Mi ha sempre colpito, sin da quando ero ragazzo, il capitolo 25 del Vangelo di Matteo.
Dal versetto 14 al versetto 30 Gesù racconta quella che è chiamata la "parabola dei talenti".
Gesù invita ad usare le nostre capacità, intellettuali o materiali, i nostri talenti, in una parola la nostra creatività, quasi ci invita ad essere imprenditori della Buona Novella.
E' una delle poche volte che nella Bibbia si trova un elogio della laboriosità e della capacità di trafficare e una condanna netta del conservatorismo di chi pensa solo a non rischiare ma a tenersi ben stretti i nostri doni.
Sembra quasi che Gesù ci inviti tutti ad essere "imprenditori" della Buona Novella.
E' per veramente interessante e significativo che il capitolo di Matteo (e dunque l'insegnamento di Gesù) continui, dal versetto 31 al versetto 46, con la narrazione dell'immagine di quello che sarà chiamato "il giudizio finale".
Qui Gesù dice chiaramente che il nostro ingresso nel suo Regno (il godere in eterno dell'amicizia di Dio) dipende dal nostro atteggiamento verso gli "ultimi".Tutto quello che faremo (o daremo) agli affamati, agli assetati, agli stranieri, ai malati, agli infreddoliti, ai carcerati, verrà considerato come fatto (o dato) a Lui e rappresenterà, si così si può dire, il nostro passaporto per l'ingresso nel Regno.
Unendo questi due brani, scritti di seguito, mi è venuto spontaneo pormi la domanda. Ma allora non è che la creatività e l'imprenditorialità che Gesù ci richiede nel trafficare i nostri talenti non vada proprio e solo indirizzata all'aiuto degli ultimi?
E' stata questa considerazione che mi ha stimolato lungo tutta l'ultima settimana di Pasqua.
E ora, in cammino e in opera!
Non esistono due persone che non si comprendono, solo due persone che non comunicano (proverbio africano)
venerdì 26 aprile 2019
lunedì 8 aprile 2019
Beati...
Ho sempre pensato che la fede nel Dio di Gesù Cristo sia un cammino non pesante e noioso ma sorprendente e foriero di gioia.
Ultimamente, invece di navigare solo su internet, mi sono ripromesso di navigare anche nella Bibbia e di cercare tutte quelle volte che si trova nellAntico o nel Nuovo Testamento, il termine "BEATI" (sinonimo di felici).
Può essere una modalità per avanzare lungo il cammino verso la pienezza della GIOIA.
Avrete la sorpresa di constatare quante volte il termine beati ricorre nella Bibbia (la maggior parte di noi corre subito alle Beatitudini del discorso della montagna che invece rappresentano solo una piccola parte delle beatitudini).
Suvvia, mettetevi a navigare, buon cammino e... siate beati!
Ultimamente, invece di navigare solo su internet, mi sono ripromesso di navigare anche nella Bibbia e di cercare tutte quelle volte che si trova nellAntico o nel Nuovo Testamento, il termine "BEATI" (sinonimo di felici).
Può essere una modalità per avanzare lungo il cammino verso la pienezza della GIOIA.
Avrete la sorpresa di constatare quante volte il termine beati ricorre nella Bibbia (la maggior parte di noi corre subito alle Beatitudini del discorso della montagna che invece rappresentano solo una piccola parte delle beatitudini).
Suvvia, mettetevi a navigare, buon cammino e... siate beati!
sabato 29 settembre 2018
La debolezza della democrazia italiana
La democrazia italiana è debole in quanto ha una società civile resa incolta, ignorante e semplicista:
Dall'altra parte le elite politiche sanno bene che potranno essere rielette solo se accondiscenderanno a queste richieste della gente.
E allora come uscirne?
Dovrebbero essere implementate una politica scolastica e una politica mediatica capaci di ricostruire una scuola e una struttura mediatica in grado di formare ed informare correttamente i cittadini.
Questa soluzione andrebbe però subito incontro a due inconvenienti:
Con uno choc istituzionale?
- da una politica scolastica che, da circa 50 anni, ha abbassato pesantemente e progressivamente i livelli di istruzione per trasformarla in un immenso e facile promuovificio;
- da una politica industriale mediatica che, da circa 25 anni, ha annebbiato e indebolito la mente e la memoria degli italiani.
Dall'altra parte le elite politiche sanno bene che potranno essere rielette solo se accondiscenderanno a queste richieste della gente.
E allora come uscirne?
Dovrebbero essere implementate una politica scolastica e una politica mediatica capaci di ricostruire una scuola e una struttura mediatica in grado di formare ed informare correttamente i cittadini.
Questa soluzione andrebbe però subito incontro a due inconvenienti:
- dovrebbe necessariamente (se svolta secondo le regole democratiche) essere lenta e graduale, senza però, in questa maniera, poter accorciare le distanze dagli altri Paesi che, in un mondo globale e competitivo, stanno avanti a noi e corrono più di noi;
- richiederebbe alla gente sacrifici (in tema di maggior impegno nello studio, di maggiore attenzione nel leggere o vedere i media, anche forse di maggiore sobrietà nei consumi) tali da rendere impraticabili queste politiche che sarebbero subito respinte elettoralmente.
Con uno choc istituzionale?
martedì 11 settembre 2018
Se vuoi arrivare primo vai avanti da solo, se vuoi andare lontano vai avanti in gruppo. E’ proprio vero?
Un vecchio proverbio africano
recita: “Se vuoi arrivare primo vai avanti da solo, se vuoi andare
lontano vai avanti in gruppo”.
Sembra vero, ma forse,
approfondendo, emergono alcune perplessità.
Se si procede tenendo insieme
tutti, il gruppo inevitabilmente procederà al passo delle persone più lente.
Ogni eventuale, anche minima, accelerazione farà perdere contatto alla persone
che sono in coda e non riescono a reggere più il ritmo.
L’andare tutti insieme presuppone un passo più lento di chi
procede da solo o con un piccolo gruppo.
Se l’obiettivo del cammino
è solo il cammino per se stesso, non sorge nessun problema.
Se invece l’obiettivo del
cammino è far progredire il gruppo, facendogli raggiungere nuove
posizioni, ruoli, o risorse materiali o immateriali (comprese quelle spirituali…)
le cose si complicano.
Non sempre è vero che
queste posizioni, ruoli, risorse siano in numero illimitato, anzi il più delle
volte sono in numero limitato e sono appannaggio dei singoli (o dei
gruppi) più veloci.
Basta pensare a quello
che avviene nel mondo globale di oggi, laddove l’economia pone in competizione
fra di loro non singoli gruppi ma interi Paesi .
I Paesi più efficienti e
veloci (e per Paese intendo l’insieme collettivo congiunto della società civile e della classe politica
ed economica) riescono ad acquisire le posizioni migliori e le risorse maggiori
a scapito dei Paesi più lenti che rimangono dietro. Non solo se questi Paesi
insistono nel voler far viaggiare alla stessa velocità tutti i cittadini,
resteranno sempre indietro.
