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giovedì 25 giugno 2020

Ho vinto una lotteria alla rovescia!! disabilità o abilità creativa?





Giuseppe Sbardella



Ho vinto una lotteria alla rovescia!!



Disabilità o abilità creativa? La disabilità può essere una risorsa?
Si può essere invalidi e “vincenti”?















Questo scritto è dedicato a coloro che vengono
generalmente chiamati invalidi fisici, ai loro cari,
ai loro amici, ma può essere utile anche a chi
soffre di altre invalidità.                  
Vuole dimostrare che la vita, se presa nel senso
giusto, è sempre una cosa meravigliosa e va
affrontata a viso aperto.!
Buona lettura.




INDICE


INFANZIA E GIOVINEZZA

- Sono nato!
- Bambino
- Genitori
- A scuola
- La sindrome protesi


MATURITA'

- Lavoro
- Incontri ravvicinati con l'altro genere
- Staminali e dintorni
- Le cose che non posso fare
- Domande da difficile risposta
- Problemi di linguaggio
- Cosa c'entra la Fede?
- Ma allora l'abilità creativa è veramente una risorsa?
- L'abilità creativa è una risorsa per la società?
- E i diversamente abili psichici?


VECCHIAIA
- Rallentamenti e limiti. Gli anni che passano...


COMMENTI DEGLI AMICI








INFANZIA E GIOVINEZZA



Sono nato!!



26 agosto 1948, ore 22,15. Sono nato!

Molto probabilmente sono nato contento di esserlo, non ricordo un momento della mia vita nella quale non sia stato lieto di essere al mondo, questo mondo confusionario, liquido (come ora va di moda dire), talvolta anche un po’ cattivo, ma sempre potenzialmente in grado di offrire tante gradite sorprese.

Pochi (o tanti?) minuti dopo la mia nascita, mio padre si avvicina a mia madre, con un viso che immagino sarà stato fra il contrito e l’angosciato e le comunica (forse troppo bruscamente…) che ero nato senza il braccio destro.
Si, sono focomelico, ossia il mio braccio destro è praticamente un abbozzo di braccio, un “braccetto”, come affettuosamente lo definivo quando ero bambino e pregavo la Madonna affinché me lo facesse ricrescere.
Qualche anno dopo si seppe che, nello stesso periodo, il talidomide, un farmaco di cui di ignorava la pericolosità, era stato causa di molte focomelie. Però né io né mia madre avevamo assunto il talidomide, molto probabilmente la mia caratteristica fisica era stato originata da alcune radiazioni ai reni alle quali mia madre si era sottoposta in quel periodo.

Molti anni più tardi, leggendo il versetto 14 del salmo 139 della Bibbia “Io ti rendo grazie, hai fatto di me una meraviglia stupenda”, mi è venuto da pensare che se avessi avuto la capacità di leggerlo e di capirlo appena dopo la nascita, non sarei stato troppo d’accordo. Le lacrime dei miei genitori mi avrebbero convinto che non mi aspettava una gran bella vita.

Oggi dopo oltre 70 anni, ho maturato una convinzione opposta, la vita è sempre bella e sempre degna di essere vissuta fino in fondo.

Si  “Ti rendo grazie, hai fatto di me una meraviglia stupenda”

Questo libro vuole proprio essere la storia della mia maturazione personale, il tracciato dell’accettazione della mia caratteristica fisica e la consapevolezza che l’handicap molto spesso può essere trasformato in risorsa.

Sarei veramente molto contento se molti genitori, leggendolo, si rendessero conto che le loro lacrime non sono sempre fondate e che i loro figli “diversamente abili” (che pessima definizione, non sarebbe meglio dire “creativamente abili”? e subito ne spiegherò fra poco  il perché!!) sono invece delle “meraviglie stupende”.
Invece di lamentarsi e di compiangere il figlio dovrebbero aiutarlo a prendere consapevolezza di se stesso.

In fondo, ed è una considerazione nella quale credo molto, anche se la dico a mò di battuta, ho avuto la fortuna di vincere subito una lotteria… alla rovescia!.

Non amo molto le statistiche (anche perché penso che possano essere facilmente manipolate e anche io, quando lavoravo, ne ho manipolata qualcuna), ma sono certo che, mentre è normale nascere con due braccia, è un evento straordinario nascere con uno solo.

E’ appunto come vincere alla lotteria alla rovescia!    

Quando lo dico vedo molte facce attonite, stupite, talvolta compassionevoli (poverino, dice così per consolarsi). Non capiscono che invece ne sono convinto; anche in questo caso, lamentarsi non ha senso, meglio vedere il bicchiere mezzo pieno.

Chi vince una lotteria, si sente contento, perché è unico, è stato scelto dalla sorte, è un privilegiato. Uno degli obiettivi di questo libro è proprio il dimostrare, sulla base di una esperienza personale che anche il creativamente abile (e si, comincio subito ad usare questo termine) , sotto molto punti di vista, può essere considerato, oltre che unico, anche un privilegiato.

La vita del creativamente abile è piena di sorprese, sia positive che negative, ma anche queste ultime, se affrontate con spirito costruttivo, se vissute con l’ottica giusta, possono, da difficoltà potenziali trasformarsi in occasioni reali di crescita sia per la singola persona sia per chi le sta attorno, dai familiari, agli amici, ai conoscenti, alla società intera.

Ma nascere creativamente abile può essere visto come una vincita alla lotteria, seppur relativa, anche sotto un altro punto di vista.

Chi nasce con una difficoltà fisica è molto avvantaggiato rispetto a chi, durante la sua vita, incorre in esso. Infatti ha davanti a sé mesi e anni per capire come convivere con la sua difficoltà, trovare mille modi per compensarla o per trasformarla in una risorsa, per accettarla psicologicamente e sentirsi sempre e comunque una persona umana.
Chi invece diventa creativamente abile durante la vita, per esempio a causa di un incidente, affronta problemi ben maggiori.

Infatti, per esempio, chi, come me, nasce senza il braccio destro e, pur non essendo  mancino (io preferisco la gamba destra per giocare al calcio) diventa necessariamente mancino, oltre a poter inventare e sperimentare, da subito, mille modi per compensare la difficoltà fisica, rispetto a chi perde in seguito il braccio destro, ha il vantaggio di non avere alle spalle “il peso” di una abitudine ad usare normalmente il braccio destro per svolgere le attività più consuete.
Chi perde il braccio durante la vita, ha maggiori difficoltà ad abituarsi in quanto già ha alle spalle tutto un periodo, più o meno lungo, dell’esistenza, in cui è stato abituato a pensare e a comportarsi da “destro”.

In entrambi i casi, sia che la disabilità risalga alla nascita sia che sia intervenuta in un momento successivo, la persona interessata può inventarsi tanti modi per compensarla e, appunto “creare” una abilità (molto spesso piena) utilizzando semplici tecniche motorie, utilizzando appositi strumenti o... chiedendo aiuto a qualcuno.

Ad esempio, pensate che, davanti ad una porta chiusa, una persona priva di un braccio e con quell’altro occupato, non possa suonare il campanello? Vi sbagliate, avete mai pensato che esiste una fronte o un gomito, o un ginocchio, con i quali si può tranquillamente spingere un pulsante?.... 

Ecco perché invece di “disabile” (che presuppone la incapacità di fare qualcosa) o “diversamente abile” (che presuppone una persona diversa dalla norma) preferisco parlare di creativamente abile per definire una persona che fa le stesse cose degli altri utilizzando la propria mente e la propria fantasia. 
 
   







Bambino...



Non è stato facile, quando ero bambino, convivere con il mio “braccetto” (così chiamavo il mio moncherino).

Mentre andavo in giro, sentivo spesso su di me gli occhi delle persone che incontravo. Talvolta mi fissavano (o meglio fissavano la mia parte destra) con curiosità, altre volte prima posavano lo sguardo e poi lo giravano da un’altra parte come fa un ragazzo che è sorpreso da una ragazza mentre scruta le sue “forme”. E forse questo secondo caso mi arrecava più disagio del primo.

Altre volte non mi accorgevo di essere guardato, ma magari ci pensava mia madre a farmene accorgere, gridando all’incauto spettatore: “che hai da guardare? Maleducato!” 

E’ terribile, per un bambino con delle difficoltà fisiche sentirsi osservato con curiosità, quasi si trattasse di un oggetto strano, ci si sente non solo diversi ma, di una diversità tale da provare la sensazione di non appartenere alla stessa razza umana.

Solo da adulto ho imparato a razionalizzare e a giustificare: è assolutamente normale che il nostro sguardo si fissi o abbia un sussulto quando viene sorpreso da un gesto o un fatto (l’assenza di un braccio) che non rientra nella quotidiana realtà ordinaria. Occorrerebbe aiutare i ragazzi a prendere atto subito di questa normalità, e aiutare tutti ad evitare sguardi insistenti (o “fuggitivi” che costituiscono l’altra faccia della medaglia) verso i creativamente abili.

Comunque mia madre anche se talvolta, come appena notato, era proprio lei la causa del mio turbamento, da un altro punto di vista mi è stata di molto aiuto.
Ricordo con precisione quando, in alcuni casi, le chiedevo  aiuto per portare a termine più facilmente una azione e lei si rifiutava invitandomi con decisione a fare da solo e ad inventarmi il modo per compierla autonomamente..
Proprio così, dalle piccole difficoltà di ogni giorno (allacciarmi i bottoni della camicia, farmi il nodo della cravatta...sì anche quello me lo faccio da solo) imparai ben presto che c’erano poche cose che non ero in grado di fare.

Ricordo bene un episodio che ritengo basilare per la mia formazione e per la mia convinzione di essere una persona fondamentalmente autonoma, nonostante la mia caratteristica fisica.
Eravamo ad Ostia in vacanza, di tardo pomeriggio, e avevo iniziato con mia madre uno di quei giochi infernali, fatti di domande insistenti e insidiose, che solo i bambini possono inventare.
Il gioco era: “vedi che questa cosa con un braccio solo non la posso fare? Non sono uguale agli altri bambini”.
E mia madre, con pazienza e inventiva a rispondere.

“Mamma, non posso allacciarmi le scarpe da solo”, “Non c’è bisogno, puoi indossare i mocassini”.
“Mamma, non posso sbucciarmi la frutta da solo”, “Non c’è bisogno Giuseppe, puoi prendere i succhi di frutta oppure, ancor meglio in alcuni casi, lavare la frutta e mangiare anche la buccia, piena di vitamine”.
“Mamma, non posso mettermi l’orologio da solo”, “Non è vero, Giuseppe, ci sono gli orologi che si collegano ai pantaloni tramite una catenina” (oggi con i telefoni cellulari sarebbe stata una domanda inutile…).

Finalmente pensai di aver trovato la domanda fulminante che l’avrebbe messa KO.
Ricordando tutte le volte che eravamo andati con il pattino in mezzo al mare, con lei che era un’ottima rematrice, esclamai: “Mamma non potrò mai remare, perché i remi sono due e io ho un solo braccio”. 
Ancora una volta la risposta di mia madre mi fulminò: “Non è vero, Giuseppe, tu conosci le canoe, le hai viste nei film, le canoe possono essere guidate con un solo remo che ha una pagaia ad ogni estremità”.

Mi arresi, ma fu una resa importante perché confermò in me l’intima convinzione che nulla mi era effettivamente impossibile e che ero uguale agli altri.

Da adulto ora mi rendo conto che effettivamente per alcune incombenze ho necessità dell’altrui aiuto, ma la convinzione di fondo di quel giorno è rimasta.












Genitori



Sono molto vicino ai genitori di figli creativamente abili. Nessun genitore si aspetta di avere un figlio con quelle caratteristiche e la mente spesso rifugge da simili pensieri.
E’ normale che quando accade ciò che nessuno si augura che accada, si possano avere differenti reazioni.

La prima è di rifiuto della situazione, talvolta di rifiuto emotivo anche di quel figlio, considerato diverso dagli altri, un figlio che non avevano immaginato e che, in qualche maniera, annulla tutte le loro aspettative, rende vani i loro sogni, prefigura per loro una vita ben diversa da quella che avevano immaginato. E’ difficile saper perdere qualcosa in cui avevamo creduto e ricominciare di nuovo. Ma lo si può!!

Un’altra reazione si configura come una apparente accettazione che invece è ugualmente un rifiuto anche se espresso in maniera più sottile. Ci si attacca al figlio, lo si coccola, lo si protegge, gli si evitano le difficoltà, i problemi con gli altri, gli si facilita ogni cosa. In pratica si vive (o si dice di vivere...) per lui.

E’ un comportamento umano, pienamente comprensibile ma non per questo non meno  sbagliato. In effetti non si accetta fino in fondo la caratteristica fisica di quel figlio, lo si considera come un oggetto da proteggere, non come un soggetto da stimolare a mettere in atto tutte le sue potenziali capacità.

Ciò che talvolta riesce difficile da capire è che la cosiddetta disabilità, ovvero la difficoltà nel servirsi di una parte del nostro corto, mette in moto l’inventiva umana e spesso si compensa la disabilità di una parte con la maggiore abilità di un’altra. Quante volte mi è capitato di usare bocca, gamba, fronte per compiere gesti che altri compiono con il braccio che non ho; penso solo alle tante occasioni nelle quali, con la mano occupata ho aperto una porta usando o il gomito, o il ginocchio o il piede.
Senza dimenticare che talvolta, come nel mio caso specifico, l’organo residuo (l braccio sinistro) acquista delle caratteristiche che gli permettono di sostituirsi, seppur parzialmente, anche all’altro organo mancante. Quante volte amici o conoscenti, vedendo quello che ero capace di fare con la mia mano, mi hanno detto: “come fai? io non ne sarei capace se non con due mani”. 
Appunto quella che io definisco la “abilità creativa”.

Infine c’è la reazione che, con pudore e con prudenza, si può forse definire sana. Parlo di pudore e prudenza per il massimo rispetto che si deve avere verso la sofferenza, il disagio dei genitori di figli creativamente abili.

Accettare la caratteristica fisica del figlio, prendere consapevolezza che forse (ma chissà se è poi vero..) non potrà svolgere quella professione, non potrà prendere la strada che si era programmata per lui, accettare che la vita è piena di sorprese e che talvolta quelle che appaiono brutte non lo sono poi così come sembrano; questo è il comportamento che rischio di definire sano e costruttivo.

Il figlio creativamente abile non è un oggetto da proteggere e difendere o, peggio, da conservare al chiuso, da tutelare da ogni rischio, oppure da coccolare, agevolare, facilitare; è un soggetto, una persona umana, con una caratteristica fisica particolare, che deve essere solo spronato, stimolato a guardare oltre quella caratteristica, a prendere coscienza di tutte le risorse alternative che ha in lui, magari anche a comprendere come quella caratteristica comunemente considerata come negativa, possa invece assumere risvolti molto positivi per lui.

Il creativamente abile è e rimane sempre una persona umana, un microcosmo esistenziale, un soggetto di diritti e di doveri, che si realizza appieno, come tutte le altre persone, nella misura in cui si dona agli altri con amore e gli altri ne fanno reciprocamente oggetto del loro amore.


Anche i genitori più abili, in gioventù, a stimolare i loro figli a sentirsi uguali agli altri, a pungerli per cercare nella loro fantasia e creatività gli strumenti per fare le stesse operazioni che vedono fare dalle altre persone, a farli crescere nella loro autonomia, corrono però un rischio con l’avanzare degli anni.
La vecchiaia è una fase della vita particolare, tutti noi abbiamo o avremo rallentamenti o limiti, ad essa imputabile, nel nostro comportamento quotidiano. Non riusciremo a fare, o faremo, con grande fatica, cose che prima completavamo con facilità ed in piena scioltezza.
Ecco allora dietro l’angolo il rischio, trasferire le nostre difficoltà sul nostro figlio creativamente abile ma molto più giovane.
Se noi abbiamo ora difficoltà a guidare la notte, cominciamo a temere che ce l’abbia pure lui, se noi fatichiamo più di prima a portare dei pesi, cominciamo a pensare che quei pesi siano insopportabili per lui, e così via...

Non sto inventando, sto solo raccontando fatti e casi reali capitati a me con mia madre, bravissima in gioventù a gestire la mia abilità creativa.
Solo con gran fatica e ricorrendo all’autostima accumulata negli anni precedenti, sono riuscito a superare questi momenti di difficoltà psicologica, di inconsapevole pressione negativa da parte di una persona che pure mi voleva bene.



Ecco allora il doppio suggerimento.

Ai genitori, di essere consapevoli del pericolo e di saperlo controllare: i vostri figli sono più giovani di voi, li avete educati bene, avete fornito loro la consapevolezza e l’autostima necessarie per comprendere e superare le difficoltà. Continuate ad avere fiducia nelle loro capacità!
Ai creativamente abile, di saper cogliere questi momenti di crisi dei vostri genitori, di saper dialogare serenamente con loro, di far prendere loro piena consapevolezza della realtà. Mi raccomando, non fatevi trascinare in un gioco perverso al ribasso, usate la vostra intelligenza e la vostra lucidità.

Oggi la scienza ha fatto passi da gigante e mette in grado i genitori di conoscere le caratteristiche fisiche dei loro figli sin da quando sono nel grembo della madre; per uscire fuori di metafora,  mostrare loro se il figlio nascerà disabile.

Sorge qui il doloroso problema della possibilità di ricorrere all’ aborto.

E’ un argomento che, specialmente da parte di un credente (quale cerco di essere), va affrontato con la massima delicatezza e il massimo rispetto della legittimità delle altrui opinioni.
La cultura odierna maggioritaria punta alla “perfezione” del corpo come ad un elemento da tener presente, quasi in maniera ossessiva, per la ricerca del successo personale nella vita di tutti i giorni. Avere un fisico perfetto, il famoso phisique du role” è un prerequisito essenziale, secondo tale cultura, per essere considerato un vincente.
Ma la perfezione coincide con la bellezza o meglio, la bellezza di una persona coincide con la sua perfezione fisica?


