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lunedì 3 ottobre 2022

Appunti su velocità, tecnologia, libertà

 



Appunti su velocità, tecnologia, libertà

 

1)    La rivoluzione della velocità

 

Spesso mi trovo a riflettere su una considerazione espressa da Sergio Zavoli nel suo libro “C’era una volta la prima Repubblica” pubblicato nel 1999 e che, pressappoco, suonava così: “la rivoluzione non è più il cambiamento, ma la velocità con cui questo avviene”.
Zavoli non faceva altro che vedere la realtà che si era andata sviluppando in quell’ultimo decennio dello scorso secolo. La sempre maggiore diffusione degli strumenti informatici (in primo luogo i computer portatili di grande potenza), la modernizzazione e l’accelerazione dei mezzi di trasporto (aerei e treni superveloci), l’avvento e la veloce diffusione di Internet hanno causato un aumento della velocità delle nostre decisioni e dei nostri comportamenti.
Oggi i computer compiono in nanosecondi operazioni che 20 anni fa costavano minuti di calcolo, il web ci scarica addosso miriadi di informazioni che il più delle volte rischiano di sommergerci, il nostro cervello per far fronte a questa invasione di dati è costretto ad accelerare la propria velocità di elaborazione e a comandare al corpo immediati e rapidi comportamenti conseguenti.

Non è un caso che molti ragazzi soffrano oggi di iperattivismo e comunque non appaiano in grado di dedicare il tempo necessario per considerare esaurientemente un tema complesso. Ricevono così tanti input in brevi periodi di tempo che sono costretti a scelte rapide ma soprattutto approssimative, spesso dettate prevalentemente dall’emotività.

Scrive bene Bauman nella sua teorizzazione della “società liquida” che i tempi del cambiamento sono ormai così veloci che spesso, nel momento in cui riusciamo a cogliere l’essenza di un cambiamento, questo è già superato.

L’unica soluzione sembra essere quella di accelerare, rischiando di perdere alcuni elementi indispensabili per una corretta valutazione di un fatto, o di limitarsi a vivere il momento presente assumendo decisioni che poco tengono conto del passato e che si limitano ad una prospettiva di breve periodo.

Le persone e i Paesi che non cambiano il modo di vivere, accettando questa accelerazione, si trovano ben presto a correre il rischio di essere emarginati.

Certo occorre, d’altra parte, prendere atto che questa rivoluzione della velocità si è rivelata essere uno dei fattori di sviluppo del mondo attuale.

L’utilizzo dei computer è servito per alleviare il lavoro meccanico di tante persone e per migliorare la qualità della vita (basti pensare ai progressi resi possibili nell’ambito della medicina).

La sempre più ampia possibilità di effettuare veloci viaggi virtuali sul web, o viaggi fisici sui mezzi di trasporto ad alta velocità, quella di poter avviare comunicazioni immediate e a basso costo con persone di Paesi lontani, non ultima quella di avere informazioni in diretta sui fatti che si verificano o sui movimenti di opinione che si stanno sviluppando in tutto il mondo, hanno reso quest’ultimo simile ad un villaggio in cui la vicinanza (seppur solo virtuale) è la regola.

Il formidabile vantaggio di questa vicinanza globale deriva dallo scambio di esperienze, di informazioni e di know-how che permette a tutti di poter crescere nelle proprie capacità personali e professionali (quello che A. Sen, Nobel dell’economia, chiama “functionning”), di potersi confrontare, di scegliere le soluzioni più vantaggiose per se stessi, per la propria comunità, per il proprio Paese.

Non si possono d’altra parte, neppure sottovalutare i grossi rischi che il mondo sta correndo inseguendo di corsa questa rivoluzione.
Abbiamo già accennato prima alla grande difficoltà che incontrano i ragazzi nella possibilità di elaborare esaurientemente e con frutto tutte le informazioni dalle quali sono investiti. Sono il più delle volte costretti a fare delle scelte, non sulla base di criteri di valore o di reale importanza, bensì sulla base della maggiore emozione che una informazione suscita nella propria struttura psicologica. Le decisioni sono prese sulla base dell’emotività e in una prospettiva di breve periodo, perché non si ha il tempo per una riflessione ponderata e di maggior durata (il rischio è che, mentre si spende tempo per la riflessione, un problema cambi profondamente di consistenza rendendo inutile il tempo speso per rifletterci meglio).

Non è detto che la situazione cambi profondamente nel mondo degli adulti. La necessità di prendere decisioni veloci costringe spesso a valutazioni non approfondite e approssimative basate su assunzioni di rischio (potenzialmente errate) e sul presupposto (che il più delle volte si rivela impossibile da realizzarsi) di approfondimenti in un secondo tempo. Anche in questo caso la prospettiva non può essere che di breve periodo, sulla base del bene immediato di chi prende le decisioni, in assenza di una adeguata valutazione delle conseguenze nel medio e lungo periodo che, invece avrebbero potuto suggerire una ben diversa decisione. L’ interesse personale o di una piccola collettività nel breve periodo viene privilegiato rispetto al bene comune in un periodo più lungo, del cui raggiungimento avrebbe potuto meglio beneficiare la persona o la piccola collettività che invece ha deciso diversamente.

Le conseguenze della rivoluzione della velocità possono essere poi disastrose per gli anziani, nei quali la necessità di una maggiore lentezza nei comportamenti è conseguenza diretta del maggior numero di anni sulle spalle. Inoltre una inevitabile e progressiva diminuzione della flessibilità cerebrale li porta ad affrontare con sempre maggiore difficoltà il cambiamento, incluso quello per attività che ormai stanno divenendo praticamente indispensabili quali l’accesso ad internet o l’utilizzo di strumenti ICT sempre più complessi (basta pensare alle difficoltà incontrate dai nostri genitori o nonni nel passaggio alla TV digitale o a quelle che incontrano quotidianamente nei rapporti con istituti bancari dai servizi sempre più automatizzati). Si rischia concretamente di arrivare ad una piena emarginazione e ad un completo isolamento degli anziani.

Va anche approfondito il rapporto fra istituzioni, finanza ed economia, alla luce della rivoluzione della velocità.
La competizione crescente, non solo fra le singole persone, ma anche fra i Paesi, costringe questi ultimi a dotarsi di sistemi istituzionali più rivolti a favorire la rapidità decisionale rispetto alle esigenze di partecipazione popolare. L’emergere di sistemi di potere “personalistici”, il successo economico di regimi a base totalitaria, il ricorso a Governi di tipo “tecnico” parzialmente svincolati dal controllo parlamentare, possono essere visti come la conseguenza a livello istituzionale della rivoluzione della velocità.

Ma anche a livello aziendale le scelte economiche vanno assunte velocemente e spesso sulla base di informazioni sommarie e approssimative. Questo può comportare, nelle aziende, la trasformazione dei dipendenti da collaboratori a meri esecutori di operazioni dettagliatamente programmate (l’importante diventa non capire cosa si fa o perché la si fa, ma farla in maniera conforme a quanto previsto). Anche nelle aziende, come nei casi prima indicati, la prospettiva non può non essere che di breve periodo. Nell’impossibilità di spendere tempo per valutare tutti gli aspetti del problema e le possibili conseguenze delle decisioni, ci si sofferma su quelli più evidenti e immediati, trascurando altri forse più importanti ma che non impattano il breve periodo (conseguenze sull’ambiente, sulla qualità della vita, sulle relazioni con e tra le persone, dipendenti o meno).

C’è un ulteriore aspetto da considerare.
La velocità nella elaborazione delle informazioni e nella esecuzione di comportamenti è certamente necessaria allorché si è investiti da un numero considerevoli di dati in periodi di tempo spesso minimi.
Ma, in un mondo dove la competizione fra nazioni, aziende, persone, rappresenta l’elemento discriminante, per poter emergere (e talvolta anche solo per sopravvivere) non è necessario solo essere veloci, ma anche saper andare più veloce dell’altro.

Potremmo oggi riformulare la frase di Zavoli “la rivoluzione non è il cambiamento, ma la velocità con cui questo avviene” in “la rivoluzione non è più nella velocità del cambiamento, ma nell’accelerazione continua di questa velocità”.

Cosa vuol dire tutto questo? Cosa significa per le persone essere costrette ad accelerare sempre più, a spingere sempre al massimo il motore del proprio cervello, dei propri arti?

Come si coniuga questa accelerazione con l’aumento, nel mondo, dei suicidi, di fatti criminali apparentemente inspiegabili, l’incremento di malattie nervose quali depressioni, stress ecc.
Come reagisce la parte spirituale, morale, sentimentale di noi, a queste accelerazioni, alla impossibilità di fermarsi a riflettere, a contemplare, ad amare?

Non si tratta di denigrare il mondo moderno, gli strumenti della tecnica, in particolare quelli della più moderna tecnologia, non si tratta di auspicare un impossibile ritorno indietro, ma certo occorre dare una risposta costruttiva (e forse anche creativa) alle domande appena più sopra formulate.
Ne va della nostra capacità di saper costruire una società in cui la persona umana sia ancora al centro.
 

 

2)    Accelerazione della velocità + superficialità = manipolazione mediatica?

Ultimamente mi sono venuti in mente alcuni flash della mia vita.

Nel primo flash ho visto me che, verso la fine degli anni ’90 leggevo un libro di Sergio Zavoli e rimanevo molto colpito da questa osservazione (la cito a memoria nella sostanza, non so se la formulazione fosse la stessa): “la rivoluzione non è più nel cambiamento ma nella velocità con la quale questo avviene”.

Ricordo che mi fermai a riflettere su quella frase. Mi resi conto che era vero. Avevo allora circa 40 anni e, pensando ai progressi della scienza e della tecnica fino allora avvenuti a partire dal mio anno di nascita non potevo che concordare sugli enormi cambiamenti e sulla velocità con la quale erano avvenuti.

Nel 1974, anno di assunzione, lavoravo in una grande azienda dell’informatica come era l’IBM, operavo e facevo i conti con una calcolatrice da tavolo elettromeccanica, scrivevo a mano lettere che poi venivano dattiloscritte da una segretaria, comunicavo con i miei colleghi di altre città con il telefono fisso o con messaggi scritti inviati tramite la posta interna aziendale.

Nel periodo in cui stavo leggendo quel libro di Zavoli (fine anni ’90) ero ormai in possesso di un personal computer mobile aziendale scrivevo da solo le lettere ed ero in grado di trasmetterle ai miei colleghi di altre città tramite la posta elettronica con i quali, peraltro, ero in grado di parlare ad ogni ora del giorno con il “telefonino” (quello era allora il nome di quello che ora è diventato “cellulare mobile”) aziendale.

Il mondo, dal 1974 alla  metà degli anni ‘90, era cambiato in modo molto profondo e, quello che notavo, questo cambiamento era avvenuto con una crescente accelerazione.

Questo fenomeno non era limitabile solo al mondo del lavoro ma anche a quello della comunicazione, della medicina, della scienza in generale...

L’unico mondo che appariva fermo era quello della politica ma anche esso cambiò improvvisamente, e con una accelerazione imprevedibile, grazie all’operazione giudiziaria di Mani Pulite e all’ingresso in politica di Berlusconi.

Che dire poi del fenomeno della globalizzazione economica e dei primi passi di Internet? L’avvento di Internet avrebbe sempre più rappresentato un momento di svolta epocale rivoluzionaria.

Sì, per parafrasare Zavoli si poteva affermare che  “la rivoluzione non era più nel cambiamento e nella sua velocità, ma nell’accelerazione con la quale tutto questo avveniva”.

Il secondo flash riguarda un mio lungo colloquio con il mio fraterno amico Renato avvenuto negli anni a cavallo del secolo.

Discorrevamo io, dirigente IBM ormai in vista di una pensione non lontana, e lui, lanciato dirigente di una primaria azienda di IT, sul tema del lavoro nel mondo nel terziario avanzato (in particolare elettronica e telefonia mobile).

Io mi lamentavo di essere chiamato dai miei manager sui dispositivi aziendali che mi erano stati forniti, non solo dopo cena e nei giorni festivi ma anche, in maniera massiccia, durante le ferie nelle quali mi vedevo costretto a passare gran tempo a rispondere al cellulare o al PC portatile.

Lui mi confermò che ormai fermarsi ad auspicare il ritorno ad un orario di lavoro fissato in maniera rigida o ad un periodo di ferie di totale riposo era un modo di pensare totalmente superato e irrealizzabile. Con la competizione tra aziende che aveva ormai superato i confini nazionali e si era ormai traferita a livello globale una azienda non poteva permettersi il lusso di fermarsi mai perché, nello stesso momento nel quale essa si fermava, una sua concorrente poteva continuare a lavorare (e a superarla..) in un’altra parte del mondo!

La soluzione non poteva essere trovata nel fissare dei limiti predefiniti all’orario di lavoro, ma nell’essere noi stessi a saper gestire una mole inimmaginabile di dati ogni giorno e a saper conciliare  le nostre attività (lavoro, hobby, famiglia) nel modo migliore tenendo presente l’impossibilità di fare programmi che non fossero se non a breve scadenza.

Aggiunse che, in un periodo non troppo lontano, sia il computer che il telefonino non sarebbero stati due strumenti diversi, bensì sarebbero stati unificati. Bisognava solo chiedersi se avrebbe fatto prima l’IBM a costruire un computer in grado assolvere le funzioni del telefono o la Nokia a costruire un telefonino in grado di assolvere le funzioni del computer.

Era circa intorno al 2005 quando uscì il primo dispositivo Blackberry (né Nokia, né IBM) che gestiva anche le email, oltre che le conversazioni telefoniche e gli sms…, Renato aveva visto giusto in anticipo!

