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venerdì 2 luglio 2021

La realtà è superiore alle nostre elaborazioni culturali?


 

Mi ha sempre colpito questo brano della Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” pubblicata da Papa Francesco nel 2013 (nello stesso anno in cui fu eletto Papa), documento   che contiene le linee portanti del suo programma di pontificato.

La realtà è più importante dell’idea

Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza.

L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi.[185] Vi sono politici – e anche dirigenti religiosi – che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall’esterno una razionalità estranea alla gente.

La realtà è superiore all’idea. Questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica: «In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio» (1 Gv 4,2). Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo. Dall’altro lato, questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.[1]

Si tratta del terzo di “quattro princìpi relazionati a tensioni bipolari propri di ogni realtà sociale. Derivano dai grandi postulati della Dottrina sociale della Chiesa, i quali costituiscono il primo e fondamentale parametro di riferimento per l’interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali”[2]. 
I quattro principi solo nell’ ordine:
1) il tempo è superiore allo spazio;
2) l’unità prevale sul conflitto;
3) la realtà è più importante dell’idea;
4) il tutto è superiore alla parte.

Ritornando al terzo principio, la realtà è più importante della realtà, o è superiore alla realtà, come lo si può definire in maniera più semplice di quanto scritto nel brano succitato della Evangelii gaudium?
Forse si può rendere più accessibile il significato dicendo che l’idea (ovvero le elaborazioni concettuali) non deve sovrapporsi alla realtà.
E’ da quest’ultima, pura e semplice nella sua oggettività che bisogna partire. Se si parte invece dalle elaborazioni concettuali al fine di cogliere, comprendere, dirigere la realtà, si rischia di girare a vuoto, di non farsi capire dalle persone, di dare il primato ai paradigmi mentali, agli schemi di riferimento, alle possibili distorsioni cognitive, perdendo di vista e addirittura correndo il rischio di occultare la realtà.
E’ necessario, sottolinea Francesco, partire dalle realtà sociali, nella loro visibile oggettività e solo dopo passare alle elaborazioni concettuali (comprenderle, catalogarle, ipotizzare soluzioni se si tratta di realtà problematiche).
E’ un po’ una riedizione di quello che scriveva un grande gesuita, Bartolomeo Sorge[3], alla fine dello scorso secolo.
Occorreva lasciare, a suo parere, nello studio dei fenomeni sociali, il metodo deduttivo, ovvero partire dalla dottrina, dalla ideologia, per arrivare a comprendere e a riformare in meglio la realtà.
Era invece necessario introdurre il metodo induttivo ovvero partire dalla realtà sociale oggettiva e valutarla alla luce delle elaborazioni concettuali esistenti, tenendo presente però che, qualora queste elaborazioni concettuali risultassero insufficienti, si doveva procedere a modificare queste ultime, non ad inventarsi una falsa realtà sociale inesistente per poterla inserire nei nostri schemi ideologici di riferimento. In altre, e più semplici, parole, occorrerebbe cambiare occhiali non continuare a guardare, in maniera confusa, una realtà invece ben netta.

Non si può non notare come questo filone culturale innovativo della Chiesa cattolica si sposi perfettamente con quel fenomeno, iniziato nella parte centrale e finale del secolo scorso, e continuato in quello attuale, della crisi delle grandi ideologie onnicomprensive e dell’avvento di un pensiero impregnato di quello che sarebbe forse possibile definire “pragmatismo utilitaristico”, ovvero un tipo di comportamento fondato sull’agire in funzione di un determinato utile, individuale o collettivo che sia (viene in mente, a titolo esemplificativo, la frase di Mao Tse Tung “non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che sia bravo a prendere i topi”).
Come non rileggere alla luce di questo filone culturale anche il sempre più evidente predominio del culturally correct che invoca il prevalere del “saper fare” sul “sapere”, il primato del pensiero scientifico su ogni altra forma di pensiero, della scienza e della tecnica sull’etica del dubbio, del decisionismo sulla ricerca di una equilibrata mediazione?
La realtà deve guidare il pensiero e la decisione, questo è il motto di gran parte di quello che è stato definito (a torto?) il “pensiero debole”.[4]
Viene quasi naturale chiedersi: ci sono confini precisi tra pragmatismo utilitaristico, pensiero debole e, infine, il relativismo etico?[5]

Sto esagerando?
Sembra tutto così semplice, nella tensione fra realtà (fenomeni sociali) e idea (elaborazioni concettuali) il termine più importante e superiore è la realtà.
Quindi nessun problema?

Forse sarebbe opportuno innanzitutto chiedersi se veramente sia possibile cogliere e comprendere appieno le realtà (in particolare quelle sociali) in maniera piena, esaustiva e nella completa autonomia dal soggetto o dai soggetti che appunto vogliono coglierle e comprenderle.
Senza scomodare (per ora) il lungo percorso del pensiero umano che ha approfondito questo problema dal tempo dei filosofi presocratici fino ad oggi, possiamo subito domandarci se le fake news dal cui bombardamento siamo circondati non giungano, se non ad eliminare, perlomeno ad attenuare grandemente la nostra capacità di cogliere e intendere correttamente il reale e il suo significato.
L’ Intelligenza Artificiale ha di molto aumentato questa possibilità, per pochi soggetti, di manipolare la mente umana distorcendo, nella migliore della ipotesi, la sua visuale, eliminandola completamente e sostituendone con un’altra, nella peggiore.
Più aumenta il flusso di notizie, abilmente manipolate, che ci cadono sopra tutti i giorni, più difficile diventa per noi poter affermare con certezza di conoscere le realtà e i processi sociali che ci circondano.
Chi può dire di essere in grado di conoscere perfettamente la sempre più complessa realtà dei problemi del mondo attuale e di acquisire di conseguenza la capacità di poter assumere decisioni consapevoli e mature?
Noi tutti siamo immersi in quella che L. Floridi chiama “infosfera” un mondo di infiniti incroci di connessioni informative che nessun essere umano è in grado di dominare perfettamente.[6]

Queste fake news, queste manipolazioni volute vanno ad aggiungersi alle “distorsioni cognitive” (altrimenti chiamati anche tunnel cognitivi, percezioni selettive, paradigmi mentali) connaturali all’uomo dell’inizio della presenza dell’homo sapiens nel mondo.
Che cosa sono le distorsioni cognitive[7]?
Sulla base della nostra esperienza di vita e di conoscenza, noi tutti ci creiamo degli schemi mentali (definizioni, etichettature, sintesi ideologiche, modalità culturali ereditate…) che ci permettono di accelerare le nostre capacità di valutare i fatti che vediamo e le notizie che riceviamo senza ogni volta rischiare di ricominciare da capo il processo di valutazione.
A titolo di semplice esempio possiamo pensare alle etichette che incolliamo su certe persone (fascista, comunista, sempliciotto, emotivo…) e che, in teoria, ci facilitano il compito allorché dobbiamo relazionarci con una persona precedentemente etichettata in un determinato modo..
Purtroppo queste distorsioni cognitive inevitabili sono utili scorciatoie nei processi di valutazione e di decisione ma hanno il pesante difetto di farci vedere solo una parte della realtà, distorcendo o addirittura non permettendoci, invece, di vedere quella parte che non è conforme alle nostre convinzioni preconfezionate, ai nostri schemi di valutazione consolidati.

Non possiamo ancora non considerare che la nostra epoca è stata definita da un insigne sociologo, Z. Bauman, come l’epoca della “società liquida” volendo significare che la realtà è in un movimento così veloce ed accelerato che, nel momento in cui noi pensiamo di averla colta, è già mutata[8]. Come pensare in una società caratterizza dalla liquidità di poter fermare il processo di mutamento per poter fotografare la realtà.

