scenario.  

  
Roma 12/5/2020
 








domenica 3 maggio 2020

Prima le persone


Chi mi conosce dalla fine degli anni ’80 sa che avevo assunto come motto ispiratore “Ante omnia homo” (prima di tutto l’uomo) con il quale intendevo ribadire la mia ferma volontà di condurre la mia vita mettendo al primo posto la dignità della persona umana, di ogni persona umana.
Per ricordarlo a me stesso e per segnalarlo a chi entrava in contatto con me ricordo che avevo inserito quel motto automaticamente dopo la mia firma sulle comunicazioni email (forse qualcuno che mi legge ora lo ricorda ancora).
Avevo a poco assunto un ruolo manageriale in azienda e ricordare quel motto era essenziale per me, sia nei rapporti con i miei capi sia, soprattutto in quelli con i miei collaboratori.

 La situazione cambiò nel 2006 allorché andai in pensione.
Mi accorsi, anche con un po’ di sgomento, che l’età che avanzava e l’esperienza di vita acquisita stavano indebolendo quel sano ottimismo e quella decisa costruttività che, frutto anche del carattere e del DNA familiare, ispirava costantemente i miei comportamenti.
Decisi così, una volta ancora per ricordarlo innanzitutto a me stesso (ma anche alle persone con le quali entrano in contatto) di modificare il mio motto in “costruire positivo”, frase che avete trovato fino ad oggi in calce alle mie comunicazioni.
Non è stato facile conservare l’atteggiamento costruttivo e positivo in questi 15 anni di società liquida, di cambiamento tumultuoso di valori, di pluralismo etico e culturale, di crescita di un pensiero debole di ispirazione populista, di sogni di scorciatoie autoritarie.
Spero di esserci complessivamente riuscito seppure con qualche inevitabile e ineliminabile scivolata.

Questa quarantena, dovuta alla pandemia, mi ha stimolato a riflettere ulteriormente.
Il mondo che abbiamo davanti sarà alquanto diverso da quello che abbiamo alle spalle, non per altro perché il nostro potere d’acquisto comune sarà notevolmente più basso; c’è che perderà il posto di lavoro, chi vedrà prepotentemente eroso da una probabile galoppante inflazione il suo stipendio più o meno fisso o la sua pensione, chi dispererà di non riuscire a trovare più lavoro.

Sarà possibile superare una tale situazione solo se attiveremo meccanismi (il più possibile volontari) di sobrietà nei consumi, di solidarietà con i più deboli, di inventiva nel trovare nuove soluzioni lavorative, di superamento di schemi di giudizio precostituiti, di dialogo con tutti a partire da chi la pensa diversamente da noi.
Caratteristica comune di questo che mi piace chiamare “sommovimento culturale” dovrebbe essere la maggiore attenzione data alle persone (e alle relazioni interpersonali) rispetto alle cose.
Utilizzando termini tratti dalla scienza economica direi che si tratta di preferire il consumo di “beni relazionali” (la famiglia in senso ampio, l’amicizia, l’ambiente, le arti, la scienza…) rispetto ai “beni posizionali” (casa, conto corrente, automobile magari di tipo SUV, in una parola tutte le cose nelle quali manifestiamo il nostro status sociale).
Beninteso il diritto ad una vita degna comporta il diritto ad acquisire beni posizionali in grado di assicurarci una certa sicurezza economica ma, una volta raggiunta questa sicurezza economica, la felicità, come ci dicono i moderni studi di psicologia e di scienza economica, non dipende da un maggior possesso di beni posizionali, ma dall’aumento di intensità o di quantità dei beni relazionali.
In questa ottica ho deciso, da oggi, di cambiare il mio motto da “costruire positivo” (che comunque rimarrà come impegno personale) in “Prima le persone”  volendo ribadire il mio impegno ad una vita che faccia della sobrietà, della solidarietà, dell’affetto verso l’ambiente e verso la cultura, i punti cardinali.
Nella speranza che qualcuno vorrà accompagnarmi.