Oppure la bellezza di una persona (non solo del corpo) presuppone la coesistenza di elementi quali la capacità di empatia, l’intelligenza, la chiarezza dello sguardo, l’innocenza del sorriso? Non è forse la sua bellezza in tal senso, non tanto la sua perfezione fisica a rendere attraente una persona, a fare di lui un vincente?

Comprendo pienamente i genitori che decidono di ricorrere all’aborto. La pressione della cultura dominante è fortissima e non so seppure se io stesso sarei in grado, nelle loro condizioni, di resistere.

Vorrei tanto però che pensassero ad una possibilità alternativa, pensassero se magari, quel loro figlio che hanno deciso di non far nascere, se nato e arrivato all’età adulta, sarebbe contento di esserci.


Porto la mia esperienza.  
Mamma mi ha raccontato che, dopo che ero appena nato, una persona a lei molto cara, le suggerì di mettermi nudo di notte sul balcone di casa.
Mia madre non accondiscese al consiglio e io le sono molto grata perché ancora oggi, seppure senza il braccio destro (e, lo ripeto non penso di essere mancino) sono molto contento di esserci!










                                                     A scuola



Il periodo scolastico lo ricordo come un periodo molto bello.         

I miei genitori, pur a costo di grandi sacrifici, mi mandarono in una delle scuole private più prestigiose di Roma, il Collegio Nazareno, dei Padri Scolopi.

La scelta della scuola privata fu originata dal desiderio di inserirmi in un ambiente potenzialmente più protetto e sicuro rispetto a quello pubblico. Secondo loro i compagni di classe di una scuola privata sarebbero stati più attenti e rispettosi della mia abilità creativa (d’ora in poi userò costantemente questo termine al posto di quello comunemente usato di disabilità o di diversa abilità).
Manca certo la prova contraria, ma ricordo ancora con commozione e gratitudine l’affetto di cui mi hanno sempre circondato i compagni, accettandomi perfettamente come uno di loro (e spero tanto che qualcuno di loro possa leggere queste righe).

Ancora oggi provo piacere quando mi capita di ritrovare de visu o su Internet alcuni vecchi compagni, Mario, Giancarlo, Pigi, Luciano, Massimo, Carlo, ultimamente Paolo, il mio carissimo compagno di banco del liceo, ritrovato dopo una lunga ricerca su Internet e morto pochi anni dopo il reincontro.

Ricordo, con particolare affetto quando, d’inverno, mentre uscivamo dalla classe al termine dell’orario giornaliero, mi aiutavano a infilarmi il cappotto. Era un’operazione non facile, non potevo farlo da solo perché prima dovevo infilare la protesi artificiale (che allora portavo) nella manica del cappotto e poi infilare l’intero cappotto. Se si pensa che, a quell’epoca, si stava in classe con la giacca, si può capire la difficoltà dell’intera operazione ostacolata dall’attrito della manica della giacca con la manica del cappotto. Magari i miei compagni di classe avevano anche fretta di tornare a casa dopo 5 ore di lezione eppure erano là a spendere tempo per aiutarmi.
Grazie vecchi compagni, se qualcuno di voi leggerà questo scritto sarà lieto di ricevere questo ringraziamento ritardato. No, non ho dimenticato quei momenti e il vostro affetto!    

Già qualche pagina fa scrivevo che l’abilità creativa è utile al ragazzo perché lo spinge ad utilizzare risorse fisiche o mentali che altrimenti resterebbero atrofizzate.

Certo io non potevo competere con la forza fisica dei miei amici o dei compagni di classe.

I miei genitori, su consiglio della scuola, mi fecero ottenere l’esonero completo dalle lezioni di educazione fisica.

Ricordo il sentimento di desolazione che mi prendeva quando, seduto su un lato della palestra, assistevo alle esercitazioni di ginnastica dei miei compagni o, peggio, alle loro partite di calcio. Talvolta il professore, assumendosene la responsabilità, mi invitava a partecipare al gioco e quelli erano momenti di vera gioia. Fortunatamente oggi la scuola prevede, per i ragazzi creativamente abili, programmi differenziati di educazione fisica.

Ero consolato dalla constatazione che ero privo di un braccio, ma conservavo intatte le mie facoltà mentali!!
Mi accorsi, con piacere, di avere una bella memoria, una discreta capacità di elaborazione e di sintesi, una grande voglia di leggere e studiare.

No, non sono stato mai un secchione e ho sempre tenuto a seguire i miei interessi (prima extrascolastici poi, più tardi, extralavorativi), ma mi piaceva leggere, approfondire, collegare le nozioni e i fatti gli uni con gli altri, trarne conclusioni.

E allora ecco la mia abilità creativa spingermi ad utilizzare al massimo la mia mente, aiutarmi ad emergere sotto l’aspetto degli studi e della leadership intellettuale. 
Con il passare degli anni mi resi conto di quanto l’autostima sia necessaria per il successo morale e materiale di una persona. In quel periodo io stavo forgiando quella autostima che mi sarebbe stata utile, molto utile, negli anni futuri.

Confermò la mia autostima, con molto piacere, un episodio che mi capitò  in terza media.
Nella  mia scuola  esistevano 3 sezioni contraddistinte con le lettere A, B e C, nella prima la lingua estera che si studiava era il francese, nelle altre due l’inglese.
Io ero inserito nella sezione A su consiglio del medico di famiglia il quale, avendo io saltato la seconda elementare, preferiva che seguissi, per non affaticarmi, una lingua come il francese ritenuta più semplice dell’inglese.
La Presidenza dell’Istituto indisse una gara di lettere fra le tre sezioni della terza media, convinta che questa sarebbe stata vinta dalla sezione C nella quale, a giudizio del Preside, erano presenti i ragazzi più preparati.


La gara si sarebbe svolta in due turni tra due terne di concorrenti delle tre sezioni.
ll Prof. Santelli, nostro caro docente di lettere, mi inserì nella prima terna ma io, avviluppato dalla  timidezza, chiesi di non partecipare e il Prof. mi accontentò designando un altro compagno di classe.

Il primo turno di sfida non andò bene per noi e quelli della sezione C si accreditarono come i migliori.

In vista del secondo turno, il Prof. scelse due compagni di classe ma, ricordando il mio precedente diniego, si guardava attorno con un po’ di angoscia perché non trovava un terzo concorrente adeguato.
Io mi sentii un po’ in colpa, conscio di non portare il mio contributo al bene della classe e, all’improvviso, lanciai uno sguardo di intesa che venne accolto prontamente dal Prof. che mi integrò nella terna.

Il secondo turno di sfida e la sfida intera vennero vinti dalla nostra sezione specialmente per merito mio che ero stato capace di rispondere ad una domanda di latino, non prevista dal programma, unicamente sulla base del ragionamento. Al ritorno in classe fui portato in trionfo, con affetto, dai compagni.         

Ancora una volta mi veniva confermata la convinzione che la mia caratteristica fisica aveva un peso poco rilevante nelle mie possibilità di successo nella vita. 

Ero ormai adolescente, cominciava a sorgere, ed era ben presente, il problema derivante dalla difficoltà di un mio sereno rapporto con le ragazze, aggravato dal fatto che a scuola eravamo tutti maschi.

Sentivo la mancanza di una mia “fidanzatina”,  ma anche questa difficoltà si sarebbe ben presto risolta (e avrei semmai avuto il problema contrario di un eccesso di “farfallonaggine” o di eccessiva leggerezza nei rapporti con l’altro sesso).














La sindrome  protesi



Come spesso capita a molti ragazzi, “creativamente abili” dal punto di vista fisico, anche a me capitò di incorrere, nel periodo scolastico, in quella che io chiamo la “sindrome della protesi”. In effetti non so se questa sindrome sia mai stata scientificamente accertata, ma io penso che comunque esista, indipendentemente dal fatto che sia citata o meno in qualche libro di psicologia.

Essa consiste nell’opinione che nascondere la difficoltà fisica permetta al ragazzo di evitare i disagi originati dagli sguardi e dalle osservazioni altrui. Sarà pure forse parzialmente vero, ma la mia esperienza è stata diversa.

A 6 anni, prima di iniziare la prima elementare, i miei, sempre a costo di grossi sacrifici, mi comprarono e mi fecero utilizzare una protesi adattata per me. Questa consisteva in un braccio artificiale, di metallo leggero (ma non abbastanza...), all’interno del quale potevo inserire il mio moncherino, e che era sostenuto da un legame al petto e alla spalla sinistra.

Ricordo che ne trassi da subito ben pochi giovamenti dal punto di vista psicologico. Se era vero che questo “coso” (così lo percepivo) perennemente infilato in tasca poteva nascondere la mancanza del braccio, era pur vero che mi rendeva soggetto ad altri e pesanti inconvenienti.
Mi rendeva ad esempio molto difficoltoso il togliermi e l’indossare un impermeabile o un cappotto, operazione per le quali era necessario l’aiuto di un compagno di classe o di un bidello, il che sottolineava la mia mancanza di autonomia.

Sempre nell’ottica dei problemi che una protesi può originare ricordo un episodio che mi causò molto disagio.

Ero arrivato in prima media e il professore di lettere stava facendo l’appello, soffermandosi su ciascuno di noi anche per cominciare a conoscerci.
Quando arrivò il mio turno, come tutti gli altri mi alzai per farmi identificare. Ricordo il commento del prof. Santelli (con il quale poi entrai in una piena armonia personale e didattica): “Sbardella, non ci si presenta, con la mano in tasca!!”. Mi sentii diventare rosso, non per vergogna o per rabbia (ci mancava altro, la colpa non era del professore), ma per un profondo e vasto senso di frustrazione che montava dentro di me.
Con quello che restava della mia energia psicologica e della autoconsapevolezza iniziai, con il braccio sinistro, ad estrarre la protesi dalla tasca.

Il professore rimase a sua volta a disagio e si scusò caldamente con me, profondamente capito. Ma ormai la frittata era fatta. Il lettore può benissimo comprendere la mia sensazione in quel momento se ho questo ricordo così vivo a più di 60 anni di distanza. 
 E che dire delle difficoltà che mi provocava la protesi, mentre giocavo? Sentivo questo “coso” che non faceva parte del mio corpo, che rallentava l’agilità dei miei movimenti che, specialmente nel periodo estivo, mi dava tanto caldo.

Una volta, mentre correvo (ero molto veloce nella corsa) caddi e la protesi mi sbatté  violentemente sul fianco, giungendo a togliermi il respiro, per alcuni secondi. Ricordo ancora con chiarezza, non riuscivo a respirare, ansimavo, temevo di morire...

Comunque questa storia della protesi andò avanti fino al diploma di maturità. Anzi non è giusto parlare della protesi, bensì delle protesi, perché mentre il mio corpo (e il mio braccio sinistro) cresceva, anche il “coso” andava sostituito. In effetti il materiale con il quale veniva costruito era sempre più leggero, il collegamento al corpo era più raffinato, ma restava sempre la forte sensazione che un pezzo di me mi era completamente estraneo.

Nel 1966, la sorella di mia madre, zia Gabriella, con la quale ho avuto sempre un rapporto di forte sintonia (forse perché è stata la mia madrina di battesimo..) mi disse, a mo’ di provocazione durante un periodo di vacanza: “ma perché non te lo togli quel braccio artificiale? Sei un bel ragazzo, biondo, con gli occhi azzurri, intelligente, volitivo e certe volte questa tue doti vengono offuscate, messe in ombra da una certa goffaggine e timidezza causata proprio dal braccio artificiale. Prova a togliertelo. Fra l’altro ora siamo a Palestrina, non a Roma, ti conoscono meno persone, per te sarà più facile iniziare qui”.
Sarà stato l’affetto e la fiducia verso mia zia, sarà stato che ormai ne avevo piene le tasche di sentirmi condizionato dal “coso” o che forse era maturato il momento di una mia decisione forte, resta il fatto che me lo tolsi e cominciai a andare in giro con la manica destra vuota e floscia infilata nella tasca.

La prima uscita fu veramente terribile.
Avevo la sensazione che tutti mi guardassero, che ai passanti interessasse solo la mia manica vuota. Camminavo per strada tenendo sempre il mio sguardo puntato davanti, in alto, in basso, ma comunque non a sinistra o a destra, ben attento a non incrociare gli altri sguardi.
Poi mi resi conto che non era così, che erano in buona parte solo mie impressioni, che la gente aveva spesso ben altri pensieri e preoccupazione che badare al mio braccio e che coloro che pur ci badavano non erano poi tanto colpiti.

Passarono i giorni e gradualmente mi sentivo sempre meno a disagio. La famiglia (mia madre e mio padre, zia Gabriella, zio Franco, i miei cugini, gli amici) mi erano di aiuto e mi sostenevano nella mia decisione di liberarmi della protesi (si, liberarmi è il termine giusto, stavo riacquistando un pezzo della mia libertà). .

Terminato il periodo di Palestrina, tornai a Roma e qui cominciarono di nuovo i guai. La vergogna si impadronì nuovamente di me, un’altra volta sentii sguardi e interessi centrati sulla mia manica vuota... ricordo che cercavo di andare lungo le strade meno trafficate per incontrare il minor numero possibile di persone.
Ma anche stavolta resistetti e superai il momento critico. Dopo un mese le difficoltà erano di gran lunga superate, potei partecipare all’Università, sfoderando la nuova versione di un Giuseppe più libero.

Lì conobbi i carissimi amici Enzo ed Enrico, con i quali a distanza di più di 50 anni ci incontriamo spesso, che non mi fecero assolutamente percepire alcun giudizio. 

Aveva ragione zia Gabriella. Ora ero veramente io, mi sentivo a mio agio, non avevo nulla da nascondere, mi accettavo così come ero e mi presentavo agli altri nella mia interezza di persona diversa, tenendo a mente il concetto che ero ”diverso” nella misura in cui noi tutti siamo “diversi” gli uni dagli altri, e in questo consiste la possibilità di un arricchimento reciproco.

La mia diversità consisteva nella presenza di un solo braccio, altri per quella di una sola gamba, altri ancora perché portavano gli occhiali, alcuni con meno memoria, altri con meno capelli. Occorre veicolare questo sano concetto di diversità, siamo uomini e siamo unici perché siamo tutti diversi gli uni dagli altri.



Circa una decina di anni più tardi, cominciai a flirtare con una ragazza, molto intelligente ma anche molto condizionata dalle apparenze, che mi chiese per quale motivo non portassi una protesi.
Le spiegai che l’avevo portata per 10 lunghi anni, che pesava, che mi sentivo condizionato, che non mi permetteva di percepirmi pienamente me stesso.

Lei insistette, disse che la tecnologia aveva fatto passi da giganti, che sicuramente le protesi erano ora più leggere ed efficaci. Alla fine, reclamando lei affetto nei suoi confronti, mi convinse a recarci insieme presso un prestigioso negozio di apparecchi ortopedici.
Il venditore cominciò a presentarmi una vasta gamma di nuove protesi. In effetti la tecnologia era nel frattempo molto progredita. C’erano, ad esempio, apparecchi molto leggeri, che si muovevano sulla base di una pressione pneumatica (e che quando si muovevano facevano “pfffff”), altri meno sofisticati ma sicuramente tutti erano molto più comodi e leggeri rispetto a quelli che avevo conosciuto e portato. Una amplissima gamma di modelli tra i quali poter scegliere.
Comunque io non riuscivo a decidermi e ad un certo punto il venditore, viste le insistenze della ragazza e le mie resistenze, ebbe un sospetto e mi chiese: “scusi, ma lei lo vuole veramente un apparecchio o si sente perfettamente bene come è ora?”. Dietro la mia affermazione che mi sentivo proprio bene, si rivolse sorridendo (ma con una punta di rimprovero) alla ragazza “Signorina, ma se il suo ragazzo si sente a suo pieno agio senza bisogno della protesi, andrò pure contro i miei interessi, ma non comprendo perché costringerlo a tornare in una situazione di disagio dal quale è uscito”.

Pochi giorni dopo il flirt si era chiuso, avevo capito che la ragazza non era in grado di accettarmi con la mia caratteristica fisica. Ma il “poverino” non ero io o, perlomeno non mi sentivo io.  

Anche smettendo di portare la protesi mi restava comunque sempre l’abitudine di portare camicie o magliette con le maniche lunghe. Non intendevo assolutamente usare quelle con le maniche corte, restava in me uno strano (ma mica tanto....) disagio nel pensare che qualcuno attraverso il varco della manica corta potesse arrivare a vedere quello che non volevo che si vedesse, il mio “braccetto”. 
Ero addirittura ossessionato dal fatto che qualche bimbo, dalla piccolezza della sua statura potesse “sbirciare” nella mia manica...
Sì, in effetti lo percepivo come un pericolo di violazione della mia intimità più profonda, un attentato al mio corpo, al mio essere più vero, si direbbe oggi una violazione della mia privacy.

Si può facilmente capire come questo atteggiamento mi creasse tante difficoltà e mi ostacolasse nel vivere più pienamente la mia esistenza.
Difficoltà minori come quella di stare in piena estate con le maniche lunghe e di sopportare un caldo atroce.
Difficoltà maggiori, che si manifestavano nella mia ritrosia ad affrontare certi luoghi come ad esempio le spiagge o le discoteche.

