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sabato 31 luglio 2010

Buona settimana (una buona formula...)

La formula di riposo per agosto: - internet, + lettura (o rilettura di libri) = maggiore capacità di riflessione.
Buona settimana

domenica 18 luglio 2010

....La parte migliore................

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Marta, invece era tutta presa, assorbita, da molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi abbia lasciato sola servire? Dille dunque che mi aiuti.”. Ma Gesù le rispose: “Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le verrà tolta”. (Luca 10,38-42).

“Maria si è scelta la parte migliore, che non le verrà tolta”: che significato può avere una frase così lapidaria se proviamo ad innestarla e viverla nell’attuale periodo storico, nel quale il binomio “Marta-Maria” potrebbe oggi diventare simmetricamente per noi simbolo di “lavoro/affanno/rumore/stress - famiglia/amicizia/amore/silenzio” ?
Perché questa necessità di un’evidente contrapposizione tra due mondi/modi che in realtà dovrebbero armoniosamente coniugarsi per permettere alla persona di vivere e crescere, sviluppando le proprie capacità umane, i propri talenti che lo Spirito ha donato ad ogni essere umano e che la Parola del Signore ci insegna a valorizzare e non a sotterrare?
Eppure, il Vangelo stesso mette in evidenza il fatto che conciliare questo binomio è spesso difficile; e per l’uomo moderno potrebbe addirittura diventare impossibile.
Qui infatti sta il nocciolo del problema: nel timore cioè che non si parli più di “parte migliore o peggiore”, ma che la corretta relazione nei rapporti fra lavoro e famiglia, anche alla luce dei cambiamenti nello svolgimento della attività economica, si modifichi così radicalmente da non preservare e coltivare quella “parte migliore” che il Signore dice che non ci verrà tolta.
Eppure, proprio la Parola del Signore ci parla di “parte” che, in quanto tale, presuppone un’altra parte, un “resto”; il complesso dovrebbe formare l’unità dell’Essere.
E noi, quindi, che contributo possiamo dare alla ricerca di quest’unità ?
Oggi infatti, in un contesto economico globale, la nostra Marta (il mondo lavorativo) viene spinta – non certo solamente per la sua stessa sopravvivenza – a costruire ed alimentare un sistema sostenuto da una concorrenza sempre più globale e aggressiva, con l’obiettivo preminente, se non esclusivo, della massimizzazione del profitto. Il primo risultato di tale obiettivo è l’incremento ossessivo della produttività.
Di qui le caratteristiche di un lavoro che sconvolge il “tempo” - il tempo della vita, del passato, del futuro, del “sempre”, quale dono più prezioso della nostra vita: questo tempo che i greci si chiamavano “krònos”, proprio per distinguerlo da “kairòs”, il tempo fugace, opportuno, conveniente, la circostanza, l’occasione.
Di seguito, schematicamente, ecco le caratteristiche del nostro lavoro odierno, sempre più legato al “tempo-kairòs”, piuttosto che al “tempo-krònos”:
a) è svolto in una maniera sempre più rapida;
b) diventa sempre più complesso a fronte della continua evoluzione tecnologica;
c) richiede una continua flessibilità e disponibilità in termini sia spazio-temporali (viaggi, trasferimenti a tempo), che psicofisici (conversione professionale, mobbing, utilizzo spinto di macchinari/tecnologie)