P.S. “Prima le persone” può anche essere usato in inglese “People first”, o in latino "Ante omnia homo".


mercoledì 22 aprile 2020

Pensieri umani e pensieri di Dio


Mi ha sempre colpito, l’invito di Gesù, presente in Marco (8,34) a rinnegare se stessi, a prendere la propria croce e a seguirlo.
Ho sempre pensato che non può significare, come talvolta alcuni interpretano, l’annichilimento di se stessi e la ricerca del dolore purificatore.
Forse lo sguardo si allarga se, insieme al versetto 34 leggiamo anche il 33 e l’invito rivolto a Pietro.   
 

33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
34Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Allora forse possiamo pensare che il rinnegamento di noi stessi può significare anche il rinunciare ai “pensieri secondo gli uomini” e a cominciare a “pensare secondo Dio”
Attenzione, qui Gesù non condanna il pensare in se stesso, condanna alcune sue modalità. Quando pensiamo seguendo i nostri schemi interpretativi, le nostre ideologie, le nostre, diciamolo pure, distorsioni cognitive, vuol dire che stiamo “pensando secondo gli uomini”.
Ma quale è il “pensiero secondo Dio”? sicuramente la sua Parola espressa nella Bibbia e, in particolare nel Nuovo Testamento, laddove Gesù, vero uomo e vero Dio parla in prima persona.
Prendiamo, solo per esempio, le Beatitudini

3«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

Non rappresentano forse il contrario di come dovrebbe pensare un uomo del nostro tempo, uno ricco, felice, arrogante, duro, aggressivo, uno di quelli che il mondo denomina come i “vincenti” e , nel linguaggio dei più giovani” i “fichi”?
Eppure, secondo il pensiero di Dio, sono beati i  poveri, i miti, i pacifici, i misericordiosi, i giusti, i perseguitati, gli afflitti…..
E’ veramente un capovolgimento di pensiero.
Ma soprattutto accettare di vivere secondo il Vangelo (e ci sono tanti passi che possono far riflettere, oltre quello sulle Beatitudini) non vuole forse dire “rinnegare se stessi, prendere la propria croce e seguire Gesù?

Pensare secondo Dio sembrerebbe accettare una perpetua condanna alla infelicità, secondo gli schemi umani.
E invece Gesù ci provoca, mi provoca, dicendo, nella continuazione del passo di S. Marco, con il quale abbiamo iniziato la riflessione

 35Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. 36Infatti quale vantaggio c'è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? 37Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? 

Qui siamo, sono, davanti al mistero della Fede, dell’affidamento pieno alla persone di Gesù che, appunto è Vita, Via, Verità. Il ragionamento, l’esegesi, la meditazione servono poco, occorre “osare verso l’infinito” (come definisce la Fede il grande Romano Guardini) e buttarsi a vivere secondo i “pensieri” di Dio.



lunedì 20 aprile 2020

Progetto.... o seme?

"E Gesù diceva: 'Il regno di Dio è come la semente che un uomo sparge nella terra. 27Ogni sera egli va a dormire e ogni mattina si alza. Intanto il seme germoglia e cresce, ed egli non sa affatto come ciò avviene. 28La terra, da sola, fa crescere il raccolto: prima un filo d'erba, poi la spiga e, nella spiga, il grano maturo."

Mi è sempre molto piaciuto riflettere su questo brano del Vangelo di Marco.

La prima riflessione riguarda il termine "seme". Spesso ci viene in mente, a livello umano, di pensare al Regno di Dio come ad un "progetto", così come viene delineato, ad esempio in Paolo agli Efesini cap. 2 versetti da 3 a 10.
ll progetto, secondo la nostra mente ingegneristica presuppone un disegno originario, dei materiali (in quantità predeterminata) e soprattutto non procede se mancano le persone che lavorano per la sua costruzione, per il suo sviluppo (un edificio non cresce senza i muratori, un programma informatico non procede senza i sistemisti che vi lavorano). Il "progetto" non può prescindere né da chi lo ha ideato né da chi lo costruisce, anzi senza i costruttori rimane a livello di semplice idea strutturata.


Il "seme" invece cresce per forza propulsiva interna mediante l'alimento che riceve dalla terra. Si sviluppa a prescindere dal lavoro dell'uomo.

