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venerdì 26 giugno 2026

Rimanere umani - VI pillola dalla Magnifica humanitas

15. Nel recente Giubileo Ordinario del 2025, abbiamo camminato come pellegrini di speranza e siamo stati colmati di grazie. Forti di questi doni, possiamo avanzare con animo fiducioso di fronte ai compiti ardui e alle sfide esigenti che si affacciano sul nostro futuro. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nascesempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciòche separa

16. A tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate –i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal85,11). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscer eancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare.


domenica 21 giugno 2026

Quattro modi per costruire il bene - IV pillola dalla Magnifica humanitas.

 Costruire nel bene

11. Costruire una città impostata sul bene comune esige, dunque, in primo luogo, di edificare sulla roccia della relazione con Dio. Riconoscere che la verità del suo amore ci chiama a una vita «in abbondanza» (10,10) e alla comunione con Lui. Insieme con sant’Agostino, anche noi possiamo dire: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te».

Dio, infatti, ha inscritto nel nostro cuore un desiderio di felicità che abbraccia tutte le dimensioni della vita, e la Chiesa, nel dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo, avverte l’urgenza di custodire e orientare tale aspirazione verso la sua verità più profonda.

12. In secondo luogo, edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli. Non di rado, riponiamo la speranza in un potenziamento senza limiti, in forme di progresso che possono esacerbare le disuguaglianze, in soluzioni immediate incapaci di sanare le ferite dei popoli. Così, mentre alcuni inseguono la chimera di un’autoaffermazione illimitata, molti restano privi del necessario. La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli.

13. Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo: «La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). A ciascuno il suo tratto di muro: scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede. Questa è la logica della sussidiarietà, che valorizza la cooperazione tra generazioni, tra popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità, prosperità e pace. Le tensioni e le differenze non devono intimorire: possono diventare energie creative quando sono orientate da una responsabilità condivisa.

14. Infine, edificare nel bene domanda un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimentodignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace.

martedì 16 giugno 2026

Verso quale meta? necessità di un discernimento condiviso. Terza pillola da Magnifica humanitas

 Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.

6. Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?

sabato 13 giugno 2026

La tecnologia è neutrale? Seconda pillola da Magnifica humanitas

 Da Enciclica Magnifica humanitas paragr. 9

La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.


mercoledì 10 giugno 2026

Scelta decisiva - Collaborazione fra tutti gli uomini e le donne in vista del bene comune

Dall' Enciclica Magnifica hunanitas

1. La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo».

Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.

2. Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza. Per questo possiamo contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano. Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità.

Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana.


sabato 13 dicembre 2025

Nessuno in piazza per l'Ucraina. dal Corsera del 13/12 articolo di Ernesto Galli della Loggia

 


È difficile capire che cosa è successo in questi anni nella mente di tanti italiani, di tanti occidentali. Ma certo qualcosa d’importante è successo se quanto accade da più di tre anni in Ucraina suscita nei più quel freddo distacco vicino all’indifferenza di cui abbiamo prova ogni giorno. E paradossalmente più l’aggressore russo imperversa seminando morte sulle città di quel Paese, più quell’indifferenza cresce. L’opinione pubblica occidentale preferisce voltarsi dall’altra parte, non vedere. Quale diversa forza avrebbero oggi i governi europei nell’opporsi alla politica capitolarda di Trump se le strade delle loro città fossero quotidianamente attraversate da manifestanti invocanti il sostegno a Kiev! 

La cosa ha davvero dello straordinario. Nel caso dello scontro israelo-palestinese, ad esempio, si può pure ammettere, — nonostante che il pogrom del 7 ottobre renda assai difficile non considerare Israele la parte aggredita e quindi la controparte come l’aggressore — comunque, dicevo, in quel caso si può pure ammettere che, anche a causa del complesso e intricato sfondo storico della vicenda, le simpatie dell’opinione pubblica europea si dividano tra i due contendenti. 

