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lunedì 20 marzo 2023

Merito... non solo. Appunti sulla meritocrazia

 



Parte 1

Come valutare il merito?

Tutto parte dalla seguente domanda birichina che mi sono posto da solo: “Meritocrazia. E' più degno di apprezzamento (e meritevole…) un manager che alza del 2% il profitto della propria azienda farmaceutica o il medico, della medesima azienda, che scopre un farmaco per una malattia rara (dal quale non si prevede pertanto un grosso ritorno in termini di profitto per l'industria farmaceutica)?”
La risposta non è facile, e forse neppure è possibile darne una definitiva. Conviene procedere con ordine.

Il termine meritocrazia viene dal greco, significa letteralmente “potere al merito” e identificando quel tipo di modalità di riconoscimento caratterizzato dal premiare le persone più meritevoli nei campi più vari (aziende, scuole, mondo della finanza, sanità, sport ecc.).
Meritevole è la persona che contribuisce al successo di un ente, dal più piccolo come una famiglia, ai più grandi, come un’azienda o addirittura una nazione.

E qui cominciano i problemi.

Quali sono i criteri per misurare il successo di un ente e come paragonare le storie di successo nell’ambito dei vari enti per premiare le migliori?

E’ più meritevole il manager che alza del 5% l’utile della propria azienda in Borsa, premiando così gli azionisti ma mandando a casa 10.000 dipendenti, o il manager che l’alza solo del 2% ma evita ogni tipo di licenziamento?
E ancora (e qui la risposta sembra a prima vista più facile) è più meritevole lo scienziato che mette a punto il vaccino per una influenza pandemica (che salva milioni di persone e che fornisce un grosso ritorno in termine di profitto) o lo scienziato che scopre un farmaco per le malattie rare (che salva migliaia di persone con un ritorno di profitto ovviamente molto inferiore al precedente)? La vita di più persone vale più della vita di meno persone? ponetevi, prima di rispondere, nei panni di una di queste ultime...

Sembra chiaro che la risposta a queste domande non possa prescindere dall’individuazione di criteri oggettivi atti a misurare il contributo dei singoli al successo e, pertanto, dal tipo di società che si vuole costruire.

Se si vuole costruire una società fondata su valori quali la massimizzazione della ricchezza individuale, del profitto aziendale, del PIL nazionale, saranno considerati meritevoli i cittadini che, con la loro attività, avranno meglio contribuito all’accrescimento quantitativo di questi valori.
Se invece la meta è quella di una società in cui si possa vivere meglio, in cui sia distribuita comunque una base di ricchezza sufficiente per una vita dignitosa, e si punti ad uno sviluppo rispettoso delle esigenze ambientali e della necessità di un solido contesto relazionale interpersonale, allora saranno considerati meritevoli i cittadini che maggiormente si saranno impegnati sul fronte della salute, dell’ambiente e di tutto quant’altro consente alle persone di avere solide e realizzanti relazioni umane.

Pertanto solo se si ha chiaro il modello di sviluppo da implementare e il tipo di società da costruire si potrà meglio capire cosa si intenda effettivamente per merito. Di qui la prima conclusione che non può esistere una concezione di merito condivisa da tutti ma che tale concezione dipenda in maniera molto rilevante dai valori sociali che i singoli cittadini professano.

E non è l’unica questione che si presenta.

E’ comune esperienza (sia pratica che scientifica) che le prestazioni individuali (professionali, sportive, relazionali) dipendono in gran parte da fattori che prescindono dall’impegno individuale. A titolo di esempio possiamo individuare alcuni di questi:

·       il quoziente di intelligenza (Q.I.);

·       l’ambiente familiare e sociale da cui si proviene;

·       il percorso di studi (spesso obbligato) portato (o non) a termine;

·       le doti fisiche e psichiche (talento) naturali.

Come valutare i meriti di due lavoratori di cui uno, con Q.I. superiore alla media, completa un incarico in pochi minuti e senza eccessiva fatica, e l’altro, con Q.I. inferiore alla media, in un’ora ma con grande impegno? Certo il primo avrà del tempo disponibile per portare a termine altri lavori e il secondo forse no, ma chi dei due è stato più meritevole?

Certo, se ci si basa solo sul criterio del profitto, il primo risulterà necessariamente vincente, ma abbiamo visto che il successo materiale non può essere il solo criterio. Magari il secondo lavoratore, più lento ma maggiormente impegnato, potrebbe essere più capace di integrarsi in un efficace lavoro di team.
E ancora, per tornare ad una domanda iniziale, come valutare, in termini di merito, lo scienziato che predispone il vaccino per milioni persone e quello invece che, magari con maggior impegno, scopre una medicina per una malattia rara? Valuteremo il merito in termini di ritorno di profitto, di numero di potenziali persone (pesandone l’importanza individuale in funzione del numero), o invece misureremo la quantità di impegno profuso da ciascuno dei due nel loro lavoro?
Come valutare l’insegnante, dotata di carisma personale, in grado di tenere la classe in termini di disciplina ma con scarsa capacità di trasmettere conoscenze e valori, con un’altra, magari meno esuberante, talvolta schiacciata dagli studenti, ma intenta, con grande impegno, a veicolare in loro sia le conoscenze tecniche che i principali valori sociali? Certo la prima arrecherà meno fastidio al Dirigente scolastico (che potrà limitare i suoi interventi di tipo disciplinare) ma dovrà essere considerata più meritevole dell’altra?

E non sono finiti gli interrogativi da porre sulla questione della meritocrazia.

Come comportarsi sui periodi di valutazione? Dovremo considerare più meritevole il ricercatore che, annualmente, produce singoli risultati di rilevanza normale, o un altro ricercatore, impegnato in un lavoro più complesso e con necessità di maggior tempo di analisi, che raggiungerà un risultato molto più importante ma dopo più anni? Generalmente si è portati a considerare il breve periodo, ma è giusto, non ci limiteremo così a premiare gli sforzi brevi e a disincentivare gli studi lunghi e complessi?