d) invade più o meno silenziosamente il tempo dedicato al riposo, alla famiglia, alle amicizia, agli interesse personali.
Ormai, sempre più, nelle aziende private (ma il fenomeno comincia a estendersi anche a quelle pubbliche) sono stati violati spazi prima dedicati esclusivamente alla famiglia e ai rapporti personali. Esempi ricorrenti sono:
  1. gli intervalli di mensa, spesso saltati o impiegati in riunioni di lavoro o di formazione professionale (i “training lunch”);
  2. le ore serali (dopo le 19,00) sempre più impiegate per riunioni di lavoro (anche con l’uso di teleconferenze), anche talvolta a causa della diversità di fuso orario;
  3. le ore notturne, nelle quali sempre più spesso si deve svolgere attività lavorativa per il giorno seguente;
  4. i giorni festivi (con particolare riferimento alla domenica) e le ferie, nei quali si lavora lo stesso, magari attraverso l’uso di cellulari o di PC portatili, per rispondere alle pressanti esigenze della odierna attività economica.
Ovviamente il lavoro, nelle ore serali o notturne, nei giorni festivi o durante le ferie, complice spesso la tecnologia , “ruba” sicuramente tempo alla famiglia.
La cultura dominante non aiuta infatti nel trovare la giusta mediazione, portata com’è a ribadire l’importanza di valori come il successo sociale, il potere, la ricchezza materiake; in una parola ad affermare l’”avere”, come contrapposizione ad altri valori quali il rispetto della persona umana, la famiglia, l’amicizia, il donarsi agli altri; quello cioè che nel Vangelo di Luca viene simboleggiato da Maria (in una parola l’ “essere”).
Visto sotto questa luce l’episodio di Marta e Maria è illuminante.
Da una parte Marta è assorbita, tutta presa, affannata dal servizio. Unico suo obiettivo è fare le cose per bene e presto (in termini aziendali si potrebbe parlare di aumentare l’efficienza e la produttività).
Dall’altra parte c’è Maria unicamente presa dall’ascolto di Gesù. Unico suo obiettivo è la creazione e il mantenimento di un sano rapporto interpersonale di amicizia, che Gesù definisce “parte migliore”.
Con queste parole Gesù non intende, occorre dirlo con chiarezza, condannare il lavoro; Lui stesso ha invitato a “trafficare” i propri talenti, ha svolto il Suo lavoro di carpentiere, i Suoi apostoli e discepoli hanno lavorato (scrive S. Paolo: ”chi non lavora neppure mangi”). Nel disegno divino di redenzione l’uomo, attraverso la fatica del lavoro, contribuisce, seppure in una forma particolare, all’opera redentiva di Gesù. La professionalità ci permette di dare ai nostri fratelli il meglio di noi stessi come lavoratori, è un piacere e un obbligo, non una colpa.
Gesù con le parole “Maria ha scelto la parte migliore” condanna il lavoro nella misura in cui il lavoro stesso assorbe la totalità, o quasi, dell’esistenza di una persona, diventando un idolo a cui sottomettere tutte le altre dimensioni.
La “parte migliore”: il primato va - deve andare - al rapporto personale, che si manifesta e si costruisce principalmente nell’ambito familiare, per poi estendersi all’amicizia; ma questo rapporto è chiamato a svilupparsi anche nei rapporti con i colleghi e in tutti gli ambienti che frequentiamo per coltivare i nostri interessi personali.
Anche il Vangelo ci conferma e ci sostiene nel nostro impegno come a costruire una società fondata sul primato della persona e delle relazioni ad essa correlate.