Se infatti paragoniamo i Paesi più veloci a un gruppo di cavalli e quelli più lenti a un gruppo di cani non possiamo non notare che, più lunga è la corsa più, inevitabilmente, si amplia la distanza fra i due gruppi concorrenti.
Se infatti paragoniamo i Paesi più veloci a un gruppo di cavalli e quelli più lenti a un gruppo di cani non possiamo non notare che, più lunga è la corsa più, inevitabilmente, si amplia la distanza fra i due gruppi concorrenti.
Questo vuol dire che un
Paese il quale abbia al suo interno vaste aree di arretratezza culturale,
se non vuole lasciare al loro destino ampie fasce di popolazione e vuole invece
praticare politiche di inclusione sociale, è destinato ad un declino più
o meno rapido?
Forse no!
Forse la soluzione
potrebbe consistere nel formare piccole avanguardie
più veloci con un duplice compito: a) da una parte correre in competizione con
gli altri Paesi per raggiungere le posizioni migliori e acquisire maggiori
risorse; b) dall’altre tracciare la strada per rendere più facile e più veloce
il cammino della più ampia retroguardia.
Che ne dite? Esistono alternative
più valide?
martedì 5 giugno 2018
Piccoli suggerimenti per rendere migliore la SCUOLA
Testo dell'articolo scritto oggi da Galli Della Loggia sul Corriere della Sera.
Gentile signor ministro dell’Istruzione, immagino la quantità di pratiche, di dossier, di circolari, ognuna con relative decisioni importanti da prendere, che appena messo piede a viale Trastevere avrà trovato sulla sua scrivania. Ma non è per aggiungere altri impegni a quelli gravosi che lei già ha che le vorrei proporre di adottare subito alcune misure — peraltro assai semplici — adottabili quindi con estrema facilità. È solo perché esse darebbero subito l’idea, mi sembra, che qualcosa sta veramente per cambiare nella scuola italiana. Solo l’idea naturalmente, ma di sicuro assai importante, circa la direzione verso cui non solo a mio giudizio, mi illudo di credere, la scuola italiana deve andare. Ecco dunque in breve le dieci misure che le propongo di prendere a cominciare già dal prossimo settembre:
1) Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico — ha scritto Hannah Arendt, non propriamente una filosofa gentiliana, come lei sa — non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo. La sede propria della democrazia non sono le aule scolastiche.
2) Sempre a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del docente.
3) Divieto deciso nei confronti di tutte le «occupazioni» più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna cominciare a dire le cose come stanno.
4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.
5) Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio.
6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio iniziarla proprio nella scuola?
7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici cellulari).
8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto della scuola diventi : «Il buon cinema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!».
9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.
10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato.
Gentile signor ministro, lei si trova oggi alla testa di un dicastero importante nel quadro di un governo che ama definirsi del «cambiamento»; che da quando ha cominciato a vedere la luce non ha fatto altro che ripetere questa parola: cambiamento! E allora coraggio, cambi! Cambi subito almeno qualche piccola cosa: che poi, dia retta, piccola non sarebbe proprio per nulla.
lunedì 28 maggio 2018
La via dell'autarchia e la via dell'Europa
Non comprendo lo stupore di molti nell'accorgersi che il potere dei mercati finanziari internazionali è uguale (se non superiore) a quello dei Parlamenti liberamente eletti.
Ma dove siete stati dal 1990 ad oggi, su Marte?
Dopo la caduta dei muri fisici ancora più importante è stata la caduta dei muri delle frontiere della sovranità fiscale.
Ormai basta un click per spostare enormi capitali o settori aziendali da un Paese all'altro (e c'è chi vaneggia ancora di imposte patrimoniali che colpirebbero solo risparmiatori sprovveduti).
Si può riconquistare la sovranità fiscale e finanziaria?
Certo che si può, seguendo due strade alternative.
La prima è la chiusura del mercati nazionali e delle frontiere nonché un ferreo controllo sulle comunicazioni (internet incluso) e sullo spostamento delle persone con tutto ciò che comporta sul piano della libertà personale.
Questo vorrebbe dire mettere in atto una politica autarchica (non nuova per l'Italia (qualcuno ha forse studiato la "battaglia del grano" o il dono delle "fedi alla Patria"?).
E' una strada percorribile ma ci estraneeremmo dai mercati internazionali e dovremmo rivedere il nostro stile di vita (chiaramente limitando i consumi). Siamo pronti a questo?
Per inciso, a parte la nostra esperienza nel ventennio, non vi sono esempi di successo di una politica autarchica, condotta da un Paese povero. Anche la Russia sovietica ha resistito per anni (a prezzo della libertà e di povertà interna) per conservare una politica autarchica e cercare di essere una grande potenza. Sappiamo come è finita.
L'alternativa all'autarchia è più lunga ma ha il pregio di causare meno danni.
Se il potere economico e finanziario è globale, occorre bilanciarlo con un potere politico democratico globale.
Nessuna nazione può farcela individualmente, occorre portare avanti disegni di aggregazioni sovranazionali su basi almeno continentali e riconquistare, a livello superiore, quella sovranità persa a livello nazionale.
L'Italia non può fare a meno dell'Europa, se non percorrendo la linea aurtarchica.
Certo dovremo impegnarci e stringere le necessarie alleanze (Francia, Spagna?) per far sì che l'Europa non sia solo una grande Germania. Dovremmo far comprendere agli altri che non sempre è possibile attuare una politica di austerità,ma saremmo in grado di farlo comprendere solo se riusciremo a porre in atto una seria riforma della P.A. (con al centro l'efficienza e la meritocrazia), della scuola (con al centro l'autorità dei docenti e ancora la meritocrazia), nonché lotta decisa al malaffare, alla corruzione, al clientelarismo e alla malavita organizzata.
Ma forse sto sognando...
mercoledì 16 maggio 2018
Semplicità, non semplicismo
Qualche volta qualcuno mi accusa
palesemente, o pensa dentro di sé, che io sia elitario e
intellettuale.
Chi mi conosce bene di persona sa che non sono così, generalmente sono molto alla mano, allegro e semplice.
Vi voglio raccontare una esperienza.
Il Giubileo del 2000, in particolare il cammino di conversione spirituale, non lo feci a Roma (troppo facile...) ma andai a farlo ad Assisi da solo (ancora ero celibe) con una vacanza di meditazione di 4 giorni.
Mi ricordo che il tema che mi venne all'attenzione, specialmente meditando sulla esperienza di S. Francesco, fu quello della semplicità.
Lasciai Assisi e tornai a Roma con l'impegno personale ad essere più semplice e a comunicare con gli altri nel modo più semplice possibile.
Semplicità vuol dire spiegare i propri concetti (o riformulare quelli di altri) usando parole comuni, frasi brevi, chiedendo riscontro di essere stati ben capiti.
