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mercoledì 12 agosto 2026

Realismo vero o presunto? - XII pillola dalla Magnifica humanitas

 
Un presunto realismo politico

204. Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale. Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di “nuova creazione” sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi. In realtà, le medesime dinamiche riemergono sotto forme nuove. Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile. La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e “ibride”, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica. In molti Paesi, anche nel Sud globale, l’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri, che vedono ridursi risorse destinate a sanità, istruzione, esercizi sociali.

205. A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà! Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità.

lunedì 13 luglio 2026

Basta un pizzico di morale per l'intelligenza artificiale? - VIII pillola dalla Magnifica humanitas


 

106. Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.

107. Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi.

108. In effetti, come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati. Alla luce del bene comune e della destinazione universale dei beni, questo fenomeno desta seria preoccupazione: piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli. Per questo è indispensabile che l’impiego dell’IA – soprattutto quando coinvolge beni pubblici e diritti fondamentali – sia accompagnato da criteri chiari e controlli effettivi, ispirati alla partecipazione e alla sussidiarietà: le comunità e i corpi intermedi non possono essere ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma devono poter contribuire al discernimento e alla vigilanza. Inoltre, la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi. Serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione, come già suggeriva San Giovanni Paolo II, a proposito dei beni collettivi.

sabato 13 giugno 2026

La tecnologia è neutrale? Seconda pillola da Magnifica humanitas

 Da Enciclica Magnifica humanitas paragr. 9

La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.


domenica 18 maggio 2025

Papa Leone XIV sul significato della Dottrina Sociale della Chiesa

 

Buongiorno!

Cari fratelli e sorelle, benvenuti!

Ringrazio il Presidente e i membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e saluto tutti voi che partecipate all’annuale Conferenza Internazionale e Assemblea Generale.

Il tema della vostra Conferenza di quest’anno – “Superare le polarizzazioni e ricostruire la governance globale: le basi etiche” – va al cuore del significato e del ruolo della Dottrina Sociale della Chiesa, strumento di pace e di dialogo per costruire ponti di fraternità universale. Specialmente in questo tempo pasquale, noi riconosciamo che il Risorto ci precede anche dove sembra che l’ingiustizia e la morte abbiano vinto. Aiutiamoci gli uni gli altri, come esortavo la sera della mia elezione, «a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace». Questo non si improvvisa: è un intreccio dinamico e continuo di grazia e libertà che anche ora, incontrandoci, rinsaldiamo.

Già il Papa Leone XIII – vissuto in un periodo storico di epocali e dirompenti trasformazioni – aveva mirato a contribuire alla pace stimolando il dialogo sociale, tra il capitale e il lavoro, tra le tecnologie e l’intelligenza umana, tra le diverse culture politiche, tra le Nazioni. Papa Francesco ha usato il termine “policrisi” per evocare la drammaticità della congiuntura storica che stiamo vivendo, in cui convergono guerre, cambiamenti climatici, crescenti disuguaglianze, migrazioni forzate e contrastate, povertà stigmatizzata, innovazioni tecnologiche dirompenti, precarietà del lavoro e dei diritti [1]. Su questioni di tanto rilievo la Dottrina Sociale della Chiesa è chiamata a fornire chiavi interpretative che pongano in dialogo scienza e coscienza, dando così un contributo fondamentale alla conoscenza, alla speranza e alla pace.

La Dottrina Sociale, infatti, ci educa a riconoscere che più importante dei problemi, o delle risposte a essi, è il modo in cui li affrontiamo, con criteri di valutazione e principi etici e con l’apertura alla grazia di Dio.

Voi avete l’opportunità di mostrare che la Dottrina Sociale della Chiesa, con il suo proprio sguardo antropologico, intende favorire un vero accesso alle questioni sociali: non vuole alzare la bandiera del possesso della verità, né in merito all’analisi dei problemi, né nella loro risoluzione. In tali questioni è più importante saper avvicinarsi, che dare una risposta affrettata sul perché una cosa è successa o su come superarla. L’obiettivo è imparare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande.

Abbiamo qui un aspetto fondamentale per la costruzione della “cultura dell’incontro” attraverso il dialogo e l’amicizia sociale. Per la sensibilità di molti nostri contemporanei la parola “dialogo” e la parola “dottrina” suonano opposte, incompatibili. Forse quando sentiamo la parola “dottrina” ci viene in mente la definizione classica: un insieme di idee proprie di una religione. E con questa definizione ci sentiamo poco liberi di riflettere, di mettere in discussione o di cercare nuove alternative.

Si fa urgente, allora, il compito di mostrare attraverso la Dottrina Sociale della Chiesa che esiste un significato altro, e promettente, dell’espressione “dottrina”, senza il quale anche il dialogo si svuota. I suoi sinonimi possono essere “scienza”, “disciplina”, o “sapere”. Così intesa, ogni dottrina si riconosce frutto di ricerca e quindi di ipotesi, di voci, di avanzamenti e insuccessi, attraverso i quali cerca di trasmettere una conoscenza affidabile, ordinata e sistematica su una determinata questione. In questo modo una dottrina non equivale a un’opinione, ma a un cammino comune, corale e persino multidisciplinare verso la verità.

L’indottrinamento è immorale, impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà del rispetto della propria coscienza – anche se erronea – e si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento, il cambiamento o l’evoluzione delle idee di fronte a nuovi problemi. Al contrario, la dottrina in quanto riflessione seria, serena e rigorosa, intende insegnarci, in primo luogo, a saperci avvicinare alle situazioni e prima ancora alle persone. Inoltre, ci aiuta nella formulazione del giudizio prudenziale. Sono la serietà, il rigore, la serenità ciò che dobbiamo imparare da ogni dottrina, anche dalla Dottrina Sociale.

Nel contesto della rivoluzione digitale in corso, il mandato di educare al senso critico va riscoperto, esplicitato e coltivato, contrastando le tentazioni opposte, che possono attraversare anche il corpo ecclesiale. C’è poco dialogo attorno a noi, e prevalgono le parole gridate, non di rado le fake news e le tesi irrazionali di pochi prepotenti. Fondamentali dunque sono l’approfondimento e lo studio, e ugualmente l’incontro e l’ascolto dei poveri, tesoro della Chiesa e dell’umanità, portatori di punti di vista scartati, ma indispensabili a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Chi nasce e cresce lontano dai centri di potere non va semplicemente istruito nella Dottrina Sociale della Chiesa, ma riconosciuto come suo continuatore e attualizzatore: i testimoni di impegno sociale, i movimenti popolari e le diverse organizzazioni cattoliche dei lavoratori sono espressione delle periferie esistenziali in cui resiste e sempre germoglia la speranza. Vi raccomando di dare la parola ai poveri.

Carissimi, come afferma il Concilio Vaticano II, «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche» (Cost. past. Gaudium et spes, 4).

Vi invito pertanto a partecipare attivamente e creativamente a questo esercizio di discernimento, contribuendo a sviluppare la Dottrina Sociale della Chiesa insieme al popolo di Dio, in questo periodo storico di grandi rivolgimenti sociali, ascoltando e dialogando con tutti. C’è oggi un bisogno diffuso di giustizia, una domanda di paternità e di maternità, un profondo desiderio di spiritualità, soprattutto da parte dei giovani, degli emarginati, che non sempre trovano canali efficaci per esprimersi. C’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa a cui dobbiamo dare risposta.

Vi ringrazio del vostro impegno e delle vostre preghiere per il mio ministero, e benedico di cuore tutti voi, le vostre famiglie e il vostro lavoro. Grazie!

 

[1]  Messaggio ai partecipanti all’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita, 3 marzo 2025.