Altra difficoltà che incontriamo nella nostra pretesa di conoscere la realtà nella sua essenza piena, oggettiva e assoluta la possiamo ritrovare lungo il pensiero filosofico dal tempo dei pre-socratici (in particolare i sofisti) a Kant fino alla corrente sociologica fenomenologica e al costruttivismo che ha i suoi massimi esponenti in A. Schultz, P. Berger e T. Luckmann.
Secondo tutti queste pensatori noi con cogliamo la realtà così come è, al massimo la cogliamo inserendola in precise categorie preesistenti da noi elaborate (Kant) o addirittura, secondo i sociologi citati noi “costruiamo” la realtà sociale (“non ci sono puri e semplici fatti… vi sono sempre fatti interpretati…”)[9].

Last but not least la possibilità che, dando la priorità alla realtà, quasi dandole il senso di un “idolo”, si corra il rischio di rinunciare a priori a trasformarla correndo il rischio di incorrere in un deteriore “conservatorismo”.
Se l’essere umano non avesse dato retta alla sue intuizioni, alle sue elaborazioni concettuali continuamente innovando la natura e la realtà che lo circondava, forse saremmo rimasti nelle  caverne.

Se tutto questo è vero, se:

1.    siamo bombardati da fake news che, potenziate dalla Intelligenza Artificiale, manipolano la nostra conoscenza della realtà;

2.    le nostre naturali individuali distorsioni cognitive ci impediscono di avere una conoscenza piena della realtà;.

3.    la realtà è “liquida” ovvero in un continuo stato di movimento, peraltro anche accelerato

4.    accreditati pensieri filosofici, psicologici e sociologici sostengono che noi cogliamo solo l’apparenza (i “fenomeni”) della realtà o che, addirittura siamo noi stessi a costruirla, sicché quella che cogliamo è solo una nostra rappresentazione sociale di essa;

5.    il rinunciare ad un sano utilizzo delle nostre capacità intellettuali e delle nostre elaborazioni intellettuali ci potrebbe trasformare in inerti conservatori dell’esistente;

come facciamo ad affermare che la realtà, inconoscibile pienamente da noi, addirittura è più importante dell’ idea (le nostre elaborazioni concettuali e culturali) e che la realtà (quale???) deve orientare i nostri comportamenti e le nostre decisioni?
Allora, presa nella sua immediatezza l’affermazione “La realtà è più importante dell’idea” appare molto affascinante ma è anche indubbiamente semplicistica e fuorviante.
D’altra parte il manicheismo e il fondamentalismo devono essere tenuti  ben lontani dalle nostre corde; anche se una realtà, indubbiamente parziale e manipolabile, non può ergersi a criterio unico di valutazione e giudizio, è indubbio che sicuramente riveste una certa importanza, da individuare correttamente e provare a circoscrivere.

Se è impossibile avere una conoscenza piena, oggettiva ed esaustiva della realtà, se è quindi velleitario proporre una ideologia estrema di “realismo”, e se, quindi, è falsa (anche se suggestiva) l’idea di partire dalla realtà (deformata come visto sopra) per proporre soluzioni e per prendere decisioni, quale può essere l’alternativa?
Può essere utile rileggere insieme parte del passo della Evangelii Gaudium posto all’inizio di questo scritto:
“Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. (omissis) …Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà”.
Forse occorre partire proprio da qui. Realtà e idea non devono essere viste come contrapposte ma come dipendenti l’una dall’altra in una incessante dinamica di confronto costante.
Se è vero che la realtà non può essere conosciuta tramite le nostre elaborazioni ideali (appesantite da “ingombri” quali bombardamenti mediatici, esperienze del nostro passato personale, distorsioni cognitive, pregiudizi familiari…), sarà pur vero che il punto di partenza è in una più puntuale comprensione di questa incessante tensione dinamica fra realtà e idea.
Perché allora non è possibile pensare che l’unica via di uscita sia sì di partire delle nostre elaborazioni concettuali (l’ “idea”), ma purificandole il più possibile dagli “ingombri” che le appesantiscono, le annebbiano o le distorcono?
Occorre “purificare” l’idea” !

Come fare? come avere una mente “purificata” ovvero abbastanza libera dagli “ingombri” prima individuati da poter essere in grado, con un elevato grado di probabilità, di poter finalmente cogliere la realtà nella sua essenza piena, oggettiva ed esaustiva?
Forse alcune strade si possono individuare.

E’ fondamentale coltivare una etica del dubbio.
I passi da fare?

1.    non pensare di avere la ragione, avere la forza e il coraggio di chiedersi “e se avessi torto?”,

2.    sviluppare la pratica del brainstorming ovvero, di fronte ad una difficoltà, non fermarsi alla prima soluzione che ci appare come più logica ma lasciare libera la mente di dare spazio alla fantasia e di far emergere altre soluzioni (anche le più strampalate) da valutare in un secondo momento con maggiore lucidità;

3.    praticare il brainstorming insieme ad amici, attivando, sempre e in qualsiasi occasione, quel dialogo fecondo che può aiutarci a purificare la mente e le nostre idee;

4.    continuare nello sforzo di ampliare la nostra visuale leggendo testi e dialogando con persone che presentano prospettive diverse dalle nostre.

5.    Tenere ferma l’opinione che ciò che riteniamo valido per oggi potrebbe non esserlo più per il domani.

E per i credenti? Per coloro che credono che la verità sia trasmessa in un libro sacro, in una dottrina, in una ideologia?
Non cambia nulla, occorre partire dal libro sacro, dalla dottrina, dalla ideologia, purificare le idee che da loro promanano e, solo dopo aver purificato tali idee, considerare la realtà come allora ci appare.
Questo, fra l’altro, appare come un processo essenziale per uscire dalle strettoie di un integrismo religioso che predica una stretta relazione applicativa fra messaggi morali e comportamento personale in funzione di una attuazione “sine glossa” e senza mediazione culturale del messaggio religioso.

Una conclusione certa è che sarà sempre essenziale evitare scorciatoie semplicistiche, rifiutare slogan che si fondano sull’emotività, mantenere quel sano realismo che ci permette di esaminare tutto con calma e decidere per il meglio.

Roma 1/7/2021
                                                                                 Giuseppe Sbardella

 

 

 








[1] Papa Francesco “Evangelii Gaudium” paragrafi 231,232,233

[2] Papa Francesco “Evangelii Gaudium” paragrafo 221.

[3] Padre B. Sorge ha espresso questo suo pensiero in vari scritti, anche in uno dei suoi ultimi - “Oltre le mura del tempio – Cristiani tra obbedienza e profezia” conversazione con A. M. Valli – 2012 Edizioni Paoline

[4] Per una sintesi sul concetto di pensiero debole è possibile leggere la voce “pensiero debole” di Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Pensiero_debole

[5] Relativismo etico = inesistenza di verità oggettive o di i principi etici di riferimento assoluti esterni a quello che il soggetto pensa, di volta in volta essere la verità o il principio di riferimento in funzione del suo utile.

[6] L. Floridi, “Il verde e il blu” – 1920 Raffaele Cortina Editore.

[7] Per chi volesse approfondire l’argomento, M. Mariani “Decidere e Negoziare” 2004 – ediz. Il Sole 24 ore.

[8] Z. Bauman “Vita liquida”, Economica Laterza, 2008.