Trascurare i dettagli, utilizzare spesso esempi, impiegare slogan riassuntivi, ricorrere ad analisi approssimative non è invece semplicità, è semplicismo.
Purtroppo siamo in un contesto dove il semplicismo è dominante, si evita la fatica di cercare informazioni, di trovare riscontri, di approfondire gli argomenti perché ciò che conta è fare le cose velocemente e riuscire a parlare o, peggio, a decidere, prima degli altri.
In un contesto, in un mondo, nel quale i problemi sono sempre più globali e complessi, il semplicismo è devastante perché, alla lunga (ma neppure tanto..) si ritorce contro chi lo impiega e contro chi ascolta chi lo impiega.
Luigi Einaudi intitolo una sua “predica inutile” “Conoscere per deliberare”.
Chi mi conosce bene di persona sa che non sono così, generalmente sono molto alla mano, allegro e semplice.
Vi voglio raccontare una esperienza.
Il Giubileo del 2000, in particolare il cammino di conversione spirituale, non lo feci a Roma (troppo facile...) ma andai a farlo ad Assisi da solo (ancora ero celibe) con una vacanza di meditazione di 4 giorni.
Mi ricordo che il tema che mi venne all'attenzione, specialmente meditando sulla esperienza di S. Francesco, fu quello della semplicità.
Lasciai Assisi e tornai a Roma con l'impegno personale ad essere più semplice e a comunicare con gli altri nel modo più semplice possibile.
Semplicità vuol dire spiegare i propri concetti (o riformulare quelli di altri) usando parole comuni, frasi brevi, chiedendo riscontro di essere stati ben capiti.
Trascurare i dettagli, utilizzare spesso esempi, impiegare slogan riassuntivi, ricorrere ad analisi approssimative non è invece semplicità, è semplicismo.
Purtroppo siamo in un contesto dove il semplicismo è dominante, si evita la fatica di cercare informazioni, di trovare riscontri, di approfondire gli argomenti perché ciò che conta è fare le cose velocemente e riuscire a parlare o, peggio, a decidere, prima degli altri.
In un contesto, in un mondo, nel quale i problemi sono sempre più globali e complessi, il semplicismo è devastante perché, alla lunga (ma neppure tanto..) si ritorce contro chi lo impiega e contro chi ascolta chi lo impiega.
Luigi Einaudi intitolo una sua “predica inutile” “Conoscere per deliberare”.
Sarebbe importante che noi tutti,
giovani, adulti, anziani ci ricordassimo sempre questa esigenza di
accomunare la compiutezza e profondità dell'analisi, con la
semplicità della esposizione.
E stiamo molto attenti a quelli che
usano intenzionalmente il semplicismo per manipolare le nostre menti
e, in ultima analisi, la nostra libertà.
giovedì 12 aprile 2018
Il mio incontro con Dio Amore
Vi
racconto un episodio che accadde a L’Aquila nell’estate
del
1967 e che cambiò la mia vita.
Allora
diciannovenne studente di Giurisprudenza avevo conosciuto
nella
mia parrocchia l’anno prima Guido Gliozzi, giovane
calabrese
universitario di Medicina, vivace, allegro e sempre
pronto
a donarsi agli altri. Ero pieno di ammirazione nei
suoi
confronti specialmente per la sua capacità di far gruppo
con
tutti e di saper creare sempre un’atmosfera di amicizia reciproca
in
cui ognuno di noi si trovava a pieno agio.
Allorché
chiesi a Guido i motivi di fondo di questa sua capacità
che
pareva innata, mi rispose che lui non era stato sempre
così,
che anzi il suo temperamento lo avrebbe portato a
chiudersi
e a concentrarsi sugli studi; aveva però avuto modo
di
iniziare una esperienza spirituale che lo aveva trasformato,
quella
del Movimento dei Focolari (i cui componenti venivano
chiamati
focolarini).
Nello
stesso periodo conobbi altri focolarini, anche essi
estremamente
aperti e buoni; mi colpiva soprattutto un particolare,
quando
parlavi con uno di loro erano talmente assorbiti
da
te che pareva non esistesse nessuna altra persona o cosa
in
quel momento.
Con
questi presupposti, quando nell’estate del 1967 mi
venne
offerta la possibilità di andare in Mariapoli a L’Aquila,
non
ebbi dubbi ed accettai convincendo anche altri due miei
amici
della parrocchia, Adriano e Raffaele. La Mariapoli può
essere
definita come l’incontro annuale dei focolarini, spiritualmente
significa
vivere una esperienza meravigliosa di costruzione
della
città di Maria, una città nella quale la regola di
vita
è una sola: l’amore reciproco (ma questo ancora non lo sapevo
se
non superficialmente, avendolo sentito dire da Guido,
adesso
lo avrei provato!).
Con
Adriano e Raffaele salimmo a Piazza della Repubblica
sul
pulmann che ci avrebbe portato fino a L’Aquila. Arrivati lì ricordo
con
chiarezza che appena fummo scesi, in mezzo a centinaia
di
persone tutte sorridenti, ci si avvicinò un giovane (ma più
grande di noi, sui 30-35 anni), che ci chiese il nostro nome e poi
grande di noi, sui 30-35 anni), che ci chiese il nostro nome e poi
ci
salutò con un gran bel sorriso: «Ciao Giuseppe, ciao Raffaele,
ciao
Adriano, benvenuti in Mariapoli, io sono Giovanni».
Subito
dopo la doccia fredda; Giovanni ci comunicò che
il
nostro viaggio non era finito, che i giovani come noi non
avrebbero
dormito a L’Aquila bensì avrebbero dovuto proseguire
fino
a San Demetrio, un paesino abruzzese a qualche decina
di
chilometri da L’Aquila. Avremmo ogni giorno fatto su
e
giù fra L’Aquila e San Demetrio, partecipando agli incontri a
L’Aquila
e dormendo a San Demetrio.
La
notizia non ci entusiasmò ma Giovanni ci disse il tutto
con
una tale amabilità che accettammo senza problemi.
Dopo
un’oretta di pulmann, arrivammo a San Demetrio,
dove
tutti noi giovani fummo radunati in un vecchio convento
abbandonato.
Andammo nella nostra camerata a posare la valigia
e
a preparare il letto, subito dopo fummo chiamati per la
cena.
La cena fu un bel momento, veramente si assaporava una
serena
atmosfera di amicizia.
Dopo
cena, erano circa le 21,00, con Adriano e Raffaele
decidemmo
di fare una breve passeggiata. San Demetrio era
un
paese con poche centinaia di abitanti, offriva scarse attrattive
così,
dopo un’oretta di passeggiata e simpatica conversazione
fra
amici di lunga data, tornammo al nostro convento
che
trovammo però…chiuso!!!
Inutili
furono tutti i nostri tentativi di farci aprire, bussammo
alla
porta (non c’era alcun campanello), gettammo dei
sassolini
verso le finestre, niente, nessuna risposta, probabilmente
tutti,
spossati dal lungo viaggio, erano andati a dormire
pesantemente.