Ma come è possibile qualunque incertezza nel decidere il torto e la ragione per quanto riguarda la guerra che imperversa in Ucraina? Non indica forse ogni cosa nella Russia di Putin l’aggressore? In questo autocrate arcinoto per far assassinare chi osa opporglisi, abituato a muovere guerra ai propri vicini, a ordinare al proprio esercito di rapire i bambini alle famiglie del nemico, incapace di pensare per il suo Paese qualunque politica che non sia il ritorno al feroce imperialismo sovietico, a quella Russia «prigione di popoli» che l’Europa conosce da oltre due secoli?
Dall’altra parte c’è l’Ucraina che resiste. Davvero ancora qualcuno crede possibile che un popolo mostri la tenacia, la determinazione, il coraggio che gli ucraini dimostrano da oltre tre anni solo perché c’è un governo che glielo ordina? Eppure la maggioranza degli occidentali — in particolare degli europei, alla Russia così pericolosamente vicini — tutto questo non lo vede, non avverte il significato di quanto pure si svolge sotto i suoi occhi. Nei telegiornali di ogni sera assiste impassibile alle scene del lento martirio ucraino come se si trattasse dell’episodio di una serie di Netflix.

Un tempo non sarebbe stato così. Almeno nella storia d’Europa, infatti, a partire dalla lontana insurrezione ottocentesca della Grecia contro i Turchi fino alle rivolte di Budapest e Praga contro Mosca, passando per la difesa della Repubblica spagnola assalita da Franco, le lotte per la libertà e l’indipendenza combattute dai suoi popoli non hanno mai mancato di suscitare l’emozione, la mobilitazione — spesso la partecipazione diretta — di una parte importante dell’opinione pubblica del continente. Oggi, invece, la resistenza degli ucraini non appare affatto come una cosa nostra, è radicalmente altro da noi, non ci appartiene. Il suo eroismo — perché di questo si tratta, di eroismo — ci risulta incomprensibile, sembriamo addirittura averne fastidio dal momento che con queste cose l’Europa non ha più nulla a che fare: da molto tempo — essa sembra confessare — l’eroismo non abita più qui.

Ma se è così è perché ben prima altre cose, molte altre cose, sono scomparse dal nostro orizzonte: alla democrazia umanistica della Costituzione della Repubblica abbiamo sostituito la centralità dell’economia e della tecnica predicata da Bruxelles insieme al soffocante prescrittivismo progressista del suo discorso pubblico; un disprezzo superficiale e tutto ideologico per la politica e le idee ha cancellato nelle nostre scuole il senso vivo e drammatico della storia umana e l’alto insegnamento morale che in esso era racchiuso; egualmente abbiamo lasciato che un pervadente individualismo dissolvesse l’idea dei vincoli che nonostante tutto legano gli individui in una comunità: verso la quale oltre che vantare dei diritti si hanno dei doveri.

Anche così è stata liquidata l’idea del passato, l’idea di aver ricevuto qualcosa che ci è stato trasmesso e che dovremmo essere impegnati in qualche modo a conservare. In moltissimi di noi è scomparsa la consapevolezza di avere una storia e una patria: ma senza una storia e senza una patria, senza la libertà che per generazioni di europei entrambe hanno significato, che cosa è mai chiamato a difendere l’eroismo? A che cosa serve? E dunque che combattono a fare gli ucraini? Accettino il giogo russo e ci lascino in pace!
L’eroismo vive e si alimenta nella dimensione della grandezza, della vastità magnanime delle cose e dei sentimenti. Ma ormai da decenni — lo si può dire senza passare per un seguace del generale Vannacci? — da decenni domina in Europa un’aridità spirituale, un’estenuante paralisi politica, un’assenza d’ideali pubblici, un’atmosfera soffocante che ci sta privando di volontà e di propositi. È in questo grigio vuoto, pieno solo d’inutili parole, che si sta consumando il nostro declino storico, che si annuncia la nostra quasi certa futura irrilevanza. È in questo vuoto che l’Ucraina sta morendo.


domenica 18 maggio 2025

Papa Leone XIV sul significato della Dottrina Sociale della Chiesa

 

Buongiorno!

Cari fratelli e sorelle, benvenuti!

Ringrazio il Presidente e i membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e saluto tutti voi che partecipate all’annuale Conferenza Internazionale e Assemblea Generale.

Il tema della vostra Conferenza di quest’anno – “Superare le polarizzazioni e ricostruire la governance globale: le basi etiche” – va al cuore del significato e del ruolo della Dottrina Sociale della Chiesa, strumento di pace e di dialogo per costruire ponti di fraternità universale. Specialmente in questo tempo pasquale, noi riconosciamo che il Risorto ci precede anche dove sembra che l’ingiustizia e la morte abbiano vinto. Aiutiamoci gli uni gli altri, come esortavo la sera della mia elezione, «a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace». Questo non si improvvisa: è un intreccio dinamico e continuo di grazia e libertà che anche ora, incontrandoci, rinsaldiamo.