domenica 4 luglio 2010

Buona settimana (solo la Parola ci rende "vincenti")

Siamo letteralmente “ossessionati” (e il termine non è scelto a caso!!) da un bombardamento mediatico che ci spinge al successo materiale, al potere sugli altri, al piacere solo fisico. Siamo “vincenti” nella misura in cui ci adeguiamo a questa ossessione.

L’antidoto può consistere solo in un assillo di uguale spinta, ma contrario, l’assillo della Parola che ci stimola a trovare la perla preziosa (Matteo 13,45-46) o a scoprire il vero tesoro (Matteo 6,19-20), ovvero l’amore di Dio che si riversa nei nostri cuori e che ci sprona all’amore reciproco.

Coraggio, facciamoci assillare dalla Parola, non solo ascoltiamo, ma anche viviamo il Vangelo domenicale.

Vedrete i risultati in termine di felicità e di serenità. E allora saremo veramente “vincenti”!

Siete d’accordo? No?

Buona settimana

martedì 29 giugno 2010

Un accordo terribile, ma necessario

L’accordo firmato per Pomigliano tra Fiat e i Sindacati di categoria della CISL e della UIL presenta sicuramente dei dubbi fondati in tema di legittimità costituzionale.

La normativa dell’accordo infatti attribuisce in ultima istanza all’azienda (seppure dopo un percorso conciliativo) la possibilità di sanzionare i lavoratori al superamento di un numero di giorni di assenze per motivi che non escludono lo sciopero, limitando di fatto un diritto che, secondo la Costituzione (art. 39) può essere limitato solo per legge.

Sicuramente i Sindacati non avrebbero accettato tali condizioni se non di fronte al rischio, invero molto alto, che l’azienda decidesse di dismettere lo stabilimento e di spostare altrove (forse all’estero) la produzione.

In questo senso la posizione della Fiat può essere anche interpretata in un’ ottica assimilabile all’ultimatum e, per chi la vive dalla parte dei lavoratori, ad una sorta di ricatto. E in termini più ideali come un attacco alla dignità della persona dei lavoratori.

Detto questo non si possono peraltro sottacere altri elementi di valutazione.

Lo stabilimento di Pomigliano ha (e speriamo di poter usar quanto prima l’imperfetto “aveva”) dei livelli di produttività molto bassi, incompatibili (diciamolo pure) con le esigenze competitive dell’attuale mondo globale.

La dottrina economica assume che la produttività di una fabbrica dipende da tre fattori essenziali, gli investimenti dell’azienda in termini di macchinario, le infrastrutture e il contesto sociale locale, la produttività dei dipendenti.

Per quanto riguarda il primo aspetto, mi risulta che la Fiat ha fatto quanto possibile per migliorare la qualità dei macchinari impiegati nello stabilimento, pur avendo da superare alcuni problemi legati alle difficoltà opposte dai sindacati che temevano una diminuzione delle persone impiegate a fronte della introduzione di tali nuovi macchinari.

Nulla di nuovo si dice rispetto all’aspetto delle infrastrutture logistiche e comunicative nonché del contributo positivo del contesto sociale se solo si fa un riferimento (anche per accenno) alla camorra imperante nel territorio ed ad una mentalità assistenzialistica piuttosto che industriale. E’ questo il vero cancro, sotto varie forme, di tutto il nostro meridione (salvo poche “isole” felici), cancro che richiederebbe un intervento diretto, determinato e forte delle Istituzioni dello Stato centrale (altro che federalismo per le Regioni del Sud!... ma questo è un discorso che andrebbe affrontato in altra sede).

Chiudiamo questa riflessione sulle cause della insufficienza di produttività facendo riferimento al terzo elemento, quello relativo al livello di assenteismo che tutte le fonti (anche sindacali) considerano di eccezionale gravità.

L’impiego mensile dei 3 giorni di permesso attribuiti dalla legge 104 per far fronte ad eventuale assistenza a parenti invalidi viene considerato come “diritto” a 3 giorni di permesso mensile, il tasso di malattia (certificato da medici compiacenti, anche vessati dal contesto camorristico locale) è molto più elevato che in altre zone del Paese ed è risaputo come molti “malati” siano regolarmente all’opera per la raccolta della propria uva e dei propri pomodori, il livello di scioperi anche bianchi (ovvero senza detrazione dello stipendio) spesso giustificati con motivi pretestuosi (o non giustificati affatto) è incredibilmente alto.

E’ con rammarico da rilevare come ben poco i sindacati abbiano fatto su questo terzo fronte della insufficienza di produttività, restando di fatto al fianco dei lavoratori negligenti anche quando sarebbe stata opportuna una diversa azione.