[9] Per avere più espliciti riferimenti alle teoria sociologiche che si richiamano alla fenomenologia o al costruttivisno sociale, si può leggere il cap. 12 di “Il mondo in questione”, Paolo Jedlowsky, Carocci editore.

domenica 6 giugno 2021

Inflazione e disoccupazione, coesistenza impossibile?

 


In alcune considerazioni che avevo scritto sul mio blog nello scorso dicembre (https://giuseppesbardella.blogspot.com/2020/12/ma-la-mmt-modern-monetary-theory-e.html) riportavo l’opinione di una parte notevole della scuola economica Keynesiana nonché degli economisti aderenti alla MMT, in base alla quale un forte aumento della spesa pubblica (e della conseguente massa monetaria totale) non comporterebbe un conseguente rischio di aumento dell’inflazione se non in presenza di un pieno impiego delle risorse reali dell’apparato produttivo del Paese ivi inclusa l’occupazione delle risorse umane.
In quelle considerazioni esprimevo un mio parziale consenso a questa impostazione, anche se facevo emergere anche forti perplessità, dovute soprattutto allo scarto temporale fra espansione della spesa pubblica e assorbimento della stessa attraverso un aumento della capacità dell’apparato produttivo (offerta aggregata) e della domanda aggregata, nonché alla dipendenza da politiche di Paesi più forti e dei mercati internazionali (per chi volesse saperne di più, può leggere le considerazioni al link sopra indicato).

Così stando le cose, come può accadere che in questo momento storico, nel quale in Italia il tasso di disoccupazione veleggia oltre il 10%, il tasso di inflazione, fermo al un livello inferiore all’1n%  (e addirittura negativo in certi periodi) da molti anni, stia raggiungendo velocemente il 2%.
Certamente il 2% non è un livello da far scattare un allarme, ma possiamo continuare tranquillamente ad aumentare la spesa pubblica e la massa monetaria circolante senza rischio finché la disoccupazione non venga pressocché eliminata?
Forse c’è qualcosa che ci sfugge nella realtà del mondo post-Covid?

In un altro mio recente testo apparso sul mio blog e riguardate la situazione mondiale nel post-pandemia (https://giuseppesbardella.blogspot.com/2021/03/considerazioni-sul-post-pandemia.html) mi chiedevo:


“Che accadrà quando i robot sostituiranno totalmente l’uomo nelle attività manuali  ripetitive o, quando, in associazione con strumenti di Intelligenza Artificiale, saranno capaci, al posto dell’uomo, di svolgere attività manuali anche non ripetitive in quanto basate su una valutazione delle operazioni messe in atto al fine di trovare un modo più efficiente di svolgerle? Saranno, a breve, i robot in grado anche di esperire autonomamente attività quali interventi chirurgici via via sempre più complessi?
Che accadrà quando l’Intelligenza Artificiale sarà in grado di svolgere attività di mero carattere intellettuale quali l’interpretazione di un testo, magari di un contratto o di una norma di legge, o addirittura di emettere una sentenza giudiziaria, una volta acquisita la lettura dei documenti scritti e delle testimonianze orali?
Che accadrà quando sarà l’ Intelligenza Artificiale (e non un dipendente bancario) a valutare, dopo essere entrato nei dati dell’Anagrafe tributaria, di quella civile e del Casellario giudiziario, la capacità patrimoniale di un cittadino richiedente un prestito?”


Questa contesto è ancora molto lontano da noi o è già parzialmente presente in misura maggiore del previsto?
Non è un mistero che molte aziende, di tutti i settori (commercio, industria, servizi, agricoltura) hanno investito massicciamente nell’ Internet delle cose, nella robotica, nella Intelligenza artificiale, non solo supportando le risorse umane con un maggior uso delle macchine (e risparmiando persone…) ma anche sostituendo le risorse umane con delle risorse di carattere informatico.
In una situazione come questa, che peraltro evolverà sempre di più in una sostituzione di macchine e programmi al posto delle persone, ha ancora senso immaginare la piena occupazione con le lenti del ‘900, ovvero l’insieme dei lavoratori impiegati in vari settori, che producono beni e servizi per il mercato e che ricevono un salario con il quale sostengono se stessi e i loro cari, nonché l’intera economia acquistando i beni e i servizi prodotti da altri lavoratori?
Non è forse vero invece che, usando il termine “pieno impiego delle risorse produttive”, dovremmo con chiarezza immaginare (purtroppo) un sempre minor peso, in questo ambito,  dell’occupazione di risorse umane (semplificando più processi, programmi, macchine e meno lavoratori in carne e ossa)?
La domanda che allora mi pongo è la seguente: se così fosse, una volta che l’apparato produttivo avesse raggiunto il suo pieno impiego (senza peraltro aver raggiunto la piena occupazione di persone) sarebbe giusto continuare a “pompare” moneta nell’economia facendo salire inevitabilmente il tasso di inflazione?
O non sarebbe più corretto forse  fare un ricorso maggiore alla leva fiscale, dranando i soldi laddove ce ne siano in abbondanza e sostenendo un programma di “redeployment” delle persone disoccupate indirizzandole, dopo un periodo di formazione retribuito, verso un nuovo lavoro fra quelli che macchine e programmi non potrebbero svolgere o svolgerebbero con una capacità inferiore a quella umana (penso, ad esempio, ai lavori nei quali si si prende cura delle persone più deboli)?

Mi rendo conto che ho formulato considerazioni e posto domande piuttosto che fornire risposte.
Chiedo il vostro aiuto per fornirle insieme.

6/6/2020                                                                    Giuseppe Sbardella

mercoledì 12 maggio 2021

Accelerazione della velocità + superficialità = manipolazione mediatica? - Intelligenza Artificiale all'opera....

 


Ultimamente mi sono venuti in mente alcuni flash della mia vita.

Nel primo flash ho visto me che, agli inizi degli anni ’90 leggevo un libro di Sergio Zavoli e rimanevo molto colpito da questa osservazione (la cito a memoria nella sostanza, non so se la formulazione fosse la stessa): “la rivoluzione non è più nel cambiamento ma nella velocità con la quale questo avviene”.
Ricordo che mi fermai a riflettere su quella frase. Mi resi conto che era vero. Avevo allora circa 40 anni e, pensando ai progressi della scienza e della tecnica fino allora avvenuti a partire dal mio anno di nascita non potevo che concordare sugli enormi cambiamenti e sulla velocità con la quale erano avvenuti.
Nel 1974, anno di assunzione, lavoravo in una grande azienda dell’informatica come era l’IBM, operavo e facevo i conti con una calcolatrice da tavolo elettromeccanica, scrivevo a mano lettere che poi venivano dattiloscritte da una segretaria, comunicavo con i miei colleghi di altre città con il telefono fisso o con messaggi scritti inviati tramite la posta interna aziendale.
Nel periodo in cui stavo leggendo quel libro di Zavoli (primi anni ’90) ero ormai in possesso di un personal computer mobile aziendale scrivevo da solo le lettere ed ero in grado di trasmetterle ai miei colleghi di altre città tramite la posta elettronica con i quali, peraltro, ero in grado di parlare ad ogni ora del giorno con il “telefonino” (quello era allora il nome di quello che ora è diventato “cellulare mobile”) aziendale.
Il mondo, dal 1974 alla  metà degli anni ‘90, era cambiato in modo molto profondo e, quello che notavo, questo cambiamento era avvenuto con una crescente accelerazione.
Questo fenomeno non era limitabile solo al mondo del lavoro ma anche a quello della comunicazione, della medicina, della scienza in generale...
L’unico mondo che appariva fermo era quello della politica ma anche esso cambiò improvvisamente, e con una accelerazione imprevedibile, grazie all’operazione giudiziaria di Mani Pulite e all’ingresso in politica di Berlusconi.
Che dire poi del fenomeno della globalizzazione economica e dei primi passi di Internet? L’avvento di Internet avrebbe sempre più rappresentato un momento di svolta epocale rivoluzionaria.
Sì, per parafrasare Zavoli si poteva affermare che  “la rivoluzione non era più nel cambiamento e nella sua velocità, ma nell’accelerazione con la quale tutto questo avveniva”.