 

 

mercoledì 23 ottobre 2024

Dalla pari dignità umana al pari diritto allo sviluppo delle singole persone e dei popoli (tratto dalla "Fratelli tutti" di Francesco)

 

In tema di Dottrina Sociale della Chiesa (par. 118-127 della “Fratelli tutti”)


Rileggendo con calma l'enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco,e questi (pochi) paragrafi mi sono parsi stimolanti, se non addirittura provocatori, verso quella che Francesco definisce una "altra logica". N.B.: le sottolineature e i grassetti sono frutto di una mia scelta. *****************************************************************************

Riproporre la funzione sociale della proprietà

118. Il mondo esiste per tutti, perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità. Le differenze di colore, religione, capacità, luogo di origine, luogo di residenza e tante altre non si possono anteporre o utilizzare per giustificare i privilegi di alcuni a scapito dei diritti di tutti. Di conseguenza, come comunità siamo tenuti a garantire che ogni persona viva con dignità e abbia opportunità adeguate al suo sviluppo integrale.

119. Nei primi secoli della fede cristiana, diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò conduceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro». Come pure queste parole di San Gregorio Magno: «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene».

120. Di nuovo faccio mie e propongo a tutti alcune parole di San Giovanni Paolo II, la cui forza non è stata forse compresa: «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». In questa linea ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata».
Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI.
Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica.

Diritti senza frontiere

121. Nessuno dunque può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati non possono impedire che questo si realizzi. Così come è inaccettabile che una persona abbia meno diritti per il fatto di essere donna, è altrettanto inaccettabile che il luogo di nascita o di residenza già di per sé determini minori opportunità di vita degna e di sviluppo.

122. Lo sviluppo non dev’essere orientato all’accumulazione crescente di pochi, bensì deve assicurare «i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli». Il diritto di alcuni alla libertà di impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e neppure al di sopra del rispetto dell’ambiente, poiché «chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti».

123. L’attività degli imprenditori effettivamente «è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti». Dio ci promuove, si aspetta da noi che sviluppiamo le capacità che ci ha dato e ha riempito l’universo di potenzialità. Nei suoi disegni ogni persona è chiamata a promuovere il proprio sviluppo, e questo comprende l’attuazione delle capacità economiche e tecnologiche per far crescere i beni e aumentare la ricchezza. Tuttavia, in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate. Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso.

Diritti dei popoli

124. La certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. Se lo guardiamo non solo a partire dalla legittimità della proprietà privata e dei diritti dei cittadini di una determinata nazione, ma anche a partire dal primo principio della destinazione comune dei beni, allora possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo. Infatti, come hanno insegnato i Vescovi degli Stati Uniti, vi sono diritti fondamentali che «precedono qualunque società perché derivano dalla dignità conferita ad ogni persona in quanto creata da Dio».

125. Ciò inoltre presuppone un altro modo di intendere le relazioni e l’interscambio tra i Paesi.
Se ogni persona ha una dignità inalienabile, se ogni essere umano è mio fratello o mia sorella, e se veramente il mondo è di tutti, non importa se qualcuno è nato qui o se vive fuori dai confini del proprio Paese.
Anche la mia Nazione è corresponsabile del suo sviluppo, benché possa adempiere questa responsabilità in diversi modi: accogliendolo generosamente quando ne abbia un bisogno inderogabile, promuovendolo nella sua stessa terra, non usufruendo né svuotando di risorse naturali Paesi interi favorendo sistemi corrotti che impediscono lo sviluppo degno dei popoli. Questo, che vale per le nazioni, si applica alle diverse regioni di ogni Paese, tra le quali si verificano spesso gravi sperequazioni.
Ma l’incapacità di riconoscere l’uguale dignità umana a volte fa sì che le regioni più sviluppate di certi Paesi aspirino a liberarsi della “zavorra” delle regioni più povere per aumentare ancora di più il loro livello di consumo.

126. Parliamo di una nuova rete nelle relazioni internazionali, perché non c’è modo di risolvere i gravi problemi del mondo ragionando solo in termini di aiuto reciproco tra individui o piccoli gruppi. Ricordiamo che «l’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali». E la giustizia esige di riconoscere e rispettare non solo i diritti individuali, ma anche i diritti sociali e i diritti dei popoli. Quanto stiamo affermando implica che si assicuri il «fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza ed al progresso», che a volte risulta fortemente ostacolato dalla pressione derivante dal debito estero. Il pagamento del debito in molti casi non solo non favorisce lo sviluppo bensì lo limita e lo condiziona fortemente. Benché si mantenga il principio che ogni debito legittimamente contratto dev’essere saldato, il modo di adempiere questo dovere, che molti Paesi poveri hanno nei confronti dei Paesi ricchi, non deve portare a compromettere la loro sussistenza e la loro crescita.

127. Senza dubbio, si tratta di un’altra logica. Se non ci si sforza di entrare in questa logica, le mie parole suoneranno come fantasie. Ma se si accetta il grande principio dei diritti che promanano dal solo fatto di possedere l’inalienabile dignità umana, è possibile accettare la sfida di sognare e pensare ad un’altra umanità. È possibile desiderare un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti. Questa è la vera via della pace, e non la strategia stolta e miope di seminare timore e diffidenza nei confronti di minacce esterne. Perché la pace reale e duratura è possibile solo «a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana».

lunedì 20 marzo 2023

Merito... non solo. Appunti sulla meritocrazia

 



Parte 1

Come valutare il merito?

Tutto parte dalla seguente domanda birichina che mi sono posto da solo: “Meritocrazia. E' più degno di apprezzamento (e meritevole…) un manager che alza del 2% il profitto della propria azienda farmaceutica o il medico, della medesima azienda, che scopre un farmaco per una malattia rara (dal quale non si prevede pertanto un grosso ritorno in termini di profitto per l'industria farmaceutica)?”
La risposta non è facile, e forse neppure è possibile darne una definitiva. Conviene procedere con ordine.

Il termine meritocrazia viene dal greco, significa letteralmente “potere al merito” e identificando quel tipo di modalità di riconoscimento caratterizzato dal premiare le persone più meritevoli nei campi più vari (aziende, scuole, mondo della finanza, sanità, sport ecc.).
Meritevole è la persona che contribuisce al successo di un ente, dal più piccolo come una famiglia, ai più grandi, come un’azienda o addirittura una nazione.

E qui cominciano i problemi.

Quali sono i criteri per misurare il successo di un ente e come paragonare le storie di successo nell’ambito dei vari enti per premiare le migliori?

E’ più meritevole il manager che alza del 5% l’utile della propria azienda in Borsa, premiando così gli azionisti ma mandando a casa 10.000 dipendenti, o il manager che l’alza solo del 2% ma evita ogni tipo di licenziamento?
E ancora (e qui la risposta sembra a prima vista più facile) è più meritevole lo scienziato che mette a punto il vaccino per una influenza pandemica (che salva milioni di persone e che fornisce un grosso ritorno in termine di profitto) o lo scienziato che scopre un farmaco per le malattie rare (che salva migliaia di persone con un ritorno di profitto ovviamente molto inferiore al precedente)? La vita di più persone vale più della vita di meno persone? ponetevi, prima di rispondere, nei panni di una di queste ultime...

Sembra chiaro che la risposta a queste domande non possa prescindere dall’individuazione di criteri oggettivi atti a misurare il contributo dei singoli al successo e, pertanto, dal tipo di società che si vuole costruire.