Mi rendevo conto, seppure a malincuore, che le considerazioni (e le previsioni…) di Renato erano verosimili e corrette e, nel frattempo, mi chiedevo, con un certo senso di angoscia: “dato che praticamente sarò sempre connesso in rete e potrò ricevere comunicazioni in ogni momento, dato che questo processo non potrà che accelerare (in funzione della concorrenza su scala globale), come farò a gestire, con discernimento ed equilibrio, questa valanga di dati che mi piomberà addosso tutti i giorni? Quale spazio ci sarà per una fruttuosa vita privata e familiare”?

Nel terzo flash la memoria mi rimanda al 2007, quando con Patrizia passai una settimana di vacanza sulle Dolomiti vicino a Folgarida..

Durante quel breve periodo ebbi motivo di ascoltare una lezione di Ezio Aceti, uno psicologo che stimavo e stimo molto, sulla situazione dei bambini e degli adolescenti oggi.

Ezio faceva notare che quando eravamo bambini e adolescenti, noi avevamo molto meno stimoli, avevamo la radio, forse la televisione, il telefono, il cinema 1-2 volte al mese, gli input dei genitori, le lezioni dei docenti a scuola.

I nostri giochi erano semplici e per nulla o scarsamente interattivi.

Avevamo ampio tempo per ascoltare, per leggere, per far domande….

I bambini e adolescenti di oggi hanno molti più stimoli in aggiunta a quelli nostri (radio, televisione, cinema, genitori, docenti), sono sempre connessi tramite il loro cellulare o il loro computer, possono accedere a giochi molto interattivi che forniscono input e chiedono continue risposte spesso non verbali ma gestuali.

Avendo ogni giorno centinaia di stimoli di più di quanti ne avevamo noi, hanno minor tempo per ascoltare, per leggere, per farsi domande.

Devono sempre correre per tener dietro a tutti questi stimoli, di qui la loro frenesia ma anche l’acquisizione di nuove capacità.

Una delle quali, sottolineava Aceti era una grande capacità di lavorare in multi programmazione, ovvero di svolgere o seguire più attività contemporaneamente, senza peraltro poter approfondire.

Per star dietro a tutti gli input dovevano pagare lo scotto di restare in superficie senza andare in profondità sui diversi temi che affrontavano.

La maggior velocità portava inesorabilmente ad una maggiore superficialità.

Mia moglie Patrizia ed io constatammo la verità di questo assunto quando vedemmo un nostro giovane giovane amico che usciva, nello stesso tempo, a vedere la televisione e a studiare, ciò che né lei né io, da ragazzi, eravamo in grado di fare. Peraltro constatammo anche che lo studio era più basato sulle memorizzazione di ciò che andava leggendo che sulla sua comprensione.

Il quarto flash (ma lo chiamo così solo per comodità) si sostanzia nella maturazione della consapevolezza, nell’ultimo decennio, della accelerazione nella velocità del progresso della tecnologia.

Pur non avendo, da giovane, un retroterra di cultura scientifica (Maturità classica e laurea in Giurisprudenza), la lunga permanenza di 31 anni in una azienda ad alta tecnologia come la IBM, che ha comportato uso costante di HW e SW sempre più avanzato e il contatto continuo con persone di elevata cultura scientifica, mi ha fatto progredire di molto su questo aspetto.

Quando raggiunsi la pensione, il 1 gennaio 2006) acquistai il PC che usavo in azienda, perfettamente aggiornato, e sapevo usare la maggior parte dei programmi più diffusi.

Inoltre maneggiavo bene Internet, creai due email personali, un blog e, nel 2008, due profili e una pagina facebook.

Ora a distanza di appena poco più di un decennio, mi rendo conto che arranco faticosamente dietro una innovazione tecnologica sempre più avanzata, app invece di siti internet, programmi e sistemi operativi sempre più complessi e sofisticati, dispositivi (specialmente i cellulari smartphone) con comandi sempre diversi e pieni di funzioni inesplorate…

Una domanda può chiarire il concetto, quanti miei coetanei conoscono e usano tutte le app precaricate sul loro smartphone (so che non è corretto ma, con questo termine comprendo anche gli I-phone)?

O, più semplicemente quanti semplici cittadini sono capaci di usare un PC o un cellulare al massimo (o vicino al massimo) delle loro potenzialità?

Senza contare che ormai gli smartphone hanno assunto in gran parte anche le funzioni di un PC con l’aggravante di avere schermo e tasti più piccoli e, pertanto, comportanti maggior difficoltà di uso da parte di persone con la vista non perfetta (o anziani).

E’ un tema che è stato definito “digital divide”, ovvero la separazione tra generazioni (nonché singole persone) che si trovano pienamente a loro agio nell’uso appropriato della tecnologia e generazioni (nonché persone) che la usano in maniera superficiale perché non hanno il tempo necessario per imparare e gestire tutti gli stimoli generati dal sempre più rapido progresso tecnologico.

In pratica l’accelerazione della realtà tecnologica costringe una gran parte dell’umanità a correre sempre di più e necessariamente ad essere superficiale.

Non posso a questo punto non citare quanto rimasi colpito, durante lo studio universitario di Sociologia , dalle tesi espresse da G. Simmel e da autori della Scuola di Francoforte circa la differenza tra “ragione” e “intelletto”.

La ragione, secondo questi autori, è un principio che dà ordine alle conoscenze empiriche in base a domande che riguardano il loro “senso, e che non rinuncia al confronto con i sentimenti e con le domande ultime sul valore e sulla vita; l’intelletto è una facoltà essenzialmente logico-combinatoria, eminentemente orientata alla calcolabilità e in questa accezione è la più superficiale e adattabile delle nostre facoltà”.

E come dimenticare l’altro sociologo recentemente scomparso Z. Bauman e il suo riferimento alla “società liquida” , ovvero un tipo di società che cambia tanto velocemente che quando ci accingiamo a studiare uno dei suoi molteplici aspetti per comprenderlo, ci accorgiamo, quando pensiamo di averlo compreso, che quell’aspetto, nel frattempo è nuovamente cambiato.

Dalle riflessioni prima svolte in maniera autonoma e dallo studio del pensiero di questi eminenti autori non resta che concludere che l’unica maniera per stare al passo con le realtà che ci circondano in continuo mutamento accelerato è quella di avere un approccio puntato sulla veloce comprensione superficiale anziché su un discernimento approfondito. Questo perché un discernimento approfondito non è possibile se non a pochi eletti.

Tre recenti libri di M. Tegmark , L. Floridi , S. Quintarelli , tutti incentrati sulla Intelligenza Artificiale (di seguito definita “IA”) hanno destato in me una enorme impressione.

Ero consapevole degli enormi progressi che l’elaborazione elettronica stava facendo, ma mai avrei immaginato quello che ho letto.

Siamo ormai capaci di costruire computer / macchine / robot che sono in grado, in piena autonoma di migliorare se stesse e anche di progettare macchine più performanti. I nuovi  SW sono in grado di elaborare in maniera rapidissima un numero inimmaginabile di dati (i famosi “Big data”).

Chissà, ad esempio, se si sarebbe riusciti a inventare i nuovi vaccini anti-Covid in così breve tempo (rispetto agli standard precedenti) se non si fosse utilizzata la potenza della I.A.?

Ormai il computer che qualche anno fa sconfisse a scacchi il campione del mondo appare ormai ampiamente superato e sta alla mia vecchia calcolatrice elettromeccanica come il super computer di I.A. sta all’ultima versione della calcolatrice scientifica tascabile al servizio di un semplice studente universitario.

Mi ha molto impressionato, ad esempio il leggere che, con l’uso della moderna I.A., le multinazionali dell’e-commerce potranno, con l’accesso ai nostri dati personali, non solo “tagliare” offerte di prodotti particolarmente allettanti per noi, ma anche (e questo è sconvolgente) differenziare e “tagliare” i prezzi sulla base della capacità finanziaria individuale (con buona pace degli schemi della libera concorrenza e della fissazione del prezzo al punto di equilibrio fra la domanda e l’offerta).

Ci troviamo ai confini di un mondo sconosciuto, il cui futuro, nel libro di Tegmark, è soggetto a più e diversi scenari.

La domanda cruciale è: “sarà in grado l’uomo di controllare l’I.A. o questa sfuggirà al nostro controllo, data la sua incommensurabile maggiore capacità e velocità rispetto a quelle del nostro cervello?”

Ma un’altra domanda aleggia.

Assunto che speriamo di essere in grado comunque di controllare lo sviluppo dell’I.A. quanti saranno gli uomini capaci di tenere il passo in questa corsa ad alta velocità. Quali caratteristiche avranno?

A questa domanda non è possibile dare una risposta certa se non rimandando alla figura geometrica di una piramide alquanto bassa, con una base molto molto estesa e con un vertice appiattito molto molto ristretto.

Per questo motivo, qualche riga più sopra ho usato il termine eletti.

Gli eletti sono pochi, perché solo pochi possono avere sia la capacità intellettuale sia il sostanzioso know-how necessari per tenere il passo dell’I.A..

Certamente possiamo trovarli con maggiore facilità tra i giovani, laureati in discipline scientifiche, esperti in informatica, estremamente resilienti, piuttosto cittadini del mondo che riferibili ad una singola identità culturale nazionale.

Saranno i padroni del mondo, avranno una marcia in più e, con questa marcia, potranno essere sempre più potenti e più ricchi, perché saranno gli unici in grado di sfruttare appieno la potenza dell’ I.A..

La conseguenza di questa struttura sociale gerarchica e piramidale sarà certamente una crescita poderosa della disuguaglianza fra la classe degli eletti e la grandissima maggioranza del resto dell’umanità.

Come accetterà questo “resto” uno stato delle cose che lo relega in una situazione permanente di sudditanza (è giusto parlare di sudditanza piuttosto che di povertà perché l’I.A. darà il via ad una crescita poderosa del reddito mondiale e potrebbe permettere a tutti una vita almeno dignitosa)? Non si ribellerà?

NO!
Ma come faccio ad esserne così sicuro.

Abbiamo visto come l’I.A. può arrivare a sapere tutto di noi. Ogni volta che facciamo un movimento su Internet (ricerca di argomenti o di articoli o di fotografia, operazioni sul nostro conto corrente, spedizione e ricevimento di email e messaggi…) i relativi dati possono essere captati e memorizzati per costruire un nostro preciso profilo personale contenente la nostra situazione familiare, i nostri gusti, le caratteristiche fisiche, lo stato delle nostre finanze.

La I.A. può conoscerci meglio e in maniera più precisa e oggettiva di quanto possiamo conoscerci noi stessi. Sulla base delle informazioni in suo possesso, potrebbe benissimo manipolarci, farci offerte di servizi e beni che desideriamo fissando un prezzo “tagliato” sulla intensità del nostro desiderio e del nostro stato finanziario, potrebbe guidare le nostre scelte mostrandoci, su Internet, siti ed app che non conoscevamo ma appetibili su noi…. Potrebbe, e questo è forse l’aspetto più grave, manipolare le nostre scelte politiche, il nostro voto, pur rispettando formalmente la cornice democratica.

Sarebbe facile per l’I.A., conoscendo precisamente i nostri gusti, i nostri interessi, le nostre finanze, le nostre paure, le nostre relazioni personali…, elaborare tutti questi aspetti, mandarci messaggi (diretti, o anche indiretti mostrandoci, nelle nostre ricerche sul web, sempre certi argomenti in grado di agire sulle nostre emozioni profonde) e indirizzare le scelte politiche verso il sostegno ai fini e agli interessi propri della classe degli “eletti”.

Si tratterebbe di accentuale le nostre già esistenti distorsioni cognitive e percezioni selettive, di evidenziare certi aspetti dei nostri gusti e della nostre idee, lentamente annebbiandone altri, di annullare (o perlomeno attenuare fortemente) la nostra voglia di sapere, capire, approfondire in autonomia, e il gioco è fatto.

Potremo diventare schiavi, senza nemmeno accorgercene, pensando invece di essere pienamente libere.

Ho disegnato uno scenario tenebroso e irreale?

No, è uno scenario perfettamente verosimile e chi già lavora sulla elettronica evoluta, sulla comunicazione, se non addirittura sulla I.A. ne è pienamente a conoscenza.

E quello che ho disegnato già parzialmente avviene.

Non vi siete forse accorti che, quando effettuate una inquiry sui motori di ricerca web, al battere di una sola parola, il “sistema” vi offre una serie potenziale di possibili formulazioni della vostra inquiry a partire dalla parola inserita?

Non avete mai notato che, quando ad esempio fate una inquiry su un prodotto, quello stesso prodotto vi appare in una “finestrella” su siti web sui quali siete entrati successivamente.

E come mai facebook vi presenta sempre i post degli amici che più frequentate sul web (non solo su facebook) e non quelli degli altri numerosi amici?

Per passare alla manipolazione politica, come non pensare alle poderose macchine elettorali con propaganda mirata, anche a base di fake news, per indirizzare il voto dei cittadini. E le interferenze di Governi stranieri su elezioni di altri Paesi?

Mettiamocelo bene in testa; già viviamo a rischio di manipolazione in quella che gli esperti di comunicazione chiamano “bolla” mediatica e stiamo correndo il pericolo di esservi sempre più immersi.

Le future dittature potrebbero non essere più causate da colpi di stato o da rivoluzioni sociali, ma dalla manipolazione mediatica, questa sì totalitaria, indotte dalla I.A., per di più sotto la falsa cornice del rispetto formale delle regole democratiche.

Come difendersi da questa I.A dall’aspetto così invadente?

Un primo modo potrebbe essere quello di non difendersi, ma di assecondarne lo sviluppo.

Vorrebbe dire accettare, in cambio di una maggior sicurezza e di un dignitoso benessere, di essere manipolati nelle nostre scelte di fondo, pur conservando (e questo è terribile) la parvenza di una apparente libertà personale.