Già il Papa Leone XIII – vissuto in un periodo storico di epocali e dirompenti trasformazioni – aveva mirato a contribuire alla pace stimolando il dialogo sociale, tra il capitale e il lavoro, tra le tecnologie e l’intelligenza umana, tra le diverse culture politiche, tra le Nazioni. Papa Francesco ha usato il termine “policrisi” per evocare la drammaticità della congiuntura storica che stiamo vivendo, in cui convergono guerre, cambiamenti climatici, crescenti disuguaglianze, migrazioni forzate e contrastate, povertà stigmatizzata, innovazioni tecnologiche dirompenti, precarietà del lavoro e dei diritti [1]. Su questioni di tanto rilievo la Dottrina Sociale della Chiesa è chiamata a fornire chiavi interpretative che pongano in dialogo scienza e coscienza, dando così un contributo fondamentale alla conoscenza, alla speranza e alla pace.

La Dottrina Sociale, infatti, ci educa a riconoscere che più importante dei problemi, o delle risposte a essi, è il modo in cui li affrontiamo, con criteri di valutazione e principi etici e con l’apertura alla grazia di Dio.

Voi avete l’opportunità di mostrare che la Dottrina Sociale della Chiesa, con il suo proprio sguardo antropologico, intende favorire un vero accesso alle questioni sociali: non vuole alzare la bandiera del possesso della verità, né in merito all’analisi dei problemi, né nella loro risoluzione. In tali questioni è più importante saper avvicinarsi, che dare una risposta affrettata sul perché una cosa è successa o su come superarla. L’obiettivo è imparare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande.

Abbiamo qui un aspetto fondamentale per la costruzione della “cultura dell’incontro” attraverso il dialogo e l’amicizia sociale. Per la sensibilità di molti nostri contemporanei la parola “dialogo” e la parola “dottrina” suonano opposte, incompatibili. Forse quando sentiamo la parola “dottrina” ci viene in mente la definizione classica: un insieme di idee proprie di una religione. E con questa definizione ci sentiamo poco liberi di riflettere, di mettere in discussione o di cercare nuove alternative.

Si fa urgente, allora, il compito di mostrare attraverso la Dottrina Sociale della Chiesa che esiste un significato altro, e promettente, dell’espressione “dottrina”, senza il quale anche il dialogo si svuota. I suoi sinonimi possono essere “scienza”, “disciplina”, o “sapere”. Così intesa, ogni dottrina si riconosce frutto di ricerca e quindi di ipotesi, di voci, di avanzamenti e insuccessi, attraverso i quali cerca di trasmettere una conoscenza affidabile, ordinata e sistematica su una determinata questione. In questo modo una dottrina non equivale a un’opinione, ma a un cammino comune, corale e persino multidisciplinare verso la verità.

L’indottrinamento è immorale, impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà del rispetto della propria coscienza – anche se erronea – e si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento, il cambiamento o l’evoluzione delle idee di fronte a nuovi problemi. Al contrario, la dottrina in quanto riflessione seria, serena e rigorosa, intende insegnarci, in primo luogo, a saperci avvicinare alle situazioni e prima ancora alle persone. Inoltre, ci aiuta nella formulazione del giudizio prudenziale. Sono la serietà, il rigore, la serenità ciò che dobbiamo imparare da ogni dottrina, anche dalla Dottrina Sociale.

Nel contesto della rivoluzione digitale in corso, il mandato di educare al senso critico va riscoperto, esplicitato e coltivato, contrastando le tentazioni opposte, che possono attraversare anche il corpo ecclesiale. C’è poco dialogo attorno a noi, e prevalgono le parole gridate, non di rado le fake news e le tesi irrazionali di pochi prepotenti. Fondamentali dunque sono l’approfondimento e lo studio, e ugualmente l’incontro e l’ascolto dei poveri, tesoro della Chiesa e dell’umanità, portatori di punti di vista scartati, ma indispensabili a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Chi nasce e cresce lontano dai centri di potere non va semplicemente istruito nella Dottrina Sociale della Chiesa, ma riconosciuto come suo continuatore e attualizzatore: i testimoni di impegno sociale, i movimenti popolari e le diverse organizzazioni cattoliche dei lavoratori sono espressione delle periferie esistenziali in cui resiste e sempre germoglia la speranza. Vi raccomando di dare la parola ai poveri.