Se si vuole costruire una società fondata su valori quali la massimizzazione della ricchezza individuale, del profitto aziendale, del PIL nazionale, saranno considerati meritevoli i cittadini che, con la loro attività, avranno meglio contribuito all’accrescimento quantitativo di questi valori.
Se invece la meta è quella di una società in cui si possa vivere meglio, in cui sia distribuita comunque una base di ricchezza sufficiente per una vita dignitosa, e si punti ad uno sviluppo rispettoso delle esigenze ambientali e della necessità di un solido contesto relazionale interpersonale, allora saranno considerati meritevoli i cittadini che maggiormente si saranno impegnati sul fronte della salute, dell’ambiente e di tutto quant’altro consente alle persone di avere solide e realizzanti relazioni umane.

Pertanto solo se si ha chiaro il modello di sviluppo da implementare e il tipo di società da costruire si potrà meglio capire cosa si intenda effettivamente per merito. Di qui la prima conclusione che non può esistere una concezione di merito condivisa da tutti ma che tale concezione dipenda in maniera molto rilevante dai valori sociali che i singoli cittadini professano.

E non è l’unica questione che si presenta.

E’ comune esperienza (sia pratica che scientifica) che le prestazioni individuali (professionali, sportive, relazionali) dipendono in gran parte da fattori che prescindono dall’impegno individuale. A titolo di esempio possiamo individuare alcuni di questi:

·       il quoziente di intelligenza (Q.I.);

·       l’ambiente familiare e sociale da cui si proviene;

·       il percorso di studi (spesso obbligato) portato (o non) a termine;

·       le doti fisiche e psichiche (talento) naturali.

Come valutare i meriti di due lavoratori di cui uno, con Q.I. superiore alla media, completa un incarico in pochi minuti e senza eccessiva fatica, e l’altro, con Q.I. inferiore alla media, in un’ora ma con grande impegno? Certo il primo avrà del tempo disponibile per portare a termine altri lavori e il secondo forse no, ma chi dei due è stato più meritevole?

Certo, se ci si basa solo sul criterio del profitto, il primo risulterà necessariamente vincente, ma abbiamo visto che il successo materiale non può essere il solo criterio. Magari il secondo lavoratore, più lento ma maggiormente impegnato, potrebbe essere più capace di integrarsi in un efficace lavoro di team.
E ancora, per tornare ad una domanda iniziale, come valutare, in termini di merito, lo scienziato che predispone il vaccino per milioni persone e quello invece che, magari con maggior impegno, scopre una medicina per una malattia rara? Valuteremo il merito in termini di ritorno di profitto, di numero di potenziali persone (pesandone l’importanza individuale in funzione del numero), o invece misureremo la quantità di impegno profuso da ciascuno dei due nel loro lavoro?
Come valutare l’insegnante, dotata di carisma personale, in grado di tenere la classe in termini di disciplina ma con scarsa capacità di trasmettere conoscenze e valori, con un’altra, magari meno esuberante, talvolta schiacciata dagli studenti, ma intenta, con grande impegno, a veicolare in loro sia le conoscenze tecniche che i principali valori sociali? Certo la prima arrecherà meno fastidio al Dirigente scolastico (che potrà limitare i suoi interventi di tipo disciplinare) ma dovrà essere considerata più meritevole dell’altra?

E non sono finiti gli interrogativi da porre sulla questione della meritocrazia.

Come comportarsi sui periodi di valutazione? Dovremo considerare più meritevole il ricercatore che, annualmente, produce singoli risultati di rilevanza normale, o un altro ricercatore, impegnato in un lavoro più complesso e con necessità di maggior tempo di analisi, che raggiungerà un risultato molto più importante ma dopo più anni? Generalmente si è portati a considerare il breve periodo, ma è giusto, non ci limiteremo così a premiare gli sforzi brevi e a disincentivare gli studi lunghi e complessi?

Riepilogando,

·       scopo ultimo del lavoro,

·       importanza dei fattori individuali predeterminati,

·       rapporto fra risultato e impegno,

·       lunghezza del periodo di valutazione

sono (e forse ce ne saranno anche altri) quattro elementi che mettono a dura prova la fondatezza e la ragionevolezza del motto “potere al merito”.

L’impressione netta è, che in questa come in altre questioni sociali, occorra evitare ogni fondamentalismo, ogni presunzione che problemi complessi siano risolvibili con soluzioni semplici, che ci possano essere, in ogni caso, scorciatoie in grado di evitare la indispensabile fatica del discernere, comprendere e solo alla fine decidere.

Il reale merito dovrà essere valutato tenendo conto non solo del contributo al profitto, al guadagno finanziario o al PIL, ma anche di fattori diversi quali l’impegno individuale, il contributo al bene comune e l’importanza del lavoro in rapporto al tempo impiegato. Solo in una ottica così allargata diventerebbe possibile avviare una concreta e giusta politica di riconoscimento del merito.

 

Parte 2

Ma è vero merito?

Ma, nel sostenere il principio meritocratico, siamo certi che veramente stiamo riconoscendo il merito delle persone che premiamo?
Non sarà necessario, prima di ogni cosa, mettere tutte le persone in condizione di godere delle medesimo opportunità? Ovvero garantire quella che viene definita come l’uguaglianza delle condizioni di partenza, di uguaglianza garantita come pari opportunità per arrivare al successo nel proprio campo?
Una volta che fossero definite ed implementate delle sane e positive politiche in campo scolastico, sociale, sanitario, culturale per potenziare i soggetti più deboli e consentire loro di dedicarsi alla attività desiderata perché non innescare, a questo punto, il principio meritocratico e riconoscere il valore dei più meritevoli?

Forse perché il talento del quale siamo dotati e che ci permette di raggiungere o meno determinati risultati di successo non può essere considerato solo “nostro” ma è frutto di un dono o della sorte.
Ogni essere umano nasce infatti con un determinato patrimonio genetico, con determinate doti caratteriali che vengono affinate e potenziate dall’ambiente familiare e sociale nel quale viviamo e che ci offre (ci dona) precise possibilità di crescita.
il DNA genitoriale, il contesto culturale e professionale delle nostre amicizie, la possibilità di accedere a strutture formative adeguate, le risorse finanziare necessarie per viaggiare e conoscere ambienti diversi, sono tutti elementi che giocano a favore (o a sfavore…) di ciascuno di noi nella via verso il successo.
Chi ha avuto la sorte di vivere in un contesto favorevole,  di aver goduto di una istruzione adeguata, di aver frequentato stimolanti ambienti nazionali e internazionali, ha davvero pochi meriti personali in più rispetto a chi ha avuto una sorte sfavorevole per poter pretendere e rivendicare un riconoscimento maggiore nel raggiungimento di determinati risultati.
Se si preferisce, invece di sorte, si può parlare (per chi è credente) di dono di Dio, ovvero di benevolenza divina gratuita, ma in questo caso chi ne è beneficiario non se ne può assolutamente gloriare.

Sane positive sociali in campo scolastico, sociale, sanitario, scolastico potrebbero parzialmente livellare le condizioni di partenza ma non potrebbero mai annullarle e alcune condizioni favorevoli (come il DNA, le amicizie del proprio ambiente sociale, l’influsso culturale familiare) contribuirebbero sempre ad agevolare il cammino dei più rispetto ai meno fortunati.
Si potrebbe forse affermare che, anche se non è certo che ci sia del merito a raggiungere determinati risultati in condizioni di privilegio, si potrebbe però pur sempre riconoscere e premiare l’impegno di chi ha saputo mettere a frutto il talento consegnatogli gratuitamente dalla sorte o dalla grazia divina. Si potrebbe arrivare a teorizzare una meritocrazia dell’impegno.