Un modo alternativo potrebbe essere quello vagheggiato da chi propone un ritorno ad un surreale “stato della natura”.

E’ una ipotesi affascinante anche perché permetterebbe di affrontare anche un altro problema, quello dell’enorme mole di energia che viene consumata dalla I.A..

Ci possono essere due modalità di intendere questo ritorno alla natura, una radicale e una temperata.

La prima consisterebbe nel bloccare il progresso tecnologico e concentrarsi solo nella equa ripartizione dei risultati dello stesso, con due obiettivi:

1) ridistribuire il benessere, creando maggiore uguaglianza tra i popoli e, dentro i popoli, tra le singole persone;

2) ricostruire l’equilibrio ecologico del pianeta.

Ma è una soluzione possibile e, soprattutto augurabile? Vogliamo rinunciare alle ricerche in campo medico per trovare medicinali e vaccini più efficaci, vogliamo rinunciare a ricerche in capo scientifico per, ad esempio, pervenire a trarre energia non dalla fissione, ma dalla ben più pulita fusione nucleare?

E altri esempi potrebbero farsi.

Ma soprattutto, possiamo bloccare l’anelito primordiale dell’uomo ad usare le proprie capacità per trovare soluzioni innovative ai suoi problemi?

No, non possiamo bloccare, sic et simpliciter il progresso tecnologico.

Diverso è ricorrere ad una modalità temperata di ritorno alla natura.

Non si tratta, in questo caso, di bloccare, bensì di rallentare e indirizzare il progresso tecnologico verso obiettivi di:

1) ripristino dell’equilibrio ecologico del pianeta;

2) estrema attenzione a bloccare o quantomeno moderare le potenzialità di manipolazione mediatica indicate qualche riga più sopra.

Siamo ancora in tempo? siamo ancora in grado di controllare lo sviluppo della I.A. o ormai questa è avviata in modo ineluttabile a svilupparsi in maniera autonoma e ad arrivare al punto (terrificante) di essere più potente dell’uomo?

A questa domanda non so rispondere e, sinceramente, non so se gli scienziati stessi siano in grado di rispondere in maniera unanime. Stando alle mie letture sull’argomento, questa unanimità non esiste.

Ma ancora, stando all’attuale modello culturale imperante, siamo in grado ancora di ragionare (perché di questo si tratta) e di porre fine alla catastrofe? O è invece vero che la manipolazione mediatica delle menti è ormai così pervasiva che non è più possibile tornare indietro?

Non so se sia possibile una risposta razionale. Quello che mi sento di poter affermare è che appare necessario un grande atto di fede verso la capacità dell’uomo di rinascere e ricominciare di nuovo.

Servirebbe scoprire nuovi (o riscoprire vecchi?) parametri di riferimento valoriali e culturali quali:

1) il primato della piena dignità di ogni persona umana;

2) il valore della fraternità umana, ovvero la sensazione e la consapevolezza di essere tutti compartecipi di una stesso pianeta e di uno stesso destino;

3) il primato dello spirito di collaborazione su quello di competizione ;

4) il controllo della emotività da parte della razionalità.

Mentre scrivevo questo elenco mi sono accorto che stavo ripercorrendo i temi chiave di quel pensiero personalistico che mi ha sempre affascinato e che ha tra gli autori principali E. Mounier, J. Maritain, G. La Pira, L. Stefanini.

Per cominciare a ricostruire una solida cultura basata sui valori del personalismo occorre andare faticosamente controcorrente.

Come fare? quali strumenti usare?

Si aprono altre pagine da scrivere, e non mi sento in grado di scriverle io o, almeno non in grado di scriverle ora.

Chissà se qualcuno avrà voglia e capacità di continuare?

Comunque grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere fino alla fine.

 

3)    Meglio “sapere” o “saper fare”? o… “saper essere”?
 

Un carissimo amico mi ha recentemente segnalato che Umberto Eco diceva che il bravo studente non è quello che sa a memoria la data di nascita di Napoleone, ma quello che è in grado di recuperare in due minuti l’informazione che gli serve l’unica volta della sua vita.

E’ questo l’ultimo di una serie di input mentali che sono arrivati alla mia mente nel corso degli anni e che sono all’origine di questa riflessione.

Il primo lo ebbi molti anni fa, nel marzo 1974, quando avevo 25 anni.

Ero stato appena assunto nella Direzione IBM che si occupava di politiche contrattuali e uno dei primi compiti del mio capo era quello di illustrarmi i contratti standard IBM, futuro oggetto del mio specifico lavoro.

Ricordo benissimo il mio stupore quando, per spiegarmi il primo contratto, quello di noleggio, il capo tracciò su un foglio una riga orizzontale, con due lineette verticali agli estremi dicendomi: “questa è la durata del contratto”.

Il mio stupore aumentò quando scrisse il numero 12 sulla riga orizzontale (“la durata del contratto è di 12 mesi”) e tracciò altre undici lineette verticali lungo la riga per evidenziare i dodici mesi della durata.

Non era finita… Per chiarirmi che il cliente, per recedere dal contratto, avrebbe dovuto dare la comunicazione di recesso con un preavviso di tre mesi rispetto alla fine del contratto stesso, accentuò con un deciso tratto di matita la lineetta verticale che indicava l’inizio del primo mese dell’ultimo trimestre!

Ero attonito, non riuscivo a capacitarmi come il mio capo non sapesse dire con semplicità (per di più ad un laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti): “il contratto IBM di noleggio ha una durata di 12 mesi e può essere disdettato dal cliente con un preavviso di tre mesi rispetto alla scadenza”. Più tardi compresi…

Ma andiamo avanti.

Il secondo input mentale mi deriva ancora dal mio lavoro.

Ero stato abituato, come studente di Giurisprudenza e poi come laureato, a leggere i testi normativi cercando di ricostruirne a mente l’impalcatura teorica, ricordandomi successivamente innanzitutto questa impalcatura e solo dopo quel che ne derivava, ovvero le singole norme.

Scoprii invece il diverso modo di operare in azienda. La normativa, ovvero la procedura veniva trasformata in un diagramma a blocchi nel quale i quadratini o i rombi indicavano i diversi passaggi da fare e le frecce, monodirezionali o pluridirezionali (nel caso che le scelte potessero essere diverse) le opzioni di azioni disponibili.

Per operare non era più necessario rileggere (con gli occhi o, più spesso con la memoria) la normativa, ma era sufficiente rileggere il diagramma a blocchi.

Il terzo input lo ebbi (verso il 2000) in un negozio di vendita di beni elettronici.

Avevo appena acquistato un nuovo cellulare, di marca diversa da quello precedentemente utilizzato e notai che nella scatola non c’era alcun foglio che ne illustrasse il funzionamento (come era stato normale trovarlo in tutti gli elettrodomestici che fino allora avevo acquistato).

Domandai chiarimenti al commesso che, piuttosto stupito per la domanda, mi rispose: “no, non c’è alcun manuale operativo cartaceo, se vuole le può essere d’aiuto andare sul nostro sito web dove lo potrà trovare ma, segua il mio suggerimento, faccia come fanno i ragazzi, ci smanetti sopra e vedrà come è facile, smanettando, imparare le diverse funzioni”.

Il quarto input lo ricevetti nel corso di un incontro che ebbi, verso il 2010, con alcuni giovani amici studenti di Giurisprudenza, tutti ragazzi con buon profitto, che si lamentavano del metodo di insegnamento attuato in Facoltà, troppo sbilanciato verso la parte teorica piuttosto che verso la la pratica.

Rimasi molto sconcertato perché quando mi ero laureato io, lo studio era esclusivamente teorico, ma ne presi atto.

Del resto, nel 2007, quando seguii, ormai in pensione, il Master biennale di Mediazione familiare notai l’abnorme numero di simulazioni. Ogni volta che veniva completato un passaggio teorico subito seguiva una simulazione pratica.

Quando chiesi alla Direttrice del Corso il motivo di queste simulazioni (“ho perfettamente capito la lezione teorica, che bisogno c’è della simulazione?”) mi rispose che la grande maggioranza degli studenti aveva bisogno della simulazione pratica per poter comprendere e far proprio il contenuto della lezione teorica.

Il quinto input (e forse, se mi sforzassi, ne troverei altri…) mi deriva dalla mia esperienza di coniuge di una insegnante.

Mia moglie aveva notato una caratteristica del comportamento comune a molti studenti.

Di fronte ad un problema che comportava l’applicazione pratica di un postulato teorico (che avrebbero dovuto comunque sapere) la maggior parte di essi seguiva due strade alternative:

1) scrivere i termini del problema sullo smartphone sperando così di trovare la soluzione;

2) chiedere la soluzione finale al compagno di classe bravo, che aveva studiato la teoria ed era arrivato alla soluzione con passaggi logici, e, una volta saputo la soluzione finale, provare e riprovare finché non si arrivava alla soluzione che si era carpita.

Sulla base di tali considerazioni mi viene da concludere che ormai si è consolidata la prevalenza del “saper fare” (trovare la soluzione provando o riprovando) sul sapere (ricavare la soluzione dalla teoria) o, per dirla in altro modo, la prevalenza della pratica sulla teoria o, per dirla ancora in altro modo, la prevalenza del metodo induttivo su quello deduttivo.

Sul rapporto fra teoria e pratica mi vengono in mente alcune considerazioni illuminanti di Emanuele Kant:

 

“Si chiama teoria un corpus [Inbegriff] di regole anche pratiche, quando queste regole, come princípi, sono pensate con una certa universalità e quindi si astrae da una serie di condizioni che pure hanno necessariamente influsso sulla loro applicazione. Viceversa si chiama pratica non ogni affaccendarsi, bensì solo quella attuazione [Bewirkung] di un fine che è pensata come osservanza [Befolgung] di certi principi dell'agire, rappresentati in generale.

Che, fra la teoria e la pratica, si richieda ancora un termine intermedio di connessione e di transizione dall'una all'altra, per quanto la teoria possa essere completa, è evidente: infatti al concetto dell'intelletto, che contiene la regola, si deve aggiungere un atto della facoltà di giudicare, tramite cui il praticante [Praktiker] distingue se qualcosa sia o no il caso della regola; e poiché alla facoltà di giudicare non si possono dare sempre di nuovo regole secondo cui dirigersi nella sussunzione (perché si andrebbe all'infinito), così ci possono essere teorici che nella loro vita non riescono mai a diventare pratici, perché fa loro difetto la facoltà di giudicare; per esempio medici o giureconsulti che hanno fatto bene la loro scuola, ma che se hanno da dare un parere non sanno come comportarsi. Ma anche qualora si incontri questa dote di natura, può ancora darsi una mancanza nelle premesse; cioè la teoria può essere incompleta e il suo completamento può forse aver luogo solo tramite esperimenti ed esperienze ancora da fare, dai quali il medico, l'agronomo o il cameralista che viene dalla sua scuola possa e debba astrarre nuove regole e completare la sua teoria. Non dipendeva dunque dalla teoria, quando valeva ancora poco per la pratica, ma dal fatto che non ce n'era abbastanza; teoria, questa, che egli avrebbe dovuto imparare dall'esperienza e che è vera anche se non è capace di darsela da sé e di rappresentarla sistematicamente, come insegnante, in proposizioni generali e dunque non può pretendere il nome di medico teorico, agronomo teorico e così via. Nessuno quindi può farsi passare per esperto in una scienza sul piano pratico e tuttavia disprezzare la teoria, senza farsi riconoscere semplicemente come un ignorante nella sua disciplina, in quanto crede che brancolando in esperimenti ed esperienze, senza raccogliere certi princípi (che formano propriamente ciò che si dice teoria) e senza aver riflettuto sulla sua attività come un intero (che si chiama sistema, se si è proceduto metodicamente) possa andare più lontano di dove la teoria sia in grado di portarlo.”

Questo pensiero di Kant è alquanto lungo ed espresso in un linguaggio molto diverso da quello usato oggi.

Cercando di semplificare e riepilogare, Kant afferma che è più semplice e veloce trovare una soluzione pratica partendo da un impianto teorico che trovarla “brancolando in esperimenti ed esperienze”.

E questa affermazione mi pare estremamente ragionevole se si riferisce alla situazione dei secoli precedenti il XXI.

Oggi, con il rilievo e le capacità elaborativa che ha assunto l’informatica, particolarmente con il sorgere e l’impetuoso crescere della Intelligenza Artificiale (IA) questo è ancora vero?

Torniamo alla considerazione di Umberto Eco citata all’inizio di questo scritto “il bravo studente non è quello che sa a memoria la data di nascita di Napoleone, ma quello che è in grado di recuperare in due minuti l’informazione che gli serve l’unica volta della sua vita”.

Tale considerazione era condivisibile nella misura in cui questo “saper fare” del bravo studente (nel caso in questione saper trovare rapidamente una informazione senza che fosse stato necessario prima “saperla” trattenere sulla memoria) si riferisse solo al reperimento di un dato (la data di nascita di Napoleone) e non pure alla elaborazione di una ipotesi storica per la quale fosse necessario il riferimento ad altri avvenimenti contemporanei alla nascita di Napoleone.

Se invece si fosse trattato di inserire la vita di quest’ultimo all’interno del suo contesto storico (ad esempio la Rivoluzione Francese, la ventata liberale in Europa, la crescita della classe borghese…) una ricerca veloce sarebbe stata possibile solo avendo una cultura di base che avesse permesso di collegare ed elaborare diverse informazioni storiche di carattere sociale, politico, economico.

Oggi la accresciuta potenza dei motori informatici di ricerca, unita alla possibilità di utilizzare anche tutte le immani potenzialità dell’IA permetterebbe al bravo studente citato da U. Eco di avere a disposizione molto rapidamente non solo la data di nascita di Napoleone ma anche le informazioni (collegate) relativamente al contesto storico in cui si trovò a vivere Napoleone.