Riepilogando,

·       scopo ultimo del lavoro,

·       importanza dei fattori individuali predeterminati,

·       rapporto fra risultato e impegno,

·       lunghezza del periodo di valutazione

sono (e forse ce ne saranno anche altri) quattro elementi che mettono a dura prova la fondatezza e la ragionevolezza del motto “potere al merito”.

L’impressione netta è, che in questa come in altre questioni sociali, occorra evitare ogni fondamentalismo, ogni presunzione che problemi complessi siano risolvibili con soluzioni semplici, che ci possano essere, in ogni caso, scorciatoie in grado di evitare la indispensabile fatica del discernere, comprendere e solo alla fine decidere.

Il reale merito dovrà essere valutato tenendo conto non solo del contributo al profitto, al guadagno finanziario o al PIL, ma anche di fattori diversi quali l’impegno individuale, il contributo al bene comune e l’importanza del lavoro in rapporto al tempo impiegato. Solo in una ottica così allargata diventerebbe possibile avviare una concreta e giusta politica di riconoscimento del merito.

 

Parte 2

Ma è vero merito?

Ma, nel sostenere il principio meritocratico, siamo certi che veramente stiamo riconoscendo il merito delle persone che premiamo?
Non sarà necessario, prima di ogni cosa, mettere tutte le persone in condizione di godere delle medesimo opportunità? Ovvero garantire quella che viene definita come l’uguaglianza delle condizioni di partenza, di uguaglianza garantita come pari opportunità per arrivare al successo nel proprio campo?
Una volta che fossero definite ed implementate delle sane e positive politiche in campo scolastico, sociale, sanitario, culturale per potenziare i soggetti più deboli e consentire loro di dedicarsi alla attività desiderata perché non innescare, a questo punto, il principio meritocratico e riconoscere il valore dei più meritevoli?

Forse perché il talento del quale siamo dotati e che ci permette di raggiungere o meno determinati risultati di successo non può essere considerato solo “nostro” ma è frutto di un dono o della sorte.
Ogni essere umano nasce infatti con un determinato patrimonio genetico, con determinate doti caratteriali che vengono affinate e potenziate dall’ambiente familiare e sociale nel quale viviamo e che ci offre (ci dona) precise possibilità di crescita.
il DNA genitoriale, il contesto culturale e professionale delle nostre amicizie, la possibilità di accedere a strutture formative adeguate, le risorse finanziare necessarie per viaggiare e conoscere ambienti diversi, sono tutti elementi che giocano a favore (o a sfavore…) di ciascuno di noi nella via verso il successo.
Chi ha avuto la sorte di vivere in un contesto favorevole,  di aver goduto di una istruzione adeguata, di aver frequentato stimolanti ambienti nazionali e internazionali, ha davvero pochi meriti personali in più rispetto a chi ha avuto una sorte sfavorevole per poter pretendere e rivendicare un riconoscimento maggiore nel raggiungimento di determinati risultati.
Se si preferisce, invece di sorte, si può parlare (per chi è credente) di dono di Dio, ovvero di benevolenza divina gratuita, ma in questo caso chi ne è beneficiario non se ne può assolutamente gloriare.

Sane positive sociali in campo scolastico, sociale, sanitario, scolastico potrebbero parzialmente livellare le condizioni di partenza ma non potrebbero mai annullarle e alcune condizioni favorevoli (come il DNA, le amicizie del proprio ambiente sociale, l’influsso culturale familiare) contribuirebbero sempre ad agevolare il cammino dei più rispetto ai meno fortunati.
Si potrebbe forse affermare che, anche se non è certo che ci sia del merito a raggiungere determinati risultati in condizioni di privilegio, si potrebbe però pur sempre riconoscere e premiare l’impegno di chi ha saputo mettere a frutto il talento consegnatogli gratuitamente dalla sorte o dalla grazia divina. Si potrebbe arrivare a teorizzare una meritocrazia dell’impegno.

Siamo certi che almeno l’impegno (visto come capacità di concentrare, anche con sacrificio, i propri sforzi per raggiungere un risultato degno di riconoscimento) sia il frutto autonomo di una nostra scelta?
Non sarà anche l’impegno frutto del nostro peculiare DNA, dell’educazione che abbiamo ricevuto nel nostro contesto familiare e sociale?
La maggior parte di noi conosce ragazzi capaci tranquillamente di impegnarsi in una attività e altri molto meno capaci. Se poi andiamo ad approfondire il loro contesto familiare e sociale di questi ultimi, ci rendiamo conto che è difficile per loro acquisire capacità di impegno e di sacrificio se, intorno a loro, nessuno li sprona in questa direzione o ha dato loro un esempio di vita significativo in tal senso.

Ma allora, se il merito è frutto in maggior parte della sorte o di un dono di Dio, che senso ha parlare di meritocrazia e della necessità di riconoscere i più meritevoli? Non è meglio, se si vuol essere realisti e, allo stesso tempo, equi, rinunciare ad ogni forma di valutazione e di riconoscimento sulla base del merito?


Parte 3

Che succede se rinunciamo al merito?

Rinunciare ad ogni forma di valutazione e di riconoscimento sulla base di un merito che si riconosce esistente altro non vuol dire che passare da una forma di giustizia distributiva che attribuisca a ciascuno secondo i suoi meriti (tenendo conto di alcuni trattamenti minimi non comprimibili) ad un'altra che attribuisca a ciascuno secondo i suoi bisogni.
Nessuno, in migliaia di anni di storia del genere umano, è riuscito nell’applicare integralmente, in un contesto di rispetto della libertà personale, il secondo criterio se non all’interno di singole piccole comunità o sette ad alta e condivisa tensione ideale.
Il criterio si è rivelato inapplicabile e dissolto nella misura in cui la dimensione di queste comunità è cresciuta, o che la tensione ideale sia fortemente diminuita.
Vuol forse dire che qualche problema di realismo e di compatibilità esiste ed è insuperabile?

Ma la rinuncia ad ogni forma di valutazione e di riconoscimento sulla base di un merito porrebbe problemi anche di normale carattere pratico.
Come eserciteremmo, in una democrazia parlamentare, in una libera associazione, in un condominio, il nostro diritto di voto per scegliere una persona per un incarico? Dovremmo pur sempre valutare i comportamenti e le capacità dei singoli candidati e scegliere quella persona che, a nostro parere,… meriterebbe il nostro voto! Magari le daremmo il nostro voto sulla base dei criteri più disparati (l’età, il livello di istruzione, il genere, il colore dei capelli, il ceto, la residenza…) ma, in ogni caso, dovremmo darle una preferenza e decidere sul perché merita la mia preferenza rispetto ad un’altra persona!