Carissimi, come afferma il Concilio Vaticano II, «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche» (Cost. past. Gaudium et spes, 4).

Vi invito pertanto a partecipare attivamente e creativamente a questo esercizio di discernimento, contribuendo a sviluppare la Dottrina Sociale della Chiesa insieme al popolo di Dio, in questo periodo storico di grandi rivolgimenti sociali, ascoltando e dialogando con tutti. C’è oggi un bisogno diffuso di giustizia, una domanda di paternità e di maternità, un profondo desiderio di spiritualità, soprattutto da parte dei giovani, degli emarginati, che non sempre trovano canali efficaci per esprimersi. C’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa a cui dobbiamo dare risposta.

Vi ringrazio del vostro impegno e delle vostre preghiere per il mio ministero, e benedico di cuore tutti voi, le vostre famiglie e il vostro lavoro. Grazie!

 

[1]  Messaggio ai partecipanti all’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita, 3 marzo 2025.

 

 

giovedì 21 novembre 2024

Fraternità, fratellanza o amicizia sociale?

 Fraternità, fratellanza, amicizia sociale.



 

Fraternità = legame obbligato, genetico ed emotivo tra persone diverse appartenenti ad una stessa famiglia.

Fratellanza = legame volontario, artificiale ed emotivo tra persone diverse appartenenti ad un gruppo basato su un fine o dei fini specifici di comune interesse.

Amicizia sociale = legane volontario, artificiale ed emotivo tra persone diverse che si incontrano anche casualmente e si trovano reciprocamente capaci di empatia e fiducia, con valori ed interessi generalmente (ma non necessariamente) simili.

mercoledì 23 ottobre 2024

Dalla pari dignità umana al pari diritto allo sviluppo delle singole persone e dei popoli (tratto dalla "Fratelli tutti" di Francesco)

 

In tema di Dottrina Sociale della Chiesa (par. 118-127 della “Fratelli tutti”)


Rileggendo con calma l'enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco,e questi (pochi) paragrafi mi sono parsi stimolanti, se non addirittura provocatori, verso quella che Francesco definisce una "altra logica". N.B.: le sottolineature e i grassetti sono frutto di una mia scelta. *****************************************************************************

Riproporre la funzione sociale della proprietà

118. Il mondo esiste per tutti, perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità. Le differenze di colore, religione, capacità, luogo di origine, luogo di residenza e tante altre non si possono anteporre o utilizzare per giustificare i privilegi di alcuni a scapito dei diritti di tutti. Di conseguenza, come comunità siamo tenuti a garantire che ogni persona viva con dignità e abbia opportunità adeguate al suo sviluppo integrale.

119. Nei primi secoli della fede cristiana, diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò conduceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro». Come pure queste parole di San Gregorio Magno: «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene».

120. Di nuovo faccio mie e propongo a tutti alcune parole di San Giovanni Paolo II, la cui forza non è stata forse compresa: «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». In questa linea ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata».
Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI.
Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica.

Diritti senza frontiere

121. Nessuno dunque può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati non possono impedire che questo si realizzi. Così come è inaccettabile che una persona abbia meno diritti per il fatto di essere donna, è altrettanto inaccettabile che il luogo di nascita o di residenza già di per sé determini minori opportunità di vita degna e di sviluppo.

122. Lo sviluppo non dev’essere orientato all’accumulazione crescente di pochi, bensì deve assicurare «i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli». Il diritto di alcuni alla libertà di impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e neppure al di sopra del rispetto dell’ambiente, poiché «chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti».

123. L’attività degli imprenditori effettivamente «è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti». Dio ci promuove, si aspetta da noi che sviluppiamo le capacità che ci ha dato e ha riempito l’universo di potenzialità. Nei suoi disegni ogni persona è chiamata a promuovere il proprio sviluppo, e questo comprende l’attuazione delle capacità economiche e tecnologiche per far crescere i beni e aumentare la ricchezza. Tuttavia, in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate. Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso.

