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domenica 6 giugno 2021

Inflazione e disoccupazione, coesistenza impossibile?

 


In alcune considerazioni che avevo scritto sul mio blog nello scorso dicembre (https://giuseppesbardella.blogspot.com/2020/12/ma-la-mmt-modern-monetary-theory-e.html) riportavo l’opinione di una parte notevole della scuola economica Keynesiana nonché degli economisti aderenti alla MMT, in base alla quale un forte aumento della spesa pubblica (e della conseguente massa monetaria totale) non comporterebbe un conseguente rischio di aumento dell’inflazione se non in presenza di un pieno impiego delle risorse reali dell’apparato produttivo del Paese ivi inclusa l’occupazione delle risorse umane.
In quelle considerazioni esprimevo un mio parziale consenso a questa impostazione, anche se facevo emergere anche forti perplessità, dovute soprattutto allo scarto temporale fra espansione della spesa pubblica e assorbimento della stessa attraverso un aumento della capacità dell’apparato produttivo (offerta aggregata) e della domanda aggregata, nonché alla dipendenza da politiche di Paesi più forti e dei mercati internazionali (per chi volesse saperne di più, può leggere le considerazioni al link sopra indicato).

Così stando le cose, come può accadere che in questo momento storico, nel quale in Italia il tasso di disoccupazione veleggia oltre il 10%, il tasso di inflazione, fermo al un livello inferiore all’1n%  (e addirittura negativo in certi periodi) da molti anni, stia raggiungendo velocemente il 2%.
Certamente il 2% non è un livello da far scattare un allarme, ma possiamo continuare tranquillamente ad aumentare la spesa pubblica e la massa monetaria circolante senza rischio finché la disoccupazione non venga pressocché eliminata?
Forse c’è qualcosa che ci sfugge nella realtà del mondo post-Covid?

In un altro mio recente testo apparso sul mio blog e riguardate la situazione mondiale nel post-pandemia (https://giuseppesbardella.blogspot.com/2021/03/considerazioni-sul-post-pandemia.html) mi chiedevo:


“Che accadrà quando i robot sostituiranno totalmente l’uomo nelle attività manuali  ripetitive o, quando, in associazione con strumenti di Intelligenza Artificiale, saranno capaci, al posto dell’uomo, di svolgere attività manuali anche non ripetitive in quanto basate su una valutazione delle operazioni messe in atto al fine di trovare un modo più efficiente di svolgerle? Saranno, a breve, i robot in grado anche di esperire autonomamente attività quali interventi chirurgici via via sempre più complessi?
Che accadrà quando l’Intelligenza Artificiale sarà in grado di svolgere attività di mero carattere intellettuale quali l’interpretazione di un testo, magari di un contratto o di una norma di legge, o addirittura di emettere una sentenza giudiziaria, una volta acquisita la lettura dei documenti scritti e delle testimonianze orali?
Che accadrà quando sarà l’ Intelligenza Artificiale (e non un dipendente bancario) a valutare, dopo essere entrato nei dati dell’Anagrafe tributaria, di quella civile e del Casellario giudiziario, la capacità patrimoniale di un cittadino richiedente un prestito?”


Questa contesto è ancora molto lontano da noi o è già parzialmente presente in misura maggiore del previsto?
Non è un mistero che molte aziende, di tutti i settori (commercio, industria, servizi, agricoltura) hanno investito massicciamente nell’ Internet delle cose, nella robotica, nella Intelligenza artificiale, non solo supportando le risorse umane con un maggior uso delle macchine (e risparmiando persone…) ma anche sostituendo le risorse umane con delle risorse di carattere informatico.
In una situazione come questa, che peraltro evolverà sempre di più in una sostituzione di macchine e programmi al posto delle persone, ha ancora senso immaginare la piena occupazione con le lenti del ‘900, ovvero l’insieme dei lavoratori impiegati in vari settori, che producono beni e servizi per il mercato e che ricevono un salario con il quale sostengono se stessi e i loro cari, nonché l’intera economia acquistando i beni e i servizi prodotti da altri lavoratori?
Non è forse vero invece che, usando il termine “pieno impiego delle risorse produttive”, dovremmo con chiarezza immaginare (purtroppo) un sempre minor peso, in questo ambito,  dell’occupazione di risorse umane (semplificando più processi, programmi, macchine e meno lavoratori in carne e ossa)?
La domanda che allora mi pongo è la seguente: se così fosse, una volta che l’apparato produttivo avesse raggiunto il suo pieno impiego (senza peraltro aver raggiunto la piena occupazione di persone) sarebbe giusto continuare a “pompare” moneta nell’economia facendo salire inevitabilmente il tasso di inflazione?
O non sarebbe più corretto forse  fare un ricorso maggiore alla leva fiscale, dranando i soldi laddove ce ne siano in abbondanza e sostenendo un programma di “redeployment” delle persone disoccupate indirizzandole, dopo un periodo di formazione retribuito, verso un nuovo lavoro fra quelli che macchine e programmi non potrebbero svolgere o svolgerebbero con una capacità inferiore a quella umana (penso, ad esempio, ai lavori nei quali si si prende cura delle persone più deboli)?

Mi rendo conto che ho formulato considerazioni e posto domande piuttosto che fornire risposte.
Chiedo il vostro aiuto per fornirle insieme.

6/6/2020                                                                    Giuseppe Sbardella

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