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giovedì 30 settembre 2021

Farò qui tre capanne...



Dal Vangelo di Matteo (17,1-9):
1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

L’episodio della Trasfigurazione è uno dei più importanti del Vangelo e uno dei più significativi per la storia personale di tutti noi.
Gesù apre uno squarcio in quella che è la realtà quotidiana (famiglia, lavoro, amicizie…) e ci offre un’anteprima del futuro che può aspettarci, una anteprima del suo Corpo dopo la Resurrezione, una anteprima di una immensa luce che quasi ci abbaglia.

Ci sono “momenti di luce” che attraversano la vita di tutti noi.
Per i credenti sono esperienze spirituali che permettono loro un accesso più diretto a Dio.
Per i non credenti sono esperienze, di carattere mistico seppure non religioso, che li avvertono di un loro maggiore avvicinamento a quello che un agnostico laico come Norberto Bobbio chiamava il “mistero” che circonda l’universo.

Sono comunque momenti meravigliosi che tutti quelli che li passano vorrebbero che non finissero mai.
In questo senso sono quanto mai significative le parole di Pietro “«Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Che c’è di più bello che essere e permanere vicini all’origine e al fine (non alla fine…) della vita!
Mi vengono in mente i momenti di luce che anche io ho passato. Uno in particolare mi si aprì nel 1999, durante il mio 5^ pellegrinaggio in Terrasanta, proprio sul Monte Tabor laddove, secondo la tradizione, avvenne la Trasfigurazione di Gesù. Una esperienza meravigliosa che tutti noi, comunità di amici vivemmo insieme.

La voce di Gesù sveglia i discepoli (e sveglia noi…) dal sogno ad occhi aperti (“Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi…»”) e ci invita a scendere dal monte, a ricordare l’esperienza vissuta e ributtarci nelle realtà di tutti i giorni.
E’ un invito rivolto a tutte le persone, a prescindere dalla loro convinzioni religiose.
Sia per i credenti che per i non credenti si tratta di fare tesoro di quei momenti di luminosa esperienza passata e di trasformare (trasfigurare?) le realtà quotidiane alla luce di quanto si è vissuto o compreso / percepito in quei momenti.  

Possiamo però tutti testimoniare che quell’entusiasmo, quella determinazione, nella dura lotta della vita di tutti i giorni, nel confronto con gli, altri, nelle delusioni, nelle offese arrecate e ricevute, nell’ingiustizia diffusa, durano poco.
Ci ritroviamo ben presto ad arrancare, ad avanzare a fatica se non ad arretrare e ci chiediamo come fare per ritrovare a vivere l’esperienza luminosa trascorsa.

Per quanto mi riguarda, da aspirante credente non posso dare una risposta precisa ed esatta, solo riavvolgere la memoria e provare a ricordare qualche aspetto da annotare.

·      Particolarmente importante per me è la Lectio divina quotidiana mattutina, fondata sulla preghiera mirata e sull’ascolto metodico di come Gesù mi parla attraverso la Bibbia.
Per preghiera mirata intendo un colloquio con Dio-Trinità, con Maria e con i Santi che inizia con la lode e il ringraziamento per quanto già ricevuto e prosegue con orazioni di richiesta con specifiche intenzioni e per specifiche persone.
Poi passo a leggere un passo della Bibbia, generalmente tratto dal Nuovo Testamento, leggo due o tre volte in atteggiamento prima attivo per capire e poi passivo peri ascoltare ciò che il Signore mi sta dicendo. Può essere molto utile in questa fase farsi aiutare dalla lettura di qualche riflessione autorevole sullo stesso testo (penso a quanto mi hanno aiutato le riflessioni di, ad esempio, C. M. Martini, E. Bianchi, U. Vanni, S. Fausti…).

·      Un’altra cosa dalle quale traggo giovamento consiste nella visita di qualche luogo che, per me, riveste un particolare rilievo (la Cappella del Crocifisso nella Chiesa del Gesù a Roma, la Porziuncola ad Assisi, la Cappella del S.S. Sacramento a S. Maria Maggiore a Roma, la Chiesa della Fraternità di S. Lorenzo a Pomaio vicino Arezzo).

·      Importante anche l’attenzione e la concentrazione nella S. Messa domenicale, particolarmente durante l’Eucarestia, vissuta come il momento nel quale Gesù mi lava i piedi, ovvero mi purifica per farmi ripartire…

·      Come non ricorrere poi a ricordare e a cercare di rivivere le esperienze passate, le nostre “Trasfigurazioni” personali? La mia prima Mariapoli, le visite a Nazareth durante i miei viaggi in Terrasanta, l’esplosione di gioia che ebbi al S. Sepolcro quando mi resi conto che lì Gesù non era tanto morto quanto, soprattutto risorto (il bene vince sempre sul male)…

Sono aspetti che mi aiutano a mantenere (o meglio, a non far declinare troppo…) la tensione spirituale acquistata e maturata durante il “momento di luce”. Quest’ultimo invece non si può ottenerlo a richiesta come fosse un diritto.
La Trasfigurazione è un momento di Grazia, ovvero un dono gratuito di Dio che viene quando meno te lo aspetti, può solo essere frutto di una paziente speranza e di una indefessa fede.

Questi raccontati qui sopra sono strumenti che possono essere suggeriti a chi è già credente o cerca di percorrere un cammino di fede,sono il mio modo personale di ripetere quanto detto da Pietro “Signore, farò qui tre capanne…”

Non mi permetto di suggerire nulla a chi, da non credente, ha avuto gli stessi momenti di luce al cospetto del Mistero e che cerca di riottenerli per sostenere il suo cammino di persona umana nel suo sforzo di miglioramento di se stesso e delle realtà sociali che lo circondano.

Sarebbe veramente bello, almeno per me conoscere una esperienza simile da parte di un non credente.

Roma 30/09/2021                                                                          Giuseppe Sbardella

lunedì 27 settembre 2021

E se sono ricco?