Siamo certi che almeno l’impegno (visto come capacità di concentrare, anche con sacrificio, i propri sforzi per raggiungere un risultato degno di riconoscimento) sia il frutto autonomo di una nostra scelta?
Non sarà anche l’impegno frutto del nostro peculiare DNA, dell’educazione che abbiamo ricevuto nel nostro contesto familiare e sociale?
La maggior parte di noi conosce ragazzi capaci tranquillamente di impegnarsi in una attività e altri molto meno capaci. Se poi andiamo ad approfondire il loro contesto familiare e sociale di questi ultimi, ci rendiamo conto che è difficile per loro acquisire capacità di impegno e di sacrificio se, intorno a loro, nessuno li sprona in questa direzione o ha dato loro un esempio di vita significativo in tal senso.

Ma allora, se il merito è frutto in maggior parte della sorte o di un dono di Dio, che senso ha parlare di meritocrazia e della necessità di riconoscere i più meritevoli? Non è meglio, se si vuol essere realisti e, allo stesso tempo, equi, rinunciare ad ogni forma di valutazione e di riconoscimento sulla base del merito?


Parte 3

Che succede se rinunciamo al merito?

Rinunciare ad ogni forma di valutazione e di riconoscimento sulla base di un merito che si riconosce esistente altro non vuol dire che passare da una forma di giustizia distributiva che attribuisca a ciascuno secondo i suoi meriti (tenendo conto di alcuni trattamenti minimi non comprimibili) ad un'altra che attribuisca a ciascuno secondo i suoi bisogni.
Nessuno, in migliaia di anni di storia del genere umano, è riuscito nell’applicare integralmente, in un contesto di rispetto della libertà personale, il secondo criterio se non all’interno di singole piccole comunità o sette ad alta e condivisa tensione ideale.
Il criterio si è rivelato inapplicabile e dissolto nella misura in cui la dimensione di queste comunità è cresciuta, o che la tensione ideale sia fortemente diminuita.
Vuol forse dire che qualche problema di realismo e di compatibilità esiste ed è insuperabile?

Ma la rinuncia ad ogni forma di valutazione e di riconoscimento sulla base di un merito porrebbe problemi anche di normale carattere pratico.
Come eserciteremmo, in una democrazia parlamentare, in una libera associazione, in un condominio, il nostro diritto di voto per scegliere una persona per un incarico? Dovremmo pur sempre valutare i comportamenti e le capacità dei singoli candidati e scegliere quella persona che, a nostro parere,… meriterebbe il nostro voto! Magari le daremmo il nostro voto sulla base dei criteri più disparati (l’età, il livello di istruzione, il genere, il colore dei capelli, il ceto, la residenza…) ma, in ogni caso, dovremmo darle una preferenza e decidere sul perché merita la mia preferenza rispetto ad un’altra persona!

Non vorrei essere semplicistico ma mi sembra che la soppressione tout court del “merito” come criterio di valutazione non sia realisticamente possibile.
Diversa è la soluzione sul come valutare il merito, su quali criteri utilizzare. Come già accennato in precedenza, il reale merito dovrebbe essere valutato tenendo conto di vari fattori quali la competenza personale, l’impegno individuale, il contributo al bene comune, l’importanza del lavoro in rapporto al tempo impiegato, non solo pertanto di fattori solo finanziari quali il contributo al profitto o alla crescita economica.
Solo in una ottica così allargata diventerebbe possibile avviare una concreta e giusta politica di riconoscimento del merito.
Questa ottica postula necessariamente un discernimento serio e il più possibile oggettivo e condiviso.
Se la valutazione personale non appare basata su dati oggettivi e misurabili nonché effettuata senza una sufficiente condivisione, diventa inevitabile che possa venire contestata da chi non si ritenga (magari a torto) inferiore a colui il quale è stato riconosciuto un merito maggiore.
A livello socio-politico certi fenomeni populistici vanno proprio ascritti a questa motivazione, la sensazione di essere stati trattati ingiustamente per una non corretta valutazione del merito personale.
Più sono trasparenti e pubblici sia i criteri per la valutazione del merito sia gli strumenti di misurazione dello stesso, più diventa difficile contestare le valutazione e i conseguenti riconoscimenti (fermo restando che l’unanimità non si potrà mai verificare).

Per chi vorrà approfondire l’argomento appena accettato in queste considerazioni, potrà leggere con profitto:

1.     Carlo Cottarelli – All’inferno e ritorno – Feltrinelli 2021

2.     Michael J. Sandel – La tirannia del merito – Feltrinelli 2021

Luca Ricolfi - La rivoluzione del merito - Rizzoli 2023

 

Roma 20 marzo 2023

lunedì 7 marzo 2022

Le "beatitudini" sono una gran fregatura?



Le “beatitudini” sono una gran fregatura?


“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
(Matteo 5,3-12)

Ma davvero si riesce a sentirsi felici quando si è poveri, afflitti, perseguitati, insultati…?
O sentirsi felici quando si ha un carattere portato alla mitezza, alla misericordia, alla trasparenza, alla conciliazione in un mondo che sembra premiare gli arroganti, i violenti, gli imbroglioni, i bellicosi?

Andate a dire che si è felici ad essere poveri ad un padre o una madre di famiglia che non riesce ad arrivare a fine mese, ad essere afflitti ad un ammalato di tumore, ad essere insultati e perseguitati ad una persona sotto il dominio di uomini o donne potenti ed arroganti!
Se la felicità è intesa come sentimento di soddisfazione per aver realizzato un proprio obiettivo in linea con la cultura dominante (la ricchezza, il potere, il successo professionale, la possibilità di decidere autonomamente e di imporre ad altri le proprie decisioni…) allora no, non ci siamo, le cosiddette “beatitudini” evangeliche sono solo una grande fregatura per non dire una truffa bella e buona! Al massimo esse potrebbero rappresentare un invito al masochismo!
Ma può essere, se non Dio, almeno una persona affidabile uno come Gesù che proclama queste false beatitudini? Sembrerebbe questa un’altra prova a favore di una posizione atea.

Forse non tutto è così semplice e lineare, forse è meglio approfondire un po’.

Una volta ascoltai un valente biblista affermare che la corretta traduzione del termine greco “macarioi” (tradotto in italiano nella brano delle beatitudini con “beati”) sarebbe “il Signore è vicino a…”.
Allora l’intero brano delle Beatitudini andrebbe inteso come “il Signore è vicino ai poveri, ai miti, agli afflitti, ai misericordiosi, ai perseguitati…”.
Un completo capovolgimento di prospettiva… la felicità non è il  sentimento di soddisfazione per aver realizzato un proprio obiettivo psicologico o materiale in linea con la cultura dominante (potere, successo, ricchezza…), la felicità è piuttosto il sentimento di fiducia in un Signore che non ci è lontano ma ci è tanto più vicino quanto più ci troviamo in una delle situazioni descritte nelle beatitudini.
Una conferma di questa interpretazione ci può venire dall’esempio e dalla testimonianza di uomini antichi e moderni, come S. Francesco d’Assisi, S. Ignazio di Loyola, Albert Schveitzer, S. Chiara da Montefalco, M. L. King, Padre Kolbe, Edith Stein, San Giovanni Bosco, Salvo d’Acquisto, Dino Impagliazzo[1]… uomini e donne che hanno vissuto, in diversi frangenti storici, le beatitudini, che non avevano nulla per sentirsi felici secondo i canoni della cultura dominante ma che pure lo erano (e lo dimostravano) perché sentivano il Signore vicino a loro!