E’ difficile andare e restare sulla spiaggia, magari portarsi anche sulla riva del mare e bagnarsi le gambe mentre si indossa una bella maglietta con le maniche lunghe (di cui una svolazzante al vento!) e invece tutti gli altri sono con slip e con la parte superiore del corpo nuda, sguazzando nell’acqua e nuotando tranquillamente.
Come pure è difficile andare in discoteca e scatenarsi a ballare con una manica vuota svolazzante sulla propria destra.
In entrambi i casi si ha sempre l’impressione di sentirsi tutti gli sguardi addosso, si prova un enorme disagio, una voglia matta di andarsene o di starsene in disparte.

Solo pochi anni fa ho vinto questa difficoltà, anche grazie all’amore affettuoso e compartecipe di mia moglie Patrizia.

Ho preso ancora una volta (non si finisce mai...) coscienza che il mio corpo è comunque perfetto, pur nel limite di un braccio invece di due, che non ho nulla di cui vergognarmi o da nascondere, che anzi la vista del mio limite (e di come io lo vivo) può trasformarsi in una occasione per dare agli altri l’opportunità di ampliare la loro visione della vita, il loro modo di pensare alla fisicità dei corpi, di concepire la “normalità” degli esseri umani e di rivedere il loro  giudizio su quelli che si reputano  troppo facilmente anormali in quanto “diversi”.

Di qui la decisione, presa da pochi anni di vestire anche con camicie e magliette dalle maniche corte, mantenendo solo l’attenzione, per rispetto verso la possibile sensibilità degli altri, a nascondere la vista del braccetto.

Di qui la decisione di scendere in piscina o andare al mare, serenamente, con una maglietta con le maniche corte, bagnandomi tranquillamente fin sotto la cintola.

Di qui la decisione, presa quest’anno, di andare in acqua bagnandomi tranquillamente fino al collo, indossando solo una maglietta intima (possibilmente colorata) che celasse agli sguardi il mio braccetto.
La cosa più stupefacente è stata la sorpresa nell’accorgermi che quasi nessuno faceva caso a me, il constatare che il sentirsi gli sguardi addosso il più delle volte costituisce solo una percezione psicologica e niente più.


Proprio così come quella volta che, durante una lunga fila ad uno sportello pubblico, mi misi a conversare, per passare il tempo, con un signore al mio fianco. Dopo più di qualche minuto, durante la conversazione, feci cenno al fatto che mi mancava il braccio e questo signore, con una faccia realmente sincera, mi disse: “mi deve credere, lei porta la sua invalidità con una tale noncuranza e semplicità che, finché lei non l’ha messa in evidenza, non l’avevo notata...”.

Questo per dimostrare come i creativamente abili spesso si facciano male da soli vedendo non la realtà che li circonda ma una falsa personale percezione di quella realtà.           

 
 



     


            

     




MATURITA’



Lavoro[1]



Devo ammettere che sono stato molto fortunato nell’aver trovato un buon lavoro presso un Società multinazionale seria quale l’IBM Italia e di averci lavorato per più di 30 anni ininterrottamente.

Ma l’inizio non era stato molto promettente, nonostante io abbia sempre pensato e sia tuttora convinto che la preparazione scolastica adeguata e la serietà personale e professionale siano elementi basilari per trovare un lavoro e per consolidarlo.

Laureato con il massimo dei voti in Giurisprudenza all’Università di Roma, in possesso di altri titoli quali la partecipazione a numerosi e importanti corsi sia durante il periodo universitario che subito dopo (ho anche vinto una Borsa di studio per un Master di Diritto parlamentare all’Università di Firenze), ho avuto grosse difficoltà a trovare lavoro.
In primo luogo perché ci trovavamo negli anni ’70, in piena prima Repubblica, in un momento in cui non solo i posti pubblici erano in larghissima parte lottizzati a seconda delle parti politiche (e io non avevo un serio appoggio politico), ma anche i privati dovevano (anche se in misura minore) fare i conti con le richieste sindacali e politiche.

Il problema dell’invalidità (questa volta bisogna proprio chiamarla così) esisteva poi, e come! L’invalidità che, in teoria, avrebbe dovuto favorirmi perché la normativa di legge prevedeva una quota di assunti per gli invalidi civili, si rivelò presto un ostacolo difficile da sormontare.

Infatti notai subito come fossero molteplici gli stratagemmi usati dalle Aziende per aggirare la legge. 
Uno per tutti. Nel 1972  partecipai ad un concorso in una Società pubblica di assicurazioni per 20 posti di funzionario. 
Dopo gli esami scritti seppi, tramite un impiegato all’interno della Società amico di mio padre, che ero risultato nono in graduatoria e pertanto mi accinsi ad affrontare fiduciosamente le prove orali. Dopo tali prove, nelle quali mi pareva di essere stato brillante e gli interventi di “raccomandazioni” (o, meglio, di “commendatizie” come lessi su un librone sbirciato su un tavolo della Direzione del Personale) per gli altri candidai seppi, sempre informalmente, che ero scivolato al 21mo posto!! 
Poiché avevo accertato che la Compagnia in questione non aveva coperto la prevista quota legale di invalidi civili (la quota avrebbe dovuto essere coperta con i candidati risultati idonei, anche se non vincitori di concorso) chiesi formalmente alla stessa se ero risultato idoneo. La risposta formale fu fulminante e dolorosa per me: una lettera molto burocratica mi comunicava che non ero stato considerato idoneo. Un’ assurdità (dato che ero al  21mo su 20 posti disponibili ed era impossibile ritenere che non ci fossero altri candidati idonei in aggiunta ai vincitori della selezione), ma purtroppo, essendo la graduatoria riservata ed essendo la selezione a carattere privatistico, non avevo alcun solido appiglio legale per presentare ricorso.

Il lettore può immaginare la mia riconoscenza verso l’IBM (alla quale avevo inoltrato, con poche speranze, la mia domanda di assunzione) che invece aveva affrontato molto serenamente il problema. Mi fu chiesto, con molta gentilezza e accortezza, dal mio primo Capo quale difficoltà pratiche mi comportava la mancanza del braccio e, di fronte alle mie assicurazioni (l’unico reale problema riguardava la mia impossibilità di allacciarmi le scarpe ma, per esempio, riuscivo da solo anche ad annodarmi la cravatta) la questione fu archiviata (e non solo a parole ma realmente!).

Sono stato e sono ancora molto grato all’ IBM per questo approccio pragmatico e penso che buona parte della mia fedeltà aziendale nei 31 anni di impiego sia stata, in larga misura, anche dovuta a questo mio senso di gratitudine.



Purtroppo, a fine 2004, dovetti rendermi conto come questo approccio IBM, che avevo tanto apprezzato, fosse stato superato da un’altra visione. Venne infatti, in quel periodo, lanciato il “diversity award” un riconoscimento aziendale rivolto a premiare i progetti e le azioni tendenti ad integrare in azienda i cosiddetti “diversi” (e venivano citati, riunendo categorie molto diverse fra di loro, gli omosessuali, le lesbiche, le donne, gli handicappati). 
Scrissi subito una e-mail al mio Direttore per dirgli che una delle cose che mi aveva sempre legato all’Azienda era stata la circostanza che non mi ero mai sentito diverso dagli altri colleghi, mentre ora il “diversity award” mi faceva sentire tale e che mi sentivo anzi offeso da quella parte della motivazione del lancio del nuovo riconoscimento, laddove si diceva che la diversity doveva anche sicuramente essere considerata  una opportunità di business!! Chiedevo al Direttore, qualora lo avesse ritenuto opportuno, di portare tale mia lamentela ai dovuti livelli.

Ricordo la sua affettuosa telefonata, nella quale confermava la sua piena adesione alle mia perplessità, ma mi confermava anche che riteneva inutile un inoltro della mia lamentela agli alti livelli, perché l’iniziativa era  partita dalla Casa madre americana ed era molto difficile che la direzione aziendale italiana potesse prendere lo distanze dalla iniziativa o potesse addirittura criticarla (anzi mi aggiunse che forse neppure sarebbe riuscito a capirla).

Lavorando in maniera professionale e coscienziosa ho sempre guadagnato la stima dei miei capi che non mi hanno mai fatto pesare la mia caratteristica fisica. Anzi magari cercavano di trovare modi per rendermi più facile il lavoro allorché avrei dovuto usare entrambe le braccia.

E riuscii a raggiungere anche la Dirigenza senza far parte di alcuna “cordata” interna,

 Ciò che, sulla base della mia esperienza, mi permetto di suggerire ai creativamente abili che affrontano gli ambienti di lavoro è di non sentirsi... invalidi, di non puntare alle quote obbligatorie, di sentirsi capaci, come tutti, di offrire il loro efficace contributo lavorativo.
All’inizio sarà difficile, ci saranno colleghi premurosi che vorranno aiutarvi anche laddove nessun aiuto è necessario, altri colleghi, animati da pregiudizi opposti, penseranno che la vostra venuta, dato che (nel loro pensiero) sarete meno efficienti, si trasformerà in un aggravio di lavoro per loro, vi guarderanno, talvolta con compassione, talaltra con qualcosa che, anche se non antipatia, sarà comunque un sentimento molto vicino a questa.

Dovete resistere, dimostrare, con calma, che in alcune cose sarete superiori a loro, in altre dovrete chiedere il loro aiuto (come loro avranno chiesto il vostro nell’affrontare le questioni nelle quali siete più abili), che non si tratta di ragionare in termini drastici di superiorità o inferiorità assoluta, bensì di diverse attitudini e capacità da integrare per il bene dell’Ufficio e dell’Azienda.

Ricordatevi anche della vostra responsabilità nei confronti degli altri creativamente abili. Se voi non vi comportante bene sul lavoro, fate male anche a loro, diminuendo le possibilità di assunzione dell’intera categoria, lavorando in maniera seria e integrata, aumenterete la fiducia dei datori di lavoro nei creativamente abili.

E anche per trovare lavoro puntate sullo studio, sulla capacità professionale, sulla competenza, fatevi vedere come tutti gli altri, meglio degli altri perche avete, nella vita sofferto di più e saprete anche soffrire di più sul lavoro. I datori di lavoro dovranno sentirsi fieri di aver avuto fiuto nell’assumervi.

Restare alla larga, resistete alla tentazione di pietire una raccomandazione oppure, se proprio volete chiederla, fatelo per stare alla pari con gli altri, non perché siete creativamente abili e vi considerate svantaggiati.

Vedrete che, con la perseveranza, vincerete le vostre battaglie sul luogo di lavoro.           

















Incontri ravvicinati con l’altro genere



Talvolta i creativamente abili trovano difficoltà nell’ avere un atteggiamento sano e maturo verso le coetanee dell’altra metà del cielo.

Alcuni portano avanti un corteggiamento insistente, che può diventare quasi aggressivo, qualora dall’altra parte avvertono un rifiuto, talvolta (occorre dirlo) anche guidato da preconcetti ed espresso con poca delicatezza.. 
Si tratta di quei creativamente abili affetti, in maniera più pesante, da un complesso di inferiorità causato dalla loro difficoltà fisica e che cercano di superarlo con un atteggiamento, diciamo così, molto “attivo” ed invadente.
D’altra parte le donne, dotate di una loro particolare sensibilità, avvertono questa abnorme “carica” di insistenza e tendono a chiudersi in un rifiuto che può essere decisamente netto e doloroso. Ancora peggio può accadere (anche se non mancano eccezioni) se anche la donna è affetta dallo stesso complesso e accetta la corte, in quanto dall’incontro di due difficoltà difficilmente può discendere un rapporto sano e equilibrato.

Ci sono poi dei creativamente abili in cui il senso di insicurezza originato dalla loro caratteristica fisica li porta ad una riservatezza e timidezza estreme. 
Questi hanno difficoltà quasi insormontabili nel farsi avanti e allacciare un rapporto di amicizia prima ancora di iniziare un corteggiamento.
In questo caso dovranno avere la fortuna di trovare donne particolarmente sensibili e capaci, in un primo momento, di assumere l’iniziativa di una bella amicizia e poi, magari, anche di aprire  il cuore del ragazzo ad un diverso tipo di rapporto.
Qualora questo avvenga ci si avvierà verso una relazione particolarmente bella, densa ed equilibrata, perché il creativamente abile “accettato” è capace di amare in un modo veramente romantico e positivo.

Vi sono poi i creativamente abili che hanno pienamente accettato la loro caratteristica fisica, che si sentono “diversi” nella misura in cui la diversità di ogni persona umana è la normalità. Per  fortuna, pensate quanto sarebbe noioso un mondo in cui tutte le persone fossero uguali!
Questi creativamente abili non tengono conto della loro difficoltà, si pongono di fronte all’altro genere come tutti gli altri, incontrano gli stessi problemi, le stesse gioie, le stesse delusioni. I loro corteggiamenti, le loro unioni possono finire male o bene come quelle di tutti.

Mi costa dirlo (ma questo libro non è utile a nessuno se non si basa sulla sincerità). Sono passato attraverso tutti e tre gli atteggiamenti appena descritti.

Da adolescente ero timido, chiuso, con pochi amici, devoto particolarmente a coltivare la mia mente e la mia memoria con letture anche pesanti (a 16 anni ebbi la forza, e la sventura di leggermi un libro di politica economica). Mi piacevano le ragazze, ma non sapevo come rapportarmi con loro, e c’erano poche occasioni per socializzare, anche perché il Nazareno (la mia scuola) era esclusivamente aperto ai maschi.
Né mi aiutava l’avere una protesi, fatto che, come detto più sopra, mi faceva percepire come diverso, come goffo, come un uomo assolutamente non desiderabile.

La decisione di fare a meno della protesi fu il primo passo del cambiamento, il sintomo che cominciavo ad accettarmi e a “vedermi” bene così come ero. Si trattava sicuramente di un aumento forte di autostima.

Quasi in contemporanea abbi la fortuna di entrare nel Centro Fides, una associazione della mia Parrocchia, nella quale (e per quei tempi era veramente l’eccezione in ambito cattolico) potevano essere accettati sia ragazzi che ragazze. Devo molto ai primi 6 anni passati al Centro Fides, molto decisivi per alcuni aspetti della mia personalità.
Qui ebbi la fortuna di incontrare sia ragazzi che ragazze molto in gamba (e di alcuni di essi, Carla, Antonietta, Mariano, Guido, Enrico, Enzo, Lia, Pompeo, sono rimasti tuttora cari amici).

Sempre qui passai la fase (per fortuna breve) dei corteggiamenti insistenti e immaturi. Sbagliavo ma forse la fretta era anche dovuta anche al, chiamiamolo così, “arretrato” affettivo accumulato negli anni precedenti.

I due – tre fallimenti ricevuti mi fecero riflettere e assunsi la consapevolezza della necessità di un cambiamento e della necessità di un approccio diverso. In questa riflessione fui molto aiutato dagli amici e dalle amiche di quel periodo.

I rapporti costituitisi negli anni successivi furono costruiti su base più salde di maturità, di dialogo, di reciprocità. I loro fallimenti furono dovuti essenzialmente al fatto che non ero ancora pronto per un rapporto duraturo, i miei continui impegni esterni erano un freno alla possibilità di un tale tipo di rapporto. Sono però ben fiero che la maggior parte delle mie “ragazze” di quell’epoca siano rimaste mie amiche.

Desidero qui ricordare un episodio che mi appare molto significativo.

Dopo la chiusura di un rapporto per mia decisione, fui aspramente rimproverato da un mio caro amico, anche lui affetto da una difficoltà fisica, seppure molto più lieve della mia.
“Ma non ti rendi conto che hai sbagliato? Quando pensi di trovare un’altra ragazza in gamba come ....? E poi noi dobbiamo stare particolarmente attenti a non perdere questa occasioni”.
Inizialmente non riuscivo a capire, poi mi resi conto che l’amico si riferiva chiaramente al fatto che noi eravamo creativamente abili e che avremmo pertanto avuto più difficoltà degli altri a trovare una partner per la nostra vita.
“Sbagli tu se la pensi in questo modo” risposi anche un po’ arrabbiato “io su questo punto non mi sento assolutamente diverso da tutti gli altri. Avrò più o meno rapporti, più o meno successi, come capita a tutti, e troverò anche io la partner giusta per la mia vita”.
Non so se quel mio amico comprese fino in fondo la mia risposta e i motivi che la sostenevano. Dopo qualche anno si sposò, ebbe una bella bambina, ma purtroppo ebbe poco tempo per godersela. Quando seppi della sua morte, ne fui profondamente addolorato. 

Nel 2002, a 54 anni, mi sono sposato. Una esperienza meravigliosa, con una persona stupenda.
Spero di essere un buon marito. Il matrimonio è fatto di fiducia nell’altro, di speranza nel futuro, di apertura al mondo.
Per la riuscita di un matrimonio è fondamentale la piena accettazione del partner, e chi meglio di un creativamente abile, che ha avuto la forza di farlo con se stesso, può accettare pienamente il partner così come è, di amarlo così come è, senza la pretesa di cambiarlo?

Si, il creativamente abile, proprio per il disagio che ha vissuto, per la propria esperienza di faticosa crescita e di liberazione, può essere un ottimo compagno di vita.

Lo sappiano i creativamente abili, i loro genitori, lo sappiano i loro potenziali partners e i loro genitori! 





                 



Staminali e dintorni



Quando ero molto piccolo ricordo che pregavo Gesù e la Madonnina affinché mi facessero ricrescere il mio “braccetto”. Quando mia madre partì per un breve pellegrinaggio a Lourdes, immaginai che fosse partita per pregare la Madonna di farmi il miracolo e pregai tanto.

Gradualmente abbandonai, con la crescita, questo tipo di preghiere e indirizzai le mie implorazioni affinché potessi divenire più buono, più serio, più attento alla esigenze degli altri, in una parola che potessi realizzarmi pienamente nel mondo secondo il bel disegno che il buon Dio aveva avuto su di me (anche senza il braccio destro).