L’avvento della IA ha cambiato le carte in tavola, il saper smanettare bene (“la pratica”) sulla tastiera di un computer o di uno smartphone è più efficace del sapere (“teoria”) delle informazioni e averle trattenute nella propria memoria pronte per l’uso.

Si può concludere che l’avvento della Intelligenza Artificiale ha confutato il succitato pensiero di Kant sulla prevalenza, sia in  termini di velocità che di efficacia, della pratica sulla teoria e del saper fare sul sapere?

La risposta dovrebbe essere positiva sulla base di un buon grado di ragionevolezza.

L’uomo pratico, per usare i termini del grande filosofo tedesco, non brancola più in esperimenti ed esperienze ma, supportato dalla inimmaginabile (fino a questo secolo) potenza dell’informatica naviga sicuro e veloce tra milioni di informazioni elaborate in pochi nanosecondi per giungere celermente a soluzioni affidabili e sicure.

La pratica, il saper fare, il metodo induttivo, i cosiddetti soft skill (quelli che in italiano vengono chiamati “competenze trasversali”) sembrano aver vinto, grazie soprattutto alla IA, la loro sfida con la teoria, il sapere, il metodo deduttivo, gli hard skill.

Ma è proprio così? Hanno veramente conquistato il monopolio del conoscere?

Temo (o spero?) di no!

Potrà mai l’IA rispondere a domande come queste:

a) quale è il senso della mia vita?

b) perché sento che questa mia scelta, nonostante sia ragionevole sulla base dei dati raccolti, non mi soddisfa internamente?

c) quando è che mi sento pienamente realizzato?

d) che risposta do a questo mio senso del mistero, dell’infinito, che mi trascende?

e) l’amore (sia sensuale che non), l’amicizia, la empatia sono solo reazioni fisico / chimiche del mio corpo o c’entra qualcos’altro?

Sinceramente è mia personale opinione che queste ed altre questioni, appartenenti, sulla base della vecchia cultura classica, al campo della “metafisica”, non possono essere risolte con il semplice ricorso alla IA.

La metafisica riguarda non tanto il “saper fare” né il “sapere” (in termini di conoscere) quanto soprattutto quello che potremmo chiamare il “saper essere”, ovvero la consapevolezza della propria identità, delle proprie radici sia genetiche che culturali, la nostra direzione di marcia verso il futuro, il senso della vita e, diciamolo pure… della morte!

Non sento di poter andare oltre e chiudo senza dimenticare di ringraziare di cuore chi ha avuto la pazienza di leggermi sino alla fine.

 

 

4)    E’ possibile liberarsi della manipolazione mediatica?

Domande senza risposta?

Al termine della mia riflessione su “meglio sapere, o saper fare o, ancora… saper essere?” mi sono chiesto se l’Intelligenza Artificiale (di seguito la chiamerò IA) potrà mai rispondere a domande come queste:

a) quale è il senso della mia vita?

b) perché sento che una mia scelta personale, nonostante si presenti ragionevole sulla base dei dati che ho raccolto, non mi soddisfa pienamente nel mio intimo?

c) quando è che mi sento pienamente realizzato?

d) che risposta do a questo mio senso del mistero, dell’infinito, del sacro, che mi trascende?

e) l’amore (sia sensuale che non), l’amicizia, l’ empatia sono solo reazioni fisico / chimiche del mio corpo o c’entra qualcos’altro?

E ancora:

f) come fare a distinguere il bene dal male?

g) quali sono i valori ai quali non potrò mai rinunciare se non al costo di non considerarmi più un uomo?

La risposta che mi do è No, molto difficilmente l’IA potrà rispondere a domande come queste (e altre potrebbero essere aggiunte da qualche lettore…), comunque sempre riguardanti l’ambito della metafisica o dell’etica.

Domande con risposte da parte dell’IA.

L’IA sarà invece in grado, prima o poi, di rispondere, più velocemente e esaurientemente, dell’uomo, a domande che possano essere risolte tramite:

1) la raccolta delle informazioni necessarie;

2) il successivo loro collegamento rivolto ad elaborare una risposta logica.

Ma cosa vuol dire raccogliere informazioni, collegarle fra loro ed elaborarle in una risposta se non ragionare e, ragionando, dare una risposta toh! “ragionevole”?

Maggiore è il numero di informazioni da trovare, collegare ed elaborare, maggiore è l’efficacia della IA rispetto all’ intelligenza umana.

E’ estremamente importante da sottolineare che, a parte le domande poste nell’ambito metafisico e/o morale, tutte le altre potranno molto probabilmente ottenere risposte più rapide e precise dalla IA.

Non solo, occorre tener presente che l’IA, allo stato attuale del suo sviluppo, può anche riflettere sulle proprie risposte, farsi domande conseguenti e trovare le relative risposte. Già esistono computer che si rendono conto dei propri limiti di elaborazione e si ristrutturano in maniera autonoma (ovvero senza l’intervento umano)  per superare tali limiti (ad esempio creando nuovo software al loro interno).

Praticamente, con la solita eccezione dell’ambito metafisico / etico, già in larga parte l’area della memoria e della razionalità è stata espropriata all’uomo a favore dell’informatica e ancor più della IA.

Per restare su aspetti semplici, basta notare quante volte andiamo sui motori di ricerca per trovare una informazione ( la data di un evento storico, il nome di un personaggio…) o, ancora, quante volte facciamo una domanda, anche complessa e articolata, sui motori di ricerca e questi ultimi ci danno velocemente una risposta esatta.

Senza dimenticare il sostegno che l’IA offre allo sviluppo della scienza e di soluzioni scientifiche all’avanguardia. Alzi la mano chi è convinto che l’IA non abbia contribuito in maniera determinante alla velocità con la quale sono stati trovati i vaccini MRNA per combattere il Covid 19!

Tutto facile allora?

Se la IA risolve i problemi di ordine logico molto più velocemente ed esattamente di noi, se offre un contributo determinante allo sviluppo scientifico, vuol dire che può solo facilitarci la vita?

Forse non è proprio così.

Non sarà forse che con l’avanzare della IA nel campo della razionalità e della memoria quantitativa e meccanica, si ritrarrà lo spazio della razionalità e della memoria umana?

Quanti di noi usano già l’app “calcolatrice” del proprio smartphone per effettuare calcoli anche facili che fino a due decenni fa era normale effettuare a mente sulla base delle famigerate “tabelline” scolastiche e dell’uso delle facoltà cerebrali di computo?

Quanti di noi, per andare in automobile in un posto lontano o anche vicino ma sconosciuto sono ancora soliti andare a cercare questa location su mappe cartacee o (e qui già entra in campo l’informatica) su google maps o app similari invece di affidarsi direttamente al “navigatore” installato sulla propria autovettura o sul proprio smartphone?

Quanti di noi, per scegliere o acquistare una automobile o una casa (o qualsiasi altro oggetto di valore), si affidano ad un programma software (ad esempio, nella maniera più semplice, un foglio Excel approntato da noi stessi o, meglio, già predisposto) nel quale inserire (o trovare già inseriti) i criteri per orientare la scelta tra le diverse alternative (ad esempio, nel caso di una automobile, la casa di produzione, la velocità, il consumo, il tipo di energia che usa, il cambio ecc.) dando a ciascun criterio un peso per giungere ad una valutazione ponderata della scelta fra le diverse alternative? Ci siamo chiesti come avremmo fatto due decenni fa e come molti noi ancora fanno? Forse avremmo usato la nostra capacità di memoria e di ragionamento! Magari avremmo attivato i nostri amici e parenti, ci saremmo consultati con loro invece che… con il computer!

Certo, l’informatica in generale e, più in particolare l’IA sta riducendo i tempi di elaborazione delle nostre scelte personali; ma sta anche riducendo i tempi trascorsi ad utilizzare le nostre facoltà cerebrali e, attenzione! non sta forse atrofizzando, a causa del loro non uso, parte di tali facoltà cerebrali?

E ancora, non sta forse diminuendo la nostra capacità di socializzazione, l’attitudine ad attivare ed a consolidare costruttivi rapporti interpersonali? Sarebbe interessante chiedere, su questo aspetto, il parere di quanti stanno già spendendo molto del loro tempo di lavoro in smart-working.

Fra dieci anni saremo ancora in grado fare un calcolo semplice senza usare l’app “calcolatrice”, andare in un luogo lontano sulla base di una mappa rinunciando all’uso del “navigatore”, fare scelte personali di acquisto senza ricorrere all’aiuto dell’informatica, uscire di casa per incontrare fisicamente gli amici e/o i colleghi di lavoro?

Ma, soprattutto, saremo capaci di fare scelte personali o l’IA le farà in effetti al posto nostro illudendoci del contrario?

Questo è il grosso rischio, più l’IA aumenta il suo spazio nell’ambito della realtà materiale suscettibile di razionalizzazione, più diminuisce nello stesso ambito lo spazio riservato all’uomo e alla sua intelligenza.

Una umanità teleguidata?

Se l’attività di analisi di dati, di loro valutazione, di scelta dell’opzione migliore è svolta in maniera più veloce ed efficace da parte dell’IA che da parte dell’uomo,  non potrebbe accadere di trovarsi di fronte ad una totale resa dell’uomo nell’ambito delle realtà fisiche e materiali e ad un suo rifugiarsi nell’ambito di quelle più intime o di quelle spirituali?

Non potremmo assistere ad una umanità teleguidata in toto da un superpotere dell’IA tramite lo strumento della manipolazione mediatica?

Se l’IA è in grado di conoscere tutto di noi stessi (dati personali, preferenze di ogni tipo, capacità di spesa, simpatie politiche…) cosa potrebbe impedirle di usare queste informazioni per dirigere la nostra vita in una direzione e verso obiettivi propri dei pochi che riescono a governare l’IA? Non abbiamo già avuto esempi di come la manipolazione mediatica riesca ad influenzare scelte elettorali (gli esempi abbondano) o scelte collettive di consumo (addirittura diversificando i prezzi sulla base della capacità individuale di spesa e della propensione al consumo)?

L’IA non potrebbe essere lo strumento per attuare, da parte di pochi, una dittatura informatica tramite la manipolazione mediatica?

Ritenete che si tratti di domande puramente teoriche, di astruserie di persone che si divertono con elucubrazioni mentali?

Forse chi avrà voglia di leggere i testi citati nella piccola bibliografia indicata alla fine di queste considerazioni, potrebbe avere l’opportunità di condividere questo timore.

Come imporre una dittatura informatica?

Quale potrebbe essere una strategia per creare questa situazione nella quale, attraverso un uso spregiudicato (ma mirato…) della IA si possa pervenire ad influenzare pesantemente il comportamento di milioni di persone?

Come pervenire a instaurare quella che più sopra abbiamo definito una “dittatura informatica”?

La strategia probabilmente si dovrebbe strutturare attraverso tre precise serie di azioni.

1.       In primo luogo la raccolta di dati.

Occorre che vengano reperiti, tracciati e quindi raccolti (al fine di poterli elaborare) i dati personali del maggior numero possibile di persone, generalità individuali (data di nascita, residenza, stato civile, situazione familiare), preferenze di consumo, disponibilità finanziarie, simpatie politiche, tipo e qualità delle amicizie…

Si giungono così a creare innumerevoli (miliardi?) di profili individuali e a catalogare e classificare tali profili in blocchi che comprendano profili con caratteristiche abbastanza omogenee fra di loro.

 

2.       In secondo luogo la costruzione e diffusione di quelle che semplicisticamente vengono definite “fake news”.

In realtà non si tratta di costruire e diffondere notizie interamente false, bensì anche notizie parzialmente false oppure di bloccare la diffusione di notizie vere ma che potrebbero far aprire gli occhi su precedenti o contemporanee informazioni false.

E’ una vera e propria azione di falsificazione delle realtà trasmessa con una carica psicologica tale da restare impressa, più che nella parte cerebrale, in quella emotiva, nella cosiddetta “pancia” delle persone .

 

3.       In terzo luogo la creazione di nuovi paradigmi, ovvero nuovi schemi di riferimento mentali.

Tutti noi usiamo questi schemi, ovvero facciamo (in maniera pressoché automatica) una ricerca veloce nella nostra memoria per ricordare come ci siamo comportati in un certo frangente similare e tendiamo a ripetere quel comportamento, particolarmente se quel tipo di comportamento ci ha permesso di conseguire risultati positivi (ci diciamo internamente “ha funzionato bene”

Ogni volta in più che implementiamo quello stesso comportamento tendiamo, con questa continua ripetizione, a consolidare un preciso schema di riferimento.

Può però capitare che quel certo comportamento, che più volte ha funzionato in maniera ottima, dimostri la sua inattitudine a “funzionare” in una situazione che ci pareva uguale ad altre verificatesi in precedenza e che invece era solo apparentemente uguale ma, in effetti alquanto diversa.

E’ quello che accade allorché un paradigma, uno schema di riferimento mentale, si trasforma in una “distorsione cognitiva”, ovvero pensiamo di conoscere una determinata situazione, mentre in effetti la situazione è diversa.

Sulla base delle informazioni in nostro possesso “leggiamo” una situazione in un determinato modo e applichiamo a quella situazione uno schema di riferimento che, nelle volte precedenti, ha funzionato benissimo sfruttando al meglio a nostro favore le potenzialità offerta da quel particolare contesto.

Che accade però se le informazioni che abbiamo raccolto non sono vere o, peggio, sono state falsificate da altri proprio per modificare il nostro comportamento? Accade che il nostro comportamento, implementato in base una visione distorta della realtà, risulta inadeguato agli scopi prefissi.