Diritti dei popoli

124. La certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. Se lo guardiamo non solo a partire dalla legittimità della proprietà privata e dei diritti dei cittadini di una determinata nazione, ma anche a partire dal primo principio della destinazione comune dei beni, allora possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo. Infatti, come hanno insegnato i Vescovi degli Stati Uniti, vi sono diritti fondamentali che «precedono qualunque società perché derivano dalla dignità conferita ad ogni persona in quanto creata da Dio».

125. Ciò inoltre presuppone un altro modo di intendere le relazioni e l’interscambio tra i Paesi.
Se ogni persona ha una dignità inalienabile, se ogni essere umano è mio fratello o mia sorella, e se veramente il mondo è di tutti, non importa se qualcuno è nato qui o se vive fuori dai confini del proprio Paese.
Anche la mia Nazione è corresponsabile del suo sviluppo, benché possa adempiere questa responsabilità in diversi modi: accogliendolo generosamente quando ne abbia un bisogno inderogabile, promuovendolo nella sua stessa terra, non usufruendo né svuotando di risorse naturali Paesi interi favorendo sistemi corrotti che impediscono lo sviluppo degno dei popoli. Questo, che vale per le nazioni, si applica alle diverse regioni di ogni Paese, tra le quali si verificano spesso gravi sperequazioni.
Ma l’incapacità di riconoscere l’uguale dignità umana a volte fa sì che le regioni più sviluppate di certi Paesi aspirino a liberarsi della “zavorra” delle regioni più povere per aumentare ancora di più il loro livello di consumo.

126. Parliamo di una nuova rete nelle relazioni internazionali, perché non c’è modo di risolvere i gravi problemi del mondo ragionando solo in termini di aiuto reciproco tra individui o piccoli gruppi. Ricordiamo che «l’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali». E la giustizia esige di riconoscere e rispettare non solo i diritti individuali, ma anche i diritti sociali e i diritti dei popoli. Quanto stiamo affermando implica che si assicuri il «fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza ed al progresso», che a volte risulta fortemente ostacolato dalla pressione derivante dal debito estero. Il pagamento del debito in molti casi non solo non favorisce lo sviluppo bensì lo limita e lo condiziona fortemente. Benché si mantenga il principio che ogni debito legittimamente contratto dev’essere saldato, il modo di adempiere questo dovere, che molti Paesi poveri hanno nei confronti dei Paesi ricchi, non deve portare a compromettere la loro sussistenza e la loro crescita.

127. Senza dubbio, si tratta di un’altra logica. Se non ci si sforza di entrare in questa logica, le mie parole suoneranno come fantasie. Ma se si accetta il grande principio dei diritti che promanano dal solo fatto di possedere l’inalienabile dignità umana, è possibile accettare la sfida di sognare e pensare ad un’altra umanità. È possibile desiderare un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti. Questa è la vera via della pace, e non la strategia stolta e miope di seminare timore e diffidenza nei confronti di minacce esterne. Perché la pace reale e duratura è possibile solo «a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana».

martedì 20 agosto 2024

Considerazioni sparse in tema di Direttiva Bolkenstein

 



 Solo dopo essermi informato sul contenuto della direttiva detta Bolkenstein (approvata nel 2006 dalla UE) e del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 (che ha recepito in Italia tale direttiva) mi accingo a fare alcune considerazioni in proposito.


Questa Direttiva regolamenta la fornitura/prestazione di servizi nell’ambito del mercato europeo comune stabilendo il principio basilare della libera concorrenza e della possibilità per un prestatore di servizi  di fornire i propri in qualsiasi Paese della UE sulla base della normativa vigente nel proprio Paese di origine.
Sono stabilite, oltre ad altre minori, due importante eccezioni:

1.     Sono esclusi dalla applicazione della normativa alcuni servizi ritenuti di interesse nazionale non negoziabile (trasporti, luce gas e acqua, servizi all’infanzia…).

2.     Sono esclusi dalla applicazione della normativa vigente nel Paese d’origine materie quali il diritto del lavoro onde evitare il rischio di possibili pratiche di dumping sociale.

Per approfondimenti più dettagliati sul contenuto della Direttiva suggerirei di leggere direttamente il testo della Direttiva UE 2006/123/CE e del D. lgs 26 marzo 2010, n. 59, facilmente reperibili su internet.