Ma non ho mai ridicolizzato quelle mie preghiere di bambino; sono certo che il Signore le ha accolte e l’ha trasformare in sua benevolenza nei miei confronti. E, a pensare quante ne ho combinate finora, di benevolenza ce ne è propria voluta.

Ho raccontato questo per dimostrare come da bambino avessi ardentemente desiderato di riavere il mio braccio, come non sia stato facile accettare la mancanza, come sia difficile per ogni creativamente abile accettare la propria difficoltà fisica (non  è sicuramente facile, non è una passeggiata!).
Solo con il passare del tempo, con l’aiuto, come già ho scritto, di buoni genitori e di buoni amici, accettai il mio stato e cominciai a lavorare mentalmente e praticamente per compensare la mancanza e per farla, se possibile, diventare una risorsa.

La ricerca scientifica fortunatamente va sempre avanti (anche se talvolta si tratta di progressi eticamente ciechi).

Periodicamente continua ad accadermi che, in occasione di scoperte scientifiche che interessano la riproduzione di cellule, o l’invenzione di particolari collegamenti tra corpo e protesi artificiali, qualcuno (talvolta amici, più spesso solo conoscenti) mi domandi: “ma a te non può interessare per la tua invalidità?”.

L’ultima volta accadde in occasione del referendum sulle cellule staminali. Qualcuno argomentò che sicuramente avrei votato a favore perché “chissà che, in un futuro prossimo, tramite inserimenti di staminali sane nel tuo braccio, non lo si possa far ricrescere?”.
Non so sinceramente se la domanda potesse avere un valore scientifico e non voglio qui rivelare il mio comportamento in occasione di quel referendum. Vorrei però porre e, in particolare, pormi una domanda che potrebbe essere di interesse per parenti e amici di creativamente abili, e per gli stessi creativamente abili, precisando che la mia risposta è esclusivamente personale e basata sulla mia esperienza e la mia sensibilità.

La domanda è: ”se qualcuno, dotato di autorevolezza scientifica ti chiedesse cosa risponderesti?”

Chiunque non sia creativamente abile riterrebbe scontata una risposta positiva, ma la questione non è poi cosi facile.

La risposta, infatti, in piena coscienza, non è semplice e deve necessariamente essere articolata.
Voglio essere sincero. Interrogandomi nel profondo e andando con la mente agli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, sono certo che il braccio mi è mancato, la mia autostima ne era indebolita, sarei stato molto, ma molto contento, se avessi avuto anche l’altro braccio.

Questa fase è durata, più o meno, per tutto il periodo durante il quale ho portato la protesi; in effetti la presenza della protesi confermava che non mi sentivo “intero” senza di essa.

Una volta che mi sono tolto la protesi, sicuramente la situazione è cambiata, accettavo me stesso e mi ritenevo “perfetto” nel senso di “compiuto” e “bello” anche senza il braccio.
Ma questo voleva dire che lo avrei rifiutato se qualcuno mi avesse garantito che lo avrei potuto avere?

Penso proprio che, nonostante la situazione di equilibrio raggiunta, avrei accettato di avere anche il braccio destro.
Non a tutti i costi certo (e questa è forse la differenza sostanziale rispetto alla fase dell’adolescenza). Non avrei accettato di sottopormi a interventi chirurgici rischiosi o comunque non avrei acconsentito qualora ciò avesse comportato una notevole spesa. 
Il vantaggio arrecatomi dell’equilibrio raggiunto mi avrebbe consentito di operare una scelta abbastanza serena e mi avrebbe anche dato la forza anche di saper rifiutare.

Vi sembra strano? E allora proseguiamo nel ragionamento.

Quale sarebbe il mio atteggiamento oggi? 

Oggi ho più di 70 anni, ho imparato a vivere con un braccio solo, mi sono abituato a fare delle cose in modo diverso da come le fanno molti altri, mi sono anche assuefatto a non poter fare alcune cose (anche se non si sa mai, in futuro potrei trovare il modo di farle..).

Le abitudini, gli schemi mentali sono importanti.

Certo, costituiscono dei limiti perché, in pratica, si presentano come dei binari comodi sui quali condurre l’esistenza ma, contemporaneamente tendono ad affievolire la nostra capacità di creare nuove soluzioni, basandosi sull’esperienza acquisita.

 Rappresentano nel contempo anche dei vantaggi perché permettono di avere una soluzione pronta risparmiando il tempo, e soprattutto l’energia e lo sforzo di individuarne ogni volta una.

Il giusto equilibrio si potrebbe trovare nell’utilizzare con ragionevolezza gli schemi mentali e le abitudini senza peraltro diventare schiavi di esse.

Il problema è che, con l’avanzare dell’età, il bagaglio dell’esperienza si accumula, le abitudini si consolidano, diventa sempre più difficile avere la voglia e la forza di cercare nuove strade e, anche quando qualcuno ce le offrisse su un piatto d’argento diventerebbe arduo e comunque molto faticoso perseguirle.

Se qualcuno oggi mi dicesse di essere in grado di farmi avere un braccio destro, senza grosse difficoltà e a costi contenuti, molto probabilmente direi di no.

Convivo ormai con la mia “abilità creativa”, mi sento io, totalmente integro e completo, senza il mio braccio, ho acquistato un modo di vivere consolidato che mi permette di vivere bene, non mi andrebbe di affrontare una novità così dirompente.
Non so se riuscite a capire, ma dovrei, in pratica, ricominciare a imparare a come agire e, in qualche modo, anche a come pensare. Dovrei avere la forza di dover ripensare ogni movimento per poterlo fare, nel modo più efficiente possibile, con due braccia.
Vi sembrerà strano ma dovrei reiniziare il percorso di accettazione di me stesso, dovrei accettare una nuova identità personale, con due braccia.

Sinceramente non so se riuscirete a condividere questa riflessione che vi sembrerà scioccante, ma oggi, con grandissima probabilità, rifiuterei di avere due braccia!!

Forse 30 (anche 20) anni fa, la risposta sarebbe stata diversa perché il cammino di accettazione di me stesso era forse meno pieno e completo, può darsi che, magari fra un anno, eventi imprevedibili mi facciano dare una risposta diversa da quello che sto dando ora. Quello che invito i miei lettori a non fare è di non pensare a risposte facilmente scontate. 

Quanto sopra non vuol dire assolutamente che io sia contrario alla ricerca scientifica o che la ritenga inutile o superflua.

Sono più che mai convinto che lo scopo dell’uomo è quello di andare sempre avanti, di progredire verso la perfezione e che la ricerca nei campi della genetica e della microbiologia è indispensabile per procedere in questo progresso.

Sono peraltro anche più che mai convinto che non è vero progresso quello che altera l’evoluzione naturale delle cose o che tende a fare dell’uomo il padrone della vita.

Non mi sfugge il rischio che questa impostazione possa essere interpretata in modo conservatore, sono pienamente cosciente che il confine tra natura e cultura è molto labile e che spesso dietro la difesa dei principi naturali si cela la voglia di bloccare evoluzioni culturali e sociali.

Ci sono però alcune aree in cui il “naturale” è veramente naturale e non elaborazione culturale, in quelle aree l’uomo o non deve entrare o deve entrare con estrema delicatezza.
Una di queste aree, per tornare all’inizio di questo capitolo, è quella della ricerca sulla cellule staminali. E’ importante che si proceda nella ricerca, ben consapevoli dei vincoli di carattere etico, perché questo può essere veramente un campo determinante per un miglioramento futuro (sperandolo più vicino possibile) della vita umana.


   



   









                               Le cose che non posso fare..



Come detto nelle righe iniziali, uno dei grandi meriti che mia madre ha avuto nella mia crescita umana e nella graduale e progressiva accettazione della mia caratteristica fisica, è sicuramente consistito nel fatto di avermi reso consapevole delle molte cose che pensavo di non poter fare e che invece ho scoperto essere alla mia portata.

Oggi sono consapevole di avere delle difficoltà che rimangono insormontabili:

La prima che mi viene in mente è che non posso allacciarmi le scarpe. Però è anche vero che non c’è problema ad usare i mocassini....

A proposito di lacci de scarpe ricordo una esperienza interessante.

Dovevo operarmi di ernia inguinale mi stavo sottoponendo alla visita medica di un noto chirurgo. Venimmo serenamente a parlare della mia difficoltà fisica ed io, scherzando gli dissi che una delle poche cose che non potevo fare era legare i lacci delle scarpe.
Il chirurgo mi guardò sorridendo e mi rispose: “Guardi, se vuole, glielo insegno io, noi chirurghi siamo in grado di allacciare i punti per suturare le ferite con una mano sola. E può ben capire che quei lacci non si devono assolutamente slegare”. 
Sorrisi anche io, ma non gli chiesi di imparare, pensai sinceramente che forse sarebbe stato più  facile comprare i mocassini.  

Sempre a proposito di difficoltà insormontabili continuerei con l’impossibilità di mettere l’orologio da polso. Però, anche in questo caso, è vero che posso mettere quello da taschino o quello con il cinturino con il bottone e usare denti e mento per allacciarlo (difficile, ma non impossibile, provare per credere...) o, magari oggi, usare l’orologio del mio cellulare.

Un’altra difficoltà insormontabile è quella di sbucciare la frutta. Però perché non prendere la banana (facilmente sbucciabile) o mangiare il frutto con la buccia, dopo averla adeguatamente lavata?

Guidare l’automobile? Una passeggiata con il cambio automatico e con alcuni accorgimenti speciali che peraltro suggerirei a tutti di adottare al fine di avere una guida più facile e piacevole.

Alla fine della fiera sono ben poche le difficoltà che non si possono superare in assoluto. Tutti gli altri problemi possono essere risolti usando la fantasia o altre parti del corpo.

Oppure, quando non se ne ha voglia oppure ci si è stancati di essere originali, usando un’altra tecnica collaudatissima: chiedere aiuto!
Per un creativamente abile chiedere aiuto è un comportamento difficile e psicologicamente molto faticoso. Vuol dire prendere coscienza che non la si fa e che occorre accettare una impossibilità. 
Peraltro visto, sotto un altro punto di vista è il momento di una più piena accettazione della propria difficoltà fisica, è un procedere lungo un cammino di emancipazione e di realizzazione.

Anche qui ricordo un episodio simpatico.

Avevo un po’ più di 40 anni e mi trovavo a Gaeta a pranzo in compagnia di alcuni veri amici, persone con le quali esisteva un rapporto profondo.

Verso il termine del pranzo il cameriere portò la frutta, qualcuno me ne offrì e io stavo per eseguire la mia consueta “manfrina” in casi del genere: “no, grazie, non ne mangio, non mi piace”.
Poi mi chiesi “ma perché, perché devo rifiutare la frutta quando posso serenamente chiedere all’amico Toni (quello che me l’aveva offerta) di sbucciarmela. Dove è il problema? Toni mi vuole bene, lo farebbe con piacere e io mangerei qualcosa che mi piace”.
Così la mia risposta fu: “volentieri Toni, potresti, per piacere, prima sbucciarmela?
Si alzò un coro dal tavolo “finalmente!!”. I miei amici avevano notato altre volte, senza che io me ne accorgessi, questo atteggiamento di sostanziale chiusura verso l’altrui aiuto ed erano ben contenti che finalmente lo avessi superato.

Mi rivolgo ai creativamente abili. Non abbiate paura, non abbiate paura di chiedere aiuto. Le persone sono il più delle volte molto migliori di quello che noi pensiamo e l’umanità che abita in ognuno di noi ci porta naturalmente a cooperare nei momenti difficili.

Nessuno, vedendo un creativamente abile che non “ci marcia”[2] ma che realmente è in difficoltà e che chiede aiuto, glielo rifiuterà.  

Qualche volta l’aiuto arriva senza nemmeno che lo si chieda, anzi addirittura prima che il creativamente abile si accorda della difficoltà.

I primi personal computer avevano una funzione di “reset” che consisteva nello spingere contemporaneamente i tasti “control”, “alternate” e “delete”, un meccanismo semplicissimo che però era quasi impraticabile da una persona priva di un braccio perché i primi due tasti erano sulla sinistra e il terzo sulla destra. I costruttori dei PC, consci della rischiosità di attivare inavvertitamente il “reset” (con conseguente perdita dei dati non salvati) avevano pensato a questo meccanismo il cui funzionamento prevedeva comunque l’uso di entrambe le braccia. Un uso voluto perché la funzione di “reset” è estremamente delicata e l’utilizzo di entrambe la braccia voleva costituire un “warning” (un avvertimento psicologico) all’utente per renderlo più consapevole dell’operazione che stava effettuando.

Mi posi il problema di come avrei mai potuto usare un PC proprio a causa della necessità, in quelle situazioni, di avvalersi di due braccia. Provai anche ad ipotizzare alcune possibili soluzioni: una poteva essere quella di premere con il gomito i due tasti sulla sinistra e con la mano quello sulla destra.

Quando, su richiesta del mio capo IBM, mi vidi portare sulla scrivania un PC, in effetti storsi il naso (sarei riuscito ad utilizzare appropriatamente la funzione di reset?). 
Invece, guardando più attentamente, mi resi conto che il mio capo, con la collaborazione della funzione tecnica, aveva fatto modificare una parte della tastiera per permettermi il pieno uso del reset.

Fui molto grato a Corrado (questo era il suo nome) perché si era pienamente reso conto in anticipo di quale sarebbe stata la mia difficoltà, e aveva saputo ovviarci in maniera efficace senza neppure avvertirmi. Fu proprio un bel regalo.  

Ci son poi cose che si possono fare, o azioni che si possono compiere, solo a costo di gravosi sacrifici finanziari o in termini di fatica fisica abnorme o di complessità.
In questi casi può essere necessario fare una valutazione sulla effettiva opportunità e utilità concreta di affrontare tali sacrifici.

Quando ero bambino ero molto contento di scorazzare con la mia bicicletta sui viali di un giardino vicino alla Stazione Termini o della casa di mio padre a Grottaferrata.

Essendo bambino (per di più senza un braccio) il mio equilibrio era aiutato da due rotelline collegate alla ruota posteriore della bicicletta.

La mia gioia finì presto perché le bici da ragazzo e da adulto hanno solo due ruote e non contemplano le due rotelle posteriori.

Direte voi, ma potevi chiedere ai tuoi genitori di farle aggiungere?

Ostavano due ordini di motivi. Il primo era di carattere finanziario, già i miei (non particolarmente ricchi) pagavano la retta (salata) della mia scuola privata e, all’incirca ogni due anni, il costo di una nuova protesi (da adattare al mio corpo che cresceva). Il secondo motivo era di ordine psicologico: non mi andava di essere osservato come una persona “strana” che, in età da ragazzo, continuava ad usare una bicicletta da bambino.

D’altra parte, anche con l’aiuto di amici, feci vari tentativi, tutti infruttuosi, di utilizzare una bici normale. Subito il mio corpo si squilibrava dalla parte del mio braccio sinistro.

Il periodo trascorso sul lavoro mi fece completamente dimenticare la cosa che, però tornò alla ribalta della mia mente appena andai in pensione.

Nel frattempo avevo notato che erano state prodotte anche motociclette con tre ruote (di cui due davanti) che avrebbero dovuto garantire una maggiore stabilità anche a persone con le mie caratteristiche fisiche.

Un venditore di biciclette, al quale mi ero rivolto, mi disse anche che avrei potuto fare tranquillamente aggiungere alla bici le famose due rotelle di quando ero bambino e, se avessi voluto, anche un piccolo motorino di sostegno alla pedalata.

Dunque il tutto era a portata di mano; il costo della bici completa di rotelle e motorino si sarebbe aggirato sui 500-700 euro, nemmeno tanto.

Si, nemmeno tanto, ma troppo, decisamente troppo per soddisfare un capriccio. Che ci avrei fatto con una bici a più di 60 anni, quando ormai mi ero abituato ad andare a piedi, con i mezzi pubblici o, quando proprio era necessario, con una macchina?

Era una necessità o appunto un capriccio? E, se era un capriccio, era giusto spendere 500 – 700 euro per soddisfarlo?

Sono certo che la maggioranza dei miei lettori mi disapproverà, ma decisi che c’erano mille modi più utili per spendere quella somma (un piccolo viaggio con mia moglie, acquisto di libri o di cose per casa, aiuto a persone in difficoltà...).

L’esperienza della bicicletta è servita a farmi crescere (anche a 60 anni) a capire che non tutto ciò che è possibile acquistare per soddisfare un tuo desiderio, è giusto acquistarlo…   

Oggi, dopo l’esperienza del lockdown, la voglia di comprare una bicicletta mi è tornata; e chissà che non sia la volta buona!

 Avevo appena finito di scrivere questo capitolo che la mia vita di creativamente abile si è arricchita di una nuova esperienza di rapporto con persone che vogliono aiutarmi (nella maniera sbagliata)

Stavo partecipando alla S. Messa domenicale insieme a Patrizia e avevamo davanti a noi sul banco due foglietti per seguire meglio la liturgia.
Vicino a noi un’altra coppia, più anziana, compunta, molto attenta a seguire la S. Messa, ma senza il foglietto davanti forse perché ne era terminata la distribuzione.
Arrivati alla fine del Gloria, non faccio in tempo a prendere il “mio” foglietto dal banco per girare pagina e poter seguire la lettura che il signore anziano vicino, più veloce di me, lo afferra.

Guarda questo, penso (ma per fortuna rimango in silenzio), se voleva seguire la S. Messa sul foglietto poteva pure dirmelo chiedendomi con garbo se poteva farlo, dato che io potevo leggere anche su quello di Patrizia. Ripeto, rimango zitto per non turbare il raccoglimento liturgico; ve bene, dico tra me e me, lo prendo come un “fioretto”.