La seconda riflessione riguarda la positività che questa immagine del Regno di Dio come seme ci deve infondere.
ll Regno di Dio, con la sua energia di bene e di costruttività in esso contenuta, si sviluppa in modo autonomo anche senza il nostro lavoro.
Ciò non vuol dire che possiamo disinteressarci di esso, Gesù, in diverse parabole richiama il dovere di mettere a frutto le nostre doti (parabola dei talenti, parabola dei vignaioli…); vuol dire però che, nonostante le apparenze possano essere contrarie, il Regno di Dio è sempre in espansione e noi dobbiamo solo inserirci fattivamente in questo processo favorendone l'espansione.
E' un pensiero che, in un momento apparentemente triste e oscuro come questo, mi dà ottimismo, anzi per usare un termine cristiano, mi dà Speranza. 

domenica 29 marzo 2020

Fuoco e fumo...

Il paragrafo 140 degli Esercizi spirituali di S. Ignazio recita espressamente: "Il primo punto è immaginare il capo di tutti i nemici come se sedesse in una cattedra di di fuoco e di fumo, con aspetto orribile e spaventoso, in quel grande campo di Babilonia".
Leggendo il libro di Carlo Maria Martini "Mettere ordine nella propria vita" mi ha colpito come lui utilizzasse questo versetto per mettere in evidenza come si muove la forza del male in ogni tempo.
Il fuoco e il fumo sono interpretati come la capacità di manipolare la volontà e la coscienza delle persona con slogan, frasi ad effetto, false informazioni.
L'aspetto orribile e spaventoso indica la capacità di incutere paura, una paura che non libera l'uomo, non lo scioglie dai propri condizionamenti, porta egoismo.
Il campo di Babilonia richiama la città sempre simbolo nella Bibbia di lussuria, ricchezza usata male, contrasti, confusione etica...
C'è veramente di che pensare.

Roma 29/03/2020

lunedì 16 marzo 2020

Ma il telelavoro è solo un bene?


L’ORARIO DI LAVORO.
OPPORTUNITÀ E RISCHI DEL TELELAVORO.

