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lunedì 15 agosto 2011

In cammino..

Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita.

Un episodio evangelico sconcertante, una risposta di Gesù («Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele») chiaramente sbagliata. Tutti i Padri della Chiesa, tutti i teologi sono concordi nell’affermare che Gesù è venuto sulla terra, si è incarnato, per la liberazione dal male, per la salvezza di tutti, non solo degli Israeliti.

La maggior parte dei commenti a questo brano mette in evidenza la forza della preghiera della cananea che, con la sia insistenza e (lo dice pure Gesù) con la sua fede, gli fa cambiare idea. Al massimo la risposta sbagliata di Gesù viene considerata come una voluta provocazione per stimolare la fede e la preghiera della donna.


Ma forse questo brano del Vangelo può offrisci lo spunto per altre riflessioni.

Gesù è vero Dio e vero uomo, un mistero insondabile sovrarazionale, ma che può tuttavia essere oggetto di qualche balbettio investigativo.

Il Suo continuo rivolgersi verso il Padre, la preghiera, la durissima agonia nel Getsemani, il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” sono forti indizi per pensare che Gesù, come Dio Figlio, aveva un rapporto interpersonale, paritario con Dio Padre.

Ma come uomo?

Come uomo la piena consapevolezza della Sua missione, forse la stessa consapevolezza della figliolanza verso il Padre, non sono state chiare sin dalla nascita.

D’altronde l’umanità di Gesù lo ha reso uguale agli altri uomini nella sua maturazione umana e nella crescita culturale e intellettiva. Il Gesù bambino non può avere la stessa “pienezza” (per usare un termine biblico) di quello adulto, l’umanità di Gesù non può non essere cresciuta in lui con l’età anagrafica. Pensare il contrario vorrebbe dire seguire una visione “miracolistica” e disumana per cui il Gesù neonato avrebbe avuto la stessa consapevolezza del Gesù trentenne.

Di qui la risposta certa (o almeno dotata di altissima probabilità) che Gesù, vero Dio e come tale sempre Santo e immacolato, ha avuto una crescita personale umana nell’acquistare la piena consapevolezza della Sua missione.

Il rapporto continuo con il Padre, lo stato di preghiera costante in cui era immerso, erano gli strumenti necessari, a Gesù vero uomo, per comprendere la volontà del Padre, sia quella generale (la propria missione), sia quella del momento presente in cui viveva.

E allora si capisce, in un’altra dimensione, il brano del Vangelo dal quale siamo partiti.
La frase di Gesù ((«Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele») non è sbagliata, ma riflette la situazione, in quel momento, della consapevolezza di Gesù circa la natura della sua missione. Pensava veramente di essere stato mandato per la salvezza solo degli Israeliti.

Viene però stimolato ad un approfondimento sia dalla reazione dei suoi compagni che lo spingono a fare qualcosa, seppur nel modo sbagliato (“mandala via!”), sia dal forte atteggiamento di fede e di preghiera della donna cananea.

Gesù appare e si rivela a noi come una persona in cammino verso la pienezza della consapevolezza su se stessi e sulla propria missione (e vocazione). Tale pienezza sarà raggiunto solo al momento della morte in croce (“Signore, nelle tue mani affido il mio Spirito”, “Tutto è compiuto”...)

Quali le riflessioni personali da trarre dall’insegnamento di questo brano del Vangelo?

La prime è che come Gesù ci si rivela come una persona in cammino, così noi dobbiamo avere la stessa consapevolezza di essere persone in cammino. Altro che presunzione di possedere la verità, altro che pensare di essere arrivati, essere perfetti.

L’esperienza di Gesù ci porta alla comprensione che solo uno spirito di forte preghiera, di intenso e frequente colloquio con il Padre, ci può far guardare avanti e aprire ampi spazi di ulteriore verità

Contemporaneamente occorre avere la forza, la pazienza, di ascoltare i fratelli, i nostri amici (i discepoli) ma anche quelli che vorremmo evitare e che forse ci infastidiscono (la cananea). Il cammino si fa in cordata, o meglio, in comunione, in unità, non da soli...

E forse, oltre a riflettere noi come cristiani, dovrebbe riflettere anche la Gerarchia ecclesiale. Anche essa, se vuole seguire il comune Maestro, non deve sentirsi sempre in possesso di una verità già raggiunta una volta per tutte, bensì sentirsi in cammino.

Anche nel caso della Gerarchia il cammino di maturazione procede sulla base della preghiera e dell’ascolto vero dei propri fratelli, sia i fedeli laici che, perché no? i credenti di altre religioni (la cananea) e forse anche i non credenti.


1 commento:

Anonimo ha detto...

Condivido in pieno la tua acutissima riflessione sullo splendido brano evangelico, e la tua forse amara conclusione che ci picchiamo di essere "più cristiani di Gesù Cristo", a tutti i livelli!
torietoreri
www.torietoreri.splinder.com