Non vorrei essere semplicistico ma mi sembra che la soppressione tout court del “merito” come criterio di valutazione non sia realisticamente possibile.
Diversa è la soluzione sul come valutare il merito, su quali criteri utilizzare. Come già accennato in precedenza, il reale merito dovrebbe essere valutato tenendo conto di vari fattori quali la competenza personale, l’impegno individuale, il contributo al bene comune, l’importanza del lavoro in rapporto al tempo impiegato, non solo pertanto di fattori solo finanziari quali il contributo al profitto o alla crescita economica.
Solo in una ottica così allargata diventerebbe possibile avviare una concreta e giusta politica di riconoscimento del merito.
Questa ottica postula necessariamente un discernimento serio e il più possibile oggettivo e condiviso.
Se la valutazione personale non appare basata su dati oggettivi e misurabili nonché effettuata senza una sufficiente condivisione, diventa inevitabile che possa venire contestata da chi non si ritenga (magari a torto) inferiore a colui il quale è stato riconosciuto un merito maggiore.
A livello socio-politico certi fenomeni populistici vanno proprio ascritti a questa motivazione, la sensazione di essere stati trattati ingiustamente per una non corretta valutazione del merito personale.
Più sono trasparenti e pubblici sia i criteri per la valutazione del merito sia gli strumenti di misurazione dello stesso, più diventa difficile contestare le valutazione e i conseguenti riconoscimenti (fermo restando che l’unanimità non si potrà mai verificare).

Per chi vorrà approfondire l’argomento appena accettato in queste considerazioni, potrà leggere con profitto:

1.     Carlo Cottarelli – All’inferno e ritorno – Feltrinelli 2021

2.     Michael J. Sandel – La tirannia del merito – Feltrinelli 2021

Luca Ricolfi - La rivoluzione del merito - Rizzoli 2023

 

Roma 20 marzo 2023

lunedì 24 agosto 2020

Accogliere, respingere... o gestire?



 Perché non vogliamo dire la VERITA'?

La ritrosia (chiamiamola così...) dei cittadini europei (inclusi gli italiani) ad accogliere ulteriori migranti dall'Africa è dettata dalla consapevolezza che, nell'attesa che essi si integrino, acquisiscano professionalità e producano reddito, rappresentano solo un peso per le finanze dei Paesi europei.
Questo vuol dire che, nel breve periodo, una accoglienza troppo vasta porta ad un impoverimento dei cittadini europei, impoverimento che cesserebbe solo nel lungo periodo allorché i migranti cominciassero a lavorare e produrre reddito, in modo da essere autonomi.

E' inutile e controproducente parlare di RAZZISMO.

Occorre invece parlare il linguaggio della verità, comprendere le paure degli europei, dire con chiarezza che le migrazioni sono un evento epocale che riguarda tutte le parti del mondo e non solo l'Europa, un evento che non è possibile bloccare se non a prezzo di esecrabili violenze.
Se in Europa la popolazione indigena diminuisce forse, insieme con politiche che agevolino la natalità, occorrerà accettare e accogliere le forze nuove dei migranti.

Occorre però essere chiari, come non si può RESPINGERLI tutti, non sarà neppure possibile ACCETTARLI tutti.
La soluzione potrebbe essere, una volta fissati criteri di accettabilità (esempio età, professionalità, zona di provenienza...) fissare delle quote a livello europeo divise per Paese ed a quelle attenersi con rigidità.
Il verbo chiave è GESTIRE il problema con realismo e concretezza. Ed è conseguenziale che gli eccessi rispetto alle quote non dovrebbero essere accettati e quindi respinti.

Immagino che adesso qualcuno idealista con la testa per aria possa accusarmi di NAZISMO perché si discriminerebbe fra migranti da accettare o meno. Replico che chi spinge verso l' accogliamo tutti spinge in effetti verso una reazione popolare che potrebbe quella sì portare al FASCISMO. 

giovedì 28 maggio 2020

Virus, dannazione o opportunità? sdebitarci verso i giovani


Il testo che segue non ha assolutamente alcuna pretesa di essere la sola opinione possibile sull’argomento o di essere pienamente esaustivo.
Ho voluto soltanto raccogliere, nel modo più sistematico possibile, le mie considerazioni sull’argomento, basate sulle letture che ne ho fatto (perlopiù, ma non soltanto di ispirazione cristiana).   



E’ il Covid-19 da considerare una disgrazia imprevedibile e, comunque, inevitabile?



Se pensiamo alle epidemie che si sono succedute in questo ventennio di secolo a intervalli più o meno regolari (Ebola, HIV, Covid-Sars, Covid-19), qualche dubbio viene. Specialmente se si pensa alle riflessioni di alcuni scienziati, sia organizzati che freelance, sulla origine e sulla diffusione di questi virus.
Secondo questi scienziati l’origine di questi virus è da ricercare nella scarsa attenzione che l’uomo ha rivolto alla saggia conservazione dell’ habitus naturale e che ha permesso (o costretto?) questi virus a transitare dagli animali nei quali abitavano (pipistrelli, pangolini, rettili…) all’uomo.
Una politica più attenta alla difesa delle risorse naturali (in primis foreste e sistemi fluviali) molto probabilmente non interromperebbe (almeno nell’immediato) la replicazione di tali virus e l’insorgenza di nuovi, ma certamente la rallenterebbe.
Sono perfettamente consapevole che tale diagnosi non è condivisa dalla totalità degli scienziati (forse anche in qualche maniera solleticati dai finanziamenti di grandi multinazionali), ma il dubbio permane e il principio di precauzione dovrebbe suggerire di prestare molta attenzione alla interpretazione che ho appena esposto anche se sommariamente.



