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mercoledì 12 maggio 2021

Accelerazione della velocità + superficialità = manipolazione mediatica? - Intelligenza Artificiale all'opera....

 


Ultimamente mi sono venuti in mente alcuni flash della mia vita.

Nel primo flash ho visto me che, agli inizi degli anni ’90 leggevo un libro di Sergio Zavoli e rimanevo molto colpito da questa osservazione (la cito a memoria nella sostanza, non so se la formulazione fosse la stessa): “la rivoluzione non è più nel cambiamento ma nella velocità con la quale questo avviene”.
Ricordo che mi fermai a riflettere su quella frase. Mi resi conto che era vero. Avevo allora circa 40 anni e, pensando ai progressi della scienza e della tecnica fino allora avvenuti a partire dal mio anno di nascita non potevo che concordare sugli enormi cambiamenti e sulla velocità con la quale erano avvenuti.
Nel 1974, anno di assunzione, lavoravo in una grande azienda dell’informatica come era l’IBM, operavo e facevo i conti con una calcolatrice da tavolo elettromeccanica, scrivevo a mano lettere che poi venivano dattiloscritte da una segretaria, comunicavo con i miei colleghi di altre città con il telefono fisso o con messaggi scritti inviati tramite la posta interna aziendale.
Nel periodo in cui stavo leggendo quel libro di Zavoli (primi anni ’90) ero ormai in possesso di un personal computer mobile aziendale scrivevo da solo le lettere ed ero in grado di trasmetterle ai miei colleghi di altre città tramite la posta elettronica con i quali, peraltro, ero in grado di parlare ad ogni ora del giorno con il “telefonino” (quello era allora il nome di quello che ora è diventato “cellulare mobile”) aziendale.
Il mondo, dal 1974 alla  metà degli anni ‘90, era cambiato in modo molto profondo e, quello che notavo, questo cambiamento era avvenuto con una crescente accelerazione.
Questo fenomeno non era limitabile solo al mondo del lavoro ma anche a quello della comunicazione, della medicina, della scienza in generale...
L’unico mondo che appariva fermo era quello della politica ma anche esso cambiò improvvisamente, e con una accelerazione imprevedibile, grazie all’operazione giudiziaria di Mani Pulite e all’ingresso in politica di Berlusconi.
Che dire poi del fenomeno della globalizzazione economica e dei primi passi di Internet? L’avvento di Internet avrebbe sempre più rappresentato un momento di svolta epocale rivoluzionaria.
Sì, per parafrasare Zavoli si poteva affermare che  “la rivoluzione non era più nel cambiamento e nella sua velocità, ma nell’accelerazione con la quale tutto questo avveniva”.

Il secondo flash riguarda un mio lungo colloquio con il mio fraterno amico Renato avvenuto negli anni a cavallo del secolo.
Discorrevamo io, dirigente IBM ormai in vista di una pensione non lontana, e lui, lanciato dirigente della Nokia, sul tema del lavoro nel mondo nel terziario avanzato (in particolare elettronica e telefonia mobile).
Io mi lamentavo di essere chiamato dai miei manager sui dispositivi aziendali che mi erano stati forniti, non solo dopo cena e nei giorni festivi ma anche, in maniera massiccia, durante le ferie nelle quali mi vedevo costretto a passare gran tempo a rispondere al cellulare o al PC portatile.
Lui mi confermò che ormai fermarsi ad auspicare il ritorno ad un orario di lavoro fissato in maniera rigida o ad un periodo di ferie di totale riposo era un modo di pensare totalmente superato e irrealizzabile. Con la competizione tra aziende, che aveva ormai superato i confini nazionali e si era ormai traferita a livello globale, una azienda non poteva permettersi il lusso di fermarsi mai perché, nello stesso momento nel quale essa si fermava, una sua concorrente poteva continuare a lavorare (e a superarla..) in un’altra parte del mondo!
La soluzione non poteva essere trovata nel fissare dei limiti predefiniti all’orario di lavoro, ma nell’essere noi stessi a saper gestire una mole inimmaginabile di dati ogni giorno e a saper conciliare  le nostre attività (lavoro, hobby, famiglia) nel modo migliore tenendo presente e accettando l’impossibilità di fare programmi che non fossero se non a breve scadenza.
Aggiunse che, in un periodo non troppo lontano, sia il computer che il telefonino non sarebbero stati due strumenti diversi, bensì sarebbero stati unificati. Bisognava solo chiedersi se avrebbe fatto prima l’IBM a costruire un computer in gradi assolvere le funzioni del telefono o la Nokia a costruire un telefonino in gradi di assolvere le funzioni del computer.
Era circa intorno al 2005 quando uscì il primo dispositivo Blackberry (né Nokia, né IBM) che gestiva anche le email, oltre che le conversazioni telefoniche e gli sms…, Renato aveva visto giusto in anticipo!
Mi rendevo conto, seppure a malincuore, che le considerazioni (e le previsioni…) di Renato erano verosimili e corrette e, nel frattempo, mi chiedevo, con un certo senso di angoscia: “dato che praticamente sarò sempre connesso in rete e potrò ricevere comunicazioni in ogni momento, dato che questo processo non potrà che accelerare (in funzione della concorrenza su scala globale), come farò a gestire, con discernimento ed equilibrio, questa valanga di dati che mi piomberà addosso tutti i giorni? Quale spazio ci sarà per una fruttuosa vita privata e familiare”?