 

Riflessioni bibliche sulla ricchezza


Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.” (Matteo 5,3-1)

“a voi ora, o ricchi! Piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze sono marcite e le vostre vesti sono tarlate. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti. Sulla terra siete vissuti sfarzosamente e nelle baldorie sfrenate; avete impinguato i vostri cuori in tempo di strage”. (Giacomo 5,1-5)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. (Matteo 6, 19-21)

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».  Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?»  Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio». (Marco 10, 17-31)

Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona» (Luca 16,13)

Venne Giuseppe d'Arimatea, illustre membro del Consiglio, il quale aspettava anch'egli il regno di Dio; e, fattosi coraggio, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù. (Marco 15,43)

In un precedente testo ( https://giuseppesbardella.blogspot.com/2021/09/noi-e-gli-ultimi.html ) ho messo in rilievo come, a mio parere, la “scelta preferenziale verso i poveri” operata dalla Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II debba essere intesa nel senso che il Cristiano debba vedere la realtà sociale con gli occhi e con la mente del povero, avere la loro stessa visione del mondo e, di conseguenza, desiderare e costruire la società che il povero sogna.

Che pensare allora della ricchezza?
Gesù dichiara beati i poveri (Matteo 5,3-1) e il termine beati secondo alcuni può essere tradotto con “il Signore è vicino a…”, sia nel Vecchio Testamento (si legga, ad esempio il profeta Amos) sia nel Nuovo Testamento non mancano (tutt’altro!) i testi che condannano la ricchezza (Lettera di Giacono 5,1-5, Vangelo di Marco 10,17-31, Vangelo di Luca 16,13, solo per citarne alcuni riportati all’inizio di questa riflessione.

Sembra quasi che un ricco sia impossibilitato a raggiungere la pienezza del suo essere uomo secondo il disegno di Dio su di lui (in questo senso si può interpretare il termine “salvezza”), pare che debba essere oggetto ineluttabilmente di una condanna irrevocabile. Che il suo destino sia segnato…

Eppure..

Eppure è lo stesso Gesù che, rispondendo ai discepoli, un po’ angosciati al pensiero che nessun ricco possa salvarsi (forse qualcuno di loro si sente ricco…), afferma “ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio”.
Eppure gli stessi Vangeli ci parlano di alcune persone, amici o discepoli di Gesù, che non possono essere annoverati fra i poveri, gli ultimi; Maria, Marta e Lazzaro, amici di Gesù hanno una casa, una tomba, non possono essere considerati poveri, Giuseppe d’Arimatea, seguace di Gesù e che gli donò la sua tomba, è definito “illustre membro del Consiglio” non sicuramente un ebreo qualunque! E sicuramente non era povero Nicodemo, altro membro del Consiglio... seguace di Gesù di nascosto!

E allora, quali sono le modalità con le quali un ricco può raggiungere la pienezza del disegno di Dio su di lui, come può diventare seguace, amico, di Gesù?

Innanzitutto il Vangelo ci mostra come Gesù preferisca andare verso gli ultimi, allietare le loro sofferenze, mostrare loro la sua predilezione…. Ma non sbatte la porta in faccia ai ricchi, cammina anche verso di loro chiedendo che diventino poveri in spirito.

Epulone (leggi Luca 16-19,31) è la figura ideale, classica, del ricco che non condivide, vuol tenere tutto per sé, accumula (leggi Matteo 6,19-21) beni su beni.

Questo termine “accumulare” ripetuto sia nel brano anzidetto di Matteo sia nella lettera di Giacomo riportata all’inizio (“Avete accumulato tesori…”) può essere oggetto di riflessione.

Accumulare vuol dire avere dentro di sé il tarlo della incertezza e della insicurezza verso il futuro, volere sempre più cose (beni materiali, cultura, intelligenza, potere, successo, fama..) confidare che la sicurezza e la salvezza si avvicinino (senza però farsi mai raggiungere) nella misura in cui si possieda di più.
Colui che accumula ha il suo “tesoro”, il suo “cuore” nella ricchezza, non ha spazio per altro, tantomeno per Gesù a meno che non lo si “cosizzi” lo si separi dalla sua Paola, lo si faccia oggetto di devozioni e di riti impetratori.

Dal messaggio di Gesù sembra evincersi che la sua condanna non è verso i ricchi, ma verso i ricchi che pensano ad accumulare sempre di più.
E’ giusto avere quanto necessario per una vita dignitosa per sé e per i propri cari, è giusto avere risorse per sviluppare la propria azienda, dare lavoro e una giusta remunerazione, conseguire un equo profitto.
Ma il ricco che è “povero in spirito” è colui che non è roso dal tarlo della accumulazione, è capace di condividere con chi ha meno, sa donare con serenità il “superfluo” ben comprendendo che  questo termine non significa dare ciò che avanza quando si sono soddisfatti tutti i propri bisogni e quelli dei propri cari. Il superfluo dipende anche dal livello di vita dei poveri che ci sono vicini. Non possiamo soddisfare altri bisogni che non siano essenziali se chi ci è vicino manca dell’essenziale per vivere.
Certo si tratta di usare il giusto discernimento.
Non si può, ad esempio, far fallire un’azienda e far perdere ai nostri dipendenti il posto di lavoro per condividere i nostri beni con chi è povero, sarebbe preferibile forse coinvolgere anche i dipendenti per uno sforzo comune verso una certa condivisione.

E’ ricco, ma povero di spirito che è capace di condividere, chi ha il coraggio per rinunciare alle sirene del consumismo e condurre una vita all’insegna della sobrietà, della solidarietà, del rispetto verso l’ambiente naturale.

 

Roma 27/09/2021

Giuseppe Sbardella


mercoledì 22 settembre 2021

Noi e gli ultimi

 



Giorni fa ho scritto questa frase sul mio profilo Facebook:

Più che a schierarci dalla parte degli ultimi, Gesù ci invita a guardare il mondo con gli occhi degli ultimi”.

Questa espressione condensa la parte finale di un percorso che è durato, lungo la mia esistenza, fino ad ora.
Con l’aiuto di biblisti e teologi vicini alla Compagnia di Gesù (n particolare i compianti U. Vanni e S. Fausti) e il Movimento dei Focolari (in particolare P. Coda e G. Rossé) ho approfondito cosa volesse significare quella “scelta preferenziale dei poveri” che accompagna la Chiesa cattolica dai tempi del Concilio Vaticano II.