Dove invece il parere degli scienziati è quasi unanime è sulla diagnosi sui motivi della veloce diffusione di questi virus.
La stragrande maggioranza di essi ne vede la causa (non la colpa…[1]) nella “globalizzazione” in atto; il libero commercio dei beni da un continente all’altre, il libero e costante trasferimento delle persone, fa sì che persone, animali e cose vengano sempre più spesso e più velocemente messe in contatto e, oltre a infettarsi reciprocamente, consentono una rapida e universale trasmissione del virus.



Come può l’uomo reagire su questi due fronti della nascita e nella diffusione di tali virus?



Sul primo fronte, sempre che si accetti la interpretazione prima data (ma anche se non la si accettasse in toto sarebbe opportuno tenerla in considerazione per il già citato principio di precauzione[2]) sembra conseguente pensare a decisioni politiche in tema di ambiente (acqua, clima, foreste, inquinamento, rifiuti…) che, a livello internazionale (così come internazionale è la diffusione dei virus) dimostrassero una maggiore attenzione alla sostenibilità degli effetti di tali decisioni sulla conservazione e un sano sviluppo dell’ambiente naturale.



Sul secondo fronte, quello relativo alla veloce e universale possibilità di diffusione dei virus, è innanzitutto certo che non è possibile, né tantomeno augurabile, interrompere il processo di globalizzazione che, sotto molti aspetti, ha prodotto un miglioramento della condizione umana mondiale (anche se a velocità diverse e provocando una forbice sempre più ampia fra il benessere di alcuni pochi Paesi e quello, minore, di molti altri).
Quello che appare augurabile fare è uno sforzo teorico e pratico per una “globalizzazione a misura di uomo” ovvero capace di servire l’uomo nella sua integralità (puntando non solo al suo benessere materiale, ma anche a quello valoriale, intellettuale, morale e perché no? spirituale per chi crede).



Cosa vuol dire “una globalizzazione a misura di uomo”? vuol dire costruire un mondo globale e innescare una crescita che venga subordinata alla sostenibilità ambientale delle scelte politiche ed economiche di Stati e industrie (sia grandi multinazionali che medie e piccole imprese nazionali.
Aspetti quali:
1) l’abbassamento del tasso di inquinamento globale,
2) la conservazione e lo sviluppo delle foreste;
3) la difesa della quantità della risorsa acqua ed una più equa distribuzione della stessa;

4) una politica dei rifiuti che punti al riciclo e al riutilizzo degli scarti alimentari e non;
5) l’ampio utilizzo delle fonti energetiche pulite e rinnovabili;
sono solo i principali da tenere presenti, quali binari sui quali incanalare lo sviluppo globale, o quale cornice nell’ambito della quale indirizzare, mantenendolo il fenomeno globalizzazione.
Non è questo il luogo per dimostrare (ma neppure sarebbe molto difficile dimostrarlo..) che tale “globalizzazione a misura di uomo” presuppone un cambiamento radicale del modello di sviluppo attuale e un altrettanto radicale cambiamento dello stile di vita.


Il nuovo stile di vita dovrà essere basato:
1) sul minor consumo di energia;
2) sulla raccolta differenziata dei rifiuti;
3) sulla sostituzione delle autovetture a benzina con quelle elettriche e sul maggior uso dei trasporti pubblici;

4) sull’ampio accesso solidale ai “beni comuni”[3] (acqua ed aria pulita, verde pubblico, cultura…);

5) sulla maggiore attenzione ai singoli ed ai popoli meno privilegiati[4];
6) sulla ricerca di acquisire più che i beni di posizione (casa, automobile, altri beni materiali di lusso, quali orologi Rolex, penne Montblanc ecc.) i cosiddetti “beni relazionali” (amicizia, fiducia, partecipazione a gruppi di riferimento…) ricordando come, secondo recenti studi di psicologia sociale e di economia, la felicità cresce negli individui con la crescita del reddito ma, raggiunto un certo limite, un aumento del reddito e del possesso di beni posizionali non porta alcun aumento di felicità che invece aumenta con l’acquisizione di maggiori beni comuni e/o di beni relazionali[5].

Questo (“lo stile di vita”) dalla parte dei consumi.
Ma il cambiamento radicale sarà richiesto anche dalla parte degli investimenti e della produzione.


Appare logico sostenere che occorrerà continuare l’attività di produzione tenendo conto dei vincoli da sostenibilità ambientale più sopra indicati.
Questo non sarà gratis.
In primo luogo, comporterà un aumento dei costi e, conseguentemente, dei prezzi, da parte del produttore.
In secondo luogo, comporterà una conversione della produzione di alcuni beni voluttuari o ad alto consumo energetico con conseguente dirottamento verso la produzione di beni e servizi a minor consumo energetico ma più essenziali o comunque verso la produzione di beni e servizi riconducibili alla categoria di beni relazionali e di beni comuni.
Riconversione produttiva che necessariamente  darà origine a forti, talvolta temporanee, talvolta durature, crisi occupazionali, superabili solo con un massiccio intervento di sostegno dello Stato (con sussidi ai disoccupati, con prestiti a basso interesse o a fondo perduto per gli imprenditori, con ingresso stesso dello Stato nella proprietà o nella gestioni delle aziende). 

Ma servirà anche uno Stato che investa fortemente per combattere il degrado sociale (infrastrutture per i trasporti pubblici e privati, accelerazione dei tempi di giustizia civile e penale, rielaborazione e riconsiderazione del concetto di pena, lotta contro la corruzione, recupero delle zone a rischio sismico, sana e seria politica di integrazione sociale e culturale,…).


Neppure si può dimenticare il necessario impegno in campo scolastico sia dal punto di vista logistico (con costruzione di nuovi edifici o ridestinazione di altri) che formativo puntando a trasformare una scuola ridotta ora ad agenzia di baby e teen sitteraggio in agenzia di formazione, informazione e socializzazione dei nostri giovani focalizzandosi sul recupero di quelli più deboli e sulla incentivazione di quelli che possono raggiungere l’eccellenza, avendo come punto di riferimento una meritocrazia che premi, non tanto le doti personali, quanto l’impegno nello studio e nella socializzazione.