Certo, vivere così non è assolutamente facile anche perché tutto ci spinge in una direzione opposta, ma forse… una strada sicura, una “scorciatoia” infallibile c’è!
Questi uomini erano e sono felici perché, assistiti e sostenuti dal sentire vicino il Signore, hanno visto e vedono come fratelli e sorelle tutti gli uomini e le donne che hanno incontrato e incontrano lungo la strada della loro vita.
Proprio così, il sentimento di fraternità è ciò che ci spinge a sollevare i poveri, a consolare gli afflitti e i perseguitati, ad essere solidali con i miti, i misericordiosi, i trasparenti, i pacificatori.
La fraternità è quel sentimento che ci potrebbe permettere di costruire una società, un mondo, a misura di “beatitudini”, quel sentimento che ci aiuta a viverle in pienezza e a trasmettere così la felicità a chi ci circonda, a quello che siamo soliti chiamare il nostro prossimo.

Essere fratelli, essere veri amici (persone che danno amore) di tutti… in fondo l’intero brano delle beatitudini potrebbe essere più brevemente riscritto cosi
Beati i fratelli e amici di tutti…

 

Roma 7 marzo 2022                                                   Giuseppe Sbardella



[1] Dirigente dell’INPS in pensione, membro del Movimento dei Focolari, sempre rivolto ad aiutare gli “ultimi”, ideatore delle mense di soccorso ai poveri e ai rifugiati nelle Stazioni Ostiense e Trastevere di Roma, morto nell’estate del 2021.


venerdì 4 marzo 2022

Libertà dalla manipolazione mediatica?

 E’ possibile liberarsi della manipolazione mediatica?

Nota importante: una breve bibliografia sull’argomento oggetto delle seguenti considerazioni è indicata al termine delle stesse.

Domande senza risposta?

Al termine della mia riflessione su “meglio sapere, o saper fare o, ancora… saper essere?” (si può leggere il contenuto su https://giuseppesbardella.blogspot.com/2022/02/meglio-sapere-o-saper-fare-o-ancora.html ) mi sono chiesto se l’Intelligenza Artificiale (di seguito la chiamerò IA) potrà mai rispondere a domande come queste:
a) quale è il senso della mia vita?
b) perché sento che una mia scelta personale, nonostante si presenti ragionevole sulla base dei dati che ho raccolto, non mi soddisfa pienamente nel mio intimo?
c) quando è che mi sento pienamente realizzato?
d) che risposta do a questo mio senso del mistero, dell’infinito, del sacro, che mi trascende?
e) l’amore (sia sensuale che non), l’amicizia, l’ empatia sono solo reazioni fisico / chimiche del mio corpo o c’entra qualcos’altro?
E ancora:
f) come fare a distinguere il bene dal male?
g) quali sono i valori ai quali non potrò mai rinunciare se non al costo di non considerarmi più un uomo?
La risposta che mi do è No, molto difficilmente l’IA potrà rispondere a domande come queste (e altre potrebbero essere aggiunte da qualche lettore…), comunque sempre riguardanti l’ambito della metafisica o dell’etica.

Domande con risposta da parte dell’IA

L’IA sarà invece in grado, prima o poi, di rispondere, più velocemente e esaurientemente, dell’uomo, a domande che possano essere risolte tramite:
1) la raccolta delle informazioni necessarie;
2) il successivo loro collegamento rivolto ad elaborare una risposta logica.
Ma cosa vuol dire raccogliere informazioni, collegarle fra loro ed elaborarle in una risposta se non ragionare e, ragionando, dare una risposta toh! “ragionevole”?
Maggiore è il numero di informazioni da trovare, collegare ed elaborare, maggiore è l’efficacia della IA rispetto all’ intelligenza umana.
E’ estremamente importante da sottolineare che, a parte le domande poste nell’ambito metafisico e/o morale, tutte le altre potranno molto probabilmente ottenere risposte più rapide e precise dalla IA.
Non solo, occorre tener presente che l’IA, allo stato attuale del suo sviluppo, può anche riflettere sulle proprie risposte, farsi domande conseguenti e trovare le relative risposte. Già esistono computer che si rendono conto dei propri limiti di elaborazione e si ristrutturano in maniera autonoma (ovvero senza l’intervento umano)  per superare tali limiti (ad esempio creando nuovo software al loro interno).
Praticamente, con la solita eccezione dell’ambito metafisico / etico, già in larga parte l’area della memoria e della razionalità è stata espropriata all’uomo a favore dell’informatica e ancor più della IA.
Per restare su aspetti semplici, basta notare quante volte andiamo sui motori di ricerca per trovare una informazione ( la data di un evento storico, il nome di un personaggio…) o, ancora, quante volte facciamo una domanda, anche complessa e articolata, sui motori di ricerca e questi ultimi ci danno velocemente una risposta esatta.
Senza dimenticare il sostegno che l’IA offre allo sviluppo della scienza e di soluzioni scientifiche all’avanguardia. Alzi la mano chi è convinto che l’IA non abbia contribuito in maniera determinante alla velocità con la quale sono stati trovati i vaccini MRNA per combattere il Covid 19!

Tutto facile allora?

Se la IA risolve i problemi di ordine logico molto più velocemente ed esattamente di noi, se offre un contributo determinante allo sviluppo scientifico, vuol dire che può solo facilitarci la vita?
Forse non è proprio così.
Non sarà forse che con l’avanzare della IA nel campo della razionalità e della memoria quantitativa e meccanica, si ritrarrà lo spazio della razionalità e della memoria umana?
Quanti di noi usano già l’app “calcolatrice” del proprio smartphone per effettuare calcoli anche facili che fino a due decenni fa era normale effettuare a mente sulla base delle famigerate “tabelline” scolastiche e dell’uso delle facoltà cerebrali di computo?
Quanti di noi, per andare in automobile in un posto lontano o anche vicino ma sconosciuto sono ancora soliti andare a cercare questa location su mappe cartacee o (e qui già entra in campo l’informatica) su google maps o app similari invece di affidarsi direttamente al “navigatore” installato sulla propria autovettura o sul proprio smartphone?
Quanti di noi, per scegliere o acquistare una automobile o una casa (o qualsiasi altro oggetto di valore), si affidano ad un programma software (ad esempio, nella maniera più semplice, un foglio Excel approntato da noi stessi o, meglio, già predisposto) nel quale inserire (o trovare già inseriti) i criteri per orientare la scelta tra le diverse alternative (ad esempio, nel caso di una automobile, la casa di produzione, la velocità, il consumo, il tipo di energia che usa, il cambio ecc.) dando a ciascun criterio un peso per giungere ad una valutazione ponderata della scelta fra le diverse alternative? Ci siamo chiesti come avremmo fatto due decenni fa e come molti noi ancora fanno? Forse avremmo usato la nostra capacità di memoria e di ragionamento! Magari avremmo attivato i nostri amici e parenti, ci saremmo consultati con loro invece che… con il computer!
Certo, l’informatica in generale e, più in particolare l’IA sta riducendo i tempi di elaborazione delle nostre scelte personali; ma sta anche riducendo i tempi trascorsi ad utilizzare le nostre facoltà cerebrali e, attenzione! non sta forse atrofizzando, a causa del loro non uso, parte di tali facoltà cerebrali?
E ancora, non sta forse diminuendo la nostra capacità di socializzazione, l’attitudine ad attivare ed a consolidare costruttivi rapporti interpersonali? Sarebbe interessante chiedere, su questo aspetto, il parere di quanti stanno già spendendo molto del loro tempo di lavoro in smart-working.
Fra dieci anni saremo ancora in grado fare un calcolo semplice senza usare l’app “calcolatrice”, andare in un luogo lontano sulla base di una mappa rinunciando all’uso del “navigatore”, fare scelte personali di acquisto senza ricorrere all’aiuto dell’informatica, uscire di casa per incontrare fisicamente gli amici e/o i colleghi di lavoro?
Ma, soprattutto, saremo capaci di fare scelte personali o l’IA le farà in effetti al posto nostro illudendoci del contrario?
Questo è il grosso rischio, più l’IA aumenta il suo spazio nell’ambito della realtà materiale suscettibile di razionalizzazione, più diminuisce nello stesso ambito lo spazio riservato all’uomo e alla sua intelligenza.
 