Gesù parla continuamente dei poveri, degli ultimi, per usare un termine più attuale.
“Beati i poveri”, “I poveri li avrete sempre con voi”, “gli ultimi saranno i primi, i primi saranno ultimi”, “qualunque cosa avete fatto a questi ultimi fra voi, l’avete fatto a Me”…. e così via.
Le frasi appena scritte sono state citate a memoria, non c’è bisogno di cercare con inquiry  apposite sul web le frasi nelle quali nei Vangeli viene citato il termine “povero”, ultimo”, “piccolo”, perché i Vangeli ne sono pieni, è il motivo ricorrente del gioioso annuncio.

Gesù non si è limitato a parlare, si è anche comportato costantemente da ultimo.
Tanto per fare esempi, ha iniziato il suo cammino mettendosi in fila per ricevere il battesimo di Giovanni, non ha mai voluto essere chiamato Rabbi (Maestro), non ha posseduto soldi se non quelli necessari per vivere (provenienti da una comunione dei beni), è entrato a Gerusalemme, non come re su carro trainato da un cavallo bianco, ma come una persona normale in dorso ad una asina, ha amato e dato peso ai bambini e alle donne (stimati irrilevanti all’epoca)…
Tutto il suo comportamento è stato da ultimo ed ha avuto il suo culmine nella crocifissione, la morte più ignobile, da ultimo fra gli ultimi.

Come interpretare questo suo pensiero insistente sugli ultimi?

Alcuni, partendo dalla sua frase “i poveri li avrete sempre tra voi” (Mc 14,7) ritengono che non bisogna affannarsi in soluzioni durature e strutturali (tanto il problema è irrisolvibile…), occorre fare del bene a loro, un panino, l’elemosina, un pranzo occasionale… (magari a Natale!), senza illudersi e illuderli troppo.
Con tutta franchezza mi sembra che queste persone siano fuori strada. Dal complesso delle parole e del comportamento di Gesù risulta non tanto che lui inviti a spendere qualcosa per i poveri, ma piuttosto che lui inviti a spendersi per i poveri.

Altri pensano che l’atteggiamento di Gesù sia quello di schierarsi dalla parte dei poveri.
Questa riflessione mi piace di più, la condivido, ma non con il retro-pensiero (che talvolta è presente) che Gesù sia dalla parte dei poveri contro la parte dei ricchi.
Gesù ha avuto amici e seguaci anche tra i ricchi, Lazzaro non era certamente un povero, neppure Giuseppe d’Arimatea lo era.
E’ vero che ha detto “è più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno dei cieli” ma, agli apostoli che ne deducevano l’impossibilità della salvezza per i ricchi, ha risposto “ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio”.
L’uomo non deve mettere la ricchezza al centro della sua vita, ma entrerà nel Regno se userà la ricchezza secondo i disegni di Dio.

E allora come interpretare correttamente la opzione preferenziale verso i poveri espressa da Gesù?
A mio avviso c’è una strada…

Ognuno di noi ha vissuto la propria esistenza in dei contesti familiari (uno o più…), ha frequentato determinati ambienti lavorativi e sociali, ha stretto determinate amicizie, ha assorbito certe spinte culturali,…, si è conformato ad un certo stile di vita, si è creato a poco a poco una propria visione del mondo, (scala dei valori ai quali ispirarsi, modalità di azione da usare, tipi di persone con cui entrare in contatto, beni da preferire rispetto ad altri…).
La nostra visione del mondo orienta i nostri comportamenti, il nostro rapportarsi con le persone e con le cose
Rientra in tale visione del mondo il nostro modo di come desiderare che sia strutturata la società.
Così chi ama la cultura vorrebbe dei luoghi dove fosse possibile vedere in mostra opere d’arte, ascoltare conferenze, vorrebbe scuole dove gli studenti socializzassero tra di loro ma anche imparassero quelle materia che li mettessero in grado di capire e seguire  il senso della loro vita.
Chi ama il divertimento vorrebbe dei luoghi dove potersi divertire in maniera sana (o, se del caso, sregolata), cinema, discoteche, pub, sale da ballo.
Chi ama lo sport vorrebbe che fosse incrementato il numero e innalzata la qualità degli impianti sportivi (senza trascurare quelli meno popolari)
E così via…

E allora che ne pensate se interpretiamo l’invito di Gesù a compiere una scelta preferenziale degli ultimi come l’invito a iniziare a guardare il mondo, la società, con gli occhi dei poveri, ad acquisire la loro visione del mondo, a chiedersi come loro vorrebbero che fosse strutturata la società e a darci da fare per costruirla a misura loro?
Allora forse ci accorgeremmo che non basta (anche se talvolta è necessario…) dare un panino, fare una elemosina, emettere un ordine di un cospicuo bonifico ad una Onlus, offrire un occasionale pasto o un letto.
Forse ci accorgeremmo che occorre mettere in atto quella che Papa Francesco chiama “carità politica” ovvero una tensione di amore che si esprime nell’edificare “strutture di bene”, ovvero correnti di pensiero, organizzazioni stabili, luoghi, edifici, scuole che promuovano e diffondano una cultura della sobrietà e della solidarietà,
Chissà che non sia una società forgiata da una tale cultura che sognano gli ultimi?

A proposito, la foto inserita all’inizio è ovviamente provocatoria…

P.S.: Mi accorgo ora che non ho affrontato il problema di definire gli ultimi. Forse lo farò in un’altra occasione, ma penso che, se ci guardiamo dentro la coscienza, riusciamo subito a capire chi sono i veri ultimi.

22/09/2021

Giuseppe Sbardella

venerdì 17 settembre 2021

La via di Gesù

 


Mi è sempre rimasta impressa la riflessione che sviluppò il caro amico biblista Padre Ugo Vanni sul percorso seguito da Gesù Cristo per l’annuncio della Buona Notizia, l’avvento del Regno di Dio e la necessità, per potervi accedere, di una conversione del nostro cuore.

Cercherò di ripercorrere quella riflessione, integrandola con delle mie povere considerazioni.