Last but not least, occorrerà pensare a forti investimenti anche nel campo sanitario (ammodernamento e ampliamento degli ospedali esistenti, costruzione di nuovi, innovazione nel campo delle cure domiciliari, finanziamento alla ricerca scientifica…) e in quello della cura alle persone più deboli (assistenza agli anziani, agli invalidi, sanificazione delle RSA esistenti e costruzioni di nuove più sicure…) che rappresenterà un settore capace di riassorbire almeno una parte dei disoccupati da riconversione produttiva previo efficace redeployment.

Tutto quanto predetto, non sarà, si ripete, gratis, anzi ci costerà parecchio e ci costringerà, come già sottolineato ad un grosso cambiamento nello stile di vita, unica soluzione per consentire lo stesso livello di felicità con minori “soldi in tasca”.
Perché è inutile illudersi, solo con questo sforzo umano e finanziario potremo, se non completamente evitare, almeno attenuare il rischio di altre catastrofi globali come l’attuale pandemia.
E appare logico pensare che nessuna comunità nazionale e nessuno Stato, da soli, potranno affrontare uno sforzo del genere, occorreranno forme di aggregazioni fra Stati e, in alcuni casi, anche uno sforzo comune a livello internazionale.


Costerà molto alla generazione degli attuali adulti e anziani, ma forse sarà l’unico modo per sdebitarci nei confronti dei giovani, ai quali finora abbiamo dato specialmente fregature.
E’ anche opportuno sottolineare come agendo in questo modo potremo trasformare la disgrazia della pandemia in una opportunità di sviluppo globale integrale per tutta l’umanità.


Maggio 2020                                                      Giuseppe Sbardella



[1] Non si tratta infatti tanto di risalire a responsabilità, quanto a individuare le cause che hanno dato origine alla veloce diffusione del virus.
[2] Per il principio di precauzione vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_precauzione
[3] I beni comuni sono quei beni che per la loro natura ecologica culturale o sociale appartengono a tutti, nel senso che nessuno può appropriarsene in quanto singolo individuo o in quanto soggetto sociale o economico. Sono quei beni che se sfruttati e degradati causano ripercussioni negative su tutti i cittadini, presenti e futuri.
[4] Non è casuale che gli ultimi virus siano insorti in luoghi malsani caratterizzati da una gran promiscuità fra uomini e animali e connotati da una situazione sociale e sanitaria molto degradata.
[5] Su questi temi è possibile fare riferimento ad autori italiani, quali Leonardo Becchetti, Luigino Bruni, Vittorio Pelligra o stranieri come Richard Layard

lunedì 18 maggio 2020

L'Italia non deve uscire dall'Euro

Risultato immagine per simbolo euro Non voglio dilungarmi, cercherò di essere breve, semplice e concreto, anche perché do per presupposta la lettura del mio precedente post "Uno Stato può fallire?" https://giuseppesbardella.blogspot.com/2020/05/uno-stato-puo-fallire.html
Primo punto.
L’Italia non potrebbe fare la politica economica da Nazione “corsara” che ha fatto nei primi 40 anni del II cinquantennio del ‘900 (in particolare dagli anni ‘60 all’inizio degli anni ‘90).
Parlo di una politica incentrata su scarsa produttività e alti salari (in confronto alla produttività) compensata da una spesa pubblica finanziata dalla Banca d’Italia, da alta inflazione e da una serie di svalutazioni.
Questa politica che si basava sulla possibilità di esportare sfruttando il tasso di cambio della lira, ci era permessa in funzione della nostra posizione geografica di baluardo alla espansione comunista presente nella penisola balcanica e in alcuni Paesi del nord Africa, ma non sarebbe possibile oggi che siamo nella UE e che abbiamo come moneta comune l’Euro.
Secondo punto.
I “sovranisti” dicono: bene usciamo dalla UE e dall’Euro e riprendiamo a fare i “corsari”.
E’ verosimile e possibile questa politica in un mondo globale e interconnesso nel quale l’Italia non può più giocare la carta geopolitica del baluardo anticomunista?
Siamo sicuri che gli altri Paesi, vincolati da regole monetarie rigide, ci permetterebbero di invaderli con le nostre merci senza prendere i necessari provvedimenti di difesa commerciale?
Sicuramente i Paesi della attuale EU no.
Terzo punto.
Dato che abbiamo lasciato l’Europa e l’Euro, e dato che non è pensabile di reggere economicamente da soli il confronto economico con altri Paesi o Confederazioni ben più grandi e potenti, con chi allearsi? Chi potrebbe permetterci da alleato politico e commerciale, di intraprendere una politica corsara.
Forse gli USA di Trump, ben contenti di avere, oltre alla Gran Bretagna, un altro Stato europeo loro satellite (perché così ci considererebbero, non alleati alla pari) e che così indebolirebbero sempre più quella Europa della quale vedono, con malcelato astio la vocazione sociale del capitalismo renano, alternativo al loro turbo-capitalismo.
Forse la Russia di Putin che così rafforzerebbe la sua posizione di preminenza nel mar Mediterraneo e che ben sarebbe lieta di avere nuovamente un alleato (o satellite?) nel pieno dell’Europa occidentale?
Forse la Cina che, senza colpo ferire vedrebbe realizzato il suo progetto di “via della seta” e, dopo aver egemonizzato l’Africa sud meridionale potrebbe puntare dritto al Mediterraneo e all’Europa continentale?
Quarto punto.
La domanda finale è: meglio essere alleati dei Paesi europei o essere alleati (o meglio satelliti..) di USA o Russia o Cina.
Domanda che può essere riformulata: ci sentiamo culturalmente più vicini ai Paesi dell’Europa centrale o a USA, Russia, Cina?
Buona lettura.
Mi aspetto un ampio confronto serio e concreto su quanto ha detto, ma niente sogni irrealizzabili, concretezza innanzitutto.

martedì 12 maggio 2020

Uno Stato può fallire?