Ricapitolando i punti precedenti, possiamo dedurre che una “entità” (politica o economica), che sia pienamente a conoscenza delle nostre caratteristiche personali (peculiarità fisiche, dati logistici, familiari e finanziari, preferenze di gusti, opinioni culturali e politiche…) può, inviandoci false informazioni, attivare in noi determinate distorsioni cognitive e condizionare pesantemente il nostro comportamento senza che noi ne siamo consapevoli.

Ma può una “entità” essere in grado di fare questo a livello mondiale, può raccogliere i dati di miliardi di persone, elaborarli creando profili sia personali che diversificati per tipologia di persone, può mirare e veicolare le informazioni false in maniera da differenziare le stesse in funzione delle diverse persone e delle diverse tipologie, può praticamente orientare il comportamento del mondo intero?

Non so se già questo sia possibile ma certamente lo sviluppo della IA lo renderà possibile. Sarà invero possibile imporre una “dittatura informatica” a livello globale attraverso la manipolazione mediatica delle menti delle persone.

Come difenderci?

Come difenderci, a livello individuale, dal rischio che la nostra mente possa essere mediaticamente manipolata e, di conseguenza, il nostro comportamento, essere condizionato e indirizzato verso fini prescelti da altri?

Quando ero poco più che ventenne e avevo in animo di fare la mia tesi di laurea sui valori della democrazia, mi capitò di leggere “I fondamenti della democrazia” di Hans Kelsen .

Kelsen, giurista e sociologo di rilievo mondiale, appartenente alla Scuola di Vienna, sostiene, in questo libro, che il fondamento della democrazia (o, per meglio chiamarla, della liberaldemocrazia) è la cultura del “dubbio”.

Se non ho dubbi, argomentava Kelsen, se penso di avere ragione, di possedere pertanto la “verità” su un determinato argomento, se penso, di conseguenza, che la mia verità non possa che essere sinonimo di bene sia per me che per gli altri (altrimenti non sarebbe “verità”…), quali remore dovrei avere non solo a proporla, ma addirittura ad imporla agli altri... per il loro bene?

A rifletterci, è questo il principio implicito nella dottrina della maggior parte delle religioni a sostegno della loro attività missionaria. Convertire diventa sinonimo di imporre all’altro l’adesione ad una certa fede perché in tal modo realizzerà il suo bene.

Secondo Kelsen solo se mi pongo in un atteggiamento di dubbio, sono capace di presentare la mia opinione all’altro, di ascoltare serenamente la sua e, in uno spirito di ascolto reciproco ( di “dialogo”…), camminare insieme verso la ricerca della verità.

Nel corso della mia vita talvolta ho avuto la forza (perché non è facile…) di assumere questa cultura del dubbio e mi sono chiesto, in certe situazioni in cui avevo espresso una opinione o adottato un comportamento che altre volte era stato giusto; “se invece avessi torto?”, “se quello che dice il mio interlocutore fosse vero?”, “non è che sto insistendo a seguire la mia idea per ostinazione o, peggio, per pigrizia?”.

Ebbene, quando ho avuto questa forza sovente mi è capitato di cambiare la mia opinione, di accettare in tutto o, più spesso, parzialmente, quella del mio interlocutore.

Avere questa cultura del dubbio può essere il primo passo per l’acquisizione di una maggiore libertà di giudizio rispetto alle informazioni che cerchiamo e troviamo autonomamente o che ci piovono addosso da altri.

Ma vivere con questa cultura del dubbio non deve sfociare nell’abbracciare uno scetticismo estremo, bensì nell’evitare di accettare acriticamente informazioni infondate e, invece, nel diventare capaci di valutarle e di discernere, nel mare di informazioni nel quale nuotiamo, quelle vere e utili da quelle false o inutili.

Una volta acquisita una sana cultura del dubbio, il passo successivo per combattere le distorsioni cognitive consiste nel saper ragionare correttamente e soprattutto nel confrontarsi costantemente con altri.

Leggere molto, leggere, con mente aperta, sia testi in linea con le nostre opinioni che testi discordanti e riportanti opinioni diverse, leggere attentamente notando come le persone articolano e motivano i loro ragionamenti, leggere acquisendo un ampio bagaglio informativo, permette di ampliare non solo le nostre informazioni ma soprattutto la nostra capacità di ragionare ed esprimere giudizi corretti.

Ma non è ancora sufficiente.

Un altro e ultimo passo deve essere quello di confrontare le nostre opinioni, i nostri giudizi con quelli di persone che stimiamo (e che magari hanno opinioni e giudizi diversi) in un dialogo in cui la serenità, la sincerità, la assertività e, soprattutto, la voglia di ascoltarsi reciprocamente rappresentino caratteristiche comuni.

Coltivare sempre il dubbio, leggere (o vedere…) acquisendo il maggior numero possibile di informazioni, classificare, collegare e articolare queste ultime sulla base di ragionamenti corretti, mettere alla prova le nostre conclusioni in confronto e dialogo con amici che partono da conclusioni diverse, tutto ciò dovrebbe permettere di raggiungere un certo livello di capacità mentale e intellettiva sufficiente per riconoscere una gran parte delle informazioni false e fuorvianti e per limitare l’influenza della nostre distorsioni cognitive.

Ultima virtù da coltivare è l’umiltà, ovvero la capacità di essere consapevole che, nonostante tutti i tentativi che possiamo mettere in atto, la nostra imperfezione innata di essere umani non ci consentirà mai di essere sicuri di essere completamente liberi da potenziali manipolazioni (di qualsiasi tipo esse siano).

 

Di seguito una breve bibliografia sulla intelligenza artificiale (IA) e sul suo impatto sociale.

 

1.           Max Tegmark “Vita 3.0”, Raffaello Cortina editore, 2018

2.       Stefano Quintarelli “Capitalismo immateriale”, Bollati Boringhieri, 2019

 

3.       Luciano Floridi “Il verde e il blu”, Raffaello Cortina editore, 2020

 

4.       L. Floridi – F. Cabitza “Intelligenza artificiale”, Bompiani 2021

 

5.       Luciano Floridi “Etica dell’Intelligenza artificiale”, Raffaello Cortina editore, 2022

6.       C. Giaccardi – M. Magatti “Supersocietà”, il Mulino, 2022


7.        L. Giustini  “Cluster digitali”, Aracne 2018

martedì 31 maggio 2022

Piccola bibliografia sul rapporto fra società e Intelligenza artificiale

 


1.    Max Tegmark “Vita 3.0”, Raffaello Cortina editore, 2018

2.    Stefano Quintarelli “Capitalismo immateriale”, Bollati Boringhieri, 2019

3.    Luciano Floridi “Il verde e il blu”, Raffaello Cortina editore, 2020

4.    L. Floridi – F. Cabitza “Intelligenza artificiale”, Bompiani 2021

5.    Luciano Floridi “Etica dell’Intelligenza artificiale”, Raffaello Cortina editore, 2022

6.    C. Giaccardi – M. Magatti “Supersocietà”, il Mulino, 2022


L. Giustini - Cluster digitali - Aracne 2019

G   G. Gigerenzer - Perché l'intelligenza artificiale batte ancora gli algoritmi - Raffaele Cortina 2023


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martedì 5 aprile 2022

Il "mediatore", il professionista della costruzione della pace.

 


Il mediatore è il professionista che esercita la “Mediation”. Uso questo termine inglese per distinguere la Mediation dalle ben note figure giuridiche del contratto di ”mediazione” e del tentativo processuale di “conciliazione” (del resto altri termini inglesi come leasing e franchising sono entrati a pieno diritto nel lessico giuridico italiano).

In termini più semplici il Mediatore è il professionista della costruzione della pace. Professionista diverso da altri come l’avvocato, il notaio, il giudice, anche se ugualmente inserito nel contesto giuridico, professionista perché persona particolarmente esperta particolarmente nelle tecniche di negoziazione ma in possesso di nozioni approfondite di diritto, sociologia, psicologia, scienza della comunicazione.

Ho parlato di pace (ma forse potrei anche parlare di “unità”) perché la Mediation altro non è che un processo di pace.

Infatti la Mediation può essere definita come processo, abbastanza informale, tramite il quale due o più parti in conflitto cercano di comporlo assistiti da un terzo neutrale e indipendente (appunto il mediatore) che agevola la riattivazione del dialogo fra di loro, facilita la ripresa e la continuazione di un confronto costruttivo, innesca sentimenti di reciprocità e le aiuta a passare da una situazione di contrapposizione ad una di collaborazione, permettendo la negoziazione ed il raggiungimento di un accordo volontario, condiviso, duraturo, spesso innovativo e creativo, rivolto a realizzare gli interessi di entrambe le parti.

Non è questa la definizione anche di pace?

Il mediatore, per aiutare le parti a raggiungere questo risultato, utilizza le proprie tecniche professionali, aiuta le parti a superare i rispettivi punti di vista e posizioni negoziali ed a fare emergere i loro reali, ma spesso nascosti, desideri e interessi. Il più delle volte si viene a scoprire che i rispettivi desideri e interessi non solo non sono così contrapposti come apparirebbe dalle posizioni intraprese, ma sono invece integrabili in una soluzione che vada oltre la transazione (le “reciproche concessioni”) e si esplichi in un accordo creativo ed innovativo che supera la materia specifica del conflitto tenendo conto anche di altre opportunità di cooperazione tra le parti.

Il mediatore, a differenza del giudice, non formula giudizi o sentenze ma fa domande, stimola riflessioni, al massimo fornisce consigli o suggerimenti. Neppure attribuisce diritti e torti, ma aiuta le parti a ricercare la soluzione più appropriata per il loro conflitto. Mentre lo sguardo del giudice è rivolto al passato, ai fatti accaduti, il mediatore invita le parti a guardare al futuro, a far emergere in loro il desiderio e la convenienza di riprendere e consolidare la relazione interrotta.

Ben sapendo che l’accordo che funziona meglio ed è duraturo non è quello imposto dall’alto, bensì quello, condiviso dalle parti, che realizza i loro interessi, il mediatore punta decisamente a questo obiettivo.

Ma quali sono gli elementi essenziali di una procedura di Mediation?

E’ innanzitutto fondamentale (e ampiamente sottolineato dalla dottrina in materia) che le parti volontariamente accedano alla Mediation e volontariamente la continuino. Deve restare sempre garantito alle parti il diritto di interrompere la procedura in qualsiasi momento anche senza fornire motivazioni e comunque senza penalizzazioni. In questo contesto è essenziale la presenza di consulenti delle parti (generalmente avvocati o commercialisti) che le aiutino anche a superare i momenti di difficoltà e a tenere fisso l’obiettivo di un accordo condiviso e duraturo.

Può aiutare le parti in questa perseveranza la consapevolezza di essere coinvolti in una procedura generalmente  più veloce e più economica di quella giudiziaria.

Vale la pena di sottolineare che le parti spesso non utilizzano la Mediation in quanto non a conoscenza della stessa. La volontarietà dell’adesione (presupposto fondamentale per la riuscita) non contrasta assolutamente con la eventuale obbligatorietà di una sessione di informazione (a cura di un Mediatore professionista) sulla Mediation stessa.

Altro elemento essenziale della procedura è la riservatezza. Le informazioni e i dati scambiati durante le sessioni congiunte fra le parti e il mediatore non potranno essere utilizzate in un eventuale successivo giudizio; inoltre le informazioni e i dati forniti da ciascuna parte al Mediatore durante le sessioni private, saranno dal mediatore tenute riservate per la ricerca di una soluzione e non potranno essere divulgate all’altra parte senza un espresso consenso preventivo della parte interessata.       

La riservatezza è fondamentale per spingere la parte, assistita dai consulenti, ad andare oltre la sua posizione e fornire al Mediatoretutti gli elementi (anche meramente comportamentali, o elementi a lei sfavorevoli, o potenziali aperture) che non avrebbe potuto dire in sessione congiunta con l’altra parte se non indebolendo la sua posizione. La riservatezza permette invece al Mediatore di avere una visione più ampia del conflitto in essere e di stimolare le parti a generare alternative condivise e risolutive.

Da queste brevi considerazioni sulla Mediation (che in Italia viene comunemente chiamata conciliazione stragiudiziale “esoprocessuale”) si evince come la volontarietà e la riservatezza mal si concilino con un tentativo obbligatorio di mediazione se non, e non è superfluo ripeterlo, nella misura in cui questo tentativo venga limitato ad una seria informazione (da parte del mediatore) sulla procedura di Mediation lasciando impregiudicato il diritto della parte, una volta informata, di non accedere alla procedura.

Il grosso rischio della Mediation (o della conciliazione esoprocessuale) è che la stessa sia utilizzata da una parte con fini dilatori, pregiudicando in tal modo gli interessi dell’altra parte.

Proprio per ovviare a questo inconveniente la legislazione italiana sulla conciliazione “endoprocessuale” (in particolare il D. LGS 5/2003 in tema  conciliazione societaria e l’art. 62bis del d.l. 1141bis) sta sempre più spesso prevedendo il potere del conciliatore di esprimere una valutazione sulle posizioni delle parti, ipotizzando conseguenze processuali (in tema di attribuzioni delle spese giudiziarie) sulla parte che non accedesse a tale valutazione, qualora ripresa nella decisione del giudice.

Questa soluzione legislativa, mentre può essere efficace contro le tattiche dilatorie, attenua sostanzialmente l’elemento della riservatezza e spinge le parti ad evidenziare con il mediatore solo gli elementi a loro favorevoli, depotenziando così quell’aspetto fondamentale della Mediation diretto a far sapere al mediatore tutti gli elementi del conflitto (ivi compresi quelli degli interessi e dei desideri nascosti). Inoltre, spingendo le parti verso una soluzione transattiva, sostanzialmente forzata e non pienamente condivisa, vengono probabilmente trascurati alcuni interessi che restano non soddisfatti e possono rivelarsi forieri di ulteriori conflitti.