Innanzitutto due premesse.
La prima riguarda il fatto che, in funzione della sua doppia natura divina e umana, Gesù era sì figlio di Dio ma era anche pienamente uomo, con tutti i pesi, i dubbi, le incertezze che gli derivavano dalla sua natura umana  e che doveva di volta in volta sciogliere, decidendo che cosa fare.
La seconda riguarda il fatto che la strada per scioglierli non potesse essere altro che la ricerca faticosa, e soggetta a possibili errori di valutazione, della volontà del Padre, attraverso il dialogo fiducioso, nella preghiera, nella meditazione, nel discernimento personale seguendo la coscienza.

Gesù inizia il suo percorso di annunciatore del Vangelo con i suoi grandi discorsi (chi non ha mai letto almeno una volta il “discorso della montagna?), insiemi articolati di indicazioni chiare e concrete per vivere la volontà di Dio ed entrare nel Suo Regno.
Si accorge ben presto però che questi discorsi rimangono sulla superficie di chi lo ascoltava, non penetravano nel cuore di chi, pieno di distorsioni cognitive, si aspettava come Messia un re guerriero in grado di cacciare i romani e ripristinare il regno di Israele.
Forse i suoi ascoltatori rigettavano inconsciamente oppure non erano in grado di elaborare e di fare proprie delle indicazioni, (comunicate a loro e pertanto a loro solo esterne), tanto in contrasto con quella che era la mentalità corrente?

Gesù allora comincia a raccontare delle parabole, piccoli racconti di vita quotidiana che, se fatti propri e successivamente elaborati  personalmente da coloro che li ascoltavano, erano in grado di far sorgere direttamente nel loro cuore quelle indicazioni già trasmesse nei grandi discorsi e non accolte.
Si tratta di chiedere ai suoi ascoltatori una sorta di mediazione culturale fra la realtà del messaggio divino e la realtà della vita umana concreta.
Anche con questa modalità Gesù non riesca a fare breccia nel cuore e nella mente di chi lo ascolta.

Allora passa ad una modalità più concreta.
Attraverso i miracoli, segni del suo essere figlio di Dio, attraverso la sua vita di tutti i giorni, l’attenzione preferenziale agli ultimi (i malati, i poveri, le vedove, gli accecati dalla ricchezza) cerca di mostrare con chiarezza la sua statura di pastore mite e umile di cuore, non di re guerriero e superbo.
La salvezza, la liberazione che Lui annuncia non passa attraverso la forza e la violenza ma attraverso la debolezza e la misericordia.

Nonostante tutti questi suoi tentativi, anche quello estremo di annunciare la sua morte e la sua resurrezione, nonostante l’ingresso in Gerusalemme sul dorso di un’asina (invece che su un cavallo bianco o su un carro trionfale), i suoi ascoltatori (anche i suoi discepoli che lo seguivano da anni) non capiscono e dubitano (qualcuno dubiterà anche dopo la Resurrezione…!).

Nella mente di Gesù, nel suo dialogo continuo con il Padre, si fa strada quella che è la via giusta, non basta amare i suoi ascoltatori, facendo loro grandi annunci, raccontando parabole, mostrando la sua intima personalità, deve donare la vita come massimo gesto di amore per loro.
A mio parere il dramma patito da Gesù nel Getsemani è proprio questo, nel rendersi conto che la liberazione dell’umanità dal peccato, la salvezza, la capacità, per ogni uomo, di entrare in una dimensione divina, passano attraverso l’accettazione piena della volontà di Dio, nel donare la vita per amore di tutti gli uomini (nessuno escluso, neppure chi lo ha tradito).
Finora Gesù è stato attivo, ha parlato, ha annunciato, ha fatto miracoli, ora ha capito che deve essere passivo e che attraverso questa passività (“Passione”…) si attua la volontà di Dio.
Gesù dona la vita per amore, senza sapere nel momento prima della morte, che risorgerà (altrimenti perché griderebbe “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”), muore nell’incertezza ma anche con un atteggiamento di fede (altrimenti perché direbbe “tutto è compiuto” e “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”?).
Sulla Croce Gesù appare realmente come uomo che dubita (natura umana) ma che si affida alla fede (natura divina).

Cosa dice a me, a noi, questa ricostruzione della missione di Gesù?
Ci dice forse che i grandi discorsi, le accurate meditazione servono a poco perché difficilmente infrangono la durezza del cuore e le distorsioni cognitive della mente?
Ci dice forse che spesso è inutile ricorrere alle mediazioni culturali per incapacità di essere elaborate o perché le loro logiche conseguenze sono deviate dalla nostra grande capacità di non accettare conseguenze pratiche che vanno contro le nostre abitudini?
Ci dice forse che anche un nostro comportamento concreto di sequela di Gesù si infrange contro le difficoltà anzidette?
Ci dice forse, infine, che l’unica via giusta è quella di donare, ogni giorno, ogni attimo, la nostra vita per amore, con pazienza, perseveranza, accettando gli errori e ricominciando sempre?
Alcuni aspettano sempre la Croce (talvolta incoscientemente la invocano), non si accorgono che occorrerebbe soltanto seguire la volontà di Dio di ogni giorno, con tanti dubbi, sapendo di passare attraverso il sacrificio, ma con la fiducia di arrivare alla Resurrezione.

 

Roma 17/09/2021                                                      Giuseppe Sbardella

lunedì 6 settembre 2021

Papa Francesco e il suo linguaggio "binario"

 


Il brano che segue è tratto dal videomessaggio di Papa Francesco in occasione della 109ma Conferenza internazionale del lavoro del 17 giugno 2021[1]:

“Oltre a una corretta comprensione del lavoro, uscire dalla crisi attuale in condizioni migliori richiederà lo sviluppo di una cultura della solidarietà, per contrastare la cultura dello scarto che è all’origine della disuguaglianza e che affligge il mondo.
Per raggiungere questo obiettivo, occorrerà valorizzare l’apporto di tutte quelle culture, come quella indigena, quella popolare, che spesso sono considerate marginali, ma che mantengono viva la pratica della solidarietà, che «esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici» 7.
Ogni popolo ha una sua cultura, e credo che sia il momento di liberarci definitivamente dell’eredità dell’illuminismo, che associava la parola cultura a un certo tipo di formazione intellettuale o di appartenenza sociale.
Ogni popolo ha la propria cultura e dobbiamo accettarla così com’è
.
«È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro [...]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari»

Si tratta di un video messaggio molto denso ricco di riflessioni attuali e di spunti molto stimolanti.