Inquadramento generale

Ci sono diversi Stati sovrani che hanno una moneta propria e una Banca Centrale, non autonoma bensì soggetta alle direttive del Governo centrale, che ha come funzione non solo quella di tenere stabile il livello di cambio ma anche quella di sostenere l’economia del Paese con gli strumenti monetari a sua disposizione.
Secondo una parte della teoria economica uno Stato con queste caratteristiche non può fallire. E’ infatti sbagliato il paragone con la condizione di una famiglia o di una azienda che fallisce (o entra in una procedura concorsuale di liquidazione del credito) in quanto non più in grado di onorare, in tutto o in parte, i debiti verso i propri creditori.
Diversamente da una famiglia o da una azienda lo Stato, secondo questi teorici dell’economia, avrebbe uno strumento in più, quello della possibilità di creare le risorse monetarie per onorare i suoi debiti.
Sicuramente questo è vero, vediamo come.
1.      Uno Stato ha in genere due modi principali per procurarsi le risorse monetarie (i soldi…) per far fronte ai suoi compiti istituzionali, sicurezza, difesa esterna, benessere dei cittadini, sostegno dell’economia.
Il primo modo è quello della leva fiscale, mediante fissazione di imposte sul reddito (dirette), sui consumi (indirette), oppure di imposte straordinarie sul patrimonio immobiliare o mobiliare.
2.      l’altro modo è quello di procurarsi le risorse monetarie con prestiti ottenuti tramite l’emissione di Buoni del Tesoro, che sono paragonabili a pagherò cambiari emessi dallo Stato.
I Buoni del Tesoro sono in genere acquistabili da qualsiasi soggetto sia interno che esterno  rispetto allo Stato di emissione e sono offerti a determinate scadenze (più o meno lunghe) nonché a tassi di interesse vari a seconda della situazione del mercato in determinati momenti.
In certi casi eccezionali i Buoni del Tesoro possono essere configurabili come prestito forzoso in presenza di un obbligo, per i soggetti interni allo Stato (sia privati cittadini che investitori istituzionali quali banche e assicurazione) di acquistarne in una certa quantità fissata dal Governo. In alcuni casi è anche possibile prevedere la irredimibilità del Buoni ovvero il loro non rimborso, ma solo il pagamento di interessi alle periodiche scadenza previste.
Generalmente, però, i Buoni del Tesoro vengono posti in vendita sul mercato a scadenza e a tassi di interesse prefissati confidando nell’acquisto di soggetti interni o esterni

Che accade se non tutti i Buoni del Tesoro vengono acquistati e perché ciò potrebbe accadere?
Un primo motivo potrebbe essere quello della insufficienza di risorse presenti sul mercato interno, motivo che però nella stragrande maggioranza dei casi non appare plausibile in considerazione della possibilità di acquisto da parte di soggetti esteri.
Un secondo motivo potrebbe essere quello che i soggetti potenzialmente acquirenti non ritengono conveniente aderire all’offerta di Buoni del Tesoro in quanto, alle stesse condizioni o a condizioni migliori, trovano offerte di prestiti migliori da parte di Enti più affidabili dello Stato in questione.
Abbiamo detto una parola chiave: FIDUCIA.
Senza che lo Stato infonda fiducia nei potenziali acquirenti dei suoi Buoni è inverosimile che trovi creditori disponibili a prestargli soldi.
Siamo arrivati alla situazione classica nella quale una famiglia o una azienda non più in grado di procurarsi i soldi per onorare i suoi debiti pregressi o, peggio…. per poter sopravvivere deve dichiarare fallimento.
Come abbiamo già accennato uno Stato con una Banca Centrale soggetta alle direttive del Governo può imporle di acquistare lei stessa i Buoni del Tesoro, non solo quelli emessi ma anche quelli emittendi finché la situazione finanziaria non raggiunga un equilibrio sostenibile.
Cosa significa che la Banca Centrale compra i Buoni del Tesoro invenduti? Significa che “pompa” liquidità aggiuntiva nel sistema economico.
Ciò ha degli effetti sia all’interno che all’esterno della Stato.

Aspetti interni

Cominciamo dall’interno.
A partire dalla rivoluzione keynesiana dell’economia la stragrande maggioranza degli economisti è concorde nell’affermare che, in una situazione di recessione e di alta disoccupazione, una immissione elevata di moneta non provoca una significativa inflazione in quanto il conseguente contemporaneo aumento sia della domanda aggregata da parte dei consumatori (che hanno più soldi in tasca), sia dell’offerta aggregata degli imprenditori e produttori (che hanno più soldi per investire, produrre e vendere beni e servizi) assorbirebbe una grandissima parte della quantità di moneta aggiuntiva.
Sembra l’uovo di Colombo (almeno dal punto di vista interno…) ma non tutto è così semplice.
Innanzitutto la moneta aggiuntiva prodotta tramite l’acquisto dei Buoni del Tesoro da parte della Banca Centrale arriverebbe ai consumatori e produttori attraverso i canali della Pubblica Amministrazione e degli Organismi finanziati (vari tipi di Banche, Assicurazioni ecc.). Questo passaggio di intermediazioni comporta dei tempi più o meno lunghi e delle distribuzioni più o meno corrette a seconda della trasparenza, efficacia ed efficienza della Pubblica Amministrazione e degli Organismo finanziari. Più trasparenza, efficacia ed efficienza ci sono, più i soldi dovrebbero arrivare velocemente nelle tasche giuste. (ndr.: permettete una annotazione interna, l’Italia ha questa condizioni?)
Ma c’è un altro punto da considerare.
Abbiamo appena parlato di “distribuzioni corrette di risorse” e di “tasche giuste”.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che i soldi, dal punto di vista dell’offerta, devono arrivare velocemente e nella quantità giusta innanzitutto a quei settori produttivi che il Governo considera essenziali per la ripartenza dell’economia; dal punto di vista della domanda occorre che i consumatori non siano liberi di acquistare e consumare quello che vogliono ma siano indotti a acquistare e a consumare innanzitutto prodotti di quei settori essenziali individuati dal Governo.
Ogni soldo usato per consumare altri tipi di beni o servizi sarebbe meno utile per la politica di rilancio dell’economia. Per non parlare degli acquisti e dei consumi prodotti all’estero che sarebbero controproducenti perché aiuterebbero le economia, mentre verrebbero visti di molto buon occhio le esportazioni di prodotti all’estero.
Sembra evidente che ci sono le condizioni essenziali per una politica economica di tipo autarchico.