Non si possono sottolineare le responsabilità della Fiat senza evidenziare anche quelle delle Istituzioni centrali e locali della Repubblica (quasi completamente assenti), dei Sindacati (mossisi in maniera maldestra e forse anche sotto la pressione della cultura sociale assistenzialistica e camorristica), del lavoratori (che vogliono giustamente essere rispettati nella loro dignità di persone ma spesso hanno dimenticato i loro obblighi, anche giuridici, di lavorare in buona fede e con diligenza).

Non si poteva chiedere alla Fiat di continuare a produrre a Pomigliano con un tasso di produttività incompatibile con le esigenze globali. Senza accordo lo stabilimento sarebbe stato chiuso in breve tempo e i lavoratori sarebbero rimasti disoccupati.

Resta da chiarire un grande punto interrogativo. Condividendo il primato etico del rispetto della dignità di ogni persona umana, ci si deve chiedere come sia possibile, nell’attuale contesto economico globale, ribadire tale principio rispetto a quello concorrenziale della massimizzazione del profitto.

A mio parere la battagli è culturale prima che politica. Anche per questo è nato Persona è futuro.

Per restare in Italia, sarà ora necessario evitare che l’accordo di Pomigliano diventi paradigmatico per altri accordi, intervenendo preventivamente ciascuno (azienda, sindacati, Stato) nel rispettivo campo di competenza sugli aspetti relativi alla produttività.

sabato 26 giugno 2010

Non solo sale....

Carissimi,

i credenti “sale della terra” con la loro testimonianza, anzi preferisco il termine più moderno, con il loro stile di vita, devono dare il gusto di Cristo agli ambienti nei quali sono immersi.

Ma non basta il sale, lo stile di vita!!

Devono essere anche “luce del mondo”.

La luce è la Parola che illumina tutte le realtà, che permette agli uomini di vedere lontano, oltre il tornaconto personale a breve termine e le beghe quotidiane, che consente loro di chiedersi quale possa essere il senso dell’esistenza.

Una luce che permea la cultura e si esprime attraverso di essa a tutti gli uomini di buona volontà che osino affrontare la dura ma inevitabile fatica del pensare.

Siamo capaci di insaporire il mondo con il nostro stile di vota e illuminarlo con una cultura frutto della Parola?

Almeno proviamoci!

Commenti?

Buona settimana

domenica 20 giugno 2010

Buona settimana (essere sale...?

“Voi siete il sale della terra” (Luca 5,13), queste parole di Gesù ci fanno riflettere.

Il sale non fa diventare una saliera il cibo al quale di aggiunge, né si sostituisce agli elementi di quel cibo ed ai relativi sapori, ma da il suo specifico sapore al tutto, modificando (e talvolta evidenziando) il gusto precedente.

Così i seguaci di Gesù non si devono angustiare in un frenetico proselitismo (le conversioni non le faremo noi, ma solo Lui) bensì impegnarsi a dare il “sapore” di Gesù, l’amore di Gesù, alla famiglia, alle amicizie, ai colleghi di lavoro, alla società intera.

E deve essere un bel sapore, un sapore che si sente perché il versetto di Luca aggiunge: “ma se il sale perde il sapore con cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.”

Buon insaporimento e buona settimana!!

domenica 13 giugno 2010

Buona settimana (una tragedia nazionale?)