Nel terzo flash la memoria mi rimanda al 2007, quando con Patrizia passai una settimana di vacanza sulle Dolomiti vicino a Folgarida..
Durante quel breve periodo ebbi motivo di ascoltare una lezione di Ezio Aceti, uno psicologo che stimavo e stimo molto, sulla situazione dei bambini e degli adolescenti oggi.
Ezio faceva notare che quando eravamo bambini e adolescenti, noi avevamo molto meno stimoli, avevamo la radio, forse la televisione, il telefono, il cinema 1-2 volte al mese, gli input dei genitori, le lezioni dei docenti a scuola.
I nostri giochi erano semplici e per nulla o scarsamente interattivi.
Avevamo ampio tempo per ascoltare, per leggere, per far domande….
I bambini e adolescenti di oggi hanno molti più stimoli in aggiunta a quelli nostri (radio, televisione, cinema, genitori, docenti), sono sempre connessi tramite il loro cellulare o il loro computer, possono accedere a giochi molto interattivi che forniscono input e chiedono continue risposte spesso non verbali ma gestuali.
Avendo ogni giorno centinaia di stimoli di più di quanti ne avevamo noi, hanno minor tempo per ascoltare, per leggere, per farsi domande.
Devono sempre correre per tener dietro a tutti questi stimoli, di qui la loro frenesia ma anche l’acquisizione di nuove capacità.
Una delle quali, sottolineava Aceti era una grande capacità di lavorare in multi - programmazione, ovvero di svolgere o seguire più attività contemporaneamente, senza peraltro poter approfondire.
Per star dietro a tutti gli input dovevano pagare lo scotto di restare in superficie senza andare in profondità sui diversi temi che affrontavano.
La maggior velocità portava inesorabilmente ad una maggiore superficialità.
Mia moglie Patrizia ed io constatammo la verità di questo assunto quando vedemmo un nostro giovane nipote che riusciva, nello stesso tempo, a vedere la televisione e a studiare, ciò che né lei né io, da ragazzi, eravamo in grado di fare. Peraltro constatammo anche che lo studio era più basato sulle memorizzazione di ciò che andava leggendo che sulla sua comprensione.