Aspetti esterni

Passiamo un attimo all’esterno.
Come si comporterebbero i Paesi esteri con uno Stato che finanziasse il proprio debito con Buoni del Tesoro acquistati dalla propria Banca Centrale e che, in aggiunta, disincentivasse le importazioni e stimolasse le esportazioni?
Innanzitutto, per la questione “fiducia” sopra evidenziata, sarebbe difficile, se non impossibile  convincerli ad accettare, in pagamento dei loro crediti, una moneta ai loro occhi svalutata; inoltre non acquisterebbero più i Buoni del Tesoro e, per quanto riguarda quelli da loro acquistati in precedenza, cercherebbero di pervenire ad un accordo con lo Stato debitore sulla base di una riconversione del debito (ristrutturazione dello stesso a scadenze più lunghe e a tassi di interesse più alti, condono di una parte dello stesso a fronte di politiche economiche controllate dai creditori…). Quasi contemporaneamente, specialmente se un accordo si rivelasse impossibile, D)procederebbero a vendere subito sul mercato secondario i Buoni già in loro possesso anche scontando una determinata perdita attuale di fronte alla più probabile e più consistente perdita futura (non poter tornare in possesso, se non in misura probabilmente solo parziale, del loro capitale).
In secondo luogo reagirebbero, forse con gradualità ma ineluttabilmente, ad una politica commerciale che privilegiasse le esportazioni e penalizzasse le importazioni, con una politica commerciale che penalizzasse i prodotti dello Stato in difficoltà.
I rapporti con l’estero rafforzerebbero, se non nel brevissimo periodo, ma sicuramente in quello breve e medio, la tendenza dello Stato debitore ad adottare una politica economica autarchica.
Una domanda. Si può considerare non fallito uno Stato che non riesce a onorare i propri debiti con l’estero? 

Tipo di Governo e di Stato

Torniamo agli aspetti interni.
Abbiamo visto come lo Stato (direi di usare d’ora innanzi il termine “Governo”) possa usare la leva della vendita di Buoni del Tesoro alla Banca Centrale, immettendo una poderosa dose li liquidità nel sistema senza correre il rischio, in caso di profonda recessione e di alta disoccupazione, di produrre significativa.
Abbiamo anche visto come questa politica incontri difficoltà di applicazione laddove la Pubblica Amministrazione e gli Organismi finanziari non siano sufficientemente veloci, corretti, trasparenti, efficienti ed efficaci nel distribuire la liquidità aggiuntiva.
Abbiamo anche visto come il Governo abbia necessità,se non vuole fare inutili distribuzioni a pioggia, “indirizzare” la liquidità verso consumi e investimenti interni di beni e servizi essenziali.
E cosa è questo se non una politica autarchica di un Governo necessariamente, se non autoritario, almeno sufficientemente impositivo per comprimere la libertà economica dei cittadini?
E che succederà allorché, con l’economia in ripresa e l’occupazione in rialzo, si renderà necessario drenare (gradualmente, ma pur sempre drenare) ai cittadini l’enorme liquidità aggiuntiva praticamente regalata e richiedere ai cittadini stessi di compensare il calo di tale liquidità con un aumento della produttività (e del salario reale) nei lavori che si verranno a creare?
Saranno contenti o non sarà necessario, accanto agli aspetti impositivi del Governo, affiancare anche un carattere autoritario dello Stato?
E cosa succederebbe se il Governo non volesse accentuare i propri elementi autoritari per, ad esempio esigenze di consenso e di popolarità, e non drenasse, con la necessaria determinazione e velocità l’esubero di liquidità? La scienza economica ci insegna, anche in questo caso, che si andrebbe incontro ad una significativa inflazione.
Inflazione vuol dire aumento dei prezzi, diminuzione del potere di acquisto, necessità di ricorrere a continue nuove iniezioni di liquidità, finché … non si ponga in essere una politica deflattiva che imponga, dal punto di vista politico, per tenere a freno una popolazione “ubriacata” dalla precedente liquidità a buon mercato, una ulteriore svolta autoritaria.  
Forse tecnicamente, dal punto di vista interno non si può considerare “fallito” uno Stato che svolge le sue funzioni essenziali grazie alla liquidità delle Banca Centrale e ad una svolta autoritaria, ma certo non è un Stato liberaldemocratico.

Conclusione

Per concludere si può anche concordare che una politica economica e monetaria come quella indicata si possa concretamente perseguire e che lo Stato che la persegua e non sia in grado di pagare i debiti con i Paesi esteri possa essere considerato “fallito” sul mercato estero, ma non su quello interno a costo di:
1)      una politica marcatamente autarchica;
2)      una Pubblica Amministrazione e una Organizzazione finanziaria trasparente, velove, efficace ed efficiente;
3)      un Governo con tratti fortemente autoritari e uno Stato non liberaldemocratico con forte compressione delle libertà politiche ed economiche.
Questo è sicuramente lo scenario peggiore.
Tutto potrebbe cambiare in meglio in presenza:
ü  di un popolo disciplinato che accettasse tranquillamente di comprare quello che il Governo indica e di produrre quello che il Governo indica;
ü  di accettare, con senso civico, che la liquidità distribuita a larga manica nel periodo di recessione, venga drenata n cambio di un aumento della produttività globale;
ü  una P.A. e degli Organismi finanziari che si rivelassero (sorprendentemente) veloci, trasparenti, efficaci, efficienti;
ü  last but not least (anzi…) un tempo breve di mantenimento di questo scenario.  

  
Roma 12/5/2020
 








venerdì 24 giugno 2016

Minoranza sfigata o avanguardia creativa e felice? usare il portafoglio !


La consapevolezza che la nostra esistenza e le nostre scelte siamo ampiamente condizionate, se non completamente determinate, da quella che Papa Francesco definisce “tirannia” dei mercati finanziari internazionali, finora presente in una ristretta cerchia di esperti economisti e sociologi, dotati di una spiccata sensibilità sociale, sta ora diffondendosi e diventando patrimonio comune di un'ampia fetta di opinione pubblica nazionale e internazionale.