Il signore, prende il foglietto, gira la pagina e me lo restituisce. Molto probabilmente pensava che non fossi in grado di farlo da solo e mi aiuta.

Dentro di me, dietro un sorriso formale, un turbinio di sentimenti.
Il primo di rabbia “ma come si permette questo di prendere delle iniziative senza che nessuno gli chieda nulla! pensa che non sia capace neppure di girare una pagina?”.
Il secondo di pentimento “guarda avevo pensato male di lui, che volesse accaparrarsi il foglietto e voleva solo aiutarmi...”.
Il terzo di autocritica “devo imparare a non dare le cose per scontate e ad accettare gli aiuti non necessari”.

Ecco appunto, gli aiuti non necessari sono quelli più difficili da accettare.

E’ facile (ora, dopo lungo tempo) dire di si a qualcuno che ti vuole sbucciare la mela o allacciare le scarpe, è facile (sempre ora) accettare che magari lo faccia senza neppure chiederti il permesso.

E’ invece molto difficile accettare che qualcuno ti aiuti spontaneamente quando l’aiuto non è proprio necessario. Viene da pensare infatti che se si comporta così vuol dire che “vede” più l’invalidità che la persona che ha davanti, e questo è terribilmente offensivo per un creativamente abile. E’ come dirgli, ho visto che tu non puoi essere in grado da solo, ci penso io al tuo posto, senza neppure chiedertelo.

Ci sono rimasto io che pure ho, sulle spalle, oltre 60 anni di questa vita e ho imparato largamente ad accettarla, potete ben comprendere la reazione emotiva che può suscitare un simile comportamento in un ragazzo o, peggio, in un bambino, in pratica una conferma della propria inferiorità.

Due suggerimenti.

Il primo alle persone brave e buone che, in buona fede, vogliono aiutare un creativamente abile, senza chiederglielo: chiedetelo prima e con la debita cautela.

Il secondo ai creativamente abili può essere racchiuso nel motto dantesco “non ti curar di loro ma guarda e passa”. Voi non siete “creativamente abili”, siete prima di tutto delle “persone” e nessuno, con il suo comportamento vi può togliere la dignità di persona umana.
















Domande da difficile risposta



Ecco, penso, mi sta scrutando intensamente oppure (il che è lo stesso) evita di guardarmi ma  la sua mente è lì, sul mio braccio mancante, ora arriva la domanda.

Quante volte, nel corso della mia vita, mi è passato per la mente questo pensiero vedendo lo sguardo di un conoscente, uno sguardo più o meno fisso, o più o meno evitante quella zona vuota del mio corpo dove avrebbe dovuto esserci il mio braccio destro!

Poi, inevitabile, arriva la domanda: “Scusami, non so se posso permettermi”, ma intanto si permette, “come mai senza il braccio?”.

Ormai sono più che abituato, rispondo pacatamente che ci sono nato, che è meglio nascerci che diventarci, che in fondo (e a questo punto sconcerto con l’ironia il curioso) è come vincere una lotteria alla rovescia, è facile nascere con due braccia, difficile con uno solo.

Non vedo nulla di male se una persona che mi conosce da tempo, con il quale è nata, sulla base di un comune sentire e di una intimità, una relazione di amicizia, mi domandi, o in genere domandi ad un creativamente abile, i motivi della sua caratteristica. In fondo lo si può interpretare come un modo di volergli più bene, di entrare in un rapporto più profondo con lui,

Non è raro il caso che, quando mi sembri che una relazione si sia approfondita e maturata, sia proprio io ad affrontare l’argomento, magari con noncuranza “sai, quando nacqui senza un braccio.....”. E’ un modo come un altro per andargli incontro, per fargli superare un eventuale disagio, per rinsaldare e approfondire l’amicizia reciproca.

Diverso è il caso di chi ti ha appena conosciuto e viene colpito non tanto da te, dalla personalità o dal pensiero o dalla capacità professionale, ma dalla invalidità. Ecco, in questi momenti mi sento percepito più come un oggetto da analizzare che una persona, un soggetto, con il quale entrare in rapporto.
Di qui la risposta ironica, ma anche fredda e tendente a congelare, almeno temporaneamente il rapporto.

I momenti di disagio più forte li ho passati (e forse in parte ancora li passo) quando la domanda mi è rivolta da un bambino.

Quando lo vedevo fissarmi, sapevo che la domanda sarebbe partita, intrisa di quella ingenua curiosità che solo un bambino può avere. Domande di vario tipo: “dove hai nascosto il braccio?”, “perché sei senza un braccio”, “dove hai lasciato il braccio”; domande diverse a seconda delle percezioni e della maturità del bambino.
I bambini di un tempo, più timidi avevano difficoltà a porre domande di tipo personale, quelli di oggi sono portati ad una maggiore franchezza e la domanda sul braccio è pressocché inevitabile.

Un tempo entravo in crisi, fissavo con uno sguardo implorante il genitore affinché intervenisse (e quest’ultimo non lo faceva, perché non sapeva cosa fare, oppure interveniva malamente con uno schiaffo o con un rimprovero) e poi abbozzavo una risposta, che forse è (ora l’ho capito) la peggiore possibile ma che mi salvava: “l’ho snodato e l’ho lasciato a casa”.

Se il bimbo restava sorpreso dalla risposta e non sapeva capacitarsi, il gioco era fatto, se invece il bimbo continuava con le domande (“ma come, il braccio si può togliere e rimettere? Non lo sapevo, mi insegni a farlo?”) erano seri guai e, a questo punto potevo solo sperare nell’aiuto dei genitori che, magari, lo distraevano con qualche gioco.

Ora ho imparato, anche i bambini sono persone, anche se piccoli, capaci di capire, amare e ragionare, vanno aiutate a farlo in un modo corretto. La risposta deve essere dolce, ma anche chiara e sincera, tale da soddisfare ampiamente la sua curiosità ed aiutarlo nella sua crescita umana.

“Sai, sono nato senza un braccio, tu vedi che ci sono bambini che portano gli occhiali perché ci vedono male, altri che sono più deboli e corrono meno degli altri, siamo tutti diversi gli uni dagli altri, la mia diversità consiste nel fatto che ho un braccio solo. Ma non è un grande problema, riesco a fare quasi tutto, vuoi che ti mostri come riesco a farmi la cravatta con un braccio solo?”.

Generalmente a questo punto interviene un genitore, che magari continua il chiarimento sulla stessa linea, il bimbo è soddisfatto, passa ad un’altra curiosità o ad un altro gioco, ma intanto è cresciuto....

Si, è cresciuto perché ha imparato che, in pratica la invalidità non esiste nei fatti, non esiste il diverso perché siamo tutti diversi, gli uni dagli altri, tutti, come disse una volta Giovanni Paolo II, unici ed irripetibili.

Da questa comune diversità il bambino, in un futuro, e opportunamente guidato, potrà trarre la convinzione di vedere la diversità come una risorsa, di capire che la cosiddetta “normalità” non esiste e, se lo fosse, sarebbe definibile come la sintesi di tutte le possibili diversità umane.

Ma sono cresciuto anche io, perché ho imparato a trasformare una difficoltà, un disagio,  in una risorsa, una occasione di contribuire, nel mio infinitamente piccolo, a costruire una società migliore.   

               

       





Problemi di linguaggio[3]



Mi sembra di essere un po’ scontato a parlare di comunicazione a proposito di “abilità creativa”

Ormai il tema della comunicazione efficace è di moda, escono a valanga libri che insegnato le persone a comunicare, particolarmente nell’ottica di  saper “vendere” merci e spesso anche se stessi.

Ma alcuni aspetti della teoria della comunicazione interessano anche il mondo della abilità creativa.

Come qualcuno già saprà, la comunicazione, o meglio il linguaggio, può essere di tre tipi:

1.    verbale che indica il contenuto del messaggio (in pratica il cosa diciamo);

2.    para-verbale che indica le modalità verbali che usiamo nel comunicare, il tono della voce, il timbro, le pause... (in pratica come comunichiamo con la voce);

3.    non verbale che indica le modalità posturali che usiamo nel comunicare, la posizione delle gambe, l’uso delle braccia, lo sguardo, la mimica facciale (in pratica il nostro comportamento mentre comunichiamo).

Secondo voi qual è l’incidenza di questi tre tipi di linguaggio sulle efficacia della comunicazione e del relativo messaggio? 
Sono certo che la maggioranza di noi penserebbe che il contenuto del messaggio sia l’aspetto più importante; un messaggio completo, esauriente, ragionevole dovrebbe avere l’impatto maggiore su chi lo ascolta.
Ebbene studi approfonditi su questi tre tipi di linguaggio hanno sorprendentemente concluso che, relativamente alla efficacia dello stesso si può dire che il linguaggio non verbale conta per il 50%, quello para-verbale per il 30% e quello verbale solo per il 20%.

Dai, ammettetelo, non l’avreste mai sospettato.

Ciò non è senza effetti per il nostro tema.

Mi capita spesso un tipo di esperienza, della quale mi piace raccontare uno del tanti episodi nei quali ricorre.

Qualche giorno fa, mentre passavo del tempo serenamente con alcuni amici, ho detto loro che, per l’appunto stavo scrivendo questo testo, nel quale parlavo della abilità creativa e raccontavo come avevo vissuto e stavo vivendo la mia..
Ho potuto notare che uno di loro mi stava guardando stupito e ho pensato che fosse colpito dalla mia capacità di mettere in piazza qualcosa che avrebbe dovuto essere intimamente solo mio.
Sono rimasto stupito io, invece, sentendo le sue parole: “Giuseppe, sai, sono rimasto spiazzato da quello che hai detto, non ho mai pensato a te come un creativamente abile e solo dopo ho pensato che sei senza un braccio”.     

Anche io ho avuto modo di riflettere su questa osservazione.

In effetti, come dicevo scherzosamente anni fa ad un altro mio amico, io mi dimentico facilmente di essere senza un braccio, mi considero veramente uguale agli altri, diverso ma della diversità che identifica e differenzia tutti gli uomini gli uni dagli altri.

Mandando io questo messaggio, con il mio linguaggio non verbale, molto efficace di uguaglianza con tutti gli altri, molto probabilmente rendo difficile il potermi identificare come un creativamente abile.

Avete notato a persone con abilità creative molto lievi (ad esempio la calvizie precoce) che sono talmente attente ad esse e preoccupate di non mostrarle che fanno sforzi enormi per nasconderle, tanto enormi da non passare inosservati e da non far passare inosservato neanche ciò che vorrebbero ben nascondere?

Possiamo dire che un creativamente abile è tale e viene percepito come tale nella misura in cui si sente creativamente abile? Probabilmente sì.

C’è un altro aspetto del tema del linguaggio che va affrontato.   

Non so dove che ho letto che mentre le definizioni circoscrivono, le descrizioni allargano.

Definire una persona come invalido fa passare in secondo piano il suo essere persona umana per evidenziare una sua pretesa insufficienza fisica o mentale.

Quando ero bambino e poi ragazzo, mi ricordo che la definizione in voga per chi aveva una particolare caratteristica fisica o mentale era quella di invalido.

C’erano, ricordo, gli invalidi di guerra, quelli di lavoro, infine c’erano gli invalidi civili. Ci fu una grande battaglia civile quando ero ragazzo per ottenere una legge che desse certi benefici agli invalidi civili in tema di lavoro e di indennità.

Passati alcuni anni, il termine invalido lentamente venne abbandonato, non si voleva giustamente metter in evidenza l’aspetto negativo di una carenza. Il termine rimase solo nei provvedimenti di legge, in particolare quelli datati.

Ora andava di moda l’inglese e venimmo definiti handicappati, come quei cavalli che, nelle corse ippiche portano dei pesi. Sono considerati infatti troppo bravi rispetto agli altri concorrenti e vengono gravati di pesi per portarli alla pari con gli altri.

Beh, mettetevi nei miei panni, ma a me sentirmi gravato con un peso nel rapporto con gli altri, anche se il peso lo portassi perché vengo considerato migliore, proprio non piace.

Anche perché è molto facile passare da considerare l’handicappato come una persona gravata da un peso, al considerarlo come un peso per la società. Sarà, ma mi viene spontaneamente in mente la Rupe Tarpea dalla quale, nell’antica Roma, venivano gettati e uccisi i neonati creativamente abili.

Saltando forse alcune altre tappe, ora la società ci chiama “diversamente abili” intendendo che siamo abili sì ma con modalità operative diverse dagli altri.

Certo, il progresso c’è, la definizione rende giustizia ad una sana uguaglianza di fondo, presuppone una parità nella capacità di fare le cose, seppure con strumenti o modi che possono essere diversi e insoliti o passare anche attraverso l’aiuto di altre persone.
Rimane anche così il problema che ho posto all’inizio, ogni definizione tende a circoscrivere, in qualche modo anche a ghettizzare.

Capisco che diversamente abili è un termine più appropriato e per nulla offensivo. Peraltro finché si cercano e si trovano termini per definire alcune persone vuol dire che si considerano quelle persona diverse da tutti gli altri.

Per esagerare, ora gli zingari vengono chiamati rom, ma nella testa delle persone rimangono quei brutti ceffi che non vogliono lavorare e che desiderano vivere alle spalle degli altri utilizzando il furto come strumento normale di vita.

Rifiuto di sentirmi diverso, rifiuto di sentirmi definito, solo per pragmatismo e senso della realtà accetto queste definizioni e, in questo testo, utilizzo il termine creativamente abile, forse perché è più positivo di diversamente abile (la creatività aggiunge un elemento, non evidenzia una difficoltà o una assenza)..

Sinceramente avevo anche pensato a coniare un neologismo e ad usare divabile ma poi ci ho ripensato. Sarei caduto anche io nella ossessione delle definizioni, mentre l’importante è sentirci tutti persone “uniche” ed irripetibili.      


        

  
  



Cosa c’entra la Fede?



Il tema del rapporto tra Fede (e intendo quella cristiana) e abilità creativa è molto delicato, potrebbe turbare qualcuno, creare disagio in altri, addirittura arrecare danno.

Ma, con la dovuta serenità e cautela si possono, anzi si devono, svolgere alcune considerazioni di fondo.

Quante volte avete ascoltato genitori o amici cristiani rivolgersi a invalidi (uso questo termine perché in questi frangenti tali vengono considerati) cercando di consolarli dicendo: “abbi Fede, qui soffrirai ma, alla tua morte, andrai diritto in Paradiso e li avrai gioia eterna”.

Oppure dai più “acculturati”: “offri la tua sofferenza a Gesù crocifisso, unisciti ai suoi dolori, saranno da lui trasformati in strumento di salvezza per tutti gli uomini e (more solito) quando morirai, tu risorgerai con Lui” aggiungendo “magari anche senza l’invalidità che ti fa tanto soffrire”. 

Questa impostazione vede nella invalidità una esclusiva posizione di sofferenza e nella Fede solo uno strumento di consolazione per l’al di là.

Quante volte ho sofferto, a prescindere, dalla  mia abilità creativa, per questa impostazione, quante volte mi è venuto spontaneo non comprendere la croce, non condividere questa religione che si basa sull’accettazione, per non dire sull’amore, del dolore, una religione che sentivo, prima a livello emotivo, ora posso dire, con la ragione, disumana.

Ricordo sempre, con un sentimento di sollievo quando, più o meno a 20 anni, lessi un libro della Cittadella editrice, non mi ricordo se di Juan Arias o di Louis Evely, nel quale l’autore poneva in evidenza il versetto 42 del Vangelo di Luca “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

Allora non è vero che Gesù amasse il dolore, non lo amava, anzi cercava di sfuggirlo! Nei Vangeli numerosi sono gli episodi in cui Gesù cura persone creativamente abili (ciechi, storpi, focomelici...).

Se si leggono i Vangeli con obiettività, non si può non notare che Gesù è incompatibile con il dolore, non lo sopporta, lo combatte.

Oggetto dell’ amore di Gesù non è il dolore,  è la volontà di Dio.

Anni dopo, a lezione dal caro Padre Vanni, mi resi conto che, fondamentalmente, la “croce”, spesso richiamata nel Vangelo, altro non è che un altro nome per indicare semplicemente la “vocazione”, la strada a cui ci chiama la volontà di Dio, una strada accidentata, nel percorrere la quale possiamo incontrare disagi, ma anche imbatterci in gioie impreviste.

Certo, per alcuni sarà una strada meno gioiosa di altri, con dolori più forti e difficilmente sopportabili.
In alcuni casi (penso a quello classico della madre che perde un figlio) potrebbe essere giusto suggerire (con molto amore) di accettare questo passaggio, razionalmente inspiegabile, alla luce della croce di Gesù (“i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie” si legge in un salmo)

Ma in quanti altri casi, troppo facilmente accettiamo le difficoltà, i disagi, i dolori, invece di combatterli, di vincerli, quante volte ci arrendiamo troppo presto!

Mi ha fatto tanta rabbia due anni fa ascoltare l’esperienza di un ragazzo che aveva accettato, come volontà di Dio, il dolore di essere stato bocciato ad un esame universitario. Conoscevo bene il ragazzo, non era stato bocciato per volontà di Dio, bensì perché aveva studiato ben poco...!

Troppo spesso dimentichiamo che Gesù è morto in croce, ma la croce è stata solo un passaggio verso la risurrezione, troppo spesso dimentichiamo che Gesù è morto in croce per liberarci dal peccato o meglio, come ho letto recentemente in un libro del Card. Martini per permetterci di accondiscendere all’amicizia che Dio ci offre.

La croce va letta come il massimo divino atto d’amore, un atto che, sconfiggendo definitivamente il male, permette a tutti di realizzare al massimo se stessi, con tutte le proprie personali possibilità e capacità.