Quello che invece mi ha lasciato molto perplesso è la valutazione negativa sull’eredità dell’illuminismo e l’affermazione netta e decisa che “ogni popolo ha una propria cultura e dobbiamo accettarla così come è”.

Con riferimento alla riflessione di Francesco sull’illuminismo le mie perplessità sono ben compendiate nelle considerazioni che il Prof. Pietro Ichino ha esposto in un testo di suo commento al videomessaggio:
“Uno dei passaggi che può suscitare perplessità è l’auspicio che possiamo «liberarci definitivamente dell’eredità dell’illuminismo»: a più di due secoli di distanza dalle origini di quel movimento di pensiero, mi sembra che la Chiesa possa lasciarsi alle spalle polemiche e contrapposizioni anche durissime, che lo spirito evangelico impone di collocare nel loro contesto storico, e riconoscere i meriti dell’illuminismo nella civilizzazione del mondo, ad esempio le battaglie contro la tortura e la pena di morte, per l’affermazione dei diritti fondamentali della persona e in particolare della libertà di pensiero e della ricerca scientifica, per il perfezionamento dell’organizzazione dei poteri dello Stato”.

Altra (e forse più importante) perplessità riguarda lo stile (e anche il tono) con il quale Papa Francesco esprime il suo pensiero.

La frase “credo che sia giunto il momento di liberarci definitivamente dell’eredità dell’illuminismo” come anche la frase “ogni popolo ha una sua cultura e dobbiamo accettarla così come è” sono espressioni di un linguaggio fatto di asserzioni decise di una persona che ritiene di avere la verità e di poterla proclamare senza alcuna possibilità di errare.
Un tipo di linguaggio confermato da un altro passaggio dello stesso discorso “evitiamo le passate fissazioni sul profitto, l’isolazionismo e il nazionalismo, il consumismo cieco…” laddove peraltro il termine “fissazione” suona quanto meno offensivo per chi la pensa in maniera diversa.

Intendiamoci bene, il Papa, a mio parere, ha in gran parte ragione.

Sembra veramente che sia giunto il momento di coltivare e mettere al centro una cultura (e un’etica!) della solidarietà, cercando di comprendere quello che c’è di buono nelle culture diverse da quella illuministica e riconoscendo con franchezza alcuni limiti importanti di quest’ultima. Questo per senza peraltro dover accettare le altre culture così come sono, senza criticare elementi in esse presenti che conducono ad aperte violazioni della dignità umana.

Sembra veramente che sia giunto il momento di ripensare e rivedere alcune insistenze sul profitto, sull’isolazionismo, sul nazionalismo e il consumismo cieco alla luce dei nuovi problemi emersi in un mondo sempre più interconnesso e dai limiti originati dalla sostenibilità ambientale.

Ecco, ho riformulato sostanzialmente i due brani, prima riportati, del messaggio di Francesco usando un linguaggio chiaro ma aperto al confronto, un linguaggio di qualcuno che vuole non imporre il proprio pensiero ma, seppure forte delle proprie convinzioni, dialogare con chi la pensa in maniera diversa.

Usare locuzioni come “…che sia giunto il momento di liberarci definitivamente…” o “…dobbiamo accettarla cosi come è.”, oppure ancora usare termini come “fissazione”, è tipico di un linguaggio che anticamente si definiva manicheo (qui sta il bene, lì sta il male) e che ora potremmo definire, in termini matematici, “binario” !
Un linguaggio cioè che usa solo due termini, 0 o 1, ovvero, esemplificando, bianco o nero (eliminando i grigi), bene e male (eliminando il bene possibile e il male minore), verità o errore (eliminando ogni forma di dubbio) e così via..

Il linguaggio binario è perfettamente legittimo ma sarebbe bene sapere che, usandolo, si corre il rischio di esacerbare le differenze, di accendere conflitti, di dare spazio a possibili divisioni…

Mi fermo qui. Chi vuol fare ulteriori riflessioni in proposito?

 

Roma 6/09/2021



[1] I testi in grassetto sono reperibili sul numero 8-9 (agosto settembre 2021) della Rivista “Aggiornamenti sociali”

venerdì 2 luglio 2021

La realtà è superiore alle nostre elaborazioni culturali?


 

Mi ha sempre colpito questo brano della Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” pubblicata da Papa Francesco nel 2013 (nello stesso anno in cui fu eletto Papa), documento   che contiene le linee portanti del suo programma di pontificato.

La realtà è più importante dell’idea

Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza.

L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi.[185] Vi sono politici – e anche dirigenti religiosi – che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall’esterno una razionalità estranea alla gente.

La realtà è superiore all’idea. Questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica: «In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio» (1 Gv 4,2). Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo. Dall’altro lato, questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.[1]

Si tratta del terzo di “quattro princìpi relazionati a tensioni bipolari propri di ogni realtà sociale. Derivano dai grandi postulati della Dottrina sociale della Chiesa, i quali costituiscono il primo e fondamentale parametro di riferimento per l’interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali[2]. 
I quattro principi solo nell’ ordine:
1) il tempo è superiore allo spazio;
2) l’unità prevale sul conflitto;
3) la realtà è più importante dell’idea;
4) il tutto è superiore alla parte.