Negli anni ’70 e ’80 si usciva dall’ufficio usualmente alle 17,30 o 18, talvolta su base eccezionale in ore più tarde, ma generalmente si tendeva a rispettare, sia a livello impiegatizio che manageriale l’orario di lavoro di 40 ore settimanali (con esclusione assoluta del sabato e della domenica).
La fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 hanno contrassegnato quello che può essere considerato il tramonto dell’orario di lavoro standard e la invadenza sempre maggiore del lavoro sugli altri aspetti della vita.
La caduta del comunismo reale, una certa difficoltà (ammettiamolo) e lentezza della Chiesa nel capire la situazione nuova che si stava creando, hanno originato un vuoto prontamente riempito dal capitalismo più sfrenato e dai suoi valori di riferimento (il mercato come unico, o perlomeno principale, regolatore dell’economia, la massimizzazione del profitto come motore delle aziende e dei guadagni in borsa, il successo personale identificato solamente con il successo finanziario).
In questo contesto culturale, con tutti a correre per essere più ricchi, per essere alla moda, per fare le vacanze più reclamizzate,per dare ai figli vestiti e regali griffati, era logico che il lavoro surclassasse tutti gli altri ambiti dell’esistenza (famiglia,amicizia, tempo libero, interessi personali, volontariato).
Dagli anni ’90 in poi l’orario di lavoro, seppure ha continuato formalmente ad essere definito contrattualmente, ha vieppiù perso ogni valore.
Nell’attuale periodo storico, i rapporti fra lavoro e famiglia stanno ormai assumendo una valenza e un significato particolare, anche alla luce dei cambiamenti nello svolgimento dell’attività economica.
Oggi, in un contesto economico globale in cui l’obiettivo preminente, se non esclusivo, delle aziende è la massimizzazione del profitto, le stesse, spinte da una concorrenza sempre più globale e aggressiva, puntano a raggiungere il suddetto obiettivo con un incremento ossessivo della produttività.
Di qui le caratteristiche di un lavoro che a) è svolto in una maniera sempre più rapida; b) diventa sempre più complesso a fronte della continua evoluzione tecnologica; c) occupa sempre più spazio nei tempi prima dedicati al riposo, alla famiglia, alle amicizie, agli interesse personali.
Ormai sempre più, nelle aziende private (ma il fenomeno comincia a estendersi anche a quelle pubbliche) sono stati violati spazi prima dedicati esclusivamente alla famiglia e ai rapporti
personali interpersonali. Esempi ricorrenti sono:
1. gli intervalli di mensa, o saltati, o impiegati in riunioni di lavoro o di formazione professionale (i training lunch);
2. le ore serali (dopo le 19,00) sempre più impiegate per riunioni di lavoro (anche con l’uso di videoconferenze);
3. le ore notturne, durante le quali quale sempre più spesso si deve svolgere attività lavorativa per il giorno seguente;
4. i giorni festivi (con particolare riferimento alla domenica) e le ferie, nei quali si lavora lo stesso per rispondere alle pressanti esigenze della odierna attività economica.
Ovviamente il lavoro, nelle ore serali o notturne, nei giorni festivi o durante le ferie “ruba” sicuramente tempo alla famiglia.
Può essere il telelavoro, modalità di lavoro che riporta il lavoratore in famiglia, una soluzione a questo problema?
Intendiamo qui per telelavoro quella modalità che permette al lavoratore mediante l’uso di nuovi strumenti tecnologici (essenzialmente il Personal Computer portatile e il telefono mobile aziendale) di sganciarsi dalla necessità del luogo di lavoro e della scrivania e di potersi portare appresso il lavoro (presso i clienti ma, soprattutto a casa, in famiglia).
Certamente il telelavoro comporta benefici effetti.
Sicuramente per le aziende che, approfittando di questa flessibilità, possono, oltre che risparmiare sui costi logistici (prezzi di acquisto da ammortizzare o canoni di affitto di spazi per il luoghi di lavoro), aumentare di fatto l’orario di lavoro e incrementare conseguentemente la produttività.
Benefici ne trae la comunità civile, in termini di riduzione di traffico e di diminuzione di inquinamento atmosferico.
Anche la famiglia ne trae sicuri benefici, dato il maggior tempo che, teoricamente, il lavoratore può dedicarle.
È proprio tutto vero, così facile?
Vediamo gli aspetti negativi per il lavoratore.
Innanzitutto un aumento dei costi familiari causato dalla necessità di dedicare, seppur parzialmente, uno spazio della propria abitazione ad attività lavorative (uno spazio che deve essere riservato, per permettere al lavoratore di dedicarsi alla propria attività senza essere “disturbato” dai propri familiari).
In secondo luogo, aumenta l’inquinamento casalingo dovuto alle radiazioni provenienti dal macchinario (PC o cellulare) radiazioni che vanno ad impattare anche gli altri componenti della comunità familiare (in primis i più piccoli).
In terzo luogo il lavoratore rischia di perdere o diminuire la propria professionalità, non tanto per la carenza di corsi professionali (ormai l’attività di formazione è sempre più via telematica in, come si dice, E-learning), quanto per quel knowhow e incremento del bagaglio culturale fatto di nozioni, piccole talvolta ma fondamentali, che si acquisiscono attraverso il continuo contatto quotidiano fisico con i colleghi.
Infine la necessità di tener fermo un lasso di tempo dedicato alla famiglia non costringerà il lavoratore ad aumentare sempre più le ore di lavoro notturno?
Tuttavia, forse, oltre a questi inconvenienti da considerare nella valutazione del telelavoro e dei suoi impatti sulla vita familiare, c’è un altro fondamentale aspetto da tenere presente.
Durante il tempo trascorso a casa, per merito del telelavoro, il lavoratore “stacca” veramente, è personalmente presente in famiglia, pronto all’ascolto dei propri familiari, o la sua è solo una presenza fisica mentre la mente rincorre i problemi del lavoro ed è, totalmente o parzialmente assorbita dagli stessi?
La cultura dominane non aiuta, portata come è a ribadire l’importanza di valori come il successo sociale, il potere, la ricchezza, in una parola l’“avere” di fronte ad altri valori quali la famiglia, l’amicizia, il donarsi agli altri, il senso della legalità, in un’altra parola l’essere.
Illuminante è sotto questa luce l’episodio di Marta e Maria del Vangelo di san Luca (Lc 10, 38-42).
Da una parte Marta è assorbita, tutta presa, affannata dal servizio. Unico suo obiettivo è fare le cose per bene e presto (in termini aziendali si potrebbe parlare di aumentare l’efficienza e la produttività).
Dall’altra parte c’è Maria unicamente presa dall’ascolto di Gesù. Unico suo obiettivo è la creazione e il mantenimento di un sano rapporto interpersonale di amicizia.
Gesù dice: «Maria ha scelto la parte migliore».
Con queste parole Gesù non intende condannare il lavoro, Lui stesso ha invitato a “trafficare” i propri talenti, ha svolto il suo lavoro di carpentiere, i suoi apostoli e discepoli hanno lavorato (scrive san Paolo: ”chi non lavora neppure mangi”).
 Nel disegno divino di redenzione attraverso la fatica del lavoro l’uomo contribuisce, seppure in una forma particolare, all’opera redentiva di Gesù. La professionalità ci permette di dare ai nostri fratelli il meglio di noi stessi come lavoratori, è un piacere e un obbligo, non una colpa.
Gesù con le parole «Maria ha scelto la parte migliore» condanna il lavoro nella misura in cui il lavoro stesso assorbe la totalità, o quasi, dell’esistenza di una persona, diventa un idolo a cui sottomettere tutte le altre dimensioni.
La “parte migliore” il primato va, deve andare, al rapporto personale, che si manifesta e si costruisce principalmente nell’ambito familiare, per poi estendersi nell’amicizia, nei rapporti con i colleghi, negli ambienti che frequentiamo laddove coltiviamo gli interessi personali.
Peraltro non riusciremo a seguire la “parte migliore”, a dare il primato all’essere anziché all’aver o al fare, se non ci ricorderemo dell’“unica cosa necessaria”, il rapporto personale con Gesù nella preghiera, nella meditazione, nell’Eucaristia almeno domenicale, nel fare quotidianamente la volontà del Padre.
Tornando alla domanda sull’utilità del telelavoro come modalità di lavoro utile ai fini di una maggiore armonia familiare, possiamo allora rispondere che solo persone umanamente
formate a comportamenti basati su una corretta gerarchia dei valori sapranno utilizzare il telelavoro
conciliando l’incremento della propria produttività ed efficienza con una presenza viva ed efficace nella famiglia.