Ad una condizione, che anche noi cominciamo ad amare gli altri così come Lui ci ha amato.
E allora ecco ciò che ci dice la croce, possiamo essere biondi, bruni, uomini, donne, bianchi, neri, cattolici, protestanti, pienamente o creativamente abili, ciò non conta, ciò che conta è l’amore che mettiamo nelle nostre azioni.   



E i non credenti?

Qualche anno fa lessi una bellissima frase di un personaggio che mi piace moltissimo, ancora il Cardinale Carlo Maria Martini: “la vera differenza non è fra credenti e non credenti, ma fra pensanti e non pensanti”.

Sbaglierò, farò inorridire i cattolici tradizionalisti, ma ho sempre ritenuto che l’amore oblativo di un non credente è pienamente e sostanzialmente uguale all’amore oblativo di un credente.

La Fede non è uno strumento di consolazione per farci accettare meglio le sofferenze di questo mondo, non è un pret a porter in caso di difficoltà. Soprattutto la Fede non mi esime dagli errori. Quello che la Fede può darmi è la fiducia in un Dio sommo amore che, nella sua immensa misericordia, saprà convertire in bene anche i miei ineluttabili errori.

Questa è, a mio parere, la reale differenza fra un non credente e un credente: il primo, se sbaglia, potrà correggere l’errore senza però poter rimediare ai danni arrecati nel frattempo, il secondo, se sbaglia, potrà confidare sempre nell’azione salvifica e provvidenziale di Dio amore.

Per questo ciò che scrivo in questi appunti può essere tranquillamene e pienamente letto anche da non credenti.

 
          






 





Ma allora l’abilità creativa è veramente una risorsa?



Si, ci vuole certo coraggio ad affermare che i problemi derivanti una invalidità fisica possono essere pienamente annullati con l’utilizzo della fantasia e della solidarietà, trasformando l’invalidità stessa in una abilità creativa.

Ma ci vuole anche più coraggio ad andare oltre che questa invalidità / abilità creativa per affermare che questa può addirittura trasformarsi in una risorsa in più!

Leggevo anni fa, in un libro veramente interessante[4]  (e direi anche profetico perché stampato nel 1992!) che la vita degli uomini può essere interpretata, secondo la cultura dominante, come una corsa contro il tempo, in un continuo stato di reciproca competizione, una corsa che si concluderà solo con la morte fisica, una corsa all’insegno del motto “vince chi muore più ricco”.

Non è questo il luogo per commentare questa gara (chi è interessato può rifarsi alla lettura del mio libro già prima richiamato[5]), quello che mi preme qui richiamare è un altro aspetto.

La cultura dominante pone la competizione al centro della vita sociale, la considera il vero motore dello sviluppo.

In questa gara ognuno di noi è impegnato ad acquisire beni e posizioni di vantaggio, ognuno vede l’altro come un rivale da sconfiggere o, almeno, da lasciare indietro nella corsa. Se poi l’altro è ricco, potente, forte fisicamente, giovane c’è ancora più gusto nel batterlo, nel superarlo, nell’arrivare prima di lui al traguardo.

Il fatti che poi il  traguardo finale sia la morte la dice lunga sulla logica intrinseca di questa corsa, ma che posto ha ancora la logica nella testa di molte persone?.

Il creativamente abile come rientra in questa corsa e nella logica (o non logica...) che la guida? Può essere realmente visto come un rivale da battere?

Secondo la cultura dominante, che si trasforma facilmente in mentalità corrente, egli è considerato come una persona incompleta, un qualcuno che ha qualcosa in meno degli altri, un essere umano da aiutare, nella migliore delle ipotesi un “diversamente abile”.  

Chi può avere paura di una tale persona, chi può vederlo come un rivale nella corsa verso il successo?
Ecco allora quella che può essere una formidabile risorsa in più per il “creativamente abile”, la possibilità di non essere percepito come un concorrente in questa sfrenata (e illogica) corsa..

E questo ha conseguenze di diverso tipo.

In primo luogo, mentre la competizione sfrenata esclude qualsiasi tipo di aiuto fra i concorrenti, generalmente il soccorso o il sostegno verso il creativamente abile è invece incluso nei termini accettati della gara in quanto egli è considerato appunto un “fuori gara”.

Certo può anche accadere che qualche concorrente, temendo di sprecare tempo nella corsa (e "il tempo è denaro”), non voglia spenderlo nell’aiuto ma, fortunatamente, si tratta di casi sporadici.

Questo vuol dire che il creativamente abile può confidare nel soccorso degli altri.

In secondo luogo, se nessuno ha paura del creativamente abile, ne consegue che con lui è possibile instaurare una relazione di tipo diverso.

Normalmente i rapporti fra coloro che partecipano alla corsa in cui “vince chi muore più ricco”, denotano sempre alcune precise caratteristiche, quali la diffidenza, i tentativi di sfruttamento reciproco, l’inganno, forse anche la scorrettezza. Non si può essere aperti o corretti con qualcuno che sta correndo contro di te per raggiungere un traguardo che non ammette due vincitori.

Con il creativamente abile il rapporto può essere molto diverso.

Egli è una persona che non mette paura, proprio perché “fuori gara”, con lui ci si può aprire, gli si può addirittura chiedere qualche suggerimento, ci si può accorgere con stupore che ci siamo rivolti a lui per aiutarlo fisicamente e, seppure un altro piano, siamo noi che riceviamo un aiuto.

Il creativamente abile non corre alla gara del “vince chi muore più ricco” bensì a quella, controcorrente ma forse più affascinante ed impegnativa del “vince chi muore con più amici”.

I creativamente abili possono ben considerarsi come degli esperti nel costruire relazioni interpersonali profonde, sane, intense come quelle che sono basate su una vera amicizia.

La capacità e la possibilità di dare e chiedere amicizia è la risorsa più grande per il creativamente abile, la risorsa che gli permette di vivere molto più felicemente di quanti gli altri possano credere.

Mi disturbano sempre, e di molto, i discorsi di coloro che parlando della categoria di quelli che loro chiamano “diversamente abili” se li immaginano eternamente scontenti della loro esistenza. Alcune persone arrivano al punto di invocare con sistematicità l’aborto preventivo per i feti non perfetti.

Ebbene permettetemi di dirlo ad alta voce, a questi benpensanti, di gridarlo: IO CI SONO E SONO BEN CONTENTO DI ESSERCI!!

Siamo attenti a non trasferire nei creativamente abili le nostre categorie mentali, i paradigmi, quello che gli psicologi chiamano distorsioni cognitive.

Per quelli che sono innamorati del proprio corpo, della propria intelligenza, forza, bellezza, è naturale pensare che chi ha, a loro parere, deficienze fisiche o mentali, non possa essere felice. Ma ciò che pensano non necessariamente è vero.

I loro valori (??) di riferimento non sono valori assoluti, ma valori relativi alla propria cultura, ne possono esistere ben altri che, per un creativamente abile, hanno una importanza di gran lunga maggiore (l’amicizia, l’amore, l’arte, la bellezza della natura...).

Lasciate in pace i creativamente abili, non pensate, per piacere, al posto loro, permettete loro di provare in autonomia i loro sentimenti, di sentirsi anche, appunto, pienamente felici anche in mezzo alle loro difficoltà.

Abbiate il coraggio di aprire la mente e il cuore e di arrivare a comprendere come quella che voi considerate una invalidità possa essere invece considerata una risorsa e talvolta  il fondamento più efficace e duraturo per una vita felice.

Devo ammettere che ci sono peraltro molti creativamente abili che sprecano questa speciale risorsa di poter e saper creare relazioni umane interpersonali intense e profonde.

Anche io ho conosciuto disabili (in tal caso li chiamo così) stupidamente arroganti, pieni di pretese verso gli altri, sempre invocanti un sostegno pratico o economico anche quando questo non sarebbe assolutamente indispensabile.

Ma questa stupida arroganza e pretenziosità deriva spesso da un motivo unico: queste persone non sono state accettate (vorrei dire, ma temo di esagerare, amate) per quello che sono, sono state bensì considerate sempre come essere inferiori, tollerati, sostenuti, raramente o mai stimolate ad assumersi le proprie responsabilità, a maturare attivando tutte le loro possibilità.

In tali condizioni è facile crescere, e consolidare con il trascorrere degli anni, profondi complessi di inferiorità che innescano le reazioni prima descritte. Di qui quella specie di astio verso il mondo intero, quella pretesa di essere sempre al centro degli interessi di tutti, quella rabbia allorché le proprie pretese non sempre possono venire soddisfatte.

Solo altre persone creativamente abili possono cercare, con il dialogo ma soprattutto con il loro comportamento, di far uscire queste persone disabili (perché tali sono in queste condizioni) dai loro complessi, di far loro comprendere che hanno tante energie positive da sprigionare, che quella che loro considerano una invalidità può essere invece una risorsa.

Chiudo questo paragrafo sulla abilità creativa come risorsa con una osservazione che può sembrare una boutade e che invece non lo è?

Vi è mai capitato di affrontare il problema della vostra identificazione nel caso di un incontro con una persona che non vi conosce o nel caso della vostra presenza in una fotografia di gruppo? per non citare altri casi che possono capitare e che certamente vi sono già capitati…

Quante volte, nel primo caso, avete indossato un indumento stravagante o, nel secondo caso, avete fatto ricorso ad una osservazione topologica (“sono il terzo da sinistra nella penultima fila…”)? 

Io ho risolto il problema facendo riferimento, più semplicemente, alla mia caratteristica fisica; “mi riconoscerai perché mi manca il braccio destro” e “sono quello a cui manca il braccio destro”!

Anche questo fa parte di quell’approccio positivo alle proprie caratteristiche fisiche che dovrebbe connotare ogni creativamente abile.
















L’abilità creativa una risorsa per la società?



Spero che nelle menti dei lettori creativamente abili che hanno avuto la pazienza di seguirmi finora, un elemento sia emerso con chiarezza da quanto scritto.

Noi creativamente abili non siamo inferiori agli altri uomini, siamo solo diversi.

Ma anche questa diversità va ben compresa. Non si tratta di una difformità o una deviazione rispetto ad un presunto standard di normalità. Dobbiamo metterci in testa che tutti noi uomini e donne siamo diversi l’uno dall’altro, che non esiste l’essere umano normale, che la specie umana si esprime attraverso una multiformità di caratteri fisici e psicologici tutti diversi gli uni dagli altri. Non esistono uomini o donne uguali. Anche i gemelli presentano delle diversità.

Ed è un bene, la crescita del genere umano, sia che si accetti o meno la teoria darwiniana (che nelle sua ultime interpretazioni integra la lotta per la sopravvivenza con la collaborazione reciproca), è frutto di questa diversità, della possibilità di scambiare informazioni e capacità, di cooperare (anche inconsapevolmente) per un bene più grande di quello delle singole individualità.

Se la specie umana si esprime attraverso una multiformità di caratteri fisici e psicologici, vuol dire che, prima del concetto di singolo uomo, viene un concetto che abbraccia tutta l’umanità, quello di persona umana.

Non conosco definizione di persona umana migliore di quella indicata da Boezio: “individua substantia rationalis naturae”. Con una interpretazione di natura estensiva potremmo tradurre con  entità originaria e individuale di natura razionale e relazionale”.

La persona umana viene prima dei singoli individui (di me, di mia moglie Patrizia, dei miei amici personali ecc.) ma costituisce l’essenza profonda di tutti noi, è qualcosa di esterno a noi che però rappresenta la nostra sostanza.

E’ questo il motivo profondo per cui né gli altri, né noi stessi, possiamo disporre di noi stessi. In quanto persone siamo soggetti vitali, non oggetti, e si può disporre solo degli oggetti.

Mi scuso per questa che potrebbe sembrare una divagazione e invece non lo è, per tornare alla argomentazione principale.

Noi creativamente abili siamo diversi nella stessa misura in cui tutti gli uomini sono diversi gli uni dagli altri. Lo stesso confine che delimita il concetto di creativamente abili non può essere determinato con sicurezza, chi può dire se certe persone siano creativamente abili o no?

Purtroppo nella mentalità corrente noi siamo visti come un peso, la stessa definizione (ormai per fortuna largamente superata) di handicappati presuppone il concetto di peso per la singola persona e per la società intera.

Ma rappresentiamo davvero un handicap per la società?

Certamente si per una società che metta al centro valori come il vigore fisico, la prepotenza, l’efficienza ad ogni costo, l’uso degli esseri umani come strumenti per raggiungere risultati e il loro trattamento alla pari di una qualsivoglia merce, la soddisfazione di pretesi diritti individuali anche a scapito del bene comune...
Si, per questo tipo di società noi rappresentiamo un handicap, un freno, un peso e ne siamo veramente fieri!!

Noi invece vogliamo vivere in una società dove al centro ci sia la dignità della persone umana, la capacità della stessa di crescere e realizzarsi, nella felicità, in una relazione profonda con le altre persone.

Esiste una scuola economica e sociologica, detta della “economia della felicità”[6].

Secondo questa scuola, e sulla base di dati scientifici inoppugnabili, la felicità non è una mera funzione della quantità di reddito disponibile; la cosiddetta curva della felicità cresce inizialmente con il crescere del reddito, ma raggiunto un certo livello (quello rappresentato da una vita sufficientemente sopra il la mera sussistenza) la felicità non aumenta più con l’aumentare del reddito, bensì con l’incremento e l’approfondimento di sane e profonde relazione interpersonali.

Di qui la scoperta della relazionalità come elemento essenziale fondante di un reale stato di felicità. 

Una società di persone felici presuppone una rete di relazioni interpersonali intense, frequenti, profonde, sane.

Preferiamo una società nella quale essere felici, pur senza vivere nel lusso o una società nella quale siamo divorati dallo stress di acquistare e consumare un numero sempre maggiore di beni materiali?

Credo, o perlomeno spero, che la preferenza della maggioranza vada verso il primo tipo di società.
Abbiamo visto nel capitolo precedente i motivi fondanti per i quali i creativamente abili si possono considerare degli esperti nella promozione di relazioni interpersonali quali quelle necessarie per costituire una società di persone felici.     

Emerge da questa considerazioni l’opportunità, anzi la necessità, di tenere in gran conto l’importanza del contributo che può dare la presenza di persone creativamente abili per la creazione di un tessuto sociale che agevoli, nella serenità, la realizzazione di ogni persona e, di conseguenza, faciliti uno sviluppo integrale.
Chi è sereno, felice, lavora meglio, sa interagire meglio con le altre persone sul luogo di lavoro, è più efficiente e motivato di chi va a lavorare con poca voglia e serenità, incapace di mantenere un sano rapporto di collaborazione con chi gli sta vicino sul luogo di lavoro o di ricerca.
Veramente si vede con chiarezza come la presenza di creativamente abili non sia un peso ma addirittura una risorsa per l’intera società.         











E i diversamente abili psichici?





Ma tutto quello che ho scritto finora è corretto solo per i diversamente abili fisici o anche per quelli psichici o mentali ovvero per quelle persone che, pur non avendo carenze dal punto di vista prettamente fisico (mutilazioni, atrofie…), le hanno dal punto di vista psichico o mentale  (chiedo scusa a medici e psicologi se uso formulazioni imperfette, ma ritengo chsiano chiare a tutti)?

Più in particolare, è corretto parlare di abilità creativa anche nel loro caso, oppure dobbiamo pensare che usare, per loro termini come creatività o come fantasia sia fuori luogo?

Devo e voglio essere onesto, non sono in grado di rispondere a queste domande così delicate.

Ma alcune cose le so con sicurezza e voglio esporle.

Innanzitutto, più sopra, per definire i diversamente abili psichici, ho usato il termine “persone” che individua esseri umani con una dignità pari a quella di tutti gli altri uomini e donne e che sono dotati del carattere dell’unicità e della irripetibilità, nonché della capacità di aprirsi verso chi li circonda, verso l’ambiente naturale, verso il trascendente.

Non voglio commettere lo stesso errore, denunciato all’inizio di questa opera, che viene commesso nei confronti degli invalidi civili da parte di quelle persone che si definiscono “normali”, l’errore di considerarli inferiori.

Non esistono persone inferiori (gli invalidi) e persone superiore (i normali), esistono persone diverse le une dalle altre, con i rispettivi pregi e limiti.                    

Come faccio io, che non sono (o meglio non penso di essere) un diversamente abile psichico a ”misurare” il suo grado di creatività o di fantasia, a negargli la possibilità di trovare lui stesso un modo, o farsi aiutare a trovarlo, per diminuire le sue carenze specifiche?

Come faccio io a “misurare” le sue possibilità di riuscire a realizzare delle performance uguali a quelle di coloro che si ritengono normali? come faccio a pensare che non potrà mai raggiungere nella sua vita gli stessi livelli di successo personale e professionale?
No! Così come ho rifiutato io, diversamente abili, di farmi “ghettizzare”, così devo stare attento ad evitare di “ghettizzare” quelli che si definiscono diversamente abili psichici.

E allora, perché non usare il termine di “creativamente abili” anche per loro?

Ma un’altra cosa so di certo dei “creativamente abili psichici”. So che, forse anche meglio di quelli fisici, posseggono dentro di loro una gran capacità di attrarre il meglio dalle persone che le circondano di attivare quelle riserve di simpatia, di solidarietà, di fraternità che abbiamo e che talvolta sono atrofizzate dentro di noi.

Stimolando tutti noi ad essere più aperti, più fraterni, più solidali, i “creativamente abili psichici rappresentano una risorsa essenziale ed eliminabile per tutta la società.

Mi rendo pienamente conto che questa pagina rischia di essere più piena di domande che di risposte. Le risposte spettano ai lettori, specialmente a tutti quelli che ogni giorno, a qualsiasi titolo vivono i disagi della disabilità psichica.