Carissimi, siamo nel pieno di una tragedia nazionale!
Ieri il Corriere della sera ha pubblicato (sul sito internet) la notizia che la percentuale dei non ammessi all'esame di maturità è passata dal 5 al 6% aumentando di ben 1 punto percentuale.
Subito giustamente sono insorti pedagoghi, pediatri, sociologhi, psicologhi "democratici".
Ma come ci permettiamo?si, stiamo finalmente cominciando a far capire ai ragazzi che il diritto alla promozione si merita studiando, come nella vita il diritto al successo si acquista impegnandosi, stiamo finalmente dicendo loro che non basta la furbizia, la spiritosaggine, la baldanza per avere successo nella scuola come nella vita, stiamo finalmente cominciando a svelare loro che certi modelli imperanti (in politica, in televisione, nello sport) non sono necessariamente vincenti (tutt'altro..).
Ora aspettiamoci il primo contrattacco al momento della notizia (che spero non venga mai) di un suicidio a seguito della bocciatura. Ma diciamocelo sinceramente, è più colpevole chi ha inasprito i criteri di valutazione, o chi aveva infuso nei ragazzi la convinzione di possedere un diritto inviolabile ad essere promossi?
Si, capisco, questo è solo un aspetto del problema "emergenza educativa" ce ne sono altri (sostegno ai meno dotati, supporto di mezzi didattici ecc.), ma da qualche parte occorrerà anche iniziare.
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Buona settimana

domenica 30 maggio 2010

Buona settimana (uomini come i pesci rossi?)

Cari amici,

stamattina ho notato nel giardino di una villa un’ampia vasca piena di pesci rossi e ho fatto un pensiero che mi è gradito condividere con voi.

Chissà se quei pesci rossi che nuotavano nella vasca avevano una qualsivoglia anche appena abbozzata comprensione di quella persona che li guardava fuori dell’acqua.

Molto probabilmente (sempre presupponendo che i pesci abbiano un minimo di comprensione dell’esterno) no; per essi l’unico elemento vitale è l’acqua, o vedevano un essere strano immerso in un tipo diverso di acqua o non mi vedevano affatto.

Noi esseri umani siamo in una dimensione (sia spirituale che materiale) diversa da quella dei pesci; esistiamo ma siamo fuori della loro portata intellettiva.

Come siamo superbi allora noi quando vogliamo non solo immaginare e magari anche capire Dio, e quanto stupidi siamo quando ci irritiamo perché non agisce secondo le nostre aspettative!

Noi siamo come i pesci rispetto all’uomo, solo che abbiamo avuto la fortuna di avere un Dio amore che si è rivelato a noi.

Mi viene in mente quel passo della Parola: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie opere non sono le vostre opere”.

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Buona settimana

venerdì 28 maggio 2010

Quale etica?

"L'etica in un mondo di consumatori" di Z. Bauman, libro intrigante, stimolante, ma anche sotto certi aspetti, terrorizzante. Ne suggerisco la lettura.
http://www.ibs.it/code/9788842086925/bauman-zygmunt/etica-mondo-consumatori.html

martedì 25 maggio 2010

Anche la croce soggetta ai sondaggi?

Con un annuncio che ha lasciato sconcertati, il leader dell’UdC Casini ha proposto di cancellare lo scudocrociato dal simbolo del nuovo soggetto politico di centro, il cosiddetto Partito della Nazione che, peraltro, dovrebbe rimanere un partito di ispirazione cristiana (anche se un po’ attenuata....).

Nessun esponente politico che si rispetta avrebbe l’ardire di avanzare una proposta come questa (che veramente appare come una reale soluzione di discontinuità rispetto al passato), senza essere certo che la maggioranza della base del suo partito la approverebbe e che, anzi, questa decisione gli permetterebbe di acquisire simpatie aggiuntive.

Sicuramente Casini è in possesso di sondaggi riservati che sosterrebbero la sua posizione. Ormai, e in questo ha ragione il Presidente della Camera Fini, le scelte politiche si basano sui sondaggi, non sui valori né tantomeno sugli effetti a medio-lungo termine delle scelte medesime.

Eppure ci sarebbe un buon precedente per evitare di decidere anche una questione come questa in base ai sondaggi.

Circa 2000 anni fa un presunto Re dei Giudei fu messo in croce, sulla base di una decisione assembleare e pressoché unanime del popolo di Gerusalemme, in quanto aveva osato dichiararsi Figlio di Dio.