Sembrerebbe invece più “pagante” escogitare soluzioni nell’ambito della conciliazione esoprocessuale che potessero essere premianti nei confronti di un atteggiamento collaborativo e punitive nei confronti di uno dilatorio, fermo restando che il diritto di tutte le parti di interrompere liberamente la Mediation è già un grosso strumento di autotutela.

Al fine di stimolare le parti (e i loro consulenti) ad accedere volontariamente alla Mediation si potrebbe ipotizzare una detassazione delle spese procedurali e dei compensi dei consulenti (il mancato gettito fiscale sarebbe ampiamente compensato dalla riduzione della spesa pubblica giudiziaria) nonché l’attribuzione della esecutività agli accordi raggiunti dalle parti con l’assistenza dei loro consulenti.

Occorre anche ricordare che strumento efficace per contrastare l’utilizzo strumentale della Mediation, da parte di uno dei due contendenti, per ritardarne la soluzione è il diritto riconosciuto all’altro contendente di interrompere la Mediation liberamente in qualsiasi momento

Rimane comunque fondamentale il contributo positivo dei consulenti delle parti (particolarmente avvocati e commercialisti) e il loro rispetto degli obblighi deontologici in merito alla ricerca della soluzione e della procedura più idonea agli interesse dei loro clienti.

Termino con una considerazione ed una curiosità.

Ricordo che la Mediation (questa procedura di pace e di ricerca dell’unità) può essere applicata a diversi ambiti anche extra giuridici, quali quello familiare, condominiale, interculturale (oggi essenziale), scolastico (anche in ottica anti-bullismo); si tratta solo di passare, in tutti questi ambiti, dalla cultura della contrapposizione a quella del dialogo.

 La curiosità: studi approfonditi hanno accertato che le donne sono migliori degli uomini come professionisti della mediazione; qualcuno ha idea di quali sono le ragioni di ciò?

 

Roma 12 dicembre 2008

domenica 27 marzo 2022

1 vale sempre 1?

                     Considerazioni libere sul suffragio universale ugualitario




Il suffragio universale è stato sicuramente una grande conquista dell'umanità nell'ottica del cammino verso una piena democrazia.
Esso è stato oggetto di una dura battaglia nel corso del XIX e del XX secolo che ha lasciato sul campo numerose vittime.

Oggi nessun democratico in un Paese civile può pensare ragionevolmente che il diritto di voto possa essere oggetto di limitazioni, come avvenuto in passato, per motivi di censo, di genere, di religione.

L’ art. 48 della Costituzione italiana riflette totalmente tale pensiero e così recita:

«Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.»

Il voto dunque deve essere libero, uguale, segreto.
Ma, ci domandiamo, il concetto di libertà, uguaglianza e segretezza del voto come si può declinare nonché garantire nel mondo odierno?

Ricordo una trentina di anni fa allorché lessi questa frase in un libro di Sergio Zavoli, giornalista di vaglia come pochi ce ne sono stati: “la rivoluzione non è più nel cambiamento ma nella velocità con la quale esso avviene”. Oggi la aggiornerei in questo modo: “La rivoluzione non è più nel cambiamento né nella velocità con la quale esso avviene, ma nella continua accelerazione di tale velocità”.

E non posso neppure fare a meno di ricordare l’opera del  grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, vissuto a cavallo fra il XX e il XXI secolo e morto nel 2017, il quale postulò che ormai ci troviamo in una “società liquida”, ovvero in una società che evolve in una maniera talmente rapida che non facciamo neppure a tempo a comprendere lo stato evolutivo alla quale la società è arrivata che questo è già cambiato!
La liquidità, oltre alla globalizzazione e alla interconnessione delle informazioni sono i caratteri salienti della società odierna, perlomeno di quella più avanzata.

Ai fini di queste considerazioni sul suffragio universale, perché questa premessa su alcuni elementi rilevanti del mondo odierno?
Perché la domanda successiva da porsi è quella di chiedersi quale livello di consapevolezza (fatta sia di conoscenze consolidate che di esperienze accumulate) debba essere acquisito per poter fare scelte realmente libere.

Senza per questo dimenticare un altro fronte sull’aspetto della battaglia a difesa della libertà, quello aperto sul campo delle tecniche comunicative e della manipolazione mediatica per pilotare le scelte personali (politiche e commerciali) di cittadini e consumatori. In questi venti anni sono stati fatti progressi inenarrabili su questo fronte della manipolazione.
L’uso spregiudicato delle fake news, dei social, dei sondaggi truccati, dei messaggi subliminali, si è ampiamente sviluppato mentre, contemporaneamente si è prodotto (e qui la mia mente corre soprattutto all’Italia) un declino culturale e un degrado cognitivo che fa temere un devastante “analfabetismo di ritorno

E come non pensare, sempre, con riferimento all’Italia, al continuo invecchiamento anagrafico e all’allargarsi della forbice del “divario digitale” fra vecchie e nuove generazioni?
Io stesso settantatreenne,  imbevuto di cultura classici ma dipendente per 31 anni di una azienda multinazionale all’avanguardia nel campo della IT, faccio una fatica enorme a seguire l’evoluzione della tecnologia digitale, e spesso non ci riesco…
Così non ci riescono neppure tanti altri coetanei che, pur ancora lucidi e colti, non ce la fanno più a star dietro alla evoluzione tecnologica e a tutto ciò che ne consegue nel campo delle conoscenze (solo a titolo di esempio, oggi la gran massa delle informazioni viaggia in tempo reale su internet e non certo sulla carta).
E che dire della grande quantità di dati (i big data) dalla quale siamo sommersi, che sono reperibili e classificabili solo attraverso l’impiego dei grandi elaboratori di ultima generazioni capaci di “intelligenza artificiale”?


In un mondo del genere che vuol dire essere liberi, ovvero avere la piena consapevolezza, in termini di conoscenze acquisite e di esperienze consolidate, di poter fare scelte che provengono unicamente dalla nostra capacità di elaborare un pensiero adeguato ai tempi e alla realtà che ci circonda?

Forse occorre avere l’umiltà per affermare che oggi, nel mondo attuale, la piena consapevolezza non è più raggiungibile e che bisogna accontentarsi di scelte e soluzioni in grado di avvicinarsi al miglior bene possibile per gli altri e per chi ci circonda. 

E allora torniamo al tema del suffragio universale egualitario così come declinato nell’art. 48 della Costituzione italiana.
Possiamo dire che, oggi nella situazione attuale siamo tutti ugualmente capaci di fare scelte consapevoli (ovvero avendo conoscenze ed esperienze adeguate) per affrontare problematiche abbondanti e sempre più complesse, tipiche di un mondo globalizzato e allo stesso tempo frastagliato, con un ritmo di velocità travolgente e ad alto livello di digitalizzazione?
Non è forse onesto, anche se molto doloroso ammettere che la risposta è solo una : NO?

Rimango peraltro convinto che la battaglia per il suffragio universale non debba andare persa, ma che occorrano solamente soluzioni mirate per rendere questo strumento ancora pienamente valido ai fini del mantenimento della democrazia.

La nostra Costituzione dice che il voto deve essere libero, uguale, segreto.

Ma possiamo definire sicuramente segreto, nel XXI secolo, un voto definito con una croce a matita dentro una cabina ben nascosta alla vista?
Nel centro/sud di Italia erano stati già escogitati, negli scorsi decenni, sistemi per permettere il controllo di massa del voto tramite l’uso di schede pre-votate consegnate agli elettori in cambio di schede intonse. Oggi, più facilmente basta consegnare all’elettore, prima di entrare nel seggio, uno smartphone impostato in modalità silenzioso e chiedergli di fotografare il voto sulla scheda, in maniera da permettere il controllo della sua scelta.
Diventa indifferibile ormai, al fine di garantire la segretezza, modificare le modalità del voto, magari passando a cabine trasparenti o (ma questo creerebbe molti problemi alle vecchie generazioni) passare al voto elettronico.

Questo per quanto riguarda la segretezza. Più delicate, e anche più difficili nell’approccio, sono le considerazioni legate al tema della libertà e della uguaglianza del voto.
Abbiamo visto più sopra come alla domanda  se siamo tutti ugualmente capaci di dare voti consapevoli (ovvero avendo conoscenze ed esperienze adeguate) per affrontare problematiche abbondanti e sempre più complesse, tipiche di un mondo globalizzato e allo stesso tempo frastagliato, con un ritmo di velocità travolgente e ad alto livello di digitalizzazione, la risposta dovrebbe essere onestamente negativa.
Un voto coartato da una abile manipolazione mediatica, o non sostenuto da adeguate conoscenze o limitato da scarse o mancanti esperienze di vita, difficilmente un voto può essere considerato realmente libero.
Forse è su questo piano che occorrerebbe agire, non eliminando l’universalità del suffragio, ma regolandone l’accesso per garantirlo in maniera graduale proporzionalmente al livello di consapevolezza (e di conseguenza di libertà) del cittadino elettore.
Si tratta di trovare criteri di ponderazione del voto in maniera da non toglierlo a nessuno ma accrescendone  il valore in funzione dell’acquisto di una maggiore consapevolezza di scelta.

Anche perché trattare in maniera uguale persone con diversi gradi di consapevolezza e, di conseguenza di libertà, sotto la veste di garantire la libertà formale produrrebbe la peggiore delle disuguaglianze sostanziali.

Certamente attribuire un voto ponderato non deve far pensare a non augurabili esperienze del passato, e a “pesi” quale il genere (o l’orientamento sessuale), il censo o un livello di istruzione formale.
Questo sarebbe assolutamente inaccettabile anche perché il superamento di questi criteri è costato secoli di lotte anche cruente e sarebbe delittuoso e ingiusto pensare di tornare indietro.

Si possono cercare invece altri criteri di ponderazione.

Un primo criterio potrebbe essere quello di sottoporre i cittadini ad una sorta di esame di educazione civica formulando loro una serie di domande sulla Costituzione italiana, sull’ONU e e sulla UE attribuendo poi un peso in funzione della percentuale di risposte esatte.
Fra l’altro con questo sistema si potrebbero spingere i cittadini, che difficilmente lo farebbero in maniera spontanea, ad approfondire gli argomenti inerenti la propria educazione civica.
Ma siamo certi che la conoscenza dei valori fondanti del nostro Paese siano sufficienti per un voto libero e consapevole? No, non basta avere conoscenza in tal senso se poi non si ha la capacità di elaborarle in collegamenti con altre conoscenze ed esperienze per poter infine giungere ad un giudizio complessivo propedeutico al voto.

Un secondo criterio potrebbe essere quello di ponderare il voto a seconda del Quoziente di Intelligenza (QdI) raggiunto da ogni cittadino elettore. Una volta stabilite delle fasce di QdI si potrebbe concordare un “peso” da attribuire ad ogni fascia e, conseguentemente, un peso al voto dei cittadini che si posizionino in quella fascia di QdI.
Ma siamo certi che sia sufficiente avere un alto QdI per essere certi di votare in maniera libera e consapevole? Il risultato del test sul QdI può essere falsato in funzione del tipo di studi fatti (scientifici, classici, tecnici, professionali…) e, soprattutto, una persona può anche essere intelligentissimo ma carente in conoscenze pratiche della vita o in relazioni interpersonali.

Ancora. ci si può invece domandare se un  altro ( e più selettivo) criterio applicabile non possa essere quello dell’età.
Il criterio dell’età per votare è previsto in pressoché tutti gli ordinamenti giuridici nazionali. Generalmente è prevista una età minima (in Italia 18 anni) per poter dare il proprio voto alle elezioni politiche sulla base della considerazione che una certa età minima è necessaria per aver avuto la possibilità di acquisire conoscenze e esperienze sufficienti per dare un voto maturo e consapevole.
In alcuni ordinamenti (ad esempio quello che regolamenta l’elezione del Papa di Roma) è stabilita una età massima (nel caso di specie 75 anni) trascorsa la quale si presume che l’elettore non abbia potuto più la pienezza di lucidità o di capacità intellettiva per poter esprimere un voto consapevole.
Ma è giusto che sia solo la data del proprio compleanno a stabile il limite minimo (o massimo) per dare il proprio voto con un peso uguale a quello degli altri?

Mi sono sempre chiesto perché il voto di un 70nne pensionato, con grande esperienza di vita, ma con conoscenze ormai in parte annebbiate dalle ineluttabili carenze di memoria e in parte superate per la difficoltà di aggiornamenti che sempre più spesso avvengono per via informatica (di accesso più problematico per gli anziani), debba valere quanto il voto di un 40-50enne, presumibilmente lavoratore con figli a carico, la cui esperienza di vita sia già sufficientemente consolidata e le cui conoscenze siano adeguate alla realtà che sta vivendo. 
Anche se, personalmente mi ritrovo nel primo ritratto non ho dubbi nel ritenere che il mio voto debba valere di meno di quello del 40-50 enne delineato nel secondo ritratto, in quanto quest’ultimo può esprimere il voto con maggiore consapevolezza e libertà, possedendo già sia conoscenze che esperienze adeguate.
Mentre mi parrebbe corretto che il voto del 70enne pensionato, con esperienza adeguata ma conoscenze carenti, possa valere quanto quello di un giovane 20enne, più carente come esperienza di vita ma in possesso di conoscenze più aggiornate.

In pratica sto delineando un grafico con una curva a forma di campana laddove sull’asse delle ordinate venga considerato, in forma crescente e poi decrescente il perso del voto e, sull’asse delle ascisse in forma crescente l’età.
I pesi più bassi vengono attribuiti, in maniera equivalente agli appena maggiorenni e ai 67enni (normalmente pensionandi o pensionati); i pesi crescono dalla maggiore età fino a raggiungere i 40-50 anni per decrescere poi nuovamente.