Vecchiaia



Rallentamenti e limiti, gli anni che passano



Qualche tempo fa avevo chiuso questo scritto ripromettendomi di migliorarlo e di perfezionarlo (magari con approfondimenti) in un secondo tempo, perché ero certo che non avesse bisogno di integrazioni; quello che era mia intenzione comunicare, pensavo di averlo già comunicato e ben spiegato. Avrei potuto forse migliorare la forma e l’efficacia ma non sentivo l’esigenza di aggiunte.

La vita spesso si incarica in modo incontrovertibile di distruggere alcune nostre presunte certezze.

Sono stato sempre fiero della mia manualità e, come già scritto, sono convinto che l’assenza di un organo gemello (nel mio caso il braccio destro) stimola il cervello per fargli migliorare la funzionalità, in primo luogo, dell’organo gemello esistente e, in subordine, degli altri organi, al fine di compensare l’organo assente e ripristinare una più o meno normale funzionalità generale.

In effetti I miei amici sono rimasti sempre sorpresi delle capacità della mia mano destra.

Riuscire ad allacciare il nodo della cravatta, o scrivere velocemente con il computer utilizzando più dita della stessa mano, oppure ancora portare in contemporanea una busta della spesa con due dita, stringere sotto il braccio una cartella e con le tre dita libere prendere il borsellino, estrarne le chiavi di casa e aprirne la serratura, sono state per me sempre delle operazioni semplici e svolte con sicurezza e velocità.

Qualche tempo fa le chiavi mi sono cascate di mano mentre le estraevo dal borsellino. Ho imprecato un po’,  ho appoggiato per terra, per raccogliere le chiavi, cartella e busta e ho aperto la porta.
Il giorno dopo effettuai la stessa operazione serenamente senza inconvenienti. Neppure mi ricordai del piccolo infortunio del giorno precedente.
Dieci, venti giorni (forse addirittura un mese) dopo andavo a prendere la macchina con il giornale sotto il braccio e in mano la chiave dell’ automobile e un piccolo oggetto che dovevo posare all’interno. Mentre infilavo la chiave nella toppa mi cadde l’oggetto di mano.
Per fortuna non si ruppe, lo raccolsi e lo deposi in macchina.
Passa un po’ di tempo e, un giorno, mentre avevo la mano occupata da un pacco incontro una persona amica che mi tende la mano. Generalmente io riesco a stringerla tenendo il pacco con sole due dita e stringendo con le altre tre la mano che mi è stata tesa. Quella volta inopinatamente il pacco mi scivolò per terra.

Ma altri fatti attirarono la mia attenzione.

Un giorno entro dentro casa, do un calcetto alla porta per chiuderla dopo averla regolarmente aperta con le chiavi, poso il borsello sul tavolo dell’ingresso, porto in cucina un altro pacco, poi vado in camera ad aspettare Patrizia che mi seguiva e che sarebbe rientrata a casa di là a momenti.

Infatti lei rientra poco dopo e mi rimprovera di non aver chiuso la porta. Mio stupore  e pronta giustificazione razionale: probabilmente il calcetto non era stato sufficiente per chiudere la porta e io, per la fretta di posare sia il borsello che il pacco, non me ne ero accorto.

Alcuni giorni dopo apro la porta inserendo le chiavi pur avendo (come al solito) la mano occupata, entro dentro casa, do il solito calcetto alla porta per chiuderla, stavolta verifico che si sia chiusa veramente, vado verso lo studio per posare il giornale (che tenevo in mano) sulla scrivania e...... sento il trillo del campanello.

E’ la vicina di casa che voleva avvertire che avevo lasciato le chiavi nella toppa all’esterno!!.

Ancora una constatazione.

Mentre prima, seppure con una sola mano, scrivevo velocemente sul computer, in quanto battevo i tasti con due - tre dita e anche con rari errori di digitazione, ora la battitura veloce comporta un maggior numero di tali errori e così spesso mi devo fermare, tornare indietro e correggere i refusi. 

Piccoli episodi che però, colti nella loro sequenza e nel loro insieme, identificavano un problema di fondo: non riuscivo più a lavorare tranquillamente in multiprogrammazione!!!

Ora è necessario spiegare ai meno esperti che cosa voglia dire lavorare in multiprogrammazione?

Estraggo da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Multitasking) questa spiegazione: “In informatica, un sistema operativo con supporto per il multitasking (multi processualità o multi programmazione) permette di eseguire più programmi contemporaneamente: se ad esempio viene chiesto al sistema di eseguire contemporaneamente due processi A e B, la CPU eseguirà per qualche istante il processo A, poi per qualche istante il processo B, poi tornerà ad eseguire il processo A e così via.”

Per una persona umana lavorare in multiprogrammazione significa poter fare delle operazioni in sequenza (ma anche senza sequenza) mantenendo in memoria le informazioni sulle operazioni finché non siano state tutte eseguite.

Il fatto che, nell’effettuare qualche operazione multipla, il mio cervello perdesse qualche informazione (la chiavi o il pacco per terra, la porta lasciata aperta ecc.) era per me un segnale preciso.

Ho capito che non riesco più a lavorare in multiprogrammazione o, meglio, non riesco più a lavorarci con la velocità di prima perché ho bisogno di aumentare la concentrazione, di volta in volta sulla singola operazione e ciò comporta un aumento del tempo necessario e un rallentamento delle operazioni. 

A livello generale vuol dire prendere atto che l’avanzare degli anni mi ha fatto perdere  alcune funzionalità cerebrali e ciò rende inevitabile una diverso modo di vivere. Sono giunto ad un momento veramente critico dell’esistenza di ogni essere umano, il rendersi conto del degrado del proprio corpo.

E’ un momento veramente critico, ma è anche un momento altamente significativo e che può essere vissuto in maniera creativa (ecco di nuovo un aggettivo già trovato in precedenza) e costruttivo.

Certo è triste e difficile (veramente molto difficile) accettare un rallentamento generale della propria esistenza, vuol dire aumentare la concentrazione sul momento presente, non volare subito al momento successivo (ciò che mi entusiasmava tantissimo).

L’aspetto più problematico è prendere atto che, anche se la mente corre come prima, occorre fermarla perché, nel fare, si rischia di perdere qualche elemento essenziale.

C’è poi anche da vincere il rispetto umano, il sentimento (misto di vergogna e di riservatezza) che altri possano notare questo rallentamento e fare commenti tipo “ma Giuseppe è invecchiato!!”.

Eppure la soluzione c’è e consiste nel rispondere (prima a se stessi che agli altri): “si, sto invecchiando, ma che male c’è? È un fatto estremamente naturale”.

La vecchiaia comporta essenzialmente la presenza di due aspetti inventabili, un incremento dei limiti al proprio comportamento e, come già evidenziato, un rallentamento generale nel pensare e nell’agire.

Cominciamo da quest’ultimo aspetto.

Per uno come me, abituato a correre nella vita di tutti i giorni, nel lavoro, nello sport, talvolta anche (e lo dico con dispiacere) nella vita sentimentale e familiare, addirittura anche nel mangiare, il dover prendere atto che, correndo, rischio sempre più spesso di perdere un pezzo per strada e che pertanto devo rallentare.

Occorre anche mettere in evidenza come un creativamente abile faccia spesso della sua velocità nel pensare e nell’agire una sfida con se stesso per dimostrare di essere come tutti gli altri, quasi uno strumento vincente. Nel momento in cui questo strumento vincente, quest’arma si rivela sempre più spuntata, il creativamente abile si ritrova a dover rallentare non solo per non perdere qualcosa per strada, ma anche per riflettere sulla circostanza che la sua vita sta cambiando.

Anche in questa circostanza, il creativamente abile si può rendere conto di essere come tutti gli altri, il rallentamento è un effetto della vecchiaia, un evento comune a tutti gli esseri umani anzi, direi a tutti ciò che è naturale.

Come sto provando ad affrontare questo periodo? Parlo di prova perché è una fase che sto vivendo, non ho soluzioni prefabbricate bensì solo esperienze da proporre.

Innanzitutto il rallentamento mi costringe ad essere maggiormente consapevole dei singoli momenti che si susseguono, di quello che mi accade intorno, delle azioni che sto eseguendo.

E allora perché non profittare di questa consapevolezza per “gustare” quello che c’è di bello nel mondo?
Il sorriso di un bimbo e di una persona che ti vuole bene o alla quale vuoi bene, un tramonto sul mare o dietro una montagna, il cielo stellato visto da una alta quota.


Ma anche, vedendo un campo pieno di fiori e di frutti, riflettere sulle meraviglie della natura, sul susseguirsi delle stagioni, sul rapporto fra animali e piante, sul rapporto fra natura e uomini.

Oppure, camminando per la città, vedere la grandiosità dell’uomo capace, con la sua intelligenza e la sua manualità, di costruire cattedrali, grattacieli, dimore sempre più capienti, comode e sicure.
Quando poi vedo sfrecciare in cielo un aereo intercontinentale non posso non pensare ancora alla genialità dell’uomo che è partito dal fuoco e dalla ruota per arrivare a percorrere non solo gli spazi terrestri ma anche quelli del sistema solare.


E come non riflettere sul tempo trascorso da quando, nel 1971, scrissi la mia tesi di laurea su una macchina da scrivere Olivetti lettera 22 (stando attento a non commettere errori perché sarei stato forse costretto a riscrivere tutta la pagina), ad oggi nel 2020 che sto scrivendo questi pensieri su un Personal Computer, il cui compito fondamentale non è quello di farmi scrivere (cosa del resto ormai facilissima), ma di elaborare dati e numero con velocità impressionante fungendo da supporto per il mio cervello condannato ad una minore capienza e ad una maggiore lentezza.

Quanti momenti belli, quante immagini meravigliose mi perdevo, ci perdiamo correndo, quante occasioni per non stupirci di fronte a delle realtà che abbiamo sempre davanti e che troppo spesso non “vediamo”.

Sì, penso proprio che il rallentamento generale che l’avanzare degli anni ci impone può essere veramente vissuto come una occasione unica per gustare la vita e per stupirci di nuovo per delle cose, degli eventi che davamo per scontati.

Sono i bambini, con la loro mente e la memoria libere e vuote che domandano sempre “che cosa è?”, “perché è così?” e, mentre si gustano il loro stupore, immagazzinano dati e immagini.

Dobbiamo tornare ad essere bambini, a gustarci (come si gusta il nostro piatto preferito...) i singoli momenti della nostra vita, continuare a stupirci di quello che esiste intorno a noi.

E allora potremo anche dire: “viva il rallentamento!!”. In fondo rallentare non vuol dire non fare le cose, ma solo farle più lentamente e ...gustandole di più!!

Una persona che stimavo moltissimo e che ora non c’è era solita invitare i suoi amici (tanti.....) a vivere il momento presente. Aveva ragione e ora lo comprendo più di prima.
Circa 25 anni fa a Gaeta, ad un convegno molto affollato del Movimento dei Focolari, il presentatore chiuse l’ultima sessione con, più o meno, queste parole: “E’ finita una bella esperienza? No! Prima di tutto perché possiamo continuarla fuori nelle città in cui viviamo. Secondariamente perché la vera ricchezza della vita è il momento presente. Ora il convegno si concluderà e ci avvieremo verso l’uscita. Bene muoviamoci osservando bene le persone che incontreremo, viviamo momento per momento questi incontri. Facciamo di ogni momento di incontro un dono di relazione fra noi e le persone che incontreremo. Continuiamo a farlo nella nostra vita. Vedrete che sarà tutto più bello”. 


Si, il vivere in pienezza il movimento presente ci porta ad affrontare il rallentamento non come un ostacolo ma come una opportunità.  

C’è un altro aspetto caratteristico che la vecchiaia si porta con sé. E’ quello dell’insorgere dei limiti. C’una bella differenza tra l’insorgere di problemi che ti costringono a fare le cose con una minore velocità (il rallentamento di cui abbiamo parlato sopra) e i limiti.

L’esistenza dei primi impone di rallentare, ma è sempre possibile fare le cose, seppure in maniere più lenta, la presenza dei secondi non permette di effettuare certe operazioni da soli.

Se, fino a qualche tempo fa, riuscivo ad alzare la gamba destra, storcerla e appoggiare il piede su un foglio piegato a metà per dividerlo in due con il tagliacarte, oggi questo non mi è più possibile (la settimana scorsa, procedendo in questa operazione, mi sono quasi procurato una distorsione).

Recentemente, lavandomi la mano con il sapone, mi sono reso conto che non riesco più a fare un gioco con le dita (praticamente piegare il mignolo sul palmo della mano sotto le altre dita) che prima era molto agevole fare per me (lo facevo sin da bambino).

Trovo anche più difficoltà ad allacciarmi il primo bottone del colletto delle camicie, o stringere la cravatta al primo colpo nel modo giusto. Arriverà il momento in cui non potrò più farlo.

Come vive un creativamente abile l’insorgere di limiti come questi anzi, meglio, per non fare un discorso solo teorico, come li sto vivendo io?

Fortunatamente, al contrario dei rallentamenti, che sono sempre meno rari, per ora i limiti sono pochi.

Certo non potrò fare più scatti di corsa per 100-200 metri per prendere al volo un autobus, non potrò forse nemmeno arrivare a piedi in montagna a quei rifugi dolomitici a circa 2500 metri di altezza, che rappresentano la mia passione estiva.

Ma non è un grande problema e, in fondo questi sono limiti che colpiscono tutti alla stessa maniera, non solo i creativamente abili.

Il vero problema insorge quando, come è accaduto qualche mattina fa, non sono stato in grado di allacciarmi da solo il bottone di una camicia e sono stato costretto a chiedere aiuto a Patrizia.
Ecco le parole chiave “costretto a chiedere aiuto”.

Cominciamo dalle ultime due “chiedere aiuto”.

Il limite mi aiuta a comprendere che non sono perfetto, invincibile, eterno ma che ho bisogno dell’assistenza degli altri per poter procedere. Mi accorgo nello stesso tempo che anche gli altri (pure se non creativamente abili) hanno bisogno del mio.

Ecco allora la grande scoperta. L’umanità è fatta di singole persone speciali, uniche ed irripetibili ma anche imperfette e limitate. Ogni persona ha doti specifiche che possono essere indirizzate per un miglioramento del bene comune.

Come se tutti fossimo impegnati nella costruzione di una grande casa (o, più modernamente un velocissimo computer) e ognuno di noi potesse contribuire alla costruzione portando il suo specifico “pezzo”. Noi cresciamo, tutti e tutti insieme, solo se riusciamo a porci nella giusta maniera l’uno al servizio dell’altro.

E’ una grande scoperta comprendere che se è vero che ogni uomo ha delle risorse specifiche, è ancora più vero che l’unità del genere umano è una risorsa che sorpassa di molto la somma di quelle delle singole persone.

Parafrasando Nietzsche possiamo dire che il “Superuomo” esiste ma che non si concretizza in una persona fisica migliore delle altre, invincibile, perfetta, insuperabile ma che ognuno di noi è un Superuomo (anche un creativamente abile) nella misura in cui si pone nell’atteggiamento della disponibilità di chiedere agli altri l’aiuto che gli è necessario e di fornirlo a sua volta con generosità.  

Completiamo l’analisi della frase “costretto a chiedere aiuto”.

Alla luce di quanto appena detto ha ancora senso affermare che i limiti mi “costringono” a chiedere aiuto?

Non è forse più corretto pensare che i limiti mi “facilitano” nel chiedere aiuto e che la scoperta di come sia bello chiedere aiuto mi spinge a offrirlo a mia volta, con semplicità e prontezza, agli altri ancor prima che me lo chiedano?  

Si, è proprio così, nella vecchiaia scompaiono ancora di più le differenze fra i creativamente abili e gli altri individui, la persona umana conta sempre di più non tanto per ciò che ha o ciò che sa, quanto per ciò che è capace di donare.



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E stavolta chiudo sul serio questo scritto con la speranza che la sua lettura possa essere di aiuto non solo ai creativamente abili, ai loro  familiari e agli amici, ma a tutti coloro che vogliono allargare la loro visuale su un argomento che non riguarda la invalidità ma, a ben guardare, la felicità di una ordinata società umana.













Commenti degli amici



In questa sezione ho inserito i commenti di alcuni miei amici ai quali avevo chiesto di esprimere le loro sensazioni a caldo, nelle occasioni nelle quali ci eravamo incontrati, sulla mia capacità di “coesistere” con la mia caratteristica fisica.
Ho raccolto decine di commenti per cui, pur ringraziando tutti per la collaborazione, sono dovuto ricorrere ad una selezione, riportando  solo i più significativi






Commento al primo incontro. Devo dire che ho provato una grande tristezza per te e per il tuo destino umano. Siamo fragili e lo stare in piena forma è un miracolo di cui dobbiamo ogni istante essere grati. Ancora più tristezza, perché conoscevo il tuo valore professionale. Lo conoscevo anche dagli altri anche prima di incontrarti. Sono un maniaco dello stare in formae un braccio in meno penso che sia una fatica che solo un grande carattere può sopportare. C’è di peggio. Peggio sarebbe stato essere uno stupido. Di stupidi con due braccia e due gambe ce ne è pieno il mondo. Meglio tanti Sbardella che tanto stupidi. (S.S.) 

Non ricordo esattamente il primo giorno in cui ti ho visto anni fa in ufficio. Ho sicuramente notato la manica vuota della giacca ma poi la mia attenzione si è spostata su di te, sulla tua intelligenza, competenza e gentilezza.
Ho continuato a notare la manica vuota nel corso degli anni e ricordo di essermi chiesta un paio di volte quale ne fosse stata la causa ma si è trattato di pensieri fugaci; il collega, la persona Giuseppe erano molto più interessanti di quella manica.
Ripensando ora a te, alla tua figura, mi appare chiaro in mente il tuo volto, il tuo sguardo e il tuo sorriso - mi devo "sforzare" nel ricordarmi anche la manica vuota
Un abbraccio. (V.S.)