Il quarto flash (ma lo chiamo così solo per comodità) si sostanzia nella maturazione della consapevolezza, nell’ultimo decennio, dell' accelerazione nella velocità del progresso della tecnologia.
Pur non avendo, da giovane, un retroterra di cultura scientifica (Maturità classica e laurea in Giurisprudenza), la lunga permanenza di 31 anni in una azienda ad alta tecnologia come la IBM, che ha comportato uso costante di HW e SW sempre più avanzato e il contatto continuo con persone di elevata cultura scientifica, mi ha fatto progredire di molto su questo aspetto.
Quando raggiunsi la pensione, il 1 gennaio 2006) acquistai il PC che usavo in azienda, perfettamente aggiornato, e sapevo usare la maggior parte dei programmi più diffusi.
Inoltre maneggiavo bene Internet, creai due email personali, un blog e, nel 2008, due profili e una pagina facebook.
Ora a distanza di appena poco più di un decennio, mi rendo conto che arranco faticosamente dietro una innovazione tecnologica sempre più avanzata, app invece di siti internet, programmi e sistemi operativi sempre più complessi e sofisticati, dispositivi (specialmente i cellulari smartphone) con comandi sempre diversi e pieni di funzioni inesplorate…
Una domanda può chiarire il concetto, quanti miei coetanei (ho ora 72 anni ) conoscono e usano tutte le app precaricate sul loro smartphone (so che non è corretto ma, con questo termine, comprendo anche gli I-phone)?
O, più semplicemente quanti semplici cittadini sono capaci di usare un PC o un cellulare al massimo (o vicino al massimo) delle loro potenzialità?
Senza contare che ormai gli smartphone hanno assunto in gran parte anche le funzioni di un PC con l’aggravante di avere schermo e tasti più piccoli e, pertanto, comportanti maggior difficoltà di uso da parte di persone con la vista non perfetta (o anziani).
E’ in tema che è stato definito “digital divide”, ovvero la separazione tra generazioni (nonché singole persone) che si trovano pienamente a loro agio nell’uso appropriato della tecnologia e generazioni (nonché persone) che la usano in maniera superficiale perché non hanno il tempo necessario per imparare e gestire tutti gli stimoli generati dal sempre più rapido progresso tecnologico.
In pratica l’accelerazione della realtà tecnologica costringe una gran parte dell’umanità a correre sempre di più e necessariamente a restare sulla superficie dei problemi senza poter approfondire.

Non posso a questo punto non citare quanto rimasi colpito, durante lo studio universitario di Sociologia[1], dalle tesi espresse da G. Simmel e da autori della Scuola di Francoforte circa la differenza tra “ragione” e “intelletto”.
La ragione, secondo questi autori, è un principio che dà ordine alle conoscenze empiriche in base a domande che riguardano il loro “senso, e che non rinuncia al confronto con i sentimenti e con le domande ultime sul valore e sulla vita; l’intelletto è una facoltà essenzialmente logico-combinatoria, eminentemente orientata alla calcolabilità e in questa accezione è la più superficiale e adattabile delle nostre facoltà”.
E come dimenticare l’altro sociologo recentemente scomparso Z. Bauman e il suo riferimento alla “società liquida”[2], ovvero un tipo di società che cambia tanto velocemente che quando ci accingiamo a studiare uno dei suoi molteplici aspetti per comprenderlo, ci accorgiamo, quando pensiamo di averlo compreso, che quell’aspetto, nel frattempo è nuovamente cambiato.
Dalle riflessioni prima svolte in maniera autonoma e dallo studio del pensiero di questi eminenti autori non resta che concludere che l’unica maniera per stare al passo con le realtà che ci circondano in continuo mutamento accelerato è quella di avere un approccio puntato sulla veloce comprensione superficiale anziché su un discernimento approfondito. Questo perché un discernimento approfondito non è possibile se non a pochi eletti.

Tre recenti libri di M. Tegmark[3], L. Floridi[4], S. Quintarelli[5], tutti incentrati sulla Intelligenza Artificiale (di seguito definita “IA”) hanno destato in me una enorme impressione.
Ero consapevole degli enormi progressi che l’elaborazione elettronica stava facendo, ma mai avrei immaginato quello che ho letto.
Siamo ormai capaci di costruire computer / macchine / robot che sono in grado, in piena autonoma di migliorare se stesse e anche di progettare macchine più performanti. I nuovi  SW sono in grado di elaborare in maniera rapidissima un numero inimmaginabile di dati (i famosi “Big data”).
Chissà, ad esempio, se si sarebbe riusciti a inventare i nuovo vaccini anti-Covid in così breve tempo (rispetto agli standard precedenti) se non si fosse utilizzata la potenza della I.A.?
Ormai il computer che qualche anno fa sconfisse a scacchi il campione del mondo appare ormai ampiamente superato e sta alla mia vecchia calcolatrice elettromeccanica come il super computer di I.A. sta all’ultima versione della calcolatrice scientifica tascabile al servizio di un semplice studente universitario.
Mi ha molto impressionato, ad esempio il leggere che, con l’uso della moderna I.A., le multinazionali dell’e-commerce potranno, con l’accesso ai nostri dati personali, non solo “tagliare” offerte di prodotti particolarmente allettanti per noi, ma anche (e questo è sconvolgente) differenziare e “tagliare” i prezzi sulla base della capacità finanziaria individuale (con buona pace degli schemi della libera concorrenza e della fissazione del prezzo al punto di equilibrio fra la domanda e l’offerta).
Ci troviamo ai confini di un mondo sconosciuto, il cui futuro, nel libro di Tegmark, è soggetto a più e diversi scenari.
La domanda cruciale è: “sarà in grado l’uomo di controllare l’I.A. o questa sfuggirà al nostro, data la sua incommensurabile maggiore capacità e velocità rispetto a quelle del nostro cervello?”