L’applicazione integrale in Italia della Direttiva e del relativo decreto tarda ad attuarsi e per alcuni tipi di servizi (come ad esempio le licenze di taxi, le licenze dei venditori nei mercati rionali, le concessioni balneari, ma anche alcune attività di tipo professionale sanitario …) sono oggetto di aspro dibattito politico e di forte opposizione da parte delle categorie interessate.

Quali sono le principali obiezioni che vengono poste ai principi di fondo e alla normativa fissata nelle Direttiva?

In primo luogo viene evidenziato il forte rischio di una decisa penalizzazione degli imprenditori e degli artigiani nazionali di fronte al libero ingresso nel mercato di concorrenti provenienti da altri Paesi i quali, magari in virtù di innovazioni organizzative o tecnologiche già presenti nel loro mercato nazionale, si potrebbero permettere di praticare prezzi più bassi di quelli praticati dagli imprenditori e artigiani locali, ponendo questi ultimi in seria difficoltà finanziaria e nell’impossibilità di mantenere la forza lavoro occupata. Senza pensare che i prezzi più bassi potrebbero anche derivare dall’uso di materiali di livello scadente o ecologicamente meno sostenibili.

In secondo luogo particolarmente gli imprenditori che svolgono la loro attività sulla base di una licenza o di una concessione pubblica (es: tassisti, imprenditori balneari, piccoli venditori nei mercatini rionali…) sottolineano che il dover rimettere periodicamente in gioco la loro licenza / concessione o il dover affrontare nuovi concorrenti abbassa in maniera rilevante il valore della loro licenza o concessione annichilendo inoltre gli investimenti fatti per prestare un servizio sempre migliore.
Tutto questo aggravato dalla circostanza che la prassi consolidata in Italia del rinnovo pressoché automatico di tali licenze / concessioni ha generato il convincimento che fossero quasi assimilabili a diritti di proprietà privata e, come tali, traferiti a parenti o ceduti a titolo oneroso a terzi.

Si potrebbe replicare efficacemente punto su punto ma lo si può fare anche a partire da un ragionamento più generale.

Pare evidente che la UE abbia scelto, in vista dello sviluppo economico dell’insieme dei Paesi ubicati nel suo territorio, di affidarsi ad una politica che vede il suo fondamento in una economia mi mercato nella quale la libera concorrenza svolga un ruolo preminente.
Non ci può essere economia di mercato senza una base ampia di libera concorrenza.
L’analisi economica ha messo da tempo a punti sia gli aspetti positivi che quelli negativi della libera concorrenza.

Fra i primi quelli principali sono:

1.     la necessità, per le aziende di investire in processi produttivi caratterizzati da una forte innovazione al fine di tenere sotto controllo i costi e la qualità dei materiali, migliorare la rete di distribuzione e la soddisfazione dei clienti, in una parola aumentare l’efficienza delle singole aziende e, come conseguenza diretta, anche quella del sistema nazionale produttivo.

2.     La possibilità per i consumatori di tenere sotto controllo l’andamento dei prezzi e l’inflazione in quanto, teoricamente, a parità di condizione, scelgono i prodotti che hanno il prezzo inferiore.

Questi due aspetti positivi si realizzano solo in un quadro teorico di concorrenza perfetta che è peraltro sostanzialmente irrealizzabile (soprattutto per quegli elementi di vischiosità che la teoria economica conosce bene e che non è possibile qui approfondire) Per questo motivo spesso è necessaria una normativa che rimuova, nei limiti del possibile e della tutela del superiore interesse collettivo, gli ostacoli al libero svolgimento della attività economica sia da parte degli imprenditori che dei consumatori.  
Mi piace sottolineare che l’art. 41 della Costituzione italiana si muove proprio lungo questa linea: “L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute,
all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”


Gli aspetti principali che possono definirsi negativi in un sistema di libera concorrenza sono invece:

1.     la fuoruscita dal mercato e/o il fallimento delle aziende che non riescono a tenere il passo delle concorrenti in tema di ampiezza di investimenti, di know how tecnologico, di innovazione nei processi produttivi, particolarmente se le concorrenti provengono da un contesto produttivo estero magari più progredito o attrezzato.
Si deve sottolineare che la conseguenza immediata e dolorosa di questi fallimenti è la perdita del posto di lavoro da parte delle persone colà occupate.

