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lunedì 25 gennaio 2010

Ma la base del PD è veramente riformista?

La nascita del PD fu presentata come l'avvento, sulla scena della politica italiana, di un grande partito riformista, nato dall'incontro tra le grandi cultura socialista, laica e cattolica democratica e facente parte di quella grande area riformista rappresentata dai democrats negli USA e dai partiti della sinistra riformista in Europa.
Un partito che intendeva abbandonare una rappresentanza esclusivamente di classe e le vecchie soluzioni figlie di un bagaglio culturale ormai superato e affrontare invece i nuovi problemi del XXI secolo trovando soluzioni nuove rimanendo fedele alle culture originarie fondanti, pur in una loro rilettura e nuova elaborazione.
Questa più o meno l'idea di Prodi, Veltroni, D'Alema, Marini e Rutelli (senza nulla toglieri agli altri, questi furono i leader e i trascinatori del progetto).
Tutto questo presupponeva una base pronta ad assecondare la svolta, convinta della bontà di essa e disposta ad una evanruale alleanza con il centro moderato per costituire una reale alternativa al centro destra.
Questo progetto era visto con piacere da quelli, come me (anche se non mi ci riconoscevo) che hanno sempre visto nella presenza di due poli moderni e alternativi di centro-destra e di centro-sinistra lo strumento più efficace per dare una efficiente e adeguata guida politica alla nostra Nazione.
Purtroppo già i risultati deludenti delle ultime elezioni politiche e delle europee avevano fatto capire che qualcosa non funzionava a dovere. Si disse che era colpa della gestione del partito da parte di Veltroni e della sua linea improntata alla "vocazione maggioritaria". Ma con Franceschini e con Bersani (tre segretari in un anno) le cose non appaiono migliorate).
Si è parlato di una mancata fusione troppo "a freddo" fra DS e Margherita, ma forse questaspiegazione è vera ma incompleta.
Nell'attuale fase pre-elettorale prima delle Regionali il Partito appare allo sbando e incapace, in due Regioni importanti (anche nell'ottica di future strategie politiche nazionali) di esprimere candidature valide. Nel Lazio i radicali hanno praticamente imposto la candidatura della Bonino, in Puglia la base dell'elettorato ha preferito il barricadero Vendola al serio economista Boccia.
E allora il dubbio viene. Non sarà che la base del PD non sia, se non in una parte minoritaria (quella legata alla vecchia Margherita e alcune frangie Dalemiane e Veltroniane) ben lontana dalle logiche riformistiche e ancora vicino alle vecchie concezioni massimalistiche? Non sarà che la pancia del PD vede ancora la politica nella visione di uno scontro di classe e che è incapace di capire le conseguenze della globalizzazione economica e finanziaria in corso?
No sarà che ha ragione Rutelli quando dice che il PD è la ennesima matrioska del vecchio PCI (PCI, PDS, DS e PD)?
Magari questo è anche vero, ma non è bello, per un moderato gioire, non è bello avere un buon 30% dell'elettorato legato a spinte massimalistiche di sinistra quando, dall'altra parte, ce n'è almeno un altro 30% legato a spinte populistiche e neo-liberiste.
Cosa fare?
Occorrerà forse chiedere a Casini, Rutelli, E. Letta, Tremonti, Fini un atto di coraggio nel cominciare (in questi ultimi 3 anni di legislatura) a lavorare per la costruzione di una grande Kadima italiano?
Cari saluti

1 commento:

giuseppe cerasaro ha detto...

Secondo me non occorre un'ammucchiata, (un Kadima) perché non siamo in Medio Oriente, dove gli Arabi sono pronti a saltarci addosso. Occorre invece ricostruire due o tre identità vere. Ed occorre, sopratutto, far ridiventare la politica "popolare". Nel dopoguerra siamo ripartiti da zero, per un certo periodo c'è stata una certa parità sociale. Adesso è passato troppo tempo, le nuove aristocrazie hanno messo fuori la testa, soppiantando, in parte, le vecchie. Quello che vediamo assomiglia ad un nuovo feudalesimo, nel quale la politica gioca il ruolo peggiore. Allora, cosa ci vuole, una nuova rivoluzione? Speriamo di no. Speriamo che gli italiani dimostrino di essere così intelligenti e progrediti, sul piano umano, da bocciare questo concetto meccanicistico della Storia.Noi crediamo fermamente che la Storia è fatta dagli uomini, ma gli uomini devono dimostrare di saperla fare.