Ritornando al terzo principio, la realtà è più importante della realtà, o è superiore alla realtà, come lo si può definire in maniera più semplice di quanto scritto nel brano succitato della Evangelii gaudium?
Forse si può rendere più accessibile il significato dicendo che l’idea (ovvero le elaborazioni concettuali) non deve sovrapporsi alla realtà.
E’ da quest’ultima, pura e semplice nella sua oggettività che bisogna partire. Se si parte invece dalle elaborazioni concettuali al fine di cogliere, comprendere, dirigere la realtà, si rischia di girare a vuoto, di non farsi capire dalle persone, di dare il primato ai paradigmi mentali, agli schemi di riferimento, alle possibili distorsioni cognitive, perdendo di vista e addirittura correndo il rischio di occultare la realtà.
E’ necessario, sottolinea Francesco, partire dalle realtà sociali, nella loro visibile oggettività e solo dopo passare alle elaborazioni concettuali (comprenderle, catalogarle, ipotizzare soluzioni se si tratta di realtà problematiche).
E’ un po’ una riedizione di quello che scriveva un grande gesuita, Bartolomeo Sorge[3], alla fine dello scorso secolo.
Occorreva lasciare, a suo parere, nello studio dei fenomeni sociali, il metodo deduttivo, ovvero partire dalla dottrina, dalla ideologia, per arrivare a comprendere e a riformare in meglio la realtà.
Era invece necessario introdurre il metodo induttivo ovvero partire dalla realtà sociale oggettiva e valutarla alla luce delle elaborazioni concettuali esistenti, tenendo presente però che, qualora queste elaborazioni concettuali risultassero insufficienti, si doveva procedere a modificare queste ultime, non ad inventarsi una falsa realtà sociale inesistente per poterla inserire nei nostri schemi ideologici di riferimento. In altre, e più semplici, parole, occorrerebbe cambiare occhiali non continuare a guardare, in maniera confusa, una realtà invece ben netta.

Non si può non notare come questo filone culturale innovativo della Chiesa cattolica si sposi perfettamente con quel fenomeno, iniziato nella parte centrale e finale del secolo scorso, e continuato in quello attuale, della crisi delle grandi ideologie onnicomprensive e dell’avvento di un pensiero impregnato di quello che sarebbe forse possibile definire “pragmatismo utilitaristico”, ovvero un tipo di comportamento fondato sull’agire in funzione di un determinato utile, individuale o collettivo che sia (viene in mente, a titolo esemplificativo, la frase di Mao Tse Tung “non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che sia bravo a prendere i topi”).
Come non rileggere alla luce di questo filone culturale anche il sempre più evidente predominio del culturally correct che invoca il prevalere del “saper fare” sul “sapere”, il primato del pensiero scientifico su ogni altra forma di pensiero, della scienza e della tecnica sull’etica del dubbio, del decisionismo sulla ricerca di una equilibrata mediazione?
La realtà deve guidare il pensiero e la decisione, questo è il motto di gran parte di quello che è stato definito (a torto?) il “pensiero debole”.[4]
Viene quasi naturale chiedersi: ci sono confini precisi tra pragmatismo utilitaristico, pensiero debole e, infine, il relativismo etico?[5]

Sto esagerando?
Sembra tutto così semplice, nella tensione fra realtà (fenomeni sociali) e idea (elaborazioni concettuali) il termine più importante e superiore è la realtà.
Quindi nessun problema?

Forse sarebbe opportuno innanzitutto chiedersi se veramente sia possibile cogliere e comprendere appieno le realtà (in particolare quelle sociali) in maniera piena, esaustiva e nella completa autonomia dal soggetto o dai soggetti che appunto vogliono coglierle e comprenderle.
Senza scomodare (per ora) il lungo percorso del pensiero umano che ha approfondito questo problema dal tempo dei filosofi presocratici fino ad oggi, possiamo subito domandarci se le fake news dal cui bombardamento siamo circondati non giungano, se non ad eliminare, perlomeno ad attenuare grandemente la nostra capacità di cogliere e intendere correttamente il reale e il suo significato.
L’ Intelligenza Artificiale ha di molto aumentato questa possibilità, per pochi soggetti, di manipolare la mente umana distorcendo, nella migliore della ipotesi, la sua visuale, eliminandola completamente e sostituendone con un’altra, nella peggiore.
Più aumenta il flusso di notizie, abilmente manipolate, che ci cadono sopra tutti i giorni, più difficile diventa per noi poter affermare con certezza di conoscere le realtà e i processi sociali che ci circondano.
Chi può dire di essere in grado di conoscere perfettamente la sempre più complessa realtà dei problemi del mondo attuale e di acquisire di conseguenza la capacità di poter assumere decisioni consapevoli e mature?
Noi tutti siamo immersi in quella che L. Floridi chiama “infosfera” un mondo di infiniti incroci di connessioni informative che nessun essere umano è in grado di dominare perfettamente.[6]

Queste fake news, queste manipolazioni volute vanno ad aggiungersi alle “distorsioni cognitive” (altrimenti chiamati anche tunnel cognitivi, percezioni selettive, paradigmi mentali) connaturali all’uomo dell’inizio della presenza dell’homo sapiens nel mondo.
Che cosa sono le distorsioni cognitive[7]?
Sulla base della nostra esperienza di vita e di conoscenza, noi tutti ci creiamo degli schemi mentali (definizioni, etichettature, sintesi ideologiche, modalità culturali ereditate…) che ci permettono di accelerare le nostre capacità di valutare i fatti che vediamo e le notizie che riceviamo senza ogni volta rischiare di ricominciare da capo il processo di valutazione.
A titolo di semplice esempio possiamo pensare alle etichette che incolliamo su certe persone (fascista, comunista, sempliciotto, emotivo…) e che, in teoria, ci facilitano il compito allorché dobbiamo relazionarci con una persona precedentemente etichettata in un determinato modo..
Purtroppo queste distorsioni cognitive inevitabili sono utili scorciatoie nei processi di valutazione e di decisione ma hanno il pesante difetto di farci vedere solo una parte della realtà, distorcendo o addirittura non permettendoci, invece, di vedere quella parte che non è conforme alle nostre convinzioni preconfezionate, ai nostri schemi di valutazione consolidati.

Non possiamo ancora non considerare che la nostra epoca è stata definita da un insigne sociologo, Z. Bauman, come l’epoca della “società liquida” volendo significare che la realtà è in un movimento così veloce ed accelerato che, nel momento in cui noi pensiamo di averla colta, è già mutata[8]. Come pensare in una società caratterizza dalla liquidità di poter fermare il processo di mutamento per poter fotografare la realtà.

Altra difficoltà che incontriamo nella nostra pretesa di conoscere la realtà nella sua essenza piena, oggettiva e assoluta la possiamo ritrovare lungo il pensiero filosofico dal tempo dei pre-socratici (in particolare i sofisti) a Kant fino alla corrente sociologica fenomenologica e al costruttivismo che ha i suoi massimi esponenti in A. Schultz, P. Berger e T. Luckmann.
Secondo tutti queste pensatori noi con cogliamo la realtà così come è, al massimo la cogliamo inserendola in precise categorie preesistenti da noi elaborate (Kant) o addirittura, secondo i sociologi citati noi “costruiamo” la realtà sociale (“non ci sono puri e semplici fatti… vi sono sempre fatti interpretati…”)[9].