Una umanità teleguidata?

Se l’attività di analisi di dati, di loro valutazione, di scelta dell’opzione migliore è svolta in maniera più veloce ed efficace da parte dell’IA che da parte dell’uomo,  non potrebbe accadere di trovarsi di fronte ad una totale resa dell’uomo nell’ambito delle realtà fisiche e materiali e ad un suo rifugiarsi nell’ambito di quelle più intime o di quelle spirituali?
Non potremmo assistere ad una umanità teleguidata in toto da un superpotere dell’IA tramite lo strumento della manipolazione mediatica?
Se l’IA è in grado di conoscere tutto di noi stessi (dati personali, preferenze di ogni tipo, capacità di spesa, simpatie politiche…) cosa potrebbe impedirle di usare queste informazioni per dirigere la nostra vita in una direzione e verso obiettivi propri dei pochi che riescono a governare l’IA? Non abbiamo già avuto esempi di come la manipolazione mediatica riesca ad influenzare scelte elettorali (gli esempi abbondano) o scelte collettive di consumo (addirittura diversificando i prezzi sulla base della capacità individuale di spesa e della propensione al consumo)?
L’IA non potrebbe essere lo strumento per attuare, da parte di pochi, una dittatura informatica tramite la manipolazione mediatica?
Ritenete che si tratti di domande puramente teoriche, di astruserie di persone che si divertono con elucubrazioni mentali?
Forse chi avrà voglia di leggere i testi citati nella piccola bibliografia indicata alla fine di queste considerazioni, potrebbe avere l’opportunità di condividere questo timore.

Come imporre una dittatura informatica?

Quale potrebbe essere una strategia per creare questa situazione nella quale, attraverso un uso spregiudicato (ma mirato…) della IA si possa pervenire ad influenzare pesantemente il comportamento di milioni di persone?
Come pervenire a instaurare quella che più sopra abbiamo definito una “dittatura informatica”?

La strategia probabilmente si dovrebbe strutturare attraverso tre precise serie di azioni.

1.     In primo luogo la raccolta di dati.
Occorre che vengano reperiti, tracciati e quindi raccolti (al fine di poterli elaborare) i dati personali del maggior numero possibile di persone, generalità individuali (data di nascita, residenza, stato civile, situazione familiare), preferenze di consumo, disponibilità finanziarie, simpatie politiche, tipo e qualità delle amicizie…
Si giungono così a creare innumerevoli (miliardi?) di profili individuali e a catalogare e classificare tali profili in blocchi che comprendano profili con caratteristiche abbastanza omogenee fra di loro.

2.     In secondo luogo la costruzione e diffusione di quelle che semplicisticamente vengono definite “fake news”.
In realtà non si tratta di costruire e diffondere notizie interamente false, bensì anche notizie parzialmente false oppure di bloccare la diffusione di notizie vere ma che potrebbero far aprire gli occhi su precedenti o contemporanee informazioni false.
E’ una vera e propria azione di falsificazione delle realtà trasmessa con una carica psicologica tale da restare impressa, più che nella parte cerebrale, in quella emotiva, nella cosiddetta “pancia” delle persone[1].

3.     In terzo luogo la creazione di nuovi paradigmi, ovvero nuovi schemi di riferimento mentali.
Tutti noi usiamo questi schemi, ovvero facciamo (in maniera pressoché automatica) una ricerca veloce nella nostra memoria per ricordare come ci siamo comportati in un certo frangente similare e tendiamo a ripetere quel comportamento, particolarmente se quel tipo di comportamento ci ha permesso di conseguire risultati positivi (ci diciamo internamente “ha funzionato bene”
Ogni volta in più che implementiamo quello stesso comportamento tendiamo, con questa continua ripetizione, a consolidare un preciso schema di riferimento.
Può però capitare che quel certo comportamento, che più volte ha funzionato in maniera ottima, dimostri la sua inattitudine a “funzionare” in una situazione che ci pareva uguale ad altre verificatesi in precedenza e che invece era solo apparentemente uguale ma, in effetti alquanto diversa.
E’ quello che accade allorché un paradigma, uno schema di riferimento mentale, si trasforma in una “distorsione cognitiva”, ovvero pensiamo di conoscere una determinata situazione, mentre in effetti la situazione è diversa.
Sulla base delle informazioni in nostro possesso “leggiamo” una situazione in un determinato modo e applichiamo a quella situazione uno schema di riferimento che, nelle volte precedenti, ha funzionato benissimo sfruttando al meglio a nostro favore le potenzialità offerta da quel particolare contesto.
Che accade però se le informazioni che abbiamo raccolto non sono vere o, peggio, sono state falsificate da altri proprio per modificare il nostro comportamento? Accade che il nostro comportamento, implementato in base una visione distorta della realtà, risulta inadeguato agli scopi prefissi.

Ricapitolando i punti precedenti, possiamo dedurre che una “entità” (politica o economica), che sia pienamente a conoscenza delle nostre caratteristiche personali (peculiarità fisiche, dati logistici, familiari e finanziari, preferenze di gusti, opinioni culturali e politiche…) può, inviandoci false informazioni, attivare in noi determinate distorsioni cognitive e condizionare pesantemente il nostro comportamento senza che noi ne siamo consapevoli.
Ma può una “entità” essere in grado di fare questo a livello mondiale, può raccogliere i dati di miliardi di persone, elaborarli creando profili sia personali che diversificati per tipologia di persone, può mirare e veicolare le informazioni false in maniera da differenziare le stesse in funzione delle diverse persone e delle diverse tipologie, può praticamente orientare il comportamento del mondo intero?
Non so se già questo sia possibile ma certamente lo sviluppo della IA lo renderà possibile. Sarà invero possibile imporre una “dittatura informatica” a livello globale attraverso la manipolazione mediatica delle menti delle persone.

Come difenderci?