2.     l’ampliarsi di un fenomeno, che si potrebbe chiamare, di ansia da “precariato imprenditoriale”, per quegli imprenditori che operano sul mercato sulla base di licenze e concessioni pubbliche (prima ritenute, per prassi consolidata, a durata illimitata) e che si trovano periodicamente a entrare in gara per mantenere le licenze (caso degli stabilimenti balneari) o quantomeno per evitare l’ingresso nel mercato di nuovi concorrenti (caso dei tassisti. Quello che prima era un equivalente del titolo di proprietà diventa una concessione soggetta a obblighi e a limiti di tempo.

Non è difficile notare che i due aspetti negativi evidenziati appartengono alla stessa tipologia delle obiezioni sollevate da alcune categorie economiche nei confronti della Direttiva Bolkenstein.
Come si può rispondere a queste obiezioni e come si possono attenuare gli effetti negati della implementazione di un regime di libera concorrenza come quello previsto dalla Direttiva Bolkenstein?

Innanzitutto, se si presuppone di voler restare nello schema di riferimento del capitalismo democratico, basato sui principi di libertà di iniziativa economica e di libera concorrenza inseriti in un regime politico-costituzionale di liberaldemocrazia rappresentativa, la teoria economica è quasi unanime nell’affermare che i vantaggi della libera sono nettamente superiori agli svantaggi conseguenti ad essa.
Peraltro nemmeno si può prescindere, nel valutare l’efficienza di un sistema o di uno strumento economico, da considerazioni di tipo sociale, economico ed anche emotivo-psicologico.
In un Paese come l’Italia nel quale

1.     sicuramente il rischio di impresa non è un elemento caratterizzante della mentalità comune;

2.     un livello economico stabile ma medio- basso è quasi sempre preferito ad  un livello più alto ma con minori probabilità di stabilità nel tempo,

3.     un sistema corporativo diretta emanazione di una determinata visione del cattolicesimo sociale e della teoria economica del fascismo prevale nettamente su visioni più orientate alla competizione e alla meritocrazia;

non è difficile comprendere perché il capitalismo democratico (anche nella versione edulcorata della economia sociale di mercato di ispirazione tedesca) e il principio di libera concorrenza non godano di particolare favore e, anzi, suscitino più di una opposizione.
E’ pertanto ben comprensibile (ma non condivisibile) che larghi strati delle categoria produttive (liberi professionisti, possessori di licenze e di concessioni, aziende operanti in regime di semi-monopolio…) siano estremamente ostili ai princìpi e alla applicazione della Direttiva Bolkenstein e usino tutti gli strumenti a disposizione (non ultimo il ricatto elettorale verso le parti politiche che rappresentano i loro interessi) per ritardarne se non addirittura bloccarne l’applicazione.

A mio sommesso parere non si possono condannare a priori tali posizioni, bensì tentare di capire, provare empatia e stimolare i pubblici poteri a implementare azioni in grado di attenuare, in casi specifici, gli effetti negativi della introduzione di una maggiore concorrenza.
Ad esempio nei casi di licenze o concessioni perché non condividere con le categoria interessate (penso soprattutto ai tassisti e ai concessionari degli stabilimenti balneari) un percorso di liberalizzazioni con tappe e scadenze ben fissate e vincolanti nella vista dell’apertura alla previsione di un maggior numero di licenze o alla messa in gara quelle presenti?
Occorre peraltro sempre tener presente che, per la Costituzione italiana (art. 41), il diritto di proprietà e quello di libera iniziativa economica non sono illimitati ma hanno comunque una funzione sociale e sono anche essi soggetti ai doveri inderogabili di solidarietà sociale ed conomica di cui all’art. 2 della Costituzione stessa.

Quello che assolutamente non è possibile fare, se si vuole rimanere nel contesto politico della Unione Europa è cedere sul principio della libera concorrenza (anche temperata, me non bloccata, da provvedimenti correttivi).
L’alternativa, pienamente legittima in un regime democratico rappresentativo è quella di uscire, se una maggioranza parlamentare fosse d’accordo, dalla Unione Europea. Fermo restando che con una Costituzione come la nostra sarebbe comunque oltremodo difficile, se non impossibile uscire da un sistema di capitalismo democratico.

Roma 21/08/2024                                                                Giuseppe Sbardella