Last but not least la possibilità che, dando la priorità alla realtà, quasi dandole il senso di un “idolo”, si corra il rischio di rinunciare a priori a trasformarla correndo il rischio di incorrere in un deteriore “conservatorismo”.
Se l’essere umano non avesse dato retta alla sue intuizioni, alle sue elaborazioni concettuali continuamente innovando la natura e la realtà che lo circondava, forse saremmo rimasti nelle  caverne.

Se tutto questo è vero, se:

1.    siamo bombardati da fake news che, potenziate dalla Intelligenza Artificiale, manipolano la nostra conoscenza della realtà;

2.    le nostre naturali individuali distorsioni cognitive ci impediscono di avere una conoscenza piena della realtà;.

3.    la realtà è “liquida” ovvero in un continuo stato di movimento, peraltro anche accelerato

4.    accreditati pensieri filosofici, psicologici e sociologici sostengono che noi cogliamo solo l’apparenza (i “fenomeni”) della realtà o che, addirittura siamo noi stessi a costruirla, sicché quella che cogliamo è solo una nostra rappresentazione sociale di essa;

5.    il rinunciare ad un sano utilizzo delle nostre capacità intellettuali e delle nostre elaborazioni intellettuali ci potrebbe trasformare in inerti conservatori dell’esistente;

come facciamo ad affermare che la realtà, inconoscibile pienamente da noi, addirittura è più importante dell’ idea (le nostre elaborazioni concettuali e culturali) e che la realtà (quale???) deve orientare i nostri comportamenti e le nostre decisioni?
Allora, presa nella sua immediatezza l’affermazione “La realtà è più importante dell’idea” appare molto affascinante ma è anche indubbiamente semplicistica e fuorviante.
D’altra parte il manicheismo e il fondamentalismo devono essere tenuti  ben lontani dalle nostre corde; anche se una realtà, indubbiamente parziale e manipolabile, non può ergersi a criterio unico di valutazione e giudizio, è indubbio che sicuramente riveste una certa importanza, da individuare correttamente e provare a circoscrivere.

Se è impossibile avere una conoscenza piena, oggettiva ed esaustiva della realtà, se è quindi velleitario proporre una ideologia estrema di “realismo”, e se, quindi, è falsa (anche se suggestiva) l’idea di partire dalla realtà (deformata come visto sopra) per proporre soluzioni e per prendere decisioni, quale può essere l’alternativa?
Può essere utile rileggere insieme parte del passo della Evangelii Gaudium posto all’inizio di questo scritto:
Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. (omissis) …Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà”.
Forse occorre partire proprio da qui. Realtà e idea non devono essere viste come contrapposte ma come dipendenti l’una dall’altra in una incessante dinamica di confronto costante.
Se è vero che la realtà non può essere conosciuta tramite le nostre elaborazioni ideali (appesantite da “ingombri” quali bombardamenti mediatici, esperienze del nostro passato personale, distorsioni cognitive, pregiudizi familiari…), sarà pur vero che il punto di partenza è in una più puntuale comprensione di questa incessante tensione dinamica fra realtà e idea.
Perché allora non è possibile pensare che l’unica via di uscita sia sì di partire delle nostre elaborazioni concettuali (l’ “idea”), ma purificandole il più possibile dagli “ingombri” che le appesantiscono, le annebbiano o le distorcono?
Occorre “purificare” l’idea” !

Come fare? come avere una mente “purificata” ovvero abbastanza libera dagli “ingombri” prima individuati da poter essere in grado, con un elevato grado di probabilità, di poter finalmente cogliere la realtà nella sua essenza piena, oggettiva ed esaustiva?
Forse alcune strade si possono individuare.

E’ fondamentale coltivare una etica del dubbio.
I passi da fare?

1.    non pensare di avere la ragione, avere la forza e il coraggio di chiedersi “e se avessi torto?”,

2.    sviluppare la pratica del brainstorming ovvero, di fronte ad una difficoltà, non fermarsi alla prima soluzione che ci appare come più logica ma lasciare libera la mente di dare spazio alla fantasia e di far emergere altre soluzioni (anche le più strampalate) da valutare in un secondo momento con maggiore lucidità;

3.    praticare il brainstorming insieme ad amici, attivando, sempre e in qualsiasi occasione, quel dialogo fecondo che può aiutarci a purificare la mente e le nostre idee;

4.    continuare nello sforzo di ampliare la nostra visuale leggendo testi e dialogando con persone che presentano prospettive diverse dalle nostre.

5.    Tenere ferma l’opinione che ciò che riteniamo valido per oggi potrebbe non esserlo più per il domani.

E per i credenti? Per coloro che credono che la verità sia trasmessa in un libro sacro, in una dottrina, in una ideologia?
Non cambia nulla, occorre partire dal libro sacro, dalla dottrina, dalla ideologia, purificare le idee che da loro promanano e, solo dopo aver purificato tali idee, considerare la realtà come allora ci appare.
Questo, fra l’altro, appare come un processo essenziale per uscire dalle strettoie di un integrismo religioso che predica una stretta relazione applicativa fra messaggi morali e comportamento personale in funzione di una attuazione “sine glossa” e senza mediazione culturale del messaggio religioso.

Una conclusione certa è che sarà sempre essenziale evitare scorciatoie semplicistiche, rifiutare slogan che si fondano sull’emotività, mantenere quel sano realismo che ci permette di esaminare tutto con calma e decidere per il meglio.

Roma 1/7/2021
                                                                                 Giuseppe Sbardella

 

 

 








[1] Papa Francesco “Evangelii Gaudium” paragrafi 231,232,233

[2] Papa Francesco “Evangelii Gaudium” paragrafo 221.