Di seguito un esempio grafico della attribuzione del peso del voto che assumerebbe la veste classica di una curva di Gauss.

 

Sono convinto della ragionevolezza e dell’equità dell’ipotesi appena delineata, anche se mi rendo conto della sua concretamente impossibile realizzazione, almeno a breve termine. La maggioranza della popolazione si situerebbe nelle parti basse della curva mal digerendo un peso di voto inferiore e nessun Parlamento avrebbe il coraggio di approvare una riforma elettorale del genere.

Ma all’età di quasi 74 anni, posso permettetemi di lanciare nel web proposte, anche provocatorie, idonee ad offrire ai lettori uno stimolo per una riflessione e, magari, aprire uno spezio per un serio e costruttivo confronto.

 

Roma 27 marzo 2022                                                                                    Giuseppe Sbardella

lunedì 21 marzo 2022

Una ubbidienza consapevole

 



“Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi".  Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò.  Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò.  Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo»”

Questa parabola (Matteo 21, 28-31) mi ha sempre colpito perché spesso mi è capitato di comportarmi come il figlio “neghittoso” (mi piace chiamarlo così).
Frasi come “sempre il solito bastian contrario” o “sei come una canna stonata di un organo che suona armonicamente” o “affidati a chi ha un ruolo più importante ed è sorretto dal parere di tutti gli altri” ancora mi risuonano nelle orecchie, dette ogni volta che mi dissociavo dalla opinione della maggioranza.

Questo brano del vangelo di Matteo mi conforta.

Sì, c’è l’ubbidienza pronta di chi aderisce alla volontà di un altro superiore o a quella della maggioranza perché la condivide.
C’è anche l’ubbidienza forzata di chi magari ha una opinione diversa ma la supera subito per aderire alla volontà dell’altro o degli altri.
C’è anche una ubbidienza dettata dall’amore verso l’altro o verso la comunità che spinge una persona ad aderire immediatamente al volere delle persone amate.
Infine c’è l’ubbidienza neghittosa di chi non condivide l’opinione e non aderisce. Per pigrizia? per spirito di contrarietà? per forte convinzione opposta?
Cerchiamo di approfondire.

La parabola ci dice come non sempre l’ubbidienza di chi condivide l’altrui volontà (primo tipo suindicato) o di chi forza la propria opinione a aderisce ad una volontà che non condivide (secondo tipo suindicato) sono durature. Il figlio che prontamente ubbidisce al padre in effetti non si reca a lavorare nella vigna!!
E il terzo tipo di ubbidienza, quella, altrettanto pronta, che ha la propria radice nell’amore? Molto probabilmente il figlio che avesse aderito per amore alla volontà del padre sarebbe andato nella vigna e vi avrebbe lavorato come voluto dal padre.
Certamente questo terzo tipo di ubbidienza sembrerebbe quello da raccomandare.
Ma è proprio così?
Siamo certi che mettere da parte la nostra opinione, frutto di un nostro ragionamento per aderire prontamente alla volontà (diversa dalla nostra) di una persona che amiamo sia l’atteggiamento giusto? Siamo certi che, ad esempio in ambito religioso, possa essere considerata volontà di Dio aderire alla volontà di un superiore, rinunciando all’uso di un cervello (anche esso, ricordiamolo, dono di Dio…), alla nostra capacità di ragionare, al essere uomini che in grado di pensare e decidere responsabilmente tenendo conto dei valori che ispirano la nostra vita?

Che dire dell’ubbidienza neghittosa del figlio che, nel racconto della parabola, oppone un rifiuto al padre e poi, in un secondo tempo, decide di andare.
Quale può essere il motivo del primo rifiuto?
Forse una forma di pigrizia, un momento di cattivo umore, una forma di protesta per qualche sorpruso che pensa di aver ricevuto, in una precedente occasione, dal padre o dal primo figlio?
Il vangelo non ci dice il motivo del primo rifiuto, ci dice solo che “non aveva voglia” ma “poi, pentitosi vi andò”.
E se questo rifiuto fosse stato dettato dal forte convincimento che quella del padre fosse una scelta sbagliata e che fosse giusto in qualche modo contrastarla magari proprio per il bene della famiglia?
E se il figlio neghittoso ci avesse riflettuto sopra con maggior calma, avesse soppesato altri elementi di valutazione, avesse concluso che la scelta del padre avesse un serio fondamento e, “pentitosi” dell’originario rifiuto avesse deciso di andare alla vigna?
O ancora se il figlio neghittoso fosse, anche dopo aver valutato altri elementi, rimasto convinto della giustezza della propria scelta ma poi, avendo visto il dispiacere del padre, avesse inserito anche questo sentimento nelle sue valutazioni e, per amore del padre avesse deciso di andare alla vigna?
Non è forse questa una scelta consapevole, presa in autonomia e non dettata da una ubbidienza cieca o da un gesto di amore che, peraltro, rifiuta l’eventualità di un ragionamento? Non è forse da ammirare anche questa scelta di chi l’ha presa anche superando un conflitto interiore per recuperare l’intesa con il padre e con i fratelli?

Non ho una risposta certa a questa ultime domande, so solo che, istintivamente, il figlio neghittoso mi sta molto simpatico.

 

21/03/2022                                                                Giuseppe Sbardella


lunedì 7 marzo 2022

Le "beatitudini" sono una gran fregatura?



Le “beatitudini” sono una gran fregatura?


“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
(Matteo 5,3-12)

Ma davvero si riesce a sentirsi felici quando si è poveri, afflitti, perseguitati, insultati…?
O sentirsi felici quando si ha un carattere portato alla mitezza, alla misericordia, alla trasparenza, alla conciliazione in un mondo che sembra premiare gli arroganti, i violenti, gli imbroglioni, i bellicosi?

Andate a dire che si è felici ad essere poveri ad un padre o una madre di famiglia che non riesce ad arrivare a fine mese, ad essere afflitti ad un ammalato di tumore, ad essere insultati e perseguitati ad una persona sotto il dominio di uomini o donne potenti ed arroganti!
Se la felicità è intesa come sentimento di soddisfazione per aver realizzato un proprio obiettivo in linea con la cultura dominante (la ricchezza, il potere, il successo professionale, la possibilità di decidere autonomamente e di imporre ad altri le proprie decisioni…) allora no, non ci siamo, le cosiddette “beatitudini” evangeliche sono solo una grande fregatura per non dire una truffa bella e buona! Al massimo esse potrebbero rappresentare un invito al masochismo!
Ma può essere, se non Dio, almeno una persona affidabile uno come Gesù che proclama queste false beatitudini? Sembrerebbe questa un’altra prova a favore di una posizione atea.

Forse non tutto è così semplice e lineare, forse è meglio approfondire un po’.

Una volta ascoltai un valente biblista affermare che la corretta traduzione del termine greco “macarioi” (tradotto in italiano nella brano delle beatitudini con “beati”) sarebbe “il Signore è vicino a…”.
Allora l’intero brano delle Beatitudini andrebbe inteso come “il Signore è vicino ai poveri, ai miti, agli afflitti, ai misericordiosi, ai perseguitati…”.
Un completo capovolgimento di prospettiva… la felicità non è il  sentimento di soddisfazione per aver realizzato un proprio obiettivo psicologico o materiale in linea con la cultura dominante (potere, successo, ricchezza…), la felicità è piuttosto il sentimento di fiducia in un Signore che non ci è lontano ma ci è tanto più vicino quanto più ci troviamo in una delle situazioni descritte nelle beatitudini.
Una conferma di questa interpretazione ci può venire dall’esempio e dalla testimonianza di uomini antichi e moderni, come S. Francesco d’Assisi, S. Ignazio di Loyola, Albert Schveitzer, S. Chiara da Montefalco, M. L. King, Padre Kolbe, Edith Stein, San Giovanni Bosco, Salvo d’Acquisto, Dino Impagliazzo[1]… uomini e donne che hanno vissuto, in diversi frangenti storici, le beatitudini, che non avevano nulla per sentirsi felici secondo i canoni della cultura dominante ma che pure lo erano (e lo dimostravano) perché sentivano il Signore vicino a loro!

Certo, vivere così non è assolutamente facile anche perché tutto ci spinge in una direzione opposta, ma forse… una strada sicura, una “scorciatoia” infallibile c’è!
Questi uomini erano e sono felici perché, assistiti e sostenuti dal sentire vicino il Signore, hanno visto e vedono come fratelli e sorelle tutti gli uomini e le donne che hanno incontrato e incontrano lungo la strada della loro vita.
Proprio così, il sentimento di fraternità è ciò che ci spinge a sollevare i poveri, a consolare gli afflitti e i perseguitati, ad essere solidali con i miti, i misericordiosi, i trasparenti, i pacificatori.
La fraternità è quel sentimento che ci potrebbe permettere di costruire una società, un mondo, a misura di “beatitudini”, quel sentimento che ci aiuta a viverle in pienezza e a trasmettere così la felicità a chi ci circonda, a quello che siamo soliti chiamare il nostro prossimo.

Essere fratelli, essere veri amici (persone che danno amore) di tutti… in fondo l’intero brano delle beatitudini potrebbe essere più brevemente riscritto cosi
Beati i fratelli e amici di tutti…

 

Roma 7 marzo 2022                                                   Giuseppe Sbardella



[1] Dirigente dell’INPS in pensione, membro del Movimento dei Focolari, sempre rivolto ad aiutare gli “ultimi”, ideatore delle mense di soccorso ai poveri e ai rifugiati nelle Stazioni Ostiense e Trastevere di Roma, morto nell’estate del 2021.


venerdì 4 marzo 2022

Libertà dalla manipolazione mediatica?

 E’ possibile liberarsi della manipolazione mediatica?

Nota importante: una breve bibliografia sull’argomento oggetto delle seguenti considerazioni è indicata al termine delle stesse.

Domande senza risposta?

Al termine della mia riflessione su “meglio sapere, o saper fare o, ancora… saper essere?” (si può leggere il contenuto su https://giuseppesbardella.blogspot.com/2022/02/meglio-sapere-o-saper-fare-o-ancora.html ) mi sono chiesto se l’Intelligenza Artificiale (di seguito la chiamerò IA) potrà mai rispondere a domande come queste:
a) quale è il senso della mia vita?
b) perché sento che una mia scelta personale, nonostante si presenti ragionevole sulla base dei dati che ho raccolto, non mi soddisfa pienamente nel mio intimo?
c) quando è che mi sento pienamente realizzato?
d) che risposta do a questo mio senso del mistero, dell’infinito, del sacro, che mi trascende?
e) l’amore (sia sensuale che non), l’amicizia, l’ empatia sono solo reazioni fisico / chimiche del mio corpo o c’entra qualcos’altro?
E ancora:
f) come fare a distinguere il bene dal male?
g) quali sono i valori ai quali non potrò mai rinunciare se non al costo di non considerarmi più un uomo?
La risposta che mi do è No, molto difficilmente l’IA potrà rispondere a domande come queste (e altre potrebbero essere aggiunte da qualche lettore…), comunque sempre riguardanti l’ambito della metafisica o dell’etica.

Domande con risposta da parte dell’IA

L’IA sarà invece in grado, prima o poi, di rispondere, più velocemente e esaurientemente, dell’uomo, a domande che possano essere risolte tramite:
1) la raccolta delle informazioni necessarie;
2) il successivo loro collegamento rivolto ad elaborare una risposta logica.
Ma cosa vuol dire raccogliere informazioni, collegarle fra loro ed elaborarle in una risposta se non ragionare e, ragionando, dare una risposta toh! “ragionevole”?
Maggiore è il numero di informazioni da trovare, collegare ed elaborare, maggiore è l’efficacia della IA rispetto all’ intelligenza umana.
E’ estremamente importante da sottolineare che, a parte le domande poste nell’ambito metafisico e/o morale, tutte le altre potranno molto probabilmente ottenere risposte più rapide e precise dalla IA.
Non solo, occorre tener presente che l’IA, allo stato attuale del suo sviluppo, può anche riflettere sulle proprie risposte, farsi domande conseguenti e trovare le relative risposte. Già esistono computer che si rendono conto dei propri limiti di elaborazione e si ristrutturano in maniera autonoma (ovvero senza l’intervento umano)  per superare tali limiti (ad esempio creando nuovo software al loro interno).
Praticamente, con la solita eccezione dell’ambito metafisico / etico, già in larga parte l’area della memoria e della razionalità è stata espropriata all’uomo a favore dell’informatica e ancor più della IA.
Per restare su aspetti semplici, basta notare quante volte andiamo sui motori di ricerca per trovare una informazione ( la data di un evento storico, il nome di un personaggio…) o, ancora, quante volte facciamo una domanda, anche complessa e articolata, sui motori di ricerca e questi ultimi ci danno velocemente una risposta esatta.
Senza dimenticare il sostegno che l’IA offre allo sviluppo della scienza e di soluzioni scientifiche all’avanguardia. Alzi la mano chi è convinto che l’IA non abbia contribuito in maniera determinante alla velocità con la quale sono stati trovati i vaccini MRNA per combattere il Covid 19!

Tutto facile allora?