Il secondo flash riguarda un mio lungo colloquio con il mio fraterno amico Renato avvenuto negli anni a cavallo del secolo.
Discorrevamo io, dirigente IBM ormai in vista di una pensione non lontana, e lui, lanciato dirigente della Nokia, sul tema del lavoro nel mondo nel terziario avanzato (in particolare elettronica e telefonia mobile).
Io mi lamentavo di essere chiamato dai miei manager sui dispositivi aziendali che mi erano stati forniti, non solo dopo cena e nei giorni festivi ma anche, in maniera massiccia, durante le ferie nelle quali mi vedevo costretto a passare gran tempo a rispondere al cellulare o al PC portatile.
Lui mi confermò che ormai fermarsi ad auspicare il ritorno ad un orario di lavoro fissato in maniera rigida o ad un periodo di ferie di totale riposo era un modo di pensare totalmente superato e irrealizzabile. Con la competizione tra aziende, che aveva ormai superato i confini nazionali e si era ormai traferita a livello globale, una azienda non poteva permettersi il lusso di fermarsi mai perché, nello stesso momento nel quale essa si fermava, una sua concorrente poteva continuare a lavorare (e a superarla..) in un’altra parte del mondo!
La soluzione non poteva essere trovata nel fissare dei limiti predefiniti all’orario di lavoro, ma nell’essere noi stessi a saper gestire una mole inimmaginabile di dati ogni giorno e a saper conciliare  le nostre attività (lavoro, hobby, famiglia) nel modo migliore tenendo presente e accettando l’impossibilità di fare programmi che non fossero se non a breve scadenza.
Aggiunse che, in un periodo non troppo lontano, sia il computer che il telefonino non sarebbero stati due strumenti diversi, bensì sarebbero stati unificati. Bisognava solo chiedersi se avrebbe fatto prima l’IBM a costruire un computer in gradi assolvere le funzioni del telefono o la Nokia a costruire un telefonino in gradi di assolvere le funzioni del computer.
Era circa intorno al 2005 quando uscì il primo dispositivo Blackberry (né Nokia, né IBM) che gestiva anche le email, oltre che le conversazioni telefoniche e gli sms…, Renato aveva visto giusto in anticipo!
Mi rendevo conto, seppure a malincuore, che le considerazioni (e le previsioni…) di Renato erano verosimili e corrette e, nel frattempo, mi chiedevo, con un certo senso di angoscia: “dato che praticamente sarò sempre connesso in rete e potrò ricevere comunicazioni in ogni momento, dato che questo processo non potrà che accelerare (in funzione della concorrenza su scala globale), come farò a gestire, con discernimento ed equilibrio, questa valanga di dati che mi piomberà addosso tutti i giorni? Quale spazio ci sarà per una fruttuosa vita privata e familiare”?

Nel terzo flash la memoria mi rimanda al 2007, quando con Patrizia passai una settimana di vacanza sulle Dolomiti vicino a Folgarida..
Durante quel breve periodo ebbi motivo di ascoltare una lezione di Ezio Aceti, uno psicologo che stimavo e stimo molto, sulla situazione dei bambini e degli adolescenti oggi.
Ezio faceva notare che quando eravamo bambini e adolescenti, noi avevamo molto meno stimoli, avevamo la radio, forse la televisione, il telefono, il cinema 1-2 volte al mese, gli input dei genitori, le lezioni dei docenti a scuola.
I nostri giochi erano semplici e per nulla o scarsamente interattivi.
Avevamo ampio tempo per ascoltare, per leggere, per far domande….
I bambini e adolescenti di oggi hanno molti più stimoli in aggiunta a quelli nostri (radio, televisione, cinema, genitori, docenti), sono sempre connessi tramite il loro cellulare o il loro computer, possono accedere a giochi molto interattivi che forniscono input e chiedono continue risposte spesso non verbali ma gestuali.
Avendo ogni giorno centinaia di stimoli di più di quanti ne avevamo noi, hanno minor tempo per ascoltare, per leggere, per farsi domande.
Devono sempre correre per tener dietro a tutti questi stimoli, di qui la loro frenesia ma anche l’acquisizione di nuove capacità.
Una delle quali, sottolineava Aceti era una grande capacità di lavorare in multi - programmazione, ovvero di svolgere o seguire più attività contemporaneamente, senza peraltro poter approfondire.
Per star dietro a tutti gli input dovevano pagare lo scotto di restare in superficie senza andare in profondità sui diversi temi che affrontavano.
La maggior velocità portava inesorabilmente ad una maggiore superficialità.
Mia moglie Patrizia ed io constatammo la verità di questo assunto quando vedemmo un nostro giovane nipote che riusciva, nello stesso tempo, a vedere la televisione e a studiare, ciò che né lei né io, da ragazzi, eravamo in grado di fare. Peraltro constatammo anche che lo studio era più basato sulle memorizzazione di ciò che andava leggendo che sulla sua comprensione.

Il quarto flash (ma lo chiamo così solo per comodità) si sostanzia nella maturazione della consapevolezza, nell’ultimo decennio, dell' accelerazione nella velocità del progresso della tecnologia.
Pur non avendo, da giovane, un retroterra di cultura scientifica (Maturità classica e laurea in Giurisprudenza), la lunga permanenza di 31 anni in una azienda ad alta tecnologia come la IBM, che ha comportato uso costante di HW e SW sempre più avanzato e il contatto continuo con persone di elevata cultura scientifica, mi ha fatto progredire di molto su questo aspetto.
Quando raggiunsi la pensione, il 1 gennaio 2006) acquistai il PC che usavo in azienda, perfettamente aggiornato, e sapevo usare la maggior parte dei programmi più diffusi.
Inoltre maneggiavo bene Internet, creai due email personali, un blog e, nel 2008, due profili e una pagina facebook.
Ora a distanza di appena poco più di un decennio, mi rendo conto che arranco faticosamente dietro una innovazione tecnologica sempre più avanzata, app invece di siti internet, programmi e sistemi operativi sempre più complessi e sofisticati, dispositivi (specialmente i cellulari smartphone) con comandi sempre diversi e pieni di funzioni inesplorate…
Una domanda può chiarire il concetto, quanti miei coetanei (ho ora 72 anni ) conoscono e usano tutte le app precaricate sul loro smartphone (so che non è corretto ma, con questo termine, comprendo anche gli I-phone)?
O, più semplicemente quanti semplici cittadini sono capaci di usare un PC o un cellulare al massimo (o vicino al massimo) delle loro potenzialità?
Senza contare che ormai gli smartphone hanno assunto in gran parte anche le funzioni di un PC con l’aggravante di avere schermo e tasti più piccoli e, pertanto, comportanti maggior difficoltà di uso da parte di persone con la vista non perfetta (o anziani).
E’ in tema che è stato definito “digital divide”, ovvero la separazione tra generazioni (nonché singole persone) che si trovano pienamente a loro agio nell’uso appropriato della tecnologia e generazioni (nonché persone) che la usano in maniera superficiale perché non hanno il tempo necessario per imparare e gestire tutti gli stimoli generati dal sempre più rapido progresso tecnologico.
In pratica l’accelerazione della realtà tecnologica costringe una gran parte dell’umanità a correre sempre di più e necessariamente a restare sulla superficie dei problemi senza poter approfondire.