Come difenderci, a livello individuale, dal rischio che la nostra mente possa essere mediaticamente manipolata e, di conseguenza, il nostro comportamento, essere condizionato e indirizzato verso fini prescelti da altri?
Quando ero poco più che ventenne e avevo in animo di fare la mia tesi di laurea sui valori della democrazia, mi capitò di leggere “I fondamenti della democrazia” di Hans Kelsen[2].
Kelsen, giurista e sociologo di rilievo mondiale, appartenente alla Scuola di Vienna, sostiene, in questo libro, che il fondamento della democrazia (o, per meglio chiamarla, della liberaldemocrazia) è la cultura del “dubbio”.
Se non ho dubbi, argomentava Kelsen, se penso di avere ragione, di possedere pertanto la “verità” su un determinato argomento, se penso, di conseguenza, che la mia verità non possa che essere sinonimo di bene sia per me che per gli altri (altrimenti non sarebbe “verità”…), quali remore dovrei avere non solo a proporla, ma addirittura ad imporla agli altri... per il loro bene?
A rifletterci, è questo il principio implicito nella dottrina della maggior parte delle religioni a sostegno della loro attività missionaria. Convertire diventa sinonimo di imporre all’altro l’adesione ad una certa fede perché in tal modo realizzerà il suo bene.
Secondo Kelsen solo se mi pongo in un atteggiamento di dubbio, sono capace di presentare la mia opinione all’altro, di ascoltare serenamente la sua e, in uno spirito di ascolto reciproco ( di “dialogo”…), camminare insieme verso la ricerca della verità.
Nel corso della mia vita talvolta ho avuto la forza (perché non è facile…) di assumere questa cultura del dubbio e mi sono chiesto, in certe situazioni in cui avevo espresso una opinione o adottato un comportamento che altre volte era stato giusto; “se invece avessi torto?”, “se quello che dice il mio interlocutore fosse vero?”, “non è che sto insistendo a seguire la mia idea per ostinazione o, peggio, per pigrizia?”.
Ebbene, quando ho avuto questa forza sovente mi è capitato di cambiare la mia opinione, di accettare in tutto o, più spesso, parzialmente, quella del mio interlocutore.
Avere questa cultura del dubbio può essere il primo passo per l’acquisizione di una maggiore libertà di giudizio rispetto alle informazioni che cerchiamo e troviamo autonomamente o che ci piovono addosso da altri.
Ma vivere con questa cultura del dubbio non deve sfociare nell’abbracciare uno scetticismo estremo, bensì nell’evitare di accettare acriticamente informazioni infondate e, invece, nel diventare capaci di valutarle e di discernere, nel mare di informazioni nel quale nuotiamo, quelle vere e utili da quelle false o inutili.
Una volta acquisita una sana cultura del dubbio, il passo successivo per combattere le distorsioni cognitive consiste nel saper ragionare correttamente e soprattutto nel confrontarsi costantemente con altri.
Leggere molto, leggere, con mente aperta, sia testi in linea con le nostre opinioni che testi discordanti e riportanti opinioni diverse, leggere attentamente notando come le persone articolano e motivano i loro ragionamenti, leggere acquisendo un ampio bagaglio informativo, permette di ampliare non solo le nostre informazioni ma soprattutto la nostra capacità di ragionare ed esprimere giudizi corretti.[3]
Ma non è ancora sufficiente.
Un altro e ultimo passo deve essere quello di confrontare le nostre opinioni, i nostri giudizi con quelli di persone che stimiamo (e che magari hanno opinioni e giudizi diversi) in un dialogo in cui la serenità, la sincerità, la assertività e, soprattutto, la voglia di ascoltarsi reciprocamente rappresentino caratteristiche comuni.
Coltivare sempre il dubbio, leggere (o vedere…) acquisendo il maggior numero possibile di informazioni, classificare, collegare e articolare queste ultime sulla base di ragionamenti corretti, mettere alla prova le nostre conclusioni in confronto e dialogo con amici che partono da conclusioni diverse, tutto ciò dovrebbe permettere di raggiungere un certo livello di capacità mentale e intellettiva sufficiente per riconoscere una gran parte delle informazioni false e fuorvianti e per limitare l’influenza della nostre distorsioni cognitive.
Ultima virtù da coltivare è l’umiltà, ovvero la capacità di essere consapevole che, nonostante tutti i tentativi che possiamo mettere in atto, la nostra imperfezione innata di essere umani non ci consentirà mai di essere sicuri di essere completamente liberi da potenziali manipolazioni (di qualsiasi tipo esse siano).

Roma 04/03/2022                                                                              Giuseppe Sbardella

 

Di seguito una breve bibliografia sulla intelligenza artificiale (IA)

1.     M. Tegmark “Vita 3.0”, Raffaele Cortina editore 2018

2.     L Floridi, F. Cabitza, “Intelligenza Artificiale”, Bompiani 2021

3.     L. Floridi “Il verde e il blu”, Raffaele Cortina editore 2020

S. Quintarelli “Capitalismo immateriale”, Bollati Boringhieri 2019




[1] E’ assodato che le emozioni negative (dolore, rabbia, antipatia…) hanno un carica tre volte superiore alle emozioni positive. Pertanto non per caso spesso le fake news sono mirate a suscitare emozioni negative.

[2] Hans Kelsen “I fondamenti della democrazia” edizioni Il Mulino 1966

[3] Quando scrivo “leggere” in effetti metto in evidenza una mia distorsione cognitiva. Per persone più giovani lo stesso effetto si può raggiungere, più che leggendo testi, “vedendo” video ferme restando le altre condizioni già esposte nel caso di lettura.

 

mercoledì 31 marzo 2021

Considerazioni sul post-pandemia. Tutto come prima?

                                                                             


C’è un forte desiderio da parte di tutti di aspettare con ansia la fine di questa pandemia, o almeno l’inizio di una convivenza più serena con essa, per tornare a vivere come prima.

Veramente è una aspettativa realistica? Veramente torneremo a vivere come prima?
Forse la realtà non è così semplice e dovremo chiedere a noi stessi una grande capacità di misurarci con un contesto totalmente nuovo, senza perdere di vista che comunque tale nuovo contesto dovrà continuare ad essere al servizio dell’uomo.

Tutti ci siamo piacevolmente sorpresi del breve tempo che ha impiegato la ricerca scientifica medica per trovare un vaccino efficace al Sars Covid-19. Si pronosticavamo molti anni di faticosa ricerca e invece il vaccino, o meglio, i vaccini sono stati pronti in circa un anno.
Una accelerazione imprevedibile, ma come è stata possibile questa accelerazione?
Certamente con investimenti straordinari più che altro pubblici (ma anche privati) e con l’utilizzo di una potenza elaborativa elettronica finora non concepibile.
Se mi guardo indietro rimango stupefatto dal progresso dell’umanità nel campo scientifico.
Avevo circa 7 anni, nel 1955, andavo con i miei genitori a vedere gli aerei atterrare sulla pista di Ciampino e gioivo quando avevamo la fortuna di veder atterrare uno dei pochi quadrimotori (con propulsione ad elica) invece dei normali bimotori. Venti anni dopo salivo, a Linate, per il mio primo volo, su un aereo Caravelle bireattore (oggi roba da antiquariato)!
Ma il progresso tecnologico è ancora più sorprendente se si pensa che già 5 anni prima di quel mio primo volo, nel 1969 l’uomo atterrava sulla luna. Erano trascorsi solo 14 anni fra i bimotori ad elica e il razzo capace di portare l’uomo sulla luna.
La conquista dello spazio in seguito ha rallentato e si è puntato al consolidamento della nostra presenza nello spazio vicino alla Terra, con navicelle abitate, non per l’impossibilità di andare oltre e più lontano ma soltanto perché non se ne è vista una utilità immediata.
Se ancora mi guardo indietro mi vedo, nel 1974, nel primo lavoro, armeggiare con una calcolatrice da tavolo elettromeccanica e gestire, con quella “macchinetta” le pratiche di reclami (“claim”) verso l’azienda presso la quale lavoravo (l’IBM Italia) relative all’uso del suo più grosso computer dell’epoca, il 360/20.
Solo 5 anni più tardi la calcolatrice elettromeccanica da tavolo era superata da quella digitale, in diretta concorrenza con quelle digitali tascabili, mentre i computer della linea 360 erano superati da quelli della linea 370, poi della 3090, poi ancora dela 9021 e oltre.
Oggi mi stupisco se penso che il mio smartphone ha più capacità elaborativa, nella sua dimensione tascabile, dei prima richiamati sistemi 360 e 370, grandi come degli armadi.

E che dire di Internet?
Ricordo quando fui il primo, nei servizi amministrativi IBM di Roma, ad avere un PC capace di collegarsi ad internet e rammento, con un sorriso, il mio impaccio nei primi utilizzi della “Rete”.
Oggi quasi tutti viviamo costantemente connessi via internet gli uni agli altri, viviamo, per dirla con due neologismi del filosofo Luciano Floridi, “onlife” nella “infosfera” [1].
Facciamo videochiamate e videoconferenze da casa, cerchiamo informazioni sullo smartphone, condividiamo documenti e ci lavoriamo insieme… telelavoro e didattica a distanza sono diventate modalità normali di lavoro e di studio.
E come dimenticare la inesprimibile potenza elaborativa di nostri computer in grado di gestire immensi “big data”, di profilarci sia per gruppo che individualmente, di conoscere le nostre preferenze e di farci offerte mirate di acquisto con prezzi personalizzati sulla base delle nostre capacità di spesa, come sostenuto da Stefano Quintarelli nel suo stimolante libro? [2]
E che pensare dei computer di ultima generazione, di quelli in grado di sfruttare la loro Intelligenza Artificiale per progettare, al posto dell’uomo, nuovi computer o software più potenti. Qualcuno ritiene anche che queste macchine riusciranno a sostituire l’uomo in quella che è una sua attività caratteristica, la capacità di pensare creativamente.