Se la IA risolve i problemi di ordine logico molto più velocemente ed esattamente di noi, se offre un contributo determinante allo sviluppo scientifico, vuol dire che può solo facilitarci la vita?
Forse non è proprio così.
Non sarà forse che con l’avanzare della IA nel campo della razionalità e della memoria quantitativa e meccanica, si ritrarrà lo spazio della razionalità e della memoria umana?
Quanti di noi usano già l’app “calcolatrice” del proprio smartphone per effettuare calcoli anche facili che fino a due decenni fa era normale effettuare a mente sulla base delle famigerate “tabelline” scolastiche e dell’uso delle facoltà cerebrali di computo?
Quanti di noi, per andare in automobile in un posto lontano o anche vicino ma sconosciuto sono ancora soliti andare a cercare questa location su mappe cartacee o (e qui già entra in campo l’informatica) su google maps o app similari invece di affidarsi direttamente al “navigatore” installato sulla propria autovettura o sul proprio smartphone?
Quanti di noi, per scegliere o acquistare una automobile o una casa (o qualsiasi altro oggetto di valore), si affidano ad un programma software (ad esempio, nella maniera più semplice, un foglio Excel approntato da noi stessi o, meglio, già predisposto) nel quale inserire (o trovare già inseriti) i criteri per orientare la scelta tra le diverse alternative (ad esempio, nel caso di una automobile, la casa di produzione, la velocità, il consumo, il tipo di energia che usa, il cambio ecc.) dando a ciascun criterio un peso per giungere ad una valutazione ponderata della scelta fra le diverse alternative? Ci siamo chiesti come avremmo fatto due decenni fa e come molti noi ancora fanno? Forse avremmo usato la nostra capacità di memoria e di ragionamento! Magari avremmo attivato i nostri amici e parenti, ci saremmo consultati con loro invece che… con il computer!
Certo, l’informatica in generale e, più in particolare l’IA sta riducendo i tempi di elaborazione delle nostre scelte personali; ma sta anche riducendo i tempi trascorsi ad utilizzare le nostre facoltà cerebrali e, attenzione! non sta forse atrofizzando, a causa del loro non uso, parte di tali facoltà cerebrali?
E ancora, non sta forse diminuendo la nostra capacità di socializzazione, l’attitudine ad attivare ed a consolidare costruttivi rapporti interpersonali? Sarebbe interessante chiedere, su questo aspetto, il parere di quanti stanno già spendendo molto del loro tempo di lavoro in smart-working.
Fra dieci anni saremo ancora in grado fare un calcolo semplice senza usare l’app “calcolatrice”, andare in un luogo lontano sulla base di una mappa rinunciando all’uso del “navigatore”, fare scelte personali di acquisto senza ricorrere all’aiuto dell’informatica, uscire di casa per incontrare fisicamente gli amici e/o i colleghi di lavoro?
Ma, soprattutto, saremo capaci di fare scelte personali o l’IA le farà in effetti al posto nostro illudendoci del contrario?
Questo è il grosso rischio, più l’IA aumenta il suo spazio nell’ambito della realtà materiale suscettibile di razionalizzazione, più diminuisce nello stesso ambito lo spazio riservato all’uomo e alla sua intelligenza.
 

Una umanità teleguidata?

Se l’attività di analisi di dati, di loro valutazione, di scelta dell’opzione migliore è svolta in maniera più veloce ed efficace da parte dell’IA che da parte dell’uomo,  non potrebbe accadere di trovarsi di fronte ad una totale resa dell’uomo nell’ambito delle realtà fisiche e materiali e ad un suo rifugiarsi nell’ambito di quelle più intime o di quelle spirituali?
Non potremmo assistere ad una umanità teleguidata in toto da un superpotere dell’IA tramite lo strumento della manipolazione mediatica?
Se l’IA è in grado di conoscere tutto di noi stessi (dati personali, preferenze di ogni tipo, capacità di spesa, simpatie politiche…) cosa potrebbe impedirle di usare queste informazioni per dirigere la nostra vita in una direzione e verso obiettivi propri dei pochi che riescono a governare l’IA? Non abbiamo già avuto esempi di come la manipolazione mediatica riesca ad influenzare scelte elettorali (gli esempi abbondano) o scelte collettive di consumo (addirittura diversificando i prezzi sulla base della capacità individuale di spesa e della propensione al consumo)?
L’IA non potrebbe essere lo strumento per attuare, da parte di pochi, una dittatura informatica tramite la manipolazione mediatica?
Ritenete che si tratti di domande puramente teoriche, di astruserie di persone che si divertono con elucubrazioni mentali?
Forse chi avrà voglia di leggere i testi citati nella piccola bibliografia indicata alla fine di queste considerazioni, potrebbe avere l’opportunità di condividere questo timore.

Come imporre una dittatura informatica?

Quale potrebbe essere una strategia per creare questa situazione nella quale, attraverso un uso spregiudicato (ma mirato…) della IA si possa pervenire ad influenzare pesantemente il comportamento di milioni di persone?
Come pervenire a instaurare quella che più sopra abbiamo definito una “dittatura informatica”?

La strategia probabilmente si dovrebbe strutturare attraverso tre precise serie di azioni.

1.     In primo luogo la raccolta di dati.
Occorre che vengano reperiti, tracciati e quindi raccolti (al fine di poterli elaborare) i dati personali del maggior numero possibile di persone, generalità individuali (data di nascita, residenza, stato civile, situazione familiare), preferenze di consumo, disponibilità finanziarie, simpatie politiche, tipo e qualità delle amicizie…
Si giungono così a creare innumerevoli (miliardi?) di profili individuali e a catalogare e classificare tali profili in blocchi che comprendano profili con caratteristiche abbastanza omogenee fra di loro.

2.     In secondo luogo la costruzione e diffusione di quelle che semplicisticamente vengono definite “fake news”.
In realtà non si tratta di costruire e diffondere notizie interamente false, bensì anche notizie parzialmente false oppure di bloccare la diffusione di notizie vere ma che potrebbero far aprire gli occhi su precedenti o contemporanee informazioni false.
E’ una vera e propria azione di falsificazione delle realtà trasmessa con una carica psicologica tale da restare impressa, più che nella parte cerebrale, in quella emotiva, nella cosiddetta “pancia” delle persone[1].

3.     In terzo luogo la creazione di nuovi paradigmi, ovvero nuovi schemi di riferimento mentali.
Tutti noi usiamo questi schemi, ovvero facciamo (in maniera pressoché automatica) una ricerca veloce nella nostra memoria per ricordare come ci siamo comportati in un certo frangente similare e tendiamo a ripetere quel comportamento, particolarmente se quel tipo di comportamento ci ha permesso di conseguire risultati positivi (ci diciamo internamente “ha funzionato bene”
Ogni volta in più che implementiamo quello stesso comportamento tendiamo, con questa continua ripetizione, a consolidare un preciso schema di riferimento.
Può però capitare che quel certo comportamento, che più volte ha funzionato in maniera ottima, dimostri la sua inattitudine a “funzionare” in una situazione che ci pareva uguale ad altre verificatesi in precedenza e che invece era solo apparentemente uguale ma, in effetti alquanto diversa.
E’ quello che accade allorché un paradigma, uno schema di riferimento mentale, si trasforma in una “distorsione cognitiva”, ovvero pensiamo di conoscere una determinata situazione, mentre in effetti la situazione è diversa.
Sulla base delle informazioni in nostro possesso “leggiamo” una situazione in un determinato modo e applichiamo a quella situazione uno schema di riferimento che, nelle volte precedenti, ha funzionato benissimo sfruttando al meglio a nostro favore le potenzialità offerta da quel particolare contesto.
Che accade però se le informazioni che abbiamo raccolto non sono vere o, peggio, sono state falsificate da altri proprio per modificare il nostro comportamento? Accade che il nostro comportamento, implementato in base una visione distorta della realtà, risulta inadeguato agli scopi prefissi.

Ricapitolando i punti precedenti, possiamo dedurre che una “entità” (politica o economica), che sia pienamente a conoscenza delle nostre caratteristiche personali (peculiarità fisiche, dati logistici, familiari e finanziari, preferenze di gusti, opinioni culturali e politiche…) può, inviandoci false informazioni, attivare in noi determinate distorsioni cognitive e condizionare pesantemente il nostro comportamento senza che noi ne siamo consapevoli.
Ma può una “entità” essere in grado di fare questo a livello mondiale, può raccogliere i dati di miliardi di persone, elaborarli creando profili sia personali che diversificati per tipologia di persone, può mirare e veicolare le informazioni false in maniera da differenziare le stesse in funzione delle diverse persone e delle diverse tipologie, può praticamente orientare il comportamento del mondo intero?
Non so se già questo sia possibile ma certamente lo sviluppo della IA lo renderà possibile. Sarà invero possibile imporre una “dittatura informatica” a livello globale attraverso la manipolazione mediatica delle menti delle persone.

Come difenderci?

Come difenderci, a livello individuale, dal rischio che la nostra mente possa essere mediaticamente manipolata e, di conseguenza, il nostro comportamento, essere condizionato e indirizzato verso fini prescelti da altri?
Quando ero poco più che ventenne e avevo in animo di fare la mia tesi di laurea sui valori della democrazia, mi capitò di leggere “I fondamenti della democrazia” di Hans Kelsen[2].
Kelsen, giurista e sociologo di rilievo mondiale, appartenente alla Scuola di Vienna, sostiene, in questo libro, che il fondamento della democrazia (o, per meglio chiamarla, della liberaldemocrazia) è la cultura del “dubbio”.
Se non ho dubbi, argomentava Kelsen, se penso di avere ragione, di possedere pertanto la “verità” su un determinato argomento, se penso, di conseguenza, che la mia verità non possa che essere sinonimo di bene sia per me che per gli altri (altrimenti non sarebbe “verità”…), quali remore dovrei avere non solo a proporla, ma addirittura ad imporla agli altri... per il loro bene?
A rifletterci, è questo il principio implicito nella dottrina della maggior parte delle religioni a sostegno della loro attività missionaria. Convertire diventa sinonimo di imporre all’altro l’adesione ad una certa fede perché in tal modo realizzerà il suo bene.
Secondo Kelsen solo se mi pongo in un atteggiamento di dubbio, sono capace di presentare la mia opinione all’altro, di ascoltare serenamente la sua e, in uno spirito di ascolto reciproco ( di “dialogo”…), camminare insieme verso la ricerca della verità.
Nel corso della mia vita talvolta ho avuto la forza (perché non è facile…) di assumere questa cultura del dubbio e mi sono chiesto, in certe situazioni in cui avevo espresso una opinione o adottato un comportamento che altre volte era stato giusto; “se invece avessi torto?”, “se quello che dice il mio interlocutore fosse vero?”, “non è che sto insistendo a seguire la mia idea per ostinazione o, peggio, per pigrizia?”.
Ebbene, quando ho avuto questa forza sovente mi è capitato di cambiare la mia opinione, di accettare in tutto o, più spesso, parzialmente, quella del mio interlocutore.
Avere questa cultura del dubbio può essere il primo passo per l’acquisizione di una maggiore libertà di giudizio rispetto alle informazioni che cerchiamo e troviamo autonomamente o che ci piovono addosso da altri.
Ma vivere con questa cultura del dubbio non deve sfociare nell’abbracciare uno scetticismo estremo, bensì nell’evitare di accettare acriticamente informazioni infondate e, invece, nel diventare capaci di valutarle e di discernere, nel mare di informazioni nel quale nuotiamo, quelle vere e utili da quelle false o inutili.
Una volta acquisita una sana cultura del dubbio, il passo successivo per combattere le distorsioni cognitive consiste nel saper ragionare correttamente e soprattutto nel confrontarsi costantemente con altri.
Leggere molto, leggere, con mente aperta, sia testi in linea con le nostre opinioni che testi discordanti e riportanti opinioni diverse, leggere attentamente notando come le persone articolano e motivano i loro ragionamenti, leggere acquisendo un ampio bagaglio informativo, permette di ampliare non solo le nostre informazioni ma soprattutto la nostra capacità di ragionare ed esprimere giudizi corretti.[3]
Ma non è ancora sufficiente.
Un altro e ultimo passo deve essere quello di confrontare le nostre opinioni, i nostri giudizi con quelli di persone che stimiamo (e che magari hanno opinioni e giudizi diversi) in un dialogo in cui la serenità, la sincerità, la assertività e, soprattutto, la voglia di ascoltarsi reciprocamente rappresentino caratteristiche comuni.
Coltivare sempre il dubbio, leggere (o vedere…) acquisendo il maggior numero possibile di informazioni, classificare, collegare e articolare queste ultime sulla base di ragionamenti corretti, mettere alla prova le nostre conclusioni in confronto e dialogo con amici che partono da conclusioni diverse, tutto ciò dovrebbe permettere di raggiungere un certo livello di capacità mentale e intellettiva sufficiente per riconoscere una gran parte delle informazioni false e fuorvianti e per limitare l’influenza della nostre distorsioni cognitive.
Ultima virtù da coltivare è l’umiltà, ovvero la capacità di essere consapevole che, nonostante tutti i tentativi che possiamo mettere in atto, la nostra imperfezione innata di essere umani non ci consentirà mai di essere sicuri di essere completamente liberi da potenziali manipolazioni (di qualsiasi tipo esse siano).

Roma 04/03/2022                                                                              Giuseppe Sbardella

 

Di seguito una breve bibliografia sulla intelligenza artificiale (IA)

1.     M. Tegmark “Vita 3.0”, Raffaele Cortina editore 2018

2.     L Floridi, F. Cabitza, “Intelligenza Artificiale”, Bompiani 2021

3.     L. Floridi “Il verde e il blu”, Raffaele Cortina editore 2020

S. Quintarelli “Capitalismo immateriale”, Bollati Boringhieri 2019




[1] E’ assodato che le emozioni negative (dolore, rabbia, antipatia…) hanno un carica tre volte superiore alle emozioni positive. Pertanto non per caso spesso le fake news sono mirate a suscitare emozioni negative.

[2] Hans Kelsen “I fondamenti della democrazia” edizioni Il Mulino 1966

[3] Quando scrivo “leggere” in effetti metto in evidenza una mia distorsione cognitiva. Per persone più giovani lo stesso effetto si può raggiungere, più che leggendo testi, “vedendo” video ferme restando le altre condizioni già esposte nel caso di lettura.