Ciao Giuseppe, ti scrivo per raccontarti la mia esperienza di “coesistenza” con il tuo “handicap”. Sinceramente le prime volte che ti avevo incontrato non lo avevo neanche notato. Infatti, c’è stata una volta che ti stavo per dare la mano per salutare ed è solo in quel momento che me ne sono accorto (spero di non aver fatto una figuraccia), e tu molto naturalmente mi hai dato l’altra mano. Ma anche dopo, il mio modo di guardarti non si è alterato, quando si conversa con te quasi non si percepisce della mancanza (a meno che non lo si faccia notare). Sei una di quelle persone con cui si può conversare molto volentieri e scambiarsi opinioni, ma soprattutto a cui poter chiedere dei consigli.
(S. M.)

La mia risposta alla tua domanda è molto semplice: Non ci ho mai fatto caso. O meglio, molto probabilmente al primo incontro avrò sicuramente notato la cosa ma, proprio per come io sono fatto, l'ho vista come una cosa normale e naturale proprio come chi ha lo strabismo o il naso grosso o un furuncolo sul mento, ci fai caso appena lo vedi ma poi vai oltre con la conoscenza e con il rapporto di lavoro.
Sinceramente, pensare che ancora oggi ci si debba chiedere perché uno è bianco o nero o giallo, con un braccio o con una gamba o con un occhio, uomo, donna o gay, credente, ateo, musulmano, cattolico, buddista e via dicendo mi fa sorridere e pensare che al mondo ci sono ancora troppi imbecilli. Una cosa è certa questi "signori" li smascheri appena aprono bocca o sono di fronte ad una tastiera. (M.N.)

Ciao Giuseppe, ci siamo incontrati varie volte, durante la nostra permanenza in IBM, sia a Milano sia a Roma, dove venivo frequentemente per lavoro; penso però che la prima volta che ti ho visto fosse a Segrate. Ho saputo solo recentemente a seguito di un tuo intervento su FB, che la tua è una malformazione congenita; quando ti incontrai la prima volta ricordo che pensai fosse successo per un incidente e, come di solito avviene in questi casi, stavo attento a non darti l'impressione di essere osservato, in quanto non sapevo come vivessi la tua menomazione. Mi accorsi però ben presto che il tuo comportamento era del tutto normale, non vedevo in te nessuna traccia di quegli atteggiamenti, a volte un po' cupi e scontrosi, che hanno persone che vivono il loro handicap in modo problematico e ricordo che fui positivamente colpito da questo e mi chiesi se, al tuo posto, sarei stato capace di fare altrettanto. In seguito non ci facevo neppure più caso. Non so se questo ti servirà per il tuo libro, in ogni caso questa fu la mia impressione. Un abbraccio e auguri per la tua nuova opera. (R.B.)

Mi preoccupa di più avere a che fare con uno stupido e tu non lo sei Giuseppe! (A. G.)


Eravamo giovani quando ci siamo incontrati per la prima volta , tanti anni fa a Roma durante una mia visita per lavoro . Sinceramente non ricordo nemmeno di aver fatto caso al tuo handicap, lavoravamo col cervello più che con il resto del corpo. Infatti negli anni me ne ero anche dimenticata finché non lo hai riportato alla luce in uno dei tuoi post su FB , e solo allora ho riflettuto su quante cose , dalle piccole alle grandi , sono state più difficili per te. Hai assorbito la difficoltà , non ti sei fatto definire da questa , e forse ti è stata addirittura di stimolo per la tua crescita personale. (L.B.)

Ciao Giuseppe! 
Accolgo con piacere l’invito sul tuo messaggio e scelgo Facebook come piattaforma che per uno scambio più rapido di feedback. 
Personalmente io non l’ho notato subito, anche perché ci siamo conosciuti in un momento che lasciava poco spazio all’attenzione (l’appello di Scienza Politica nel 2017). 
Quando poi ho notato il tuo handicap ovviamente c’è stata la voglia di chiedere, anche perché a primo impatto ho subito pensato ad un incidente. Complice anche una forte ignoranza in merito ho avuto modo di ipotizzare ma vedendo poi i tuoi post in cui ne parlavi con serenità ho avuto modo di comprendere la situazione. Pertanto nulla di più di ipotesi senza un reale fondamento. Non sapevo di questo libro ma spero di poterlo leggere quando sarà pronto. Un abbraccio forte! (A.T.)

Non ho mai pensato a te come una persona portatrice di handicap. Intelligenza, empatia, occhi svegli e azzurri sono ciò che ho notato la prima volta che ti ho visto alla lezione del master in mediazione familiare. Siamo subito diventati amici, sono emersi anche acume ed ironia. L'unico riferimento all'handicap che ricordi è stato quando mi hai detto che c'e' una cosa che non sai fare da solo : allacciarti le scarpe. Nessuno pensa a te come una persona portatrice di handicap. Ti voglio bene, amico mio (O.I.)

Beppe ...abbiamo avuto rapporti e frequentazioni in ambiente/contesto di lavoro ..inizialmente ho provato una sorta di "invidia" x la naturalezza ,semplicità e la forza d'animo con cui vivevi il tuo handicap.. e la serenità che comunque trasferivi , mettendo a proprio agio chi si rapportava con te soprattutto le prime volte ...!! Una delle persone (poche in Azienda) che mi ha arricchito l'animo .
Beppe ..ora sta a te fare la sintesi ...sai che non è mai stata una mia qualità. (S.N.)

Ciao amico mio. Eccoti qui la risposta. Non ho capito se ti serve una risposta lunga ed esaustiva o un semplice parere.
Quando ti vidi per la prima volta fu durante il corso di Scienze Politiche di Passarelli. Ricordo che costui ci fece presentare davanti alla classe diversi partiti politici. Tu presentasti assieme ad altri, un partito che se ho capito bene era una sorta di costola di Scelta Civica.
Ma potrei sbagliarmi. 
Essendo sincero, inizialmente feci caso alla mancanza. Sarei ipocrita se affermassi il contrario. Ti osservai con gli occhi di chi vede per la prima volta un qualcosa di nuovo, vogliamo dire diverso dal canone standard?
Sono molto schietto, in questi miei giudizi.
Non avevo mai visto dal vivo persone senza un braccio.
Nel corso del tempo, quando siamo diventati amici, la cosa è stata assorbita dalla mia mente come normalità.
Ancora non sapevo l'origine del tuo essere. Se congenito o traumatico. Se ricordi una volta, volli chiedertelo.
Trovo molto carina la tua usanza di mettere la manica nella tasca. Devo dire che nasconde molto. Oppure le foto scattate sempre, o su di un lato, o con una parte del corpo di tua moglie che copre.
Ricordo che durante le nostre chiacchierate nei corridoi, mi raccontasti, tra il più e il meno della chiacchiera, come un tempo riuscivi a fare tutto anche con un solo braccio. Mi colpì quando affermasti che eri capace di annodarti il nodo della cravatta da solo, senza l'aiuto di nessuno.
Quella frase mi fece capire che la volontà fa dell'essere umano un essere per un certo verso invincibile. Sei un esempio di vita. Sei la prova vivente che volere è potere, come il vecchio detto afferma. Tanti per molto meno si fanno del male, cadono in depressione. Si arrendono.
Tu devi essere nato sotto la giusta stella. Non ti arrendi mai.
Anche in politica sei così. 
La stoffa del dirigente ce l'hai.
Ricordo anche come nei primi momenti mi sentivo in imbarazzo perché non sapevo come stringerti la mano, se scambiarci le sinistre o con altro modo.
Alla fine una modalità di saluto l'abbiamo spontaneamente trovata.
Che dire ancora... sono stato il più schietto e sincero possibile.
Alla mia laurea attendevo solo te ed Arlinda, gli altri erano di contorno.
A te ci tenevo =)
(D.Z.)

Caro Giuseppe,

Io ti ho conosciuto a una riunione a Roma dove l’argomento se mi ricordo bene riguardava una nuova procedura di gestione degli ordini e debbo dire che mi ha colpito la mancanza di un arto per quel sentimento di “pietàs” degli antichi greci. Per esperienza ho imparato che madre natura spesso ciò che toglie lo ripaga ampiamente con nuove sensibilità, talento e capacità. E ancora una volta così ha fatto nei tuoi confronti dandoti l’intelligenza, la determinazione, la forte volontà di emergere e di superare la tua disabilità senza farla pesare agli altri. 
Ti apprezzavo prima come collega ti apprezzo ancor di più oggi perché ti conosco molto più a fondo e al di fuori degli schemi che spesso in azienda dovevamo tenere.
Continua così e grazie per darci spesso l’opportunità di riflettere sulla realtà che stiamo vivendo, spaziando su argomenti che spesso per me sono difficili da razionalizzare e da
affrontare. Vorrei avere la tua fede invece ho solo molti dubbi. (P.L.C)

Innanzitutto complimenti per il libro ...son curiosa di leggerlo. Circa il commento sarò sincera ma son più brava a parlare che a scrivere.  Sinceramente io non ci faccio caso, nel senso che non lo percepisco e forse, dico forse, perché quando parliamo sono presa dalla tua persona , da ciò che dici e da come lo dici, quindi non lo noto. Non so, ma non ci penso, non lo vedo. Forse gli handicap sono altri e spesso non si vedono?
Ciò non toglie che le prime volte che ti ho visto (i primi anni che sono venuta ad abitare qui) ovviamente ci ho fatto caso ma solo come un dato di fatto. (F.M.)
Ali 

Maggio 2017

Vedendo gli uccelli volare, un bimbo mi  ha detto :  
ma tu non ti senti limitato?
Tu ce le hai le ali?          
                                              
No, non sono un uccello.
Solo gli uccelli hanno le ali.          
                                     
Gli uccelli e gli angeli.
                                          
Io no, non ho le ali.           

Però, forse, potrei avere le ali.        

Forse si !                    

Sì, posso avere le ali.           
                          
Ali per sognare         

Ali per aiutare

Ali per volare.


ciao Giuseppe è una mia poesia del 2017
per rispondere in modo un po diverso alla tua richiesta. Si è un po disintegrata ma ogni quadratino dovrebbe andare a capo. In bocca al lupo. (D.T.M)

Sinceramente Giuseppe come molti, me ne sono accorto molto dopo averti conosciuto e quasi casualmente. Quale migliore testimonianza della tua capacità di non viverlo come un handicap o una scusa per farsi accettare o capire? Sei sempre stato una persona Abile "punto" e non un Diversamente abile, come il politicaly correct ci dovrebbe invitare ipocriticamente a chiamarti ;) Uno che abbraccia con il cuore non ha bisogno di due braccia perfette. (L.F.)

Ma sì, ricordo il primo incontro a Segrate. Forse un leggero imbarazzo nello stendere la mano... già, allora ci si dava la mano quando ci di presentava, ce lo stiamo dimenticando.
No insomma, sono state altre le cose che hanno contato nei nostri rapporti di lavoro e di amicizia. L’handicap era così irrilevante che non mi ha mai frenato nel fare involontariamente battute e quindi gaffes. Ricordo tutto con un sorriso di affetto e nostalgia. (R.S.)

Caro Guseppe, eccomi a commentare il nostro primo incontro a Segrate.  Intelligenza, arguzia e empatia sono state le prime cose che ho riscontrato e che poi hanno contato, insieme ad avere ideali simili,  nei nostri rapporti di lavoro e di amicizia.  L'handicap ?  Non ha mai contato. Con affetto. (C.F.)

Caro Giuseppe nel periodo a Roma in cui le nostre carriere lavorative si sono incrociate ti ho sempre considerato un'ottima persona, intelligente, corretto e professionalmente preparato.
Sempre disponibile e le cose che hanno contato nei nostri rapporti di lavoro e di amicizia erano il reciproco rispetto del lavoro diverso che ciascuno di noi svolgeva ma che tendeva allo stesso obiettivo della nostra società di appartenenza. Il tuo handicap era così irrilevante che non mi ha mai creato problemi nel nostro rapporto. Ricordo quel periodo con un sorriso pieno di affetto e di rispetto reciproco. Credo di avere tanta nostalgia per quegli anni quando si lavorava duramente ma con serenità perché quello che portavamo avanti era un progetto enorme ma comune a tutta l'azienda senza soprusi, rivalità e gelosie! (F.D.F.)

Caro Giuseppe, come stai? Ho letto ora il post su FB e mi fa molto piacere collaborare! Cosa dirti, quando ci siamo conosciuti ho pensato subito ad una persona che  ama mettersi in gioco, assetato di conoscenza e cultura, ammirevole. La tua particolarità fisica, non è altro che un vezzo!! Le nostre conversazioni ed i nostri confronti dopo esami o durante le lezioni sono sempre stati uno spunto personale. Anzi, spero di poter contare su di te anche ora che è finita la mia esperienza universitaria per consigli e suggerimenti nel mondo del lavoro. Con tantissimo affetto. (C.R.)

Caro  Giuseppe  ,  rispondo  alla  tua  richiesta ,  ci  tengo  molto  che   tu  pubblichi  il  tuo  libro,   la  mia  primissima  impressione  ,  vedendoti  ,  e'  stata  che   potevamo  capirci ,  parlavamo  la  stessa  lingua  ,  non  nascondo  ,  sinceramente  ,   che  , grazie  a  te (  e  non  solo...),   mi  sono  sentita   fortunata  ....  ho  un  problemino  ,  rispetto  a te ed  altri ,  e  sono  grata   a  mia  madre  ,   per  lei  sono  sempre  stata  piu'  che  "normale"  ....
(M.R.C.)

Giuseppe,  
   Come ricorderai, ci conoscemmo, ai primi giorni di Novembre,  del 1966 ( ? ), all'aula 1 della Facoltà di Giurisprudenza !!! 
  Ricordo che la " conoscenza " fu molto spontanea e naturale !!!

  Forse....ciò dipendeva dal fatto che, per qualche anno, avevo parte  cipato come " barelliere " ai treni malati a Loreto !!!   Furono delle esperienze...." bellissime e importantissime ",...delle   " lezioni di vita "...indimenticabili !!!!.....Quando tornavo a casa
  sentivo che...." ciò che avevo ricevuto era molto di più di ciò   che avevo dato ".....anche se alla fine di ogni giornata ero letteralmente   sfinito !!!!  
  Per cui, forse, l'esperienza con malati molto più gravi mi ha agevolato   nel nostro incontro di giovani studenti !!!!.....l'unica cosa di cui rimasi   ....." impressionato " fu la facilità con cui prendevi gli appunti durante le lezioni !!!!                                                                   
  Poi..... la conoscenza andò avanti,....si trasformò in " amicizia", .....la    " ricchezza " di Giuseppe si manifestò come " persona ", e ancora oggi   è una presenza " rilevante " e degna di essere presa in considerazione !!!! (E.G.)

Io ti ho conosciuto nell'anno 2000. Eravamo già al Torrino e io ero appena uscito dal lab Sw per passare alle vendite Sw. Ovviamente, dire che non ti avevo notato prima proprio a causa del tuo problema sarebbe da ipocriti. Poi ti ho conosciuto e ho potuto apprezzare la tua professionalità ma anche la tua cultura umanista. Permettimi di chiudere con una battuta che mi fece un collega quando gli dissi: "qui solo Giuseppe P Sbardella può darci una mano" lui rimase un po' interdetto perché pensava volessi fare una battuta di cattivo gusto. Poi si riebbe e con un mezzo sorriso disse: e di sicuro ce la darà! E così fu. Ma allora non conoscevo ancora la tua autoironia per cui non ti raccontai l'episodio. Un grande abbraccio (P.P.)





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Quando avevo chiesto i loro commenti ai miei amici che mi conoscevano personalmente, sinceramente non pensavo che ne arrivassero tanti.

La schiettezza con la quale sono espressi mi fanno ritenere che siano anche molto sinceri.



La diversità delle sensazioni che vengono raccontate riflette molto di quanto ho raccontato nelle prime pagine quando scrivevo delle impressioni che la maggior parte delle persone ha nei confronti dei creativamente abili.

Compassione, simpatia, pietas sono inizialmente le sensazioni più comuni, solo i più giovani sembrano non aver percepito alcun disagio nell’essere interfacciati con me, anche perché forse sono più liberi da schemi mentali consolidati con gli anni

Sono contento che, con il progressivo aumento degli incontri, le impressioni di disagio siano diminuiti e tutti mi abbiano visto come una persona umana e basta.
E’ questo l’atteggiamento giusto, che fa crescere sia il creativamente abile che chi lo incontra.


Grazie a tutti!    .



[1] Questo capitolo è stato ampiamente ripreso da una parte del capitolo I del mio precedente libro “Controcorrente - la mia storia di cristiano e di manager” Citta nuova 2008
[2] “marciarci” è un termine del dialetto romanesco che indica il simulare una difficoltà facilmente superabile per evitare una fatica e addossarla ad un altro.
[3] Per approfondire il tema della comunicazione suggerisco di leggere “Comunicare in modo etico” di M. T. Giannelli – 2006, Raffaello Cortina Editore.
[4] A. Kohn -La fine della competizione – Baldini & Castoldi 1992
[5] G. Sbardella – Controcorrente – La mia storia di cristiano e di manager. - Città Nuova 2007
[6] Fautori in Italia di questa scuola sono i Proff. Luigino Bruni e Benedetto Gui. Per un approfondimento suggerisco la lettura del libro “Felicità – la nuova scienza del benessere comune” di R. Layard, ed. Rizzoli 2005.

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