Non posso a questo punto non citare quanto rimasi colpito, durante lo studio universitario di Sociologia[1], dalle tesi espresse da G. Simmel e da autori della Scuola di Francoforte circa la differenza tra “ragione” e “intelletto”.
La ragione, secondo questi autori, è un principio che dà ordine alle conoscenze empiriche in base a domande che riguardano il loro “senso, e che non rinuncia al confronto con i sentimenti e con le domande ultime sul valore e sulla vita; l’intelletto è una facoltà essenzialmente logico-combinatoria, eminentemente orientata alla calcolabilità e in questa accezione è la più superficiale e adattabile delle nostre facoltà”.
E come dimenticare l’altro sociologo recentemente scomparso Z. Bauman e il suo riferimento alla “società liquida”[2], ovvero un tipo di società che cambia tanto velocemente che quando ci accingiamo a studiare uno dei suoi molteplici aspetti per comprenderlo, ci accorgiamo, quando pensiamo di averlo compreso, che quell’aspetto, nel frattempo è nuovamente cambiato.
Dalle riflessioni prima svolte in maniera autonoma e dallo studio del pensiero di questi eminenti autori non resta che concludere che l’unica maniera per stare al passo con le realtà che ci circondano in continuo mutamento accelerato è quella di avere un approccio puntato sulla veloce comprensione superficiale anziché su un discernimento approfondito. Questo perché un discernimento approfondito non è possibile se non a pochi eletti.

Tre recenti libri di M. Tegmark[3], L. Floridi[4], S. Quintarelli[5], tutti incentrati sulla Intelligenza Artificiale (di seguito definita “IA”) hanno destato in me una enorme impressione.
Ero consapevole degli enormi progressi che l’elaborazione elettronica stava facendo, ma mai avrei immaginato quello che ho letto.
Siamo ormai capaci di costruire computer / macchine / robot che sono in grado, in piena autonoma di migliorare se stesse e anche di progettare macchine più performanti. I nuovi  SW sono in grado di elaborare in maniera rapidissima un numero inimmaginabile di dati (i famosi “Big data”).
Chissà, ad esempio, se si sarebbe riusciti a inventare i nuovo vaccini anti-Covid in così breve tempo (rispetto agli standard precedenti) se non si fosse utilizzata la potenza della I.A.?
Ormai il computer che qualche anno fa sconfisse a scacchi il campione del mondo appare ormai ampiamente superato e sta alla mia vecchia calcolatrice elettromeccanica come il super computer di I.A. sta all’ultima versione della calcolatrice scientifica tascabile al servizio di un semplice studente universitario.
Mi ha molto impressionato, ad esempio il leggere che, con l’uso della moderna I.A., le multinazionali dell’e-commerce potranno, con l’accesso ai nostri dati personali, non solo “tagliare” offerte di prodotti particolarmente allettanti per noi, ma anche (e questo è sconvolgente) differenziare e “tagliare” i prezzi sulla base della capacità finanziaria individuale (con buona pace degli schemi della libera concorrenza e della fissazione del prezzo al punto di equilibrio fra la domanda e l’offerta).
Ci troviamo ai confini di un mondo sconosciuto, il cui futuro, nel libro di Tegmark, è soggetto a più e diversi scenari.
La domanda cruciale è: “sarà in grado l’uomo di controllare l’I.A. o questa sfuggirà al nostro, data la sua incommensurabile maggiore capacità e velocità rispetto a quelle del nostro cervello?”

Ma un’altra domanda aleggia.
Assunto che speriamo di essere in grado comunque di controllare lo sviluppo dell’I.A. quanti saranno gli uomini capaci di tenere il passo in questa corsa ad alta velocità. Quali caratteristiche avranno?
A questa domanda non è possibile dare una risposta certa se non rimandando alla figura geometrica di una piramide alquanto bassa, con una base molto molto estesa e con un vertice appiattito molto molto ristretto.
Per questo motivo, qualche riga più sopra ho usato il termine eletti.

Gli eletti sono pochi, perché solo pochi possono avere sia la capacità intellettuale sia il sostanzioso know-how necessari per tenere il passo dell’I.A..
Certamente possiamo trovarli con maggiore facilità tra i giovani, laureati in discipline scientifiche, esperti in informatica, estremamente resilienti, piuttosto cittadini del mondo che riferibili ad una singola identità culturale nazionale.
Saranno i padroni del mondo, avranno una marcia in più e, con questa marcia, potranno essere sempre più potenti e più ricchi, perché saranno gli unici in grado di sfruttare appieno la potenza dell’ I.A..
La conseguenza di questa struttura sociale gerarchica e piramidale sarà molto probabilmente una crescita poderosa della disuguaglianza fra la classe degli eletti e la grandissima maggioranza del resto dell’umanità.
Come accetterà questo “resto” uno stato delle cose che lo relega in una situazione permanente di sudditanza (è giusto parlare di sudditanza piuttosto che di povertà perché l’I.A. darà il via ad una crescita poderosa del reddito mondiale e potrebbe permettere a tutti una vita almeno dignitosa)? Non si ribellerà?
La risposta è, a mio parere NO!
Abbiamo visto come l’I.A. può arrivare a sapere tutto di noi. Ogni volta che facciamo un movimento su Internet (ricerca di argomenti o di articoli o di fotografie, operazioni sul nostro conto corrente, spedizione e ricevimento di email e messaggi…) i relativi dati possono essere captati e memorizzati per costruire un nostro preciso profilo personale contenente la nostra situazione familiare, i nostri gusti, le caratteristiche fisiche, lo stato delle nostre finanze.
La I.A. può conoscerci meglio e in maniera più precisa e oggettiva di quanto possiamo conoscerci noi stessi. Sulla base delle informazioni in suo possesso, potrebbe benissimo manipolarci, farci offerte di servizi e beni che desideriamo fissando un prezzo “tagliato” sulla intensità del nostro desiderio e del nostro stato finanziario, potrebbe guidare le nostre scelte mostrandoci, su Internet, siti ed app che non conoscevamo ma appetibili su noi…. Potrebbe, e questo è forse l’aspetto più grave, manipolare le nostre scelte politiche, il nostro voto, pur rispettando formalmente la cornice democratica.
Sarebbe facile per l’I.A., conoscendo precisamente i nostri gusti, i nostri interessi, le nostre finanze, le nostre paure, le nostre relazioni personali…, elaborare tutti questi aspetti, mandarci messaggi (diretti, o anche indiretti mostrandoci, nelle nostre ricerche sul web, sempre certi argomenti in grado di agire sulle nostre emozioni profonde) e indirizzare le scelte politiche verso il sostegno ai fini e agli interessi propri della classe degli “eletti”.
Si tratterebbe di accentuale le nostre già esistenti distorsioni cognitive e percezioni selettive, di evidenziare certi aspetti dei nostri gusti e della nostre idee, lentamente annebbiandone altri, di annullare (o perlomeno attenuare fortemente) la nostra voglia di sapere, capire, approfondire in autonomia, e il gioco è fatto.
Potremo diventare schiavi, senza nemmeno accorgercene, pensando invece di essere pienamente libere.