O con la promessa di mirabolanti guadagni tramite redditizi investimenti finanziari (tanto più rischiosi quanto più redditizi...), o con la minaccia di reazioni negative da parte dei mercati internazionali (se non si vota così sale l'esposizione finanziaria, di conseguenza sale lo spread, e di conseguenza ancora salgono le tasse...) le nostre scelte di ogni giorno vengono indirizzate da fattori esterni che sembrano fuori della nostra portata.

Ma è veramente così? Veramente ognuno di noi è nell'impossibilità di fare qualcosa per difendere la propria dignità di essere libero e pensante, desideroso di autodeterminarsi?
Forse no, forse qualcosa si può fare.

Prendo lo spunto da un episodio verificatosi nella mia vita circa 12 anni fa.
Nell'azienda per la quale lavoravo era pienamente in atto un'altra tornata di licenziamenti e una gran parte di noi era altamente allarmata dalla possibilità di perdere il posto di lavoro.
Mi ricordo (e come potrei dimenticarlo?) un colloquio con una nostra collega molto in gamba, professionalmente preparata ma anche culturalmente e spiritualmente formata, anche impegnata nel volontariato, nel corso del quale lei mi disse: “sai Giuseppe, fino a qualche giorno fa ero preoccupata, poi ho pensato che, in fondo mia nonna faceva la contadina e viveva bene, con bellissime relazioni personali con parenti e con amici. Se mi licenziassero, certamente mi darò da fare per trovare un lavoro alternativo basato sulla mia professionalità ma, anche se non lo trovassi, sono certa che non morirò di fame. Al limite mi rimetterò anche io a coltivare la terra”.

Ecco, questo è il primo elemento del quale dobbiamo acquistare consapevolezza. Dobbiamo vedere in faccia la realtà e combattere la paura che non sia possibile vivere una esistenza diversa da quella che i mercati internazionali ci comandano, principalmente tramite i media.
Si vive bene, anzi forse si vive meglio:
  1. anche se non si è in possesso dell'ultimo modello di smartphone o di ipad, ma si usa il modello precedente;
  2. anche se non si va tutte le settimana in palestra, ma si fa una bella corsa nel parco in compagnia di amici;
  3. anche se non si è continuamente connessi ma se si scambiano 4 chiacchiere di persona con un amico;
  4. anche se non si compra l'ultimo cibo esotico, ultra propagandato ma si consuma il cibo prodotto localmente e ben conosciuto dai nostri nonni;
  5. anche se non si segue continuamente l'ultima moda stravagante ma si cerca di usare i bei vestiti comprati negli anni precedenti;
  6. anche se non si investe in titoli azionari ad alto rischio ma in titoli meno redditizi e a rischio inferiore, magari propostici in sede di finanza etica;
  7. e così via, avete capito no?

Si tratta di fare delle scelte controcorrente e usare il portafoglio in maniera diversa.
Ma soprattutto si tratta di cambiare lo stile di vita, comprando e consumando i beni necessari e quelli utili e privilegiando, rispetto all'acquisto di beni assolutamente superflui o obsoleti, il consolidamento delle belle e sane amicizie che già abbiamo e all'acquisizione di altre, senza dimenticare la possibilità di dedicare più tempo al godimento delle relazioni familiari.
Studi approfonditi di psicologia sociale hanno appurato che, raggiunto un certo livello di reddito (un po' superiore ad un livello dignitoso), la felicità individuale non cresce con l'eventuale aumento del reddito, ma solo con l'accrescersi di solide e positive relazioni personali.

Certo questo mutamento di vita comporta dei costi, il percepire di essere minoranza, i giudizi critici di alcuni nostri amici e parenti, qualche sguardo di compassione verso chi vuole vivere da “sfigato”...
Si riesce a andare avanti solo con la consapevolezza che questo procedere controcorrente è l'unico cammino che ci permette di riacquistare la nostra capacità di decidere.
Anzi dovremmo essere fieri di essere non tanto una “minoranza sfigata” quanto una “avanguardia creativa” e, soprattutto,felice

Ma immagino anche la reazione dei miei conoscenti esperti di economia alla lettura di questi pensieri: “Ma sei diventato matto? Se tutti si comportassero come tu suggerisci, ci sarebbe un terribile calo della domanda globale e entreremmo in una recessione senza precedenti. Con la perdita di migliaia di posto di lavoro”.
Risponderei serenamente: “perché? cosa è successo in questi ultimi 10 anni seguendo i suggerimenti e gli stili di vita imposti dal modello culturale dominante? non abbiamo forse perso migliaia di posti di lavoro? non abbiamo aumentato la forbice tra una minoranza sempre più ristretta di ricchi e una maggioranza sempre più ampia di poveri o di avviati verso la povertà? non è forse vero che la storia ci ha ormai dimostrato che, con questi meccanismi economici e finanziari, non si esce dalla crisi?”
E' certamente vero che uno stile di vita più sobrio e solidale, come quello auspicato in queste considerazioni, causerebbe quasi sicuramente un calo generale del PIL e un aumento provvisorio della disoccupazione.
Ma è anche vero che:
  1. il PIL non è l'unico strumento per misurare la ricchezza, la più accorta dottrina economica e molte normative finanziarie nazionali (non ultima l'italiana) hanno introdotto il concetto di BES (livello di Benessere Equo e Solidale) per misurare la ricchezza di un Paese non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi (come il grado di felicità individuale e collettiva);
  2. una società sobria e solidale, non potrebbe non essere anche dinamica e creativa, capace di ridurre, con reti di solidarietà, i disagi di chi perde il posto di lavoro, e di creare nuova occupazione magari in ambito ora trascurati (quale quello importantissimo della cura e dell'attenzione alle persone più deboli);
  3. non dobbiamo dimenticare che l'uomo è nato per relazionarsi, non per pensare solo a produrre, e che la felicità nasce soprattutto dalle rete delle nostre relazioni parentali e amicali.

Una volta lessi in un libro (purtroppo ormai non più disponibile) che si può trascorrere l'esistenza sulla base di due slogan alternativi, magari trovando un giusto posizionamento fra i due estremi.
Il primo slogan diceva: “Vince chi muore più ricco (di soldi, di potere, di visibilità mediatica..)”.
Il secondo diceva: “Vince chi muore con più amici”.


Voi dove vi posizionate?