Fu
un momento congiunto pieno di sorpresa e di rabbia,
ma
non ci perdemmo d’animo; saremmo andati a dormire in
un
albergo o in una pensione e l’indomani ci avrebbero sentiti,
altro
che amore al prossimo e focolarini!!!
Erano
solo le 22,00 ma non c’era nessuno per la strada a
cui
chiedere qualche informazione, San Demetrio era proprio un
paese
deserto e, per di più, dopo un’oretta di girovagare ci
rendemmo
perfettamente conto che non c’erano né alberghi,
né
pensioni…
L’unica
cosa da fare (e per fortuna era agosto!!), fu quella di
continuare
a passeggiare per il paese fino alla mattina; fra l’altro
l’attesa
snervante era resa ancora più irritante dall’orologio del
campanile
della chiesa che scandiva tutti i quarti d’ora.
Finalmente
alle 6,00 di mattina, riuscimmo a tornare in
convento.
Io ero infuriato, ricordo che rimisi in fretta tutta la
roba
in valigia, con la ferma decisione, una volta rientrato a
L’Aquila,
di ripartire per Roma. Non volevo più sentir parlare
dei
focolarini.
Ma
a L’Aquila mi attendeva qualcosa di straordinario e
meraviglioso,
uno di quegli eventi imprevisti che segnano l’anima
e
la vita di una persona.
Appena
scesi dal pulmann, incontrammo ancora una volta
Giovanni
che ci salutò con tanto calore: «Ciao Giuseppe,
ciao
Adriano, ciao Raffaele».
Un
lampo mi fulminò la mente e l’anima. No, non era
possibile
che Giovanni ricordasse i nostri nomi fra quelli delle
centinaia
di persone che aveva incontrato il giorno precedente,
non
poteva essere un fatto solo mnemonico, c’era dell’altro,
qualcosa
di diverso ma molto importante e stimolante, e dovevo
scoprirlo.
E
a L’Aquila in quei giorni scoprii che Giovanni ricordava
i
nostri nomi perché lui vedeva Gesù in ognuno di noi e Gesù
lo
si ama tanto che non lo si può dimenticare.
Ma
scoprii anche tante altre cose, che Dio è Amore (e non
il
vecchio giudice con la barba bianca che mandava all’inferno
o
al paradiso) e ama immensamente ognuno di noi, che Gesù
non
è morto ed è ora soltanto nei cieli, ma è in mezzo a noi
ogni
volta che ci riuniamo nel Suo nome e che ci amiamo come
Lui
ci ha amati, che ogni dolore può essere vinto e trasformato
se
lo leghiamo al dolore di Gesù che muore sulla croce,
abbandonato
anche dal Padre, ma che vince il Male e risorge.
Scoprii anche che noi cristiani non siamo solo singole persone,
Scoprii anche che noi cristiani non siamo solo singole persone,
ma
siamo immersi nel Corpo Mistico di Gesù, quasi che
tutti
i Gesù presenti in ognuno di noi formassero un grande
Corpo
di Gesù. La Chiesa, in cui ognuno di noi ha una funzione
unica
e insostituibile.
E
infine scoprii Chiara Lubich, fondatrice del Movimento
dei
Focolari, quella che posso considerare una mia seconda madre,
perché
ha contribuito alla nascita di un altro Giuseppe.
martedì 27 marzo 2018
E' vincibile la tirannia finanziaria del XXI secolo?
La tirannia, ovvero una forma di oppressione da parte di una persona o di un gruppo sul popolo di una nazione o di un’area territoriale, è un regime che ha le caratteristiche di una presenza continua nella storia dell’umanità e una capacità impressionante di mutare le forme per adattarle alle nuove realtà.
Mi hanno molto impressionato e fatto riflettere le seguenti parole di Papa Francesco, tratte dal paragrafo 56 della “Evangelii gaudium”: “Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova forma di tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile le sue leggi e le sue regole”.
In effetti nella moderna economia globale del libero scambio di merci le imprese competono a livello internazionale cercando di offrire prodotti migliori e prezzi più bassi dei concorrenti, tenendo presente il primato del principio della massimizzazione dei profitti. Non è più sufficiente tenere il bilancio aziendale in attivo ma si rende necessario avere un margine di profitto più alto di quello dei concorrenti, in modo da attrarre investimenti che altrimenti andrebbero altrove. Compito dell’imprenditore diventa quello di tenere più alta possibile la quotazione della propria azienda in Borsa in modo da poter remunerare i propri azionisti con adeguati dividendi e, nel contempo, acquisirne di nuovi.
Si tralascia di proposito la questione di come, in tale situazione, la riduzione dei costi (necessaria per tenere alto il margine di profitto) si esprime, il più delle volte, in una ridimensionamento delle risorse umane o, per dirla in maniera più chiara, in una riduzione del personale.
Con le riflessioni esposte in questo breve testo si vuole considerare un altro aspetto della questione, quello di come la competizione affrontata dalle singole imprese, mediante l’incremento della loro efficienza e della loro efficacia, si ripercuota sulla politica economica e finanziaria dei singoli Stati.
Non possiamo non sottolineare come uno dei punti fondamentali che permette alle imprese di prosperare è quello di avere un sistema normativo nazionale in tema di diritto del lavoro, di procedure amministrative, di gestione fiscale, di risoluzione delle vertenze, che faciliti il loro compito.
Né possiamo dimenticare che, come scriveva Sergio Zavoli in un suo libro della fine degli anni ‘90 “la vera rivoluzione non è più nel cambiamento, bensì nella velocità con il quale questo avviene”.
Il sistema normativo non deve pertanto essere solo efficace in funzione dell’interesse delle imprese ma anche essere sufficientemente flessibile per adeguarsi velocemente al mutare del contesto economico nazionale.
Ciò chiama in causa inevitabilmente il tipo di sistema istituzionale.
La democrazia si basa su tre principi fondamentali, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità i quali per essere realizzati presuppongono la possibilità per tutti di partecipare, con uguale dignità e in funzione delle peculiari caratteristiche personali, alla gestione del governo della comunità.
Più la partecipazione è stimolata e diventa effettiva, più le persone si sentono libere, uguali fra di loro e legate da vincoli di fraternità. Maggiore la partecipazione, più le decisioni sono frutto di un libero confronto fra i cittadini in funzione delle diversità delle idee e della tutela dei singoli interessi.
Peraltro è da sottolineare che più la partecipazione è ampia e più complesso è di conseguenza il confronto, più le decisioni vengono prese con lentezza.
In un contesto globale in continua e veloce mutazione, nel quale i Paesi stessi competono nel porre in essere sistemi normativi sempre più efficaci nel sostenere i loro attori economici, occorre avere sistemi istituzionali dotati di flessibilità ed efficacia, capaci di prendere e attuare le decisioni più corrette nel modo più veloce possibile. Teoricamente non appare più possibile sostenere processi decisionali lunghi basati su un’ampia partecipazione.