[3] Padre B. Sorge ha espresso questo suo pensiero in vari scritti, anche in uno dei suoi ultimi - “Oltre le mura del tempio – Cristiani tra obbedienza e profezia” conversazione con A. M. Valli – 2012 Edizioni Paoline

[4] Per una sintesi sul concetto di pensiero debole è possibile leggere la voce “pensiero debole” di Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Pensiero_debole

[5] Relativismo etico = inesistenza di verità oggettive o di i principi etici di riferimento assoluti esterni a quello che il soggetto pensa, di volta in volta essere la verità o il principio di riferimento in funzione del suo utile.

[6] L. Floridi, “Il verde e il blu” – 1920 Raffaele Cortina Editore.

[7] Per chi volesse approfondire l’argomento, M. Mariani “Decidere e Negoziare” 2004 – ediz. Il Sole 24 ore.

[8] Z. Bauman “Vita liquida”, Economica Laterza, 2008.

[9] Per avere più espliciti riferimenti alle teoria sociologiche che si richiamano alla fenomenologia o al costruttivisno sociale, si può leggere il cap. 12 di “Il mondo in questione”, Paolo Jedlowsky, Carocci editore.

domenica 6 giugno 2021

Inflazione e disoccupazione, coesistenza impossibile?

 


In alcune considerazioni che avevo scritto sul mio blog nello scorso dicembre (https://giuseppesbardella.blogspot.com/2020/12/ma-la-mmt-modern-monetary-theory-e.html) riportavo l’opinione di una parte notevole della scuola economica Keynesiana nonché degli economisti aderenti alla MMT, in base alla quale un forte aumento della spesa pubblica (e della conseguente massa monetaria totale) non comporterebbe un conseguente rischio di aumento dell’inflazione se non in presenza di un pieno impiego delle risorse reali dell’apparato produttivo del Paese ivi inclusa l’occupazione delle risorse umane.
In quelle considerazioni esprimevo un mio parziale consenso a questa impostazione, anche se facevo emergere anche forti perplessità, dovute soprattutto allo scarto temporale fra espansione della spesa pubblica e assorbimento della stessa attraverso un aumento della capacità dell’apparato produttivo (offerta aggregata) e della domanda aggregata, nonché alla dipendenza da politiche di Paesi più forti e dei mercati internazionali (per chi volesse saperne di più, può leggere le considerazioni al link sopra indicato).

Così stando le cose, come può accadere che in questo momento storico, nel quale in Italia il tasso di disoccupazione veleggia oltre il 10%, il tasso di inflazione, fermo al un livello inferiore all’1n%  (e addirittura negativo in certi periodi) da molti anni, stia raggiungendo velocemente il 2%.
Certamente il 2% non è un livello da far scattare un allarme, ma possiamo continuare tranquillamente ad aumentare la spesa pubblica e la massa monetaria circolante senza rischio finché la disoccupazione non venga pressocché eliminata?
Forse c’è qualcosa che ci sfugge nella realtà del mondo post-Covid?

In un altro mio recente testo apparso sul mio blog e riguardate la situazione mondiale nel post-pandemia (https://giuseppesbardella.blogspot.com/2021/03/considerazioni-sul-post-pandemia.html) mi chiedevo:


“Che accadrà quando i robot sostituiranno totalmente l’uomo nelle attività manuali  ripetitive o, quando, in associazione con strumenti di Intelligenza Artificiale, saranno capaci, al posto dell’uomo, di svolgere attività manuali anche non ripetitive in quanto basate su una valutazione delle operazioni messe in atto al fine di trovare un modo più efficiente di svolgerle? Saranno, a breve, i robot in grado anche di esperire autonomamente attività quali interventi chirurgici via via sempre più complessi?
Che accadrà quando l’Intelligenza Artificiale sarà in grado di svolgere attività di mero carattere intellettuale quali l’interpretazione di un testo, magari di un contratto o di una norma di legge, o addirittura di emettere una sentenza giudiziaria, una volta acquisita la lettura dei documenti scritti e delle testimonianze orali?
Che accadrà quando sarà l’ Intelligenza Artificiale (e non un dipendente bancario) a valutare, dopo essere entrato nei dati dell’Anagrafe tributaria, di quella civile e del Casellario giudiziario, la capacità patrimoniale di un cittadino richiedente un prestito?”


Questa contesto è ancora molto lontano da noi o è già parzialmente presente in misura maggiore del previsto?
Non è un mistero che molte aziende, di tutti i settori (commercio, industria, servizi, agricoltura) hanno investito massicciamente nell’ Internet delle cose, nella robotica, nella Intelligenza artificiale, non solo supportando le risorse umane con un maggior uso delle macchine (e risparmiando persone…) ma anche sostituendo le risorse umane con delle risorse di carattere informatico.
In una situazione come questa, che peraltro evolverà sempre di più in una sostituzione di macchine e programmi al posto delle persone, ha ancora senso immaginare la piena occupazione con le lenti del ‘900, ovvero l’insieme dei lavoratori impiegati in vari settori, che producono beni e servizi per il mercato e che ricevono un salario con il quale sostengono se stessi e i loro cari, nonché l’intera economia acquistando i beni e i servizi prodotti da altri lavoratori?
Non è forse vero invece che, usando il termine “pieno impiego delle risorse produttive”, dovremmo con chiarezza immaginare (purtroppo) un sempre minor peso, in questo ambito,  dell’occupazione di risorse umane (semplificando più processi, programmi, macchine e meno lavoratori in carne e ossa)?
La domanda che allora mi pongo è la seguente: se così fosse, una volta che l’apparato produttivo avesse raggiunto il suo pieno impiego (senza peraltro aver raggiunto la piena occupazione di persone) sarebbe giusto continuare a “pompare” moneta nell’economia facendo salire inevitabilmente il tasso di inflazione?
O non sarebbe più corretto forse  fare un ricorso maggiore alla leva fiscale, dranando i soldi laddove ce ne siano in abbondanza e sostenendo un programma di “redeployment” delle persone disoccupate indirizzandole, dopo un periodo di formazione retribuito, verso un nuovo lavoro fra quelli che macchine e programmi non potrebbero svolgere o svolgerebbero con una capacità inferiore a quella umana (penso, ad esempio, ai lavori nei quali si si prende cura delle persone più deboli)?

Mi rendo conto che ho formulato considerazioni e posto domande piuttosto che fornire risposte.
Chiedo il vostro aiuto per fornirle insieme.

6/6/2020                                                                    Giuseppe Sbardella