mercoledì 29 gennaio 2020

Usare il cervello o una sua protesi?

La nostra generazione e quelle precedenti hanno dovuto studiare sui libri o sui primi computer per costruirsi una cultura; questa infatti è fatta di informazioni, di dati e della capacità di elaborarli e di correlarli fra di loro.
A noi era necessario avere già pronte in mente le informazioni perché doverle cercare sui libri era dispendioso e lungo.
Oggi le nuove generazioni possiamo reperire tutte le informazioni su piccoli smartphone o tablet, strumenti trasformatisi (per dirla con lo psichiatra V. Andreoli) in delle "protesi del cervello".
Secondo le moderne teorie pedagogiche, proprio in funzione della facilità di trovare le informazioni, il sistema scolastico non dovrebbe focalizzarsi sull'apprendimento di queste ultime, ma piuttosto sulla acquisizione delle competenze complementari ("soft skill" in inglese), quali la capacità di trovare velocemente informazioni nei database informatici, di comunicare, di negoziare, di problem solving e così via.
Tutto bene ma, così facendo non stiamo forse facendo atrofizzare le nostre capacità mnemoniche e, soprattutto quelle di elaborare le informazioni e di metterle in relazione fra loro per elaborare un progetto o formulare risposte alle domande? con l'intelligenza artificiale a tutto questo pensano i programmi software di ultima generazione.
E così perdiamo anche l'abitudine di leggere ragionamenti di più di 10 righe, come questo...

