Pagine

venerdì 24 giugno 2016

Maggioranza sfigata o avanguardia creativa e felice?

La consapevolezza che la nostra esistenza e le nostre scelte siamo ampiamente condizionate, se non completamente determinate, da quella che Papa Francesco definisce “tirannia” dei mercati finanziari internazionali, finora presente in una ristretta cerchia di esperti economisti e sociologi, dotati di una spiccata sensibilità sociale, sta ora diffondendosi e diventando patrimonio comune di un'ampia fetta di opinione pubblica nazionale e internazionale.

O con la promessa di mirabolanti guadagni tramite redditizi investimenti finanziari (tanto più rischiosi quanto più redditizi...), o con la minaccia di reazioni negative da parte dei mercati internazionali (se non si vota così sale l'esposizione finanziaria, di conseguenza sale lo spread, e di conseguenza ancora salgono le tasse...) le nostre scelte di ogni giorno vengono indirizzate da fattori esterni che sembrano fuori della nostra portata.

Ma è veramente così? Veramente ognuno di noi è nell'impossibilità di fare qualcosa per difendere la propria dignità di essere libero e pensante, desideroso di autodeterminarsi?
Forse no, forse qualcosa si può fare.

Prendo lo spunto da un episodio verificatosi nella mia vita circa 12 anni fa.
Nell'azienda per la quale lavoravo era pienamente in atto un'altra tornata di licenziamenti e una gran parte di noi era altamente allarmata dalla possibilità di perdere il posto di lavoro.
Mi ricordo (e come potrei dimenticarlo?) un colloquio con una nostra collega molto in gamba, professionalmente preparata ma anche culturalmente e spiritualmente formata, alche impegnata nel volontariato, nel corso del quale lei mi disse: “sai Giuseppe, fino a qualche giorno fa ero preoccupata, poi ho pensato che, infondo mia nonna faceva la contadina e viveva bene, con bellissime relazioni personali con parenti e con amici. Se mi licenziassero, certamente mi darò da fare per trovare un lavoro alternativo basato sulla mia professionalità ma, anche se non lo trovassi, sono certa che non morirò di fame. Al limite mi rimetterò anche io a coltivare la terra”.

Ecco, questo è il primo elemento del quale dobbiamo acquistare consapevolezza. Dobbiamo vedere in faccia la realtà e combattere la paura che non sia possibile vivere una esistenza diversa da quella che i mercati internazionali ci comandano, principalmente tramite i media.
Si vive bene, anzi forse si vive meglio:
  1. anche se non si è in possesso dell'ultimo modello di smartphone o di ipad, ma si usa il modello precedente;
  2. anche se non si va tutte le settimana in palestra, ma si fa una bella corsa nel parco in compagnia di amici;
  3. anche se non si è continuamente connessi ma se si scambiano 4 chiacchiere di persona con un amico;
  4. anche se non si compra l'ultimo cibo esotico, ultra propagandato ma si consuma il cibo prodotto localmente e ben conosciuto dai nostri nonni;
  5. anche se non si segue continuamente l'ultima moda stravagante ma si cerca di usare i bei vestiti comprati negli anni precedenti;
  6. anche se non si investe in titoli azionari ad alto rischio ma in titoli meno redditizi e a rischio inferiore, magari propostici in sede di finanza etica;
  7. e così via, avete capito no?

Si tratta di fare delle scelte controcorrente e usare il portafoglio in maniera diversa.
Ma soprattutto si tratta di cambiare lo stile di vita, comprando e consumando i beni necessari e quelli utili e privilegiando, rispetto all'acquisto di beni assolutamente superflui o obsoleti, il consolidamento delle belle e sane amicizie che già abbiamo e all'acquisizione di altre, senza dimenticare la possibilità di dedicare più tempo al godimento delle relazioni familiari.
Studi approfonditi di psicologia sociale hanno appurato che, raggiunto un certo livello di reddito (un po' superiore ad un livello dignitoso), la felicità individuale non cresce con l'eventuale aumento del reddito, ma solo con l'accrescersi di solide e positive relazioni personali.

Certo questo mutamento di vita comporta dei costi, il percepire di essere minoranza, i giudizi critici di alcuni nostri amici e parenti, qualche sguardo di compassione verso chi vuole vivere da “sfigato”...
Si riesce a andare avanti solo con la consapevolezza che questo procedere controcorrente è l'unico cammino che ci permette di riacquistare la nostra capacità di decidere.
Anzi dovremmo essere fieri di essere non tanto una “minoranza sfigata” quanto una “avanguardia creativa” e, soprattutto,felice

Ma immagino anche la reazione dei miei conoscenti esperti di economia alla lettura di questi pensieri: “Ma sei diventato matto? Se tutti si comportassero come tu suggerisci, ci sarebbe un terribile calo della domanda globale e entreremmo in una recessione senza precedenti. Con la perdita di migliaia di posto di lavoro”.
Risponderei serenamente: “perché? cosa è successo in questi ultimi 10 anni seguendo i suggerimenti e gli stili di vita imposti dal modello culturale dominante? non abbiamo forse perso migliaia di posti di lavoro? non abbiamo aumentato la forbice tra una minoranza sempre più ristretta di ricchi e una maggioranza sempre più ampia di poveri o di avviati verso la povertà? non è forse vero che la storia ci ha ormai dimostrato che, con questi meccanismi economici e finanziari, non si esce dalla crisi?”
E' certamente vero che uno stile di vita più sobrio e solidale, come quello auspicato in queste considerazioni, causerebbe quasi sicuramente un calo generale del PIL e un aumento provvisorio della disoccupazione.
Ma è anche vero che:
  1. il PIL non è l'unico strumento per misurare la ricchezza, la più accorta dottrina economica e molte normative finanziarie nazionali (non ultima l'italiana) hanno introdotto il concetto di BES (livello di Benessere Equo e Solidale) per misurare la ricchezza di un Paese non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi (come il grado di felicità individuale e collettiva);
  2. una società sobria e solidale, non potrebbe non essere anche dinamica e creativa, capace di ridurre, con reti di solidarietà, i disagi di chi perde il posto di lavoro, e di creare nuova occupazione magari in ambito ora trascurati (quale quello importantissimo della cura e dell'attenzione alle persone più deboli);
  3. non dobbiamo dimenticare che l'uomo è nato per relazionarsi, non per pensare solo a produrre, e che la felicità nasce soprattutto dalle rete delle nostre relazioni parentali e amicali.

Una volta lessi in un libro (purtroppo ormai non più disponibile) che si può trascorrere l'esistenza sulla base di due slogan alternativi, magari trovando un giusto posizionamento fra i due estremi.
Il primo slogan diceva: “Vince chi muore più ricco (di soldi, di potere, di visibilità mediatica..)”.
Il secondo diceva: “Vince chi muore con più amici”.


Voi dove vi posizionate?

2 commenti:

scargi ha detto...

Un bell'articolo, però mi domando se oggi il fronte di ribellione al sistema non nasca da una consapevolezza di incapacità di non essere all'altezza. Una massa di mediocri arrabbiata, e invidiosa direi anche, si muove contro al sistema col pensiero meglio tutti eguali che qualcuno più ricco di me. Meglio poveri ma con il piacere di fare u dispetto ai mercati finanziari e al sistema che funziona intorno.

Giuseppe Sbardella ha detto...

Sono d'accordo Salvatore, anche io vedo in giro tanta mediocrità, che si esprime poi in scelte emotive, approssimative e invidiose.