Una volta morto in croce sul Golgota, dopo essere stato soggetto ai lazzi e agli scherni dei più, se si fosse fatto un “sondaggio” sulla possibilità di una continuazione del suo messaggio e della comunità dei suoi seguaci, quante sarebbero state le opinioni favorevoli? Sicuramente poche se non nessuna. Eppure la Fede in quella Persona dura ancora oggi dopo 2000 e più anni e ha dominato (e dominerà) la storia del mondo!

Si può capire la proposta di Casini di dare un “taglio” con ogni collegamento, anche di immagine, con la Democrazia Cristiana, partito che ha governato l’Italia per molta parte dell’ultima metà dello scorso secolo, ma la cui esperienza è forse irripetibile nell’attuale epoca, in presenza di contesti culturali e socio-economici radicalmente diversi. Veramente lo scudocrociato potrebbe andare in pensione ed essere ricordato per i meriti (e alcune ombre) nei confronti della Nazione.

Ma è giusto che la croce come simbolo culturale vada in pensione? Questo è il punto nodale.

Essa oltre ad essere il segno riconoscitivo dei Cristiani, rappresenta di sicuro una valenza significativa per tutti gli uomini di volontà.

Dal gesto di Cristo che sale e muore in Croce, con un atto di donazione, libera, infinita e incommensurabile, per riconciliare l’umanità con Dio e farle la sua pienezza di essenza, discende anche una ben chiara etica ed una condivisibile cultura.

In primo luogo la scelta della croce si configura come una scelta di libertà, libertà da tutti i poteri e i condizionamenti esterni, sempre possibili e esistenti, che cercano di distrarci da ciò che abbiamo scelto come vero, bello e buono.

Ma ancora la croce evidenzia il primato dato al bene di molti (nel caso di Cristo di tutti) rispetto al benessere individuale; è una decisione che può non pagare a breve ma che si rivela vincente per se stessi e per la comunità nel medio-lungo periodo.

La croce si coniuga perfettamente con il senso di responsabilità, con la capacità cioè di tener fede, con coerenza e con tenacia, agli impegni liberamente assunti.

E infine la croce dimostra come il successo, la realizzazione dei propri obiettivi, passa attraverso una fase di fatica, di impegno profondo, di salita controcorrente, chiamata con una parola fuori moda “sacrificio”, una fase transitoria ma necessaria che forgia la persona e la lancia verso la piena realizzazione.

La croce è questo per tutti gli uomini di buona volontà, e forse anche altro..

Ma non è di questa etica, di questa cultura, fondata su libertà, bene comune, responsabilità, sacrificio, ciò di cui l’Italia, e anche l’Europa oggi hanno proprio bisogno?.

Abbiamo di fronte a noi una etica e una cultura che propugnano:

1. la libertà come possibilità di inseguire ad ogni costo il nostro piacere materiale;

2. il benessere (o meglio, il tornaconto) individuale come metro prevalente di giudizio sul nostro comportamento;

3. l’ubbidienza immediata agli stimoli emotivi come strada da seguire indipendentemente dalle conseguenze e dagli effetti delle decisioni emotivamente assunte;

4. la fuga dal sacrificio e la ricerca del guadagno e del successo senza fatica come via per inseguire alcuni modelli umanamente squallidi (veline, tronisti, alcuni uomini di sport...) ma venduti alle nostra parte emotiva come “storie di successo”.

L’etica e la cultura oggi dominante sono frutto di questi elementi e continuano ad essere seguiti, anche se la crisi morale e soprattutto quella economica (figlia della prima) sono devastanti e sotto gli occhi di tutti quello che ancora vogliono pensare e vedere.

E allora lasciamo pure andare in pensione lo storico scudocrociato, ma teniamoci ben stretta l’immagine della croce, magari come parte di un simbolo più ampio e dal molteplice significato. La cultura, l’etica e il modo di far politica, sottesi alla croce, possono essere ora perdenti, ma sicuramente non lo saranno nel medio-lungo periodo.