domenica 1 dicembre 2019

Considerazioni sulla lavanda dei piedi


Sin da quando ero adolescente, mi sono sempre posto parecchie domande davanti alla dottrina cattolica sulla Eucarestia, in particolare sulla affermazione della presenza reale del corpo e del sangue di Gesù sotto le apparenze del pane e del vino (la cosiddetta transustansazione).
Come si concilia tale dottrina con le leggi della fisica? Ma, soprattutto quale è il suo significato? È soltanto un fenomeno quasi magico che si verifica ogni volta che si celebra la S. Messa? O vi si cela qualcosa che, allo stesso tempo, è molto profondo e molto concreto?
Sono domande che mi sono portato dietro per anni, e che solo quest’anno hanno forse ricevuto risposta nel corso delle mie meditazioni sul Vangelo di Giovanni, fatte con l’aiuto degli spunti datemi dai libri del Card. Martini e dal caro compianto amico Padre. Ugo Vanni.
In effetti mi aveva sempre colpito la circostanza che Giovanni, contrariamente agli altri evangelisti, non avesse fatto  nel suo Vangelo alcun cenno all’Eucarestia, ma avesse posto al centro della narrazione dei fatti dell’ultima cena, non l’Eucarestia, ma la lavanda dei piedi. Eppure Giovanni è molto attento alla gestione dei simboli nel suo Vangelo, e sicuramente, l’istituzione dell’Eucarestia è un fatto pieno di simboli e, come tale, avrebbe dovuto attrarre la sua attenzione narrativa!

Prima di procedere, leggiamo insieme i versetti da 1 a 17 del Vangelo di Giovanni, relativi appunto all’episodio della lavanda dei piedi.

1 Or prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
2 Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava, 4 si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. 5 Poi mise dell'acqua in una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e ad asciugarli con l'asciugatoio del quale era cinto. 6 Si avvicinò dunque a Simon Pietro, il quale gli disse: «Tu, Signore, lavare i piedi a me?» 7 Gesù gli rispose: «Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo». 8 Pietro gli disse: «Non mi laverai mai i piedi!» Gesù gli rispose: «Se non ti lavo, non hai parte alcuna con me». 9 E Simon Pietro: «Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!» 10 Gesù gli disse: «Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi; è purificato tutto quanto; e voi siete purificati, ma non tutti». 11 Perché sapeva chi era colui che lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete netti».
12 Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: «Capite quello che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15 Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io. 16 In verità, in verità vi dico che il servo non è maggiore del suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che lo ha mandato. 17 Se sapete queste cose, siete beati se le fate.

Perché Giovanni ha narrato, con dovizia di particolari, questo episodio e ha invece  trascurato quello molto più importante, nell’immaginario comune cattolico, dell’Eucarestia?
Un barlume di risposta mi è arrivato leggendo le illuminate considerazione di Carlo M. Martini e di Ugo Vanni.
Forse Giovanni ha voluto narrare la lavanda dei piedi trasformandola in un simbolo, un segno  (dire sacramento potrebbe essere corretto ma forse sarebbe eccessivo) più immediatamente comprensibile, dell’Eucarestia?
Ragioniamoci.
Sappiamo bene che, nel Sacrificio Eucaristico, Gesù in qualche modo anticipa (come affermò Joseph Ratzinfer, futuro Benedetto XVI, in una meditazione di qualche anno fa nella Basilica di S. Giovanni a Roma) la sua Passione (Morte e Risurrezione) e che tale Passione viene ricordata (come memoriale) e attualizzata in ogni S. Messa.
Ebbene scorrendo i versetti 4 e 12, nei quali si legge come, in una forma quasi solenne, Gesù, prima si spoglia di tutto e poi si riveste, non viene in mente come questa spoliazione e questo rivestimento possano rimandare alla sua Morte in croce (spogliato anche della vita) e poi alla sua Risurrezione (rivestimento della massima gloria divina)?
E se leggete come Gesù abbia voluto lavare i piedi agli apostoli (versetto 5) non vi viene in mente il momento della cena eucaristica nel quale Gesù distribuisce il pane e il vino (cioè dona se stesso) agli apostoli?
Ancora,  l’invito fatto a Pietro, che mostra una forte ritrosia, a farsi lavare da Lui (versetto 8), non vi richiama l’invito eucaristico “prendete e mangiate, questo è mio corpo… prendete e bevete, questo è il mio sangue”?
Infine l’invito (versetto 14) agli apostoli a seguire il suo esempio lavandosi i piedi gli uni gli altri, non vi richiama l’invito eucaristico “fate questo in memoria di me”?