Anche se è vero che una decisione molto condivisa può essere attuata velocemente è pur vero purtroppo che, molto spesso, i tempi spesi per arrivare alla decisione sono troppo lunghi e la decisione arriva troppo tardi in confronto a quella presa nel contempo da altri Paesi.
Se si pensa ai Paesi che, nel primo decennio del XXI secolo, sono stati all’avanguardia per sviluppo economico o che sono stati i più veloci nel riprendersi da momenti di crisi si può notare come gli stessi siano retti da regimi di governo "decisionisti", persino dittatoriali o comunque fortemente orientati in senso presidenziale o premieristico (Cina, India, USA, Gran Bretagna, Brasile, Russia, Germania)
E’ vero che alcuni Paesi, con regime presidenziale (Francia) o dittatoriale (alcuni Paesi del Sud America o dell’Africa) continuano ad avere difficoltà a mantenere il passo dell’economia globale, ma è pur vero che nessun Paese, a base decisionale con ampia partecipazione, sta in una posizione di avanguardia per sviluppo economico.
Il tutto è aggravato dalla questione del “rating”, ovvero la valutazione che alcune società multinazionali danno alla situazione economica e finanziaria dei singoli Paesi. Il rating è un elemento fondamentale da considerare da parte degli investitori internazionali per indirizzare i propri investimenti, e il rating tende a premiare i Paesi con sistemi istituzionali più flessibili e facilitatori di decisioni veloci.
Di conseguenza si viene a creare una forte spinta nei confronti delle Nazioni a sistema decisionale "consensuale" (ovvero basato su un’ampia partecipazione" per cambiare rapidamente in un senso più autoritario il proprio sistema istituzionale riducendo notevolmente gli spazi di partecipazione e di libero ampio confronto.
L’aspetto più importante e più devastante della situazione appena descritta è proprio in questa tirannia dei meccanismi economici globali, che è possibile (anche se in un modo non esaustivo) esemplificare nella metodologia del rating, “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole” (per riprendere le parole di Papa Francesco).
Di fronte alla normale tensione esistente, in ogni democrazia, fra esigenze di efficienza e esigenze di partecipazione, non è più il popolo che decide il punto di equilibrio, ma sono i meccanismi del sistema economico globale. E gli stessi meccanismi esautorano i parlamenti nazionali, sotto il ricatto del rating, per imporre misure economiche e finanziarie di loro gradimento ma spesso non volute dalla maggioranza del popolo che è oggetto delle stesse.
Il potere legislativo passa così dai Parlamenti nazionali o transnazionali a istituzioni internazionali non democratiche e a meccanismi finanziari non personalizzabili.
La tirannia finanziaria globale è forse la forma tipica, in aggiunta alle altre tradizionali, che ha assunto la tirannia nel XXI secolo.
Come resistere, come uscirne?
Certo non si può pensare di uscirne continuando a perseverare in stili di vita e in modelli di sviluppo che sono conformi alle richieste dei mercati finanziari e, il più delle volte, da loro stessi dettati.
Occorre cambiare paradigma trasformando quello che è il principale principio dell’economia del turbo-capitalismo (come significativamente viene definito da Luttwak): il fine di ogni azienda è la massimizzazione del profitto, il fine di ogni persona è la massimizzazione del guadagno personale.
In questo mutamento non partiamo da zero, ma abbiamo già alle spalle una elaborazione teorica abbondante e qualificata. Facciamo riferimento agli studi di Sen (fra l’altro premio Nobel per l’economia), di Nussbaum, Layard, Latouche, degli italiani Zamagni, Bruni, Becchetti, e alle teorie economiche che hanno assunto diversi nomi (teoria della decrescita, della felicità, dell’economia civile…) avendo peraltro come caratteristica comune quella di rimettere la persona umana e i suoi effettivi bisogni al centro delle economia.
Fine di quest’ultima, secondo queste teoria, non è la massimizzazione dei profitti o dei guadagni (anche se il profitto o il guadagno rimangono parametri indispensabili di una sana gestione) bensì il raggiungimento della felicità.
Per felicità si intende non lo stato di piacere momentaneo originato dal soddisfacimento di un bisogno immediato spesso indotto da cause esterne, ma quella forma di benessere duraturo, quella serenità che è originata dalla sensazione di sentirsi realizzati o comunque sulla strada della realizzazione personale anche nonostante i più o meno ardui problemi di ogni giorno.
Studi recenti (ma ormai vecchi di un decennio) hanno dimostrato che la felicità inizialmente cresce in funzione diretta alla crescita del reddito ma che, raggiunta una certa soglia (quella del reddito necessario per vivere una esistenza dignitosa), l’importanza dell’aumento del reddito diminuisce vistosamente mentre aumenta in maniera consistente l’importanza di avere relazioni personali positive e durature. Sembra pertanto che, ai fini del raggiungimento della felicità, l’importanza delle relazioni sia almeno pari, se non superiore, a quella delle risorse monetarie e patrimoniali.
Parafrasando quanto scritto da Kohn (“La fine della competizione” Castoldi editore) alla fine della vita non “vince chi muore più ricco”, bensì “vince chi muore con più amici”.
Ma come percorrere concretamente questa nuova strada?
Studiosi italiani di economia (L. Bruni, B. Gui, L. Becchetti, V. Pelligra) hanno individuato, nell’ambito dei beni (ovvero degli elementi materiali o immateriali in grado di soddisfare un bisogno), la categoria dei beni relazionali, ovvero quelli in grado di soddisfare un bisogno partendo dalla instaurazione o dal consolidamento di una relazione personale (svolgere una attività in comune in sintonia con altre persone, lavorare in funzioni di assistenza a persone, divertirsi insieme ad altre persone, godere di beni comuni quali l’ambiente o l’acqua, gioire per il sorriso del proprio figlio o di un altro bimbo, avere fiducia negli altri…).
Superato il livello di reddito confacente con una vita dignitosa, più una persona usufruisce di beni relazionali più questa persona è felice.
Questa riflessione non è scevra di conseguenze a livello di stile di vita individuale. Darà più felicità l’acquisto dell’ultimo release del cellulare alla moda (obsoleto dopo 5-6 mesi…) o il consolidamento in amicizia di una conoscenza positiva e ”nutriente”? E’ più felice una persona dopo aver sgobbato per un’ora da solo su una macchina in palestra o dopo aver fatto un’ora di jogging (o una passeggiata) in un parco insieme ad amici? E’ più felice un giovane dopo essere andato a vedere una partita di calcio (magari più per insultare gli avversari che per vedere la partita) o dopo aver fatto un’ora di volontariato sociale?
Con queste riflessioni non si vuole negare l’importanza fondamentale di avere un lavoro e un reddito adeguato alle esigenze proprie e a quelle dei propri cari, si vuole solo sottolineare l’importanza di restituire la giusta importanza all’acquisizione e al consolidamento di una certa quantità di beni personali.