Ho disegnato uno scenario tenebroso e irreale?
No, è uno scenario perfettamente verosimile e chi già lavora sulla elettronica evoluta, sulla comunicazione, se non addirittura sulla I.A. ne è pienamente a conoscenza.
E quello che ho disegnato già parzialmente avviene.
Non vi siete forse accorti che, quando effettuate una inquiry sui motori di ricerca web, al battere di una sola parola, il “sistema” vi offre una serie potenziale di possibili formulazioni della vostra inquiry a partire dalla parola inserita?
Non avete mai notato che, quando ad esempio fate una inquiry su un prodotto, quello stesso prodotto vi appare in una “finestrella” su siti web sui quali siete entrati successivamente.
E come mai facebook vi presenta sempre i post degli amici che più frequentare sul web (non solo su facebook) e non quelli degli altri numerosi amici?
Per passare alla manipolazione politica, come non pensare alle poderose macchine elettorali con propaganda mirata, anche a base di fake news, per indirizzare il voto dei cittadini. E le interferenze di Governi stranieri su elezioni di altri Paesi?
Mettiamocelo bene in testa; già viviamo a rischio di manipolazione in quella che gli esperti di comunicazione chiamano “bolla” mediatica e stiamo correndo il pericolo di esservi sempre più immersi.
Le future dittature potrebbero non essere più causate da colpi di stato o da rivoluzioni sociali, ma dalla manipolazione mediatica, questa sì totalitaria, indotte dalla I.A., per di più sotto la falsa cornice del rispetto formale delle regole democratiche.

Come difendersi da questa I.A dall’aspetto così invadente?
Un primo modo potrebbe essere quello di non difendersi, ma di assecondarne lo sviluppo.
Vorrebbe dire accettare, in cambio di una maggior sicurezza e di un dignitoso benessere, di essere manipolati nelle nostre scelte di fondo, pur conservando (e questo è terribile) la parvenza di una apparente libertà personale.
Un modo alternativo potrebbe essere quello vagheggiato da chi propone un ritorno ad un surreale “stato della natura”.
E’ una ipotesi affascinante anche perché permetterebbe di affrontare anche un altro problema, quello dell’enorme mole di energia che viene consumata dalla I.A..
Ci possono essere due modalità di intendere questo ritorno alla natura, una radicale e una temperata.
La prima consisterebbe nel bloccare il progresso tecnologico e concentrarsi solo nella equa ripartizione dei risultati dello stesso, con due obiettivi:
1) ridistribuire il benessere, creando maggiore uguaglianza tra i popoli e, dentro i popoli, tra le singole persone;
2) ricostruire l’equilibrio ecologico del pianeta.
Ma è una soluzione possibile e, soprattutto augurabile? Vogliamo rinunciare alle ricerche in campo medico per trovare medicinali e vaccini più efficaci, vogliamo rinunciare a ricerche in capo scientifico per, ad esempio, pervenire a trarre energia non dalla fissione, ma dalla ben più pulita fusione nucleare?
E altri esempi potrebbero farsi.
Ma soprattutto, possiamo bloccare l’anelito primordiale dell’uomo ad usare le proprie capacità per trovare soluzioni innovative ai suoi problemi?
No, non possiamo bloccare, sic et simpliciter il progresso tecnologico.
Diverso è ricorrere ad una modalità temperata di ritorno alla natura.
Non si tratta, in questo caso, di bloccare, bensì di rallentare e indirizzare il progresso tecnologico verso obiettivi di:
1) ripristino dell’equilibrio ecologico del pianeta;
2) estrema attenzione a bloccare o quantomeno moderare le potenzialità di manipolazione mediatica indicate qualche riga più sopra.
Siamo ancora in tempo? siamo ancora in grado di controllare lo sviluppo della I.A. o ormai questa è avviata in modo ineluttabile a svilupparsi in maniera autonoma e ad arrivare al punto (terrificante) di essere più potente dell’uomo?
A questa domanda non so rispondere e, sinceramente, non so se gli scienziati stessi siano in grado di rispondere in maniera unanime. Stando alle mie letture sull’argomento, questa unanimità non esiste.
Ma ancora, stando all’attuale modello culturale imperante, siamo in grado ancora di ragionare (perché di questo si tratta) e di porre fine alla catastrofe? O è invece vero che la manipolazione mediatica delle menti è ormai così pervasiva che non è più possibile tornare indietro?

Non so se sia possibile una risposta razionale. Quello che mi sento di poter affermare è che appare necessario un grande atto di fede verso la capacità dell’uomo di rinascere e ricominciare di nuovo.
Servirebbe scoprire nuovi (o riscoprire vecchi?) parametri di riferimento valoriali e culturali quali:
1) il primato della piena dignità di ogni persona umana;
2) il valore della fraternità umana, ovvero la sensazione e la consapevolezza di essere tutti compartecipi di una stesso pianeta e di uno stesso destino;
3) il primato dello spirito di collaborazione su quello di competizione[6];
4) il controllo della emotività da parte della razionalità.
Mentre scrivevo questo elenco mi sono accorto che stavo ripercorrendo i temi chiave di quel pensiero personalistico che mi ha sempre affascinato e che ha tra gli autori principali E. Mounier, J. Maritain, G. La Pira, L. Stefanini.
Per cominciare a ricostruire una solida cultura basata sui valori del personalismo occorre andare faticosamente controcorrente.
Come fare? quali strumenti usare?
Si aprono altre pagine da scrivere, e non mi sento in grado di scriverle io o, almeno non in grado di scriverle ora.
Chissà se qualcuno avrà voglia e capacità di continuare?
Comunque grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere fino alla fine.

 

Roma 12/5/2021                                                                            Giuseppe Sbardella



[1] P. Jedlowsky “Il mondo in questione” Carocci editore 2013

[2] Z. Bauman “Vita liquida” – editori Laterza - 2009

[3] M. Tegmark “Vita 3.0” - Scienza  e Idee - 2018

[4] L. Floridi – “Il verde e il blu” – Raffaele Cortina editore - 2020

[5] S. Quintarelli “Capitalismo immateriale” – Bollati Boringhieri

[6] A. Kohn “La fine della competizione” – Baldini & Castoldi -1992


martedì 13 aprile 2021

Rifondare un quartiere degradato a Roma - Castro Pretorio vicino alla Stazione Termini

                                                


Due anni fa, dopo circa 20 anni sono ritornato a risiedere nel rione Castro Pretorio, là dove sono nato e ho abitato per circa 50 anni.

Il rione, per intenderci, è quello praticamente compreso tra la Stazione Termini e il Policlinico Umberto I.
Ho trovato una situazione di degrado sociale, materiale, culturale, spirituale enorme: persone sbandate (sia italiani che immigrati da altri Paesi), strade e marciapiedi sporchi e dissestati, esercizi commerciali per lo più dediti a vendere cibo per turisti, Parrocchia praticamente assente, senso di comunità e di affetto verso il territorio scarsissimo.
Ho trascorso il primo anno impegnato a concludere un trasloco molto faticoso e a riprendermi dalla sorpresa di aver ritrovato un rione molto diverso da quello che avevo lasciato, rione sul quale aveva molto lavorato (e mi aveva spinto a lavorare…) il parroco salesiano focolarino Don Filippo Giua cercando, con varie iniziative, di “ricostruire il tessuto sociale del quartiere” (parole che Giovanni Paolo II rivolse ai cittadini di Castro Pretorio nel maggio 1987 durante una visita alla Parrocchia, e che ho sempre considerato come una missione comune da portare avanti).