Sì a me pare proprio, o almeno così lo spiega la mia sensibilità spirituale, che Giovanni abbia voluto replicare, con la sua narrazione simbolica ma estremamente concreta, la narrazione, sempre un po’ criptica, dell’Eucarestia da parte degli altri evangelisti.
Come dunque interpretare e vivere nei fatti il messaggio dell’Eucarestia?
Se abbiamo capito quello che Lui ha fatto (versetto 12) non ci resta che condurre la nostra vita come un servizio agli altri, sapendo peraltro che, se lo faremo, saremo ripieni di beatitudine, ovvero di felicità (versetto 17).  


lunedì 14 ottobre 2019

Giustizia intergenerazionale. Un post impopolare...

Il 1/1/2006 acquisii a 57 anni il diritto alla pensione con 31,5 anni di anzianità lavorativa e 3,5 anni di riscatto di laurea.
Andare in pensione non mi entusiasmava ma l'azienda mi fece un'offerta di "esodo" volontario incentivato (e mi fu chiarito, non perché lavorassi male, ma perché si doveva scendere di personale per mettere a posto i conti) e capii che sarebbe stato opportuno per me accettare l'offerta innegabilmente vantaggiosa.
Ora, dopo circa 14 anni prendo una pensione dignitosa di circa 2250 euro (sicuramente non d'oro, né d'argento...) ma mi rendo conto che la mia situazione è stata ed è di privilegio rispetto a chi dovrà aspettare fino a 65-67 anni per andare in pensione e rispetto a tanti giovani per i quali la pensione è seriamente a rischio.
Di fronte alle continue proposte di legge di alzare l'età pensionistica o di fissare palliativi temporanei o di dare assistenziali redditi di cittadinanza, mi sono chiesto se non esistesse una strada alternativa a queste magari chiedendo un contributo a quelli come me che hanno goduto e godono di un indubbio privilegio.
La strada che ho individuato e che mi permetto di esternare è la seguente.
1) Si fissa un contributo annuale, ad aliquota crescente progressiva, a partire dalle pensioni dignitose come può esserlo la mia.
2) Si approntano titoli di stato con lo scopo definito di finanziare piani di investimento per l'occupazione giovanile.
3) Si invitano le aziende a preparare anche esse piani di investimento per l'occupazione giovanile finanziabili con appositi titoli azionari o obbligazionari diretti a finanziare tali piani.
4) Si chiede ai pensionali di acquistare (con procedure bancarie semplificate) titoli statali (di cui al punto 2) o privati (di cui al punto 3) per un importo almeno pari a quanto risulta dall'applicazione dell'aliquota.
5) Tali titoli resterebbero comunque identificati come investimenti (nel caso di azioni) o prestiti nel caso di bond pubblici o privati) a medio/lungo termine in maniera di permettere un cospicuo finanziamento dei piani e, nel contempo, la previsione del rientro dei capitali investiti in capo ai pensionati.
Questa soluzione (ovviamente accennata negli elementi essenziali, ma che dovrebbe essere perfezionata da persone esperte del settore) permetterebbe aprire un canale diretto intergenerazionale per far finanziare con i soldi degli attuali pensionati piani di lavoro regolari per le giovani generazioni.
Da non sottovalutare che la prevedibile ripresa dell'occupazione giovanile sarebbe utile anche per il finanziamento delle pensioni future degli attuali pensionali le quali sarebbero a forte rischio in caso di permanere di un'alta disoccupazione giovanile.
E' un sogno? una alternativa non praticabile? o una idea sulla quale poter lavorare?