Ciò non è facile. Cambiare lo stile di vita, andare controcorrente sfidando l’altri giudizio e talvolta anche l’ironia, sottrarsi alle insidie della moda, è estremamente faticoso e presuppone coraggio, ostinazione, costanza derivanti dall’aver gustato la felicità del vivere in modo diverso.
Occorrerà anche acquisire quelli che L. Bruni chiama i valori dell’economia del bene comune quali, ad esempio, le virtù, fuori moda, della sobrietà (ben differente dalla povertà) e della solidarietà.
E’ una vera rivoluzione che non interessa solo gli stili di vita singoli, ma la stessa politica economica di un Paese che dovrà essere ribilanciata sia sul piano della produzione che su quello del consumo di beni relazionali.
Occorre puntare a far crescere sia il reddito, il prodotto nazionale lordo e l'occupazione (da non dimenticare!!) sia il livello di felicità globale dei cittadini.
Maggiore attenzione alla conservazione dei beni comuni, sostegno alla società civile per lo svolgimento di attività di benessere personale, enfasi sui beni naturali, culturali e turistici, devono acquisire importanza nella politica economica e industriale almeno pari a quella sui prodotti di nicchia e di lusso.
Ciò comporterà anche un trasferimento di risorse dai consumi privati superflui a consumi pubblici per la sollecitazione di beni relazionali (es: costruzioni di nuovi teatri, parchi, incentivi ad attività culturali, turistiche, sportive ecc.).
Anche su questo fronte si tratterà di una via non semplice e soprattutto sarà necessaria una attuazione graduale. Resistenze da parte delle strutture finanziarie internazionale e dei loro rappresentati locali (lobby, poteri forti..) non mancheranno in quanto queste percepiranno il pericolo di perdere la loro posizione di predominio sulle scelte delle persone.
Occorrerà, anche da parte dei governanti fermezza, coraggio, uniti alla necessaria flessibilità e all’esigenza di avviare un processo graduale, confortati nella loro azione dalla consapevolezza di costruire un futuro migliore per la felicità dei loro concittadini.
Solo da una forte alleanza fra questi ultimi e i loro governanti sarà possibile uscire dalla tirannia dei mercati finanziari e riacquistare la propria autonomia di popolo indipendenti.
Questo vuole solo essere uno scritto volto a stimolare l’approfondimento di questi temi. Per chi voglia proseguire di seguito una breve bibliografia iniziale.
Bibliografia
Luigino Bruni: “Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni”, 2010 Città Nuova.
Luigino Bruni: “ : “L’economia, la felicità e gli altri. Un’indagine sui beni e benessere”, 2004 Città Nuova.
Martha Nussbaum: “Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del PIL”, 2012 Mulino.
René Layard: “La nuova scienza del benessere comune”, 2005 Rizzoli.
Alfie Kohn: “La fine della competizione”, Castoldi 1998.
S. Zamagni: “L’economia del bene comune”, 2008 Città Nuova.
Serge Latouche: “La scommessa della decrescita”, 2009 Feltrinelli.
Amartya Sen: “Globalizzazione e libertà”, 2002 Mondadori.
Amartya Sen: “Etica ed economia” 2006 Laterza.
Vittorio Pelligra: “I paradossi della fiducia”, 2007 Il Mulino.
Stefano Zamagni – Luigino Bruni: “Dizionario di economia civile”, 2009 Città Nuova.
Edward Luttwak: “La dittatura del capitalismo”, Mondadori 1999.
Lorenzo Becchetti: "Oltre l'homo oeconomicus" Città Nuova 2005.
Lorenzo Becchetti: "Il denaro fa la felicità?, Laterza 2007.
Mi hanno molto impressionato e fatto riflettere le seguenti parole di Papa Francesco, tratte dal paragrafo 56 della “Evangelii gaudium”: “Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova forma di tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile le sue leggi e le sue regole”.
In effetti nella moderna economia globale del libero scambio di merci le imprese competono a livello internazionale cercando di offrire prodotti migliori e prezzi più bassi dei concorrenti, tenendo presente il primato del principio della massimizzazione dei profitti. Non è più sufficiente tenere il bilancio aziendale in attivo ma si rende necessario avere un margine di profitto più alto di quello dei concorrenti, in modo da attrarre investimenti che altrimenti andrebbero altrove. Compito dell’imprenditore diventa quello di tenere più alta possibile la quotazione della propria azienda in Borsa in modo da poter remunerare i propri azionisti con adeguati dividendi e, nel contempo, acquisirne di nuovi.
Si tralascia di proposito la questione di come, in tale situazione, la riduzione dei costi (necessaria per tenere alto il margine di profitto) si esprime, il più delle volte, in una ridimensionamento delle risorse umane o, per dirla in maniera più chiara, in una riduzione del personale.
Con le riflessioni esposte in questo breve testo si vuole considerare un altro aspetto della questione, quello di come la competizione affrontata dalle singole imprese, mediante l’incremento della loro efficienza e della loro efficacia, si ripercuota sulla politica economica e finanziaria dei singoli Stati.
Non possiamo non sottolineare come uno dei punti fondamentali che permette alle imprese di prosperare è quello di avere un sistema normativo nazionale in tema di diritto del lavoro, di procedure amministrative, di gestione fiscale, di risoluzione delle vertenze, che faciliti il loro compito.
Né possiamo dimenticare che, come scriveva Sergio Zavoli in un suo libro della fine degli anni ‘90 “la vera rivoluzione non è più nel cambiamento, bensì nella velocità con il quale questo avviene”.
Il sistema normativo non deve pertanto essere solo efficace in funzione dell’interesse delle imprese ma anche essere sufficientemente flessibile per adeguarsi velocemente al mutare del contesto economico nazionale.
Ciò chiama in causa inevitabilmente il tipo di sistema istituzionale.
La democrazia si basa su tre principi fondamentali, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità i quali per essere realizzati presuppongono la possibilità per tutti di partecipare, con uguale dignità e in funzione delle peculiari caratteristiche personali, alla gestione del governo della comunità.
Più la partecipazione è stimolata e diventa effettiva, più le persone si sentono libere, uguali fra di loro e legate da vincoli di fraternità. Maggiore la partecipazione, più le decisioni sono frutto di un libero confronto fra i cittadini in funzione delle diversità delle idee e della tutela dei singoli interessi.
Peraltro è da sottolineare che più la partecipazione è ampia e più complesso è di conseguenza il confronto, più le decisioni vengono prese con lentezza.
In un contesto globale in continua e veloce mutazione, nel quale i Paesi stessi competono nel porre in essere sistemi normativi sempre più efficaci nel sostenere i loro attori economici, occorre avere sistemi istituzionali dotati di flessibilità ed efficacia, capaci di prendere e attuare le decisioni più corrette nel modo più veloce possibile. Teoricamente non appare più possibile sostenere processi decisionali lunghi basati su un’ampia partecipazione.