Il lockdown dello scorso inverno ha ancora di più aggravato la questione.
Con alberghi e ristoranti (di cui il territorio, vicino alla Stazione Termini è pieno) chiusi, con poche persone per strada, quando uscivo per fare la spesa al supermercato mia moglie ed io avevamo una sensazione di angoscia.
Le uniche persone che si incontravano erano poveri sbandati (italiani e stranieri) intenti a lavarsi alle fontanelle pubbliche e a chiedere l’elemosina.
Certo i ragazzi di S. Egidio, della Caritas, della Parrocchia si alternavano a portar loro dei panini ogni sera, ma sempre più mi rendevo conto che dare il panino è sicuramente utile, ma è solo un palliativo temporaneo, non risolve il problema alla radice e potrebbe forse anche diventare, in qualche caso e per certe persone, un pericoloso elemento di autogratificazione e un modo per tacitare facilmente la propria coscienza.
Avvertivo con chiarezza che tutto lo sforzo compiuto, negli anni ’80, con Don Filippo, per creare una vera comunità di quartiere, con persone che si conoscessero, collaborassero, costruissero relazioni di reciprocità, era andato perduto. Alcuni dei residenti di allora erano morti, altri avevano cambiato quartiere, i pochi che erano rimasti erano stanchi, disillusi, demotivati.
Compresi, anche su spinta di mia moglie che dovevo fare qualcosa, che, da pensionato potevo avere quel tempo e/o quell’esperienza di vita che mancava ad altri.
E poi dovevo dare un senso alla mia vocazione di cristiano laico operante nelle realtà sociali secondo il carisma di Chiara Lubich e di Ignazio di Loyola.

Mi venne l’idea di creare un gruppo facebook “privato” (ovvero i cui contenuti fossero visibili solo ai membri) che fosse in grado, in modo molto riservato, di aggregare persone, di costruire rapporti nuovi fra di esse, di dibattere sui problemi del quartiere e, magari, di trovare e proporre soluzioni ad esse.
Sulla base della mia esperienza di lavoro ho creato una “road map” ovvero un progetto di cammino di comunità, indicando

·       obiettivi da raggiungere,

·       problemi da affrontare,

·       enti da rendere compagni di cammino,

·       istituzione politiche da interfacciare,

·       aziende di servizio con le quali avviare un percorso di collaborazione.

Mi sono confrontato con il caro amico gesuita Padre Armando Ceccarelli, prima che si trasferisse a Pescara, e lui mi ha raccomandato di non partire da solo ma di cercare di coinvolgere sin dall’inizio altre persone, anche poche, esercitandomi nel discernimento, sia personale che comunitario, per andare avanti.
Ho così iniziato in compagnia di una mia condòmina e di un commerciante del quartiere.
Ho creato il gruppo facebook “Rifondiamo Castro Pretorio” a fine luglio e, ai primi di settembre, contava, con mia grande sorpresa, già più di 80 membri.
Ho poi preso contatto con il Comandante della locale Stazione dei Carabinieri, molto lieto di avere, nel quartiere, un gruppo di cittadini dotati di senso civico e vogliosi di collaborare tra di loro e con l’Arma.
L’amicizia con il fondatore di un preesistente Comitato di quartiere (che purtroppo stava esaurendo la propria forza propulsiva iniziale) mi ha permesso di avere contatti con alcuni Consiglieri Municipali di diversi partiti e con l’AMA (Azienda che cura la pulizia di Roma).
Attraverso altri amici personali sono giunto ad avere rapporti con la Presidente del Municipio e con alcuni parlamentari nazionali di diversi partiti.
Abbiamo anche avviato una relazione con l’Associazione “Per Roma” che ha l’obiettivo di costituire e sostenere progetti per la riqualificazione della città.
Importante è stato anche l’arrivo di un nuovo Parroco, più motivato e mobile rispetto al precedente che era afflitto da problemi di salute.
A 8 mesi dalla costituzione, il gruppo “Rifondiamo Castro Pretorio” conta oggi 225 membri e sta implementando diverse iniziative fra le quali:

1.     una serie di “passeggiate” aventi il duplice scopo di far conoscere aspetti nuovi e interessanti nel quartiere e, nel contempo, approfondire la conoscenza reciproca e l’aumento dello spirito comunitario;

2.     una azione di sensibilizzazione sui cittadini sulla esigenza di una maggiore attenzione alla raccolta differenziata e il posizionamento, da parte dell’AMA, di numerosi nuovi cestini sul territorio;

3.     l’istituzione di un Ecomuseo, con la tensione a valorizzare gli aspetti positivi del quartiere;

4.     la collaborazione con i Carabinieri per assicurare un maggior controllo sul territorio per prevenire e reprimere azioni contro la legalità;

5.     l’avvio di contatti con diversi parlamentari, di partiti differenti, rivolti a sensibilizzarli sull’esigenza di un piano concreto nazionale per il sostegno e il recupero sociale dei senza fissa dimora, con la creazione di strutture e equipes in grado di ospitare, recuperare e riqualificare per avviare al lavoro queste persone in gravi difficoltà.

L’occasione per una maggiore spinta emotiva ci è stata data dall’aver scoperto che questa parte del territorio venne abitata nel 21-22 dopo Cristo, allorché l’imperatore romano Tiverio vi costruì le caserme dei Pretoriano (Castra Praetoria), per cui, praticamente, quest’anno ricorre il bimillenario del quartiere.

Durante il percorso ho incontrato tante persone di buona volontà (una signora decisa a ravvivare la sensibilità culturale dei residenti, una archeologa che ho scoperto essere la figlia di un mio Dirigente sul luogo di lavoro, commercianti decisi ad abbandonare l’ottica di pensare solo al loro esercizio e di abbracciare il senso del bene comune, una avvocatessa molto determinata…), trovando sicuramente una maggiore sensibilità fra le donne.
Ho anche dovuto affrontare momenti di difficoltà di fronte a diversità di opinioni politiche fra i compagni di percorso, sensazioni di solitudine, di insuperabile immensità del compito che mi sono assunto. In questi momenti l’esperienza di vita passata e la fiducia in un Dio amore che non abbandona mai (nonostante le apparenze contrarie) mi hanno dato la forza di continuare.

Attualmente il percorso è sospeso a causa delle restrizioni per la pandemia, ma continuerà.

lunedì 12 aprile 2021

Perché Dio permette la sofferenza?

                                                             


Ho un cugino, un po’ più grande di me, al quale voglio molto bene, come ad un fratello maggiore. E’ una persona molto intelligente ed equilibrata, ha conseguito la laurea in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano con il massimo dei voti.

Tante volte con lui ci siamo intrattenuti a confrontarci su argomenti molto delicati e controversi, affrontandoli alla luce della ragione.
Eravamo ancora ragazzi, quando un giorno, all’improvviso, gli chiesi: “ma tu credi in Dio?” (intendendo il Dio cristiano).
Mi rispose più o meno così: “Ho molte perplessità a credere in un Dio che si dichiara pieno di misericordia e onnipotente, e permette la morte con sofferenza di tanti, anche bambini”.

Il tema della sofferenza degli uomini e del rapporto di questa con l’onnipotenza e la misericordia di Dio ha in effetti spesso tenuto occupata la mia mente.
Come fa un Dio onnipotente e sommo amore a permettere la sofferenza?
In questi momenti di devastante pandemia più volte mi sono posto la domanda (e non penso di essere il solo,,,).
A più riprese, nel corso della mia vita, ho provato a darmi delle risposte.