Bene, siete ancora convinti che, dopo la fine della pandemia, torneremo a vivere come prima?
Pensate veramente che si tornerà, come modalità usuale, a lavorare in ufficio, a far lezione e a studiare in classe, a leggere giornali e libri cartacei, a partecipare a Convegni in presenza?
Pensate veramente (e questo è molto più preoccupante) che troverete i vecchi lavori che avete lasciato durante la pandemia?

Forse siete rimasti sorpresi quando avete letto che il PIL italiano ha avuto sì una forte discesa senza, peraltro avere il tracollo che ci si aspettava.
In affetti analizzando le diverse categorie di produttori ci si accorge che alcune specialmente nei settori del turismo (albergatori, ristoratori, stazioni turistiche…), del piccolo commercio e dell’artigianato hanno subito danni ingenti, talvolta disastrosi e irrimediabili.
Le categorie che, invece, già usufruivano di significativi e moderni processi informativi (ad esempio con l’utilizzo di robot e con il ricordo massiccio al telelavoro) o che hanno accelerato la loro transizione ad una maggiore informatizzazione, hanno subito danni molto minori se non, addirittura degli aumenti di fatturato (ad esempio le aziende di e-commerce, come Amazon e le aziende medie e grandi già abbondantemente informatizzate).
Appare certo che, già adesso, ma ancor di più nel prossimo futuro, le aziende, sia grandi che piccole, sia nazionali che multinazionali continueranno ad investire massicciamente nell’informatica.

Che accadrà quando i robot sostituiranno totalmente l’uomo nelle attività manuali  ripetitive o, quando, in associazione con strumenti di Intelligenza Artificiale, saranno capaci, al posto dell’uomo, di svolgere attività manuali anche non ripetitive in quanto basate su una valutazione delle operazioni messe in atto al fine di trovare un modo più efficiente di svolgerle? Saranno, a breve, i robot in grado anche di esperire autonomamente attività quali interventi chirurgici via via sempre più complessi?
Che accadrà quando l’Intelligenza Artificiale sarà in grado di svolgere attività di mero carattere intellettuale quali l’interpretazione di un testo, magari di un contratto o di una norma di legge, o addirittura di emettere una sentenza giudiziaria, una volta acquisita la lettura dei documenti scritti e delle testimonianze orali?
Che accadrà quando sarà l’ Intelligenza Artificiale (e non un dipendente bancario) a valutare, dopo essere entrato nei dati dell’Anagrafe tributaria, di quella civile e del Casellario giudiziario, la capacità patrimoniale di un cittadino richiedente un prestito?
Non credete che tutto questo sia possibile o che non sarà possibile in breve tempo? Non è il caso di sottovalutare l’accelerazione in atto. Rivolgetevi a qualche giovane e bravo ingegnere elettronico, ad uno scienziato che indaga su queste frontiere tecniche avanguardia e resterete sorpresi dalle loro risposte e dalle aspettative sul futuro
Gli studiosi più avveduti di etica sociale stanno già studiando questi fenomeni per comprendere quale sarà il destino dell’uomo in questa realtà dominata dalla Intelligenza Artificiale. Saremo ancora in grado di poter dare un senso alla nostra vita, ma anche di poterla guidare, di essere, almeno un po’, padroni del nostro destino?

Ma anche gli economisti e i sociologi si interrogano.
Quali tipi di lavoro non potranno essere sostituiti dalle macchine?
Forse i lavori di cura (intesa anche come “care”) alle persone, svolti non solo con capacità professionale e tecnica ma anche con il necessario “sentimento” verso chi è oggetto di cura (sembra infatti che le macchine non siano in grado di provare sentimento…). Il mio pensiero va non solo ai malati, ma anche a tutte quelle persone, anziane o analfabete elettroniche, vittime del “digital divide” che dovranno essere supportate da appositi assistenti in un mondo che apparirà in gran parte loro sconosciuto.
Inoltre, se la potenza di calcolo delle macchine sarà sempre più superiore (in termini di capacità di elaborare rapidamente immense e inimmaginabili quantità di dati) a quella umana, se le capacità intellettuali dell’uomo saranno sempre più in competizione con quelle della Intelligenza Artificiale, potranno sopravvivere solo quei lavori che possono prescindere dalla potenza di calcolo e dalle capacità della Intelligenza Artificiale.
Potranno sopravvivere i filosofi, gli psicologi, i sacerdoti, i managers di alto livello, i politici, gli studiosi di etica, una parte degli insegnanti (infatti le lezioni potranno essere di massa attraverso strumenti quali gli attuali video youtube e le attività di verifica dell’apprendimento attraverso la predisposizione di domande chiuse e il controllo automatico delle risposte).
Sfido i lettori a trovare altre attività il cui contenuto possa prescindere dalla potenza di calcolo e dalle capacità della Intelligenza Artificiale. Ce ne saranno altre ma, temo, non tante.

Se il lavoro sarà sempre meno, da tale stato dei fatti scaturiscono altre domande:

1.     che farà l’uomo senza lavoro o il cui tempo sarà solo molto parzialmente assorbito dal lavoro?

2.     come impiegherà il tempo senza lavoro?

3.     come guadagnerà e, di conseguenza, come potrà spendere e acquisirsi il necessario per vivere? ovvero, come potrà essere sostenuto una economia a fronte di una domanda di beni potenzialmente molto scarsa?

4.     come saranno le relazioni personali (amicizia, amore, famiglia)? Più solide? Più evanescenti?

5.     che significato avrà la possibilità di avere profitti quasi illimitati per aziende che non utilizzeranno risorse umane ma solo robotiche e piattaforme informatiche (immaginatevi una potenziale like-Amazon che utilizzi programmi su internet per acquisire ordini, robot per ricercare i beni, droni per portarli a destinazione e ancora programmi su internet per fatturare e incassare automaticamente)?

Basteranno e saranno veramente efficaci provvedimenti come:

a)     una massiccia riduzione dell’orario di lavoro, in modo da permettere a tutti (o quasi) di lavorare;

b)    la elargizione di un reddito universale di base per permettere, da una parte, alle persone di vivere una vita dignitosa e, dall’altra parte, per sostenere la domanda globale e permettere alle industrie di produrre e vendere beni e servizi;

c)     vaste campagne di preparazione e di attuazione di attività generali di intrattenimento (sport, cultura, relazioni personali, dimensione religiosa) coordinate e svolte da personale esperto e capace di motivare?

Non ho risposte se non abbondantemente balbettanti… Non riesco altresì ad aggiungere altro. Mi preoccupa, un po’ mi spaventa, quello che ho scritto ma rimane tutto molto realistico a breve termine.
Non sarà che questa pandemia possa servirci a prendere atto di una realtà che ci chiederà una grande dose di resilienza e la serenità per affrontare anche difficili cambiamenti nello stile di vita?

 

Roma 31/03/2021                                                                Giuseppe Sbardella



[1] L. Floridi – “Il verde e il blue” – 2020 – Raffaele Cortina editore

[2] S. Quintarelli – Capitalismo immateriale – 2019 – Bollati Boringhieri