Anche se è vero che una decisione molto condivisa può essere attuata velocemente è pur vero purtroppo che, molto spesso, i tempi spesi per arrivare alla decisione sono troppo lunghi e la decisione arriva troppo tardi in confronto a quella presa nel contempo da altri Paesi.
Se si pensa ai Paesi che, nel primo decennio del XXI secolo, sono stati all’avanguardia per sviluppo economico o che sono stati i più veloci nel riprendersi da momenti di crisi si può notare come gli stessi siano retti da regimi di governo "decisionisti", persino dittatoriali o comunque fortemente orientati in senso presidenziale o premieristico (Cina, India, USA, Gran Bretagna, Brasile, Russia, Germania)
E’ vero che alcuni Paesi, con regime presidenziale (Francia) o dittatoriale (alcuni Paesi del Sud America o dell’Africa) continuano ad avere difficoltà a mantenere il passo dell’economia globale, ma è pur vero che nessun Paese, a base decisionale con ampia partecipazione, sta in una posizione di avanguardia per sviluppo economico.
Il tutto è aggravato dalla questione del “rating”, ovvero la valutazione che alcune società multinazionali danno alla situazione economica e finanziaria dei singoli Paesi. Il rating è un elemento fondamentale da considerare da parte degli investitori internazionali per indirizzare i propri investimenti, e il rating tende a premiare i Paesi con sistemi istituzionali più flessibili e facilitatori di decisioni veloci.
Di conseguenza si viene a creare una forte spinta nei confronti delle Nazioni a sistema decisionale "consensuale" (ovvero basato su un’ampia partecipazione" per cambiare rapidamente in un senso più autoritario il proprio sistema istituzionale riducendo notevolmente gli spazi di partecipazione e di libero ampio confronto.
L’aspetto più importante e più devastante della situazione appena descritta è proprio in questa tirannia dei meccanismi economici globali, che è possibile (anche se in un modo non esaustivo) esemplificare nella metodologia del rating, “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole” (per riprendere le parole di Papa Francesco).
Di fronte alla normale tensione esistente, in ogni democrazia, fra esigenze di efficienza e esigenze di partecipazione, non è più il popolo che decide il punto di equilibrio, ma sono i meccanismi del sistema economico globale. E gli stessi meccanismi esautorano i parlamenti nazionali, sotto il ricatto del rating, per imporre misure economiche e finanziarie di loro gradimento ma spesso non volute dalla maggioranza del popolo che è oggetto delle stesse.
Il potere legislativo passa così dai Parlamenti nazionali o transnazionali a istituzioni internazionali non democratiche e a meccanismi finanziari non personalizzabili.
La tirannia finanziaria globale è forse la forma tipica, in aggiunta alle altre tradizionali, che ha assunto la tirannia nel XXI secolo.
Come resistere, come uscirne?
Certo non si può pensare di uscirne continuando a perseverare in stili di vita e in modelli di sviluppo che sono conformi alle richieste dei mercati finanziari e, il più delle volte, da loro stessi dettati.
Occorre cambiare paradigma trasformando quello che è il principale principio dell’economia del turbo-capitalismo (come significativamente viene definito da Luttwak): il fine di ogni azienda è la massimizzazione del profitto, il fine di ogni persona è la massimizzazione del guadagno personale.
In questo mutamento non partiamo da zero, ma abbiamo già alle spalle una elaborazione teorica abbondante e qualificata. Facciamo riferimento agli studi di Sen (fra l’altro premio Nobel per l’economia), di Nussbaum, Layard, Latouche, degli italiani Zamagni, Bruni, Becchetti, e alle teorie economiche che hanno assunto diversi nomi (teoria della decrescita, della felicità, dell’economia civile…) avendo peraltro come caratteristica comune quella di rimettere la persona umana e i suoi effettivi bisogni al centro delle economia.
Fine di quest’ultima, secondo queste teoria, non è la massimizzazione dei profitti o dei guadagni (anche se il profitto o il guadagno rimangono parametri indispensabili di una sana gestione) bensì il raggiungimento della felicità.
Per felicità si intende non lo stato di piacere momentaneo originato dal soddisfacimento di un bisogno immediato spesso indotto da cause esterne, ma quella forma di benessere duraturo, quella serenità che è originata dalla sensazione di sentirsi realizzati o comunque sulla strada della realizzazione personale anche nonostante i più o meno ardui problemi di ogni giorno.
Studi recenti (ma ormai vecchi di un decennio) hanno dimostrato che la felicità inizialmente cresce in funzione diretta alla crescita del reddito ma che, raggiunta una certa soglia (quella del reddito necessario per vivere una esistenza dignitosa), l’importanza dell’aumento del reddito diminuisce vistosamente mentre aumenta in maniera consistente l’importanza di avere relazioni personali positive e durature. Sembra pertanto che, ai fini del raggiungimento della felicità, l’importanza delle relazioni sia almeno pari, se non superiore, a quella delle risorse monetarie e patrimoniali.
Parafrasando quanto scritto da Kohn (“La fine della competizione” Castoldi editore) alla fine della vita non “vince chi muore più ricco”, bensì “vince chi muore con più amici”.
Ma come percorrere concretamente questa nuova strada?
Studiosi italiani di economia (L. Bruni, B. Gui, L. Becchetti, V. Pelligra) hanno individuato, nell’ambito dei beni (ovvero degli elementi materiali o immateriali in grado di soddisfare un bisogno), la categoria dei beni relazionali, ovvero quelli in grado di soddisfare un bisogno partendo dalla instaurazione o dal consolidamento di una relazione personale (svolgere una attività in comune in sintonia con altre persone, lavorare in funzioni di assistenza a persone, divertirsi insieme ad altre persone, godere di beni comuni quali l’ambiente o l’acqua, gioire per il sorriso del proprio figlio o di un altro bimbo, avere fiducia negli altri…).
Superato il livello di reddito confacente con una vita dignitosa, più una persona usufruisce di beni relazionali più questa persona è felice.
Questa riflessione non è scevra di conseguenze a livello di stile di vita individuale. Darà più felicità l’acquisto dell’ultimo release del cellulare alla moda (obsoleto dopo 5-6 mesi…) o il consolidamento in amicizia di una conoscenza positiva e ”nutriente”? E’ più felice una persona dopo aver sgobbato per un’ora da solo su una macchina in palestra o dopo aver fatto un’ora di jogging (o una passeggiata) in un parco insieme ad amici? E’ più felice un giovane dopo essere andato a vedere una partita di calcio (magari più per insultare gli avversari che per vedere la partita) o dopo aver fatto un’ora di volontariato sociale?
Con queste riflessioni non si vuole negare l’importanza fondamentale di avere un lavoro e un reddito adeguato alle esigenze proprie e a quelle dei propri cari, si vuole solo sottolineare l’importanza di restituire la giusta importanza all’acquisizione e al consolidamento di una certa quantità di beni personali.
Ciò non è facile. Cambiare lo stile di vita, andare controcorrente sfidando l’altri giudizio e talvolta anche l’ironia, sottrarsi alle insidie della moda, è estremamente faticoso e presuppone coraggio, ostinazione, costanza derivanti dall’aver gustato la felicità del vivere in modo diverso.