La prima risposta che mi diedi fu che la sofferenza non dipende da Dio, ma proviene direttamente dalla imperfezione fisica delle persone umane e/o delle cose. Se nascessimo perfetti su una Terra perfetta e in un universo perfetto non ci ammaleremmo mai, non dovremmo subire catastrofi naturali, non dovremmo nemmeno sopportare dolore per i mali che colpissero i nostri cari (perché questi mali non esisterebbero…).
Come conciliare però questo ragionamento con l’esistenza del male cosiddetto morale, dalla capacità che ha l’uomo di albergare nel proprio cuore sentimenti negativi come l’astio, l’odio, l’invidia, la capacità di arrecare violenza, di fare la guerra?
Affinché il male possa essere estirpato alla radice, l’uomo non dovrebbe essere solo fisicamente, ma anche moralmente perfetto, e come tale incapace di pensare e/o di fare il male.
E inoltre come potrebbe un uomo perfetto, ovvero un uomo i cui organi non fossero passibili di usura o di danneggiamento, morire? Come potrebbe esistere una natura perfetta, se non negandone l’evoluzione e la mobilità, evoluzione e mobilità che sono alla base dell’energia che è fonte di vita (ma anche di catastrofi naturali…)?
Ma una domanda si pone, ancora più impellente e importante.
Come un uomo immortale e incapace di pensare / fare il male, potrebbe essere libero, se si intende la libertà come possibilità e capacità di fare delle scelte, anche opposte fra di loro?
Che vita sarebbe una vita senza fine e durante la quale nessuno fosse capace di pensare o di fare il male?
Sarebbe il Paradiso in terra? O sarebbe una vita infernale da persone prive di quel bene supremo che è la libertà?
Può essere, ma non mi pare questa la soluzione al problema dell’esistenza della sofferenza!
Mi pare piuttosto che l’imperfezione (e la conseguente sofferenza…) siano lo scotto da pagare per poter esercitare la nostra libertà, per essere consapevolmente capaci di costruire una realtà umana migliore, per rispettare la natura, per essere in grado di mitigare i danni originati dalla sua evoluzione, dalla sua mobilità.
In questa ottica un Dio sommamente misericordioso rinuncerebbe ad una parte della sua onnipotenza per rispettare la libertà dell’uomo.
Rimane però la domanda iniziale. Come più questo Dio, onnipotente e misericordioso, permettere la sofferenza, talvolta atroce, anche di bambini e malati e non trovare, nella sua onnipotenza, un modo (anche diverso dal creare una umanità perfetta) in grado di eliminarla o perlomeno alleviarla?

Un’altra soluzione al problema della sofferenza è stata avanzata, ovvero che essa rappresenti uno strumento per purificare la nostra anima dal male morale (il peccato) e permetterci un più rapido accesso alla visione eterna di Dio.
E’ una ipotesi, se non una tesi, sostenuta da molti teologi soprattutto nel tempi passati.
Ma non è questo forse un altro modo, seppure più elegante, per dire che Dio potrebbe eliminare la sofferenza ma la permette, anzi la vede come un bene in grado di purificarci?
Può mai essere un bene il dolore di un bimbo malato, lo strazio della madre, la sofferenza del padre impotente? Possono essere un bene le guerre, le torture, gli omicidi….?
La morale cristiana nega ogni validità etica all’assioma “il fine giustifica i mezzi”. No! Il fine non giustifica mai i mezzi; il mezzo della sofferenza non può giustificarsi con il fine della salvezza eterna.
Si dice, in qualche modo a sostegno della tesi della purificazione, che anche Gesù (Dio incarnato) ha accettato la sofferenza fisica (la morte in croce) e morale (l’abbandono del Padre) per la nostra “redenzione” ovvero per “ricomprarci” agli occhi del Padre.
No, i teologi moderni negano questa natura “contrattuale” della morte di Gesù. Parlano piuttosto di una sofferenza aborrita da Gesù stesso (vedasi quando nel Getsemani chiede al Padre di poter non bere “questo calice”) ma da lui accettata consapevolmente per “liberarci” una volta per tutte dal male.
Questa interpretazione mi piace di più della precedente perché collega la sofferenza di Gesù non ad una clausola per riacquistarci (“redimerci”) quanto ad un libero e consapevole gesto di amore liberante.
Bello, affascinante, ma la domanda rimane: come può Dio restare impassibile di fronte alla sofferenza di un bambino o di un adulto che soffrano di dolori atroci? è giusto e ragionevole dire a queste persone che la sofferenza può essere vissuta come una modalità di espressione dell’amore?

O forse non è invece più ragionevole pensare, come quel mio cugino citato all’inizio di questa riflessione, che Dio non esista?
Non ho problemi a pensare che sia una posizione legittima e pienamente ragionevole.
Avevano ragione sia Benedetto XVI che Francesco, in momenti diversi, a rispondere, a dei bambini che chiedevano loro il motivo dell’esistenza del dolore, soprattutto degli inniceti, che neppure loro, Papi, avevano una risposta?

Una risposta, alternativa a quella atea, ragionevole, certa e conclusiva probabilmente non c’è, almeno a mio parere.
Peraltro forse una traccia di approfondimento c’è e me la diede la lettura di un episodio avvenuto durante la II guerra mondiale nel Lager di Flossemburg dove era stato deportato (e venne impiccato) il famoso filosofo e teologo protestante Dietrich Bonhoeffer.
Quest’ultimo, di fronte alla domanda provocatoria di un altro deportato “dove è il tuo Dio qui dentro?”, indicando un prigioniero che soffriva tremendamente, rispose “Dio è in quell’uomo”.

Se la “onnipotenza” di Dio quale capacità illimitata di potere tutto sia stata fraintesa e si debba invece darle un altro significato?
Se il Dio di Gesù Cristo non fosse il Dio che immaginiamo noi, capace di intervenire in ogni possibile evento e di risolverlo come se avesse la bacchetta magica?
Dice Gesù “chi vede me vede il Padre” (vangelo di Giovanni 12,45); per capire l’onnipotenza di Dio bisogna dunque rifarsi alle parole e, soprattutto, al comportamento di Gesù.
E’ vero che Lui compie miracoli, predica con veemenza, annuncia cose mirabili, ma quando si trova di fronte alla battaglia finale contro il male, lo sconfigge non con una illimitata onnipotenza ma con una sconfinata impotenza.
Si lascia crocifiggere, muore sulla croce, la sua impotenza poi raggiuge il massimo quando urla al Padre “perché mi hai abbandonato?”
Gesù, piena ed esaustiva presenza di Dio incarnato, dona la sua vita per amore nostro, non sfugge la sofferenza, né lo annulla, ma la vince passando, per amore, attraverso di essa.
Sembra quasi che voglia dirci: “Vedi, la mia onnipotenza si manifesta pienamente nella mia apparente impotenza di fronte al dolore, dammi retta, seguimi, accetta il dolore inevitabile (quello evitabile, evitalo!), mi raccomando, pensa solo ad amare mentre attraversi il dolore, e… vincerai!
La Resurrezione è per Gesù la vittoria piena sulla sofferenza e sulla morte, per noi è pegno che, se lo seguiamo, sempre immersi nell’amore, se ci configuriamo a Lui, con Lui vinceremo e troveremo la nostra piena realizzazione.

Si tratta pertanto capovolgere la nostra fede, non tanto  di credere in un Dio onnipotente e misericordioso, che ci stupisce permettendo la sofferenza di innocenti, quanto piuttosto di credere in un Dio misericordioso e impotente che, però, trasforma la sua impotenza in onnipotenza passando attraverso quella impotenza e dandole un significato.
Per noi, persone umane, sarebbe impossibile seguire un Dio onnipotente, diventa invece possibile mettersi al seguito, imitare, di fronte alla sofferenza, un Dio impotente che si limita (per così dire) ad amarci con un amore illimitato.

 

Roma 12/4/2020                                                                    Giuseppe Sbardella