Occorrerà anche acquisire quelli che L. Bruni chiama i valori dell’economia del bene comune quali, ad esempio, le virtù, fuori moda, della sobrietà (ben differente dalla povertà) e della solidarietà.
E’ una vera rivoluzione che non interessa solo gli stili di vita singoli, ma la stessa politica economica di un Paese che dovrà essere ribilanciata sia sul piano della produzione che su quello del consumo di beni relazionali.
Occorre puntare a far crescere sia il reddito, il prodotto nazionale lordo e l'occupazione (da non dimenticare!!) sia il livello di felicità globale dei cittadini.
Maggiore attenzione alla conservazione dei beni comuni, sostegno alla società civile per lo svolgimento di attività di benessere personale, enfasi sui beni naturali, culturali e turistici, devono acquisire importanza nella politica economica e industriale almeno pari a quella sui prodotti di nicchia e di lusso.
Ciò comporterà anche un trasferimento di risorse dai consumi privati superflui a consumi pubblici per la sollecitazione di beni relazionali (es: costruzioni di nuovi teatri, parchi, incentivi ad attività culturali, turistiche, sportive ecc.).
Anche su questo fronte si tratterà di una via non semplice e soprattutto sarà necessaria una attuazione graduale. Resistenze da parte delle strutture finanziarie internazionale e dei loro rappresentati locali (lobby, poteri forti..) non mancheranno in quanto queste percepiranno il pericolo di perdere la loro posizione di predominio sulle scelte delle persone.
Occorrerà, anche da parte dei governanti fermezza, coraggio, uniti alla necessaria flessibilità e all’esigenza di avviare un processo graduale, confortati nella loro azione dalla consapevolezza di costruire un futuro migliore per la felicità dei loro concittadini.
Solo da una forte alleanza fra questi ultimi e i loro governanti sarà possibile uscire dalla tirannia dei mercati finanziari e riacquistare la propria autonomia di popolo indipendenti.
Questo vuole solo essere uno scritto volto a stimolare l’approfondimento di questi temi. Per chi voglia proseguire di seguito una breve bibliografia iniziale.
Bibliografia
Luigino Bruni: “Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni”, 2010 Città Nuova.
Luigino Bruni: “ : “L’economia, la felicità e gli altri. Un’indagine sui beni e benessere”, 2004 Città Nuova.
Martha Nussbaum: “Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del PIL”, 2012 Mulino.
René Layard: “La nuova scienza del benessere comune”, 2005 Rizzoli.
Alfie Kohn: “La fine della competizione”, Castoldi 1998.
S. Zamagni: “L’economia del bene comune”, 2008 Città Nuova.
Serge Latouche: “La scommessa della decrescita”, 2009 Feltrinelli.
Amartya Sen: “Globalizzazione e libertà”, 2002 Mondadori.
Amartya Sen: “Etica ed economia” 2006 Laterza.
Vittorio Pelligra: “I paradossi della fiducia”, 2007 Il Mulino.
Stefano Zamagni – Luigino Bruni: “Dizionario di economia civile”, 2009 Città Nuova.
Edward Luttwak: “La dittatura del capitalismo”, Mondadori 1999.
Lorenzo Becchetti: "Oltre l'homo oeconomicus" Città Nuova 2005.
Lorenzo Becchetti: "Il denaro fa la felicità?, Laterza 2007.
mercoledì 31 gennaio 2018
Voto inutile??
Credo che sia utile puntualizzare un aspetto tecnico del ROSATELLUM che merita di essere meglio chiarito.
Precisamente il tema delle SOGLIE DI SBARRAMENTO.
nella parte plurinominale (sostanzialmente proporzionale).
*****************************************************************************
Per eleggere candidati nel proporzionale, una LISTA deve raccogliere almeno il 3 per cento dei voti su base nazionale per la Camera, mentre al Senato riceve seggi anche se – fallendo l’obiettivo del 3 per cento a livello nazionale – ha ottenuto in una sola regione almeno il 20 per cento dei voti.
Precisamente il tema delle SOGLIE DI SBARRAMENTO.
nella parte plurinominale (sostanzialmente proporzionale).
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Per eleggere candidati nel proporzionale, una LISTA deve raccogliere almeno il 3 per cento dei voti su base nazionale per la Camera, mentre al Senato riceve seggi anche se – fallendo l’obiettivo del 3 per cento a livello nazionale – ha ottenuto in una sola regione almeno il 20 per cento dei voti.
La soglia
per le COALIZIONE invece è del 10 per cento dei voti, a patto che una
delle liste che la compongono raggiunga il 3 per cento a livello
nazionale.
Se una lista che fa parte di una coalizione non riceve il 3 per cento a livello nazionale, NON ELEGGE nessun parlamentare: se ottiene però più dell’1 per cento, i voti che ha raccolto vengono distribuiti tra i suoi alleati.
*****************************************************************************
Va compreso questo meccanismo specialmente da parte di coloro che stanno pensando di votare per una delle lista minori di una delle due coalizioni.
Il voto non è mai praticamente mai inutile.
Infatti può contribuire al raggiungimento della soglia del 3 per cento a livello nazionale e permettere pertanto l'elezione di parlamentari di quella lista, anche candidati in collegi diversi da quello di chi esprima il voto.
Ma, anche nel caso che non venisse raggiunto il 3 per cento, basta raggiungere il 1 per cento a livello nazionale per far comunque contare il voto a favore della coalizione della quale fa parte la lista.
Il voto sarebbe sprecato solo nel caso in cui la lista in questione non raggiungesse neppure l'1 per cento a livello nazionale ed è un caso che pare veramente non verosimile.
Lo so che è complesso ma spero di essere stato chiaro. Se volete chiedetemi un esempio.
Se una lista che fa parte di una coalizione non riceve il 3 per cento a livello nazionale, NON ELEGGE nessun parlamentare: se ottiene però più dell’1 per cento, i voti che ha raccolto vengono distribuiti tra i suoi alleati.
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Va compreso questo meccanismo specialmente da parte di coloro che stanno pensando di votare per una delle lista minori di una delle due coalizioni.
Il voto non è mai praticamente mai inutile.
Infatti può contribuire al raggiungimento della soglia del 3 per cento a livello nazionale e permettere pertanto l'elezione di parlamentari di quella lista, anche candidati in collegi diversi da quello di chi esprima il voto.
Ma, anche nel caso che non venisse raggiunto il 3 per cento, basta raggiungere il 1 per cento a livello nazionale per far comunque contare il voto a favore della coalizione della quale fa parte la lista.
Il voto sarebbe sprecato solo nel caso in cui la lista in questione non raggiungesse neppure l'1 per cento a livello nazionale ed è un caso che pare veramente non verosimile.
Lo so che è complesso ma spero di essere stato chiaro. Se volete chiedetemi un esempio.
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