Ma un’altra domanda aleggia.
Assunto che speriamo di essere in grado comunque di controllare lo sviluppo dell’I.A. quanti saranno gli uomini capaci di tenere il passo in questa corsa ad alta velocità. Quali caratteristiche avranno?
A questa domanda non è possibile dare una risposta certa se non rimandando alla figura geometrica di una piramide alquanto bassa, con una base molto molto estesa e con un vertice appiattito molto molto ristretto.
Per questo motivo, qualche riga più sopra ho usato il termine eletti.

Gli eletti sono pochi, perché solo pochi possono avere sia la capacità intellettuale sia il sostanzioso know-how necessari per tenere il passo dell’I.A..
Certamente possiamo trovarli con maggiore facilità tra i giovani, laureati in discipline scientifiche, esperti in informatica, estremamente resilienti, piuttosto cittadini del mondo che riferibili ad una singola identità culturale nazionale.
Saranno i padroni del mondo, avranno una marcia in più e, con questa marcia, potranno essere sempre più potenti e più ricchi, perché saranno gli unici in grado di sfruttare appieno la potenza dell’ I.A..
La conseguenza di questa struttura sociale gerarchica e piramidale sarà molto probabilmente una crescita poderosa della disuguaglianza fra la classe degli eletti e la grandissima maggioranza del resto dell’umanità.
Come accetterà questo “resto” uno stato delle cose che lo relega in una situazione permanente di sudditanza (è giusto parlare di sudditanza piuttosto che di povertà perché l’I.A. darà il via ad una crescita poderosa del reddito mondiale e potrebbe permettere a tutti una vita almeno dignitosa)? Non si ribellerà?
La risposta è, a mio parere NO!
Abbiamo visto come l’I.A. può arrivare a sapere tutto di noi. Ogni volta che facciamo un movimento su Internet (ricerca di argomenti o di articoli o di fotografie, operazioni sul nostro conto corrente, spedizione e ricevimento di email e messaggi…) i relativi dati possono essere captati e memorizzati per costruire un nostro preciso profilo personale contenente la nostra situazione familiare, i nostri gusti, le caratteristiche fisiche, lo stato delle nostre finanze.
La I.A. può conoscerci meglio e in maniera più precisa e oggettiva di quanto possiamo conoscerci noi stessi. Sulla base delle informazioni in suo possesso, potrebbe benissimo manipolarci, farci offerte di servizi e beni che desideriamo fissando un prezzo “tagliato” sulla intensità del nostro desiderio e del nostro stato finanziario, potrebbe guidare le nostre scelte mostrandoci, su Internet, siti ed app che non conoscevamo ma appetibili su noi…. Potrebbe, e questo è forse l’aspetto più grave, manipolare le nostre scelte politiche, il nostro voto, pur rispettando formalmente la cornice democratica.
Sarebbe facile per l’I.A., conoscendo precisamente i nostri gusti, i nostri interessi, le nostre finanze, le nostre paure, le nostre relazioni personali…, elaborare tutti questi aspetti, mandarci messaggi (diretti, o anche indiretti mostrandoci, nelle nostre ricerche sul web, sempre certi argomenti in grado di agire sulle nostre emozioni profonde) e indirizzare le scelte politiche verso il sostegno ai fini e agli interessi propri della classe degli “eletti”.
Si tratterebbe di accentuale le nostre già esistenti distorsioni cognitive e percezioni selettive, di evidenziare certi aspetti dei nostri gusti e della nostre idee, lentamente annebbiandone altri, di annullare (o perlomeno attenuare fortemente) la nostra voglia di sapere, capire, approfondire in autonomia, e il gioco è fatto.
Potremo diventare schiavi, senza nemmeno accorgercene, pensando invece di essere pienamente libere.

Ho disegnato uno scenario tenebroso e irreale?
No, è uno scenario perfettamente verosimile e chi già lavora sulla elettronica evoluta, sulla comunicazione, se non addirittura sulla I.A. ne è pienamente a conoscenza.
E quello che ho disegnato già parzialmente avviene.
Non vi siete forse accorti che, quando effettuate una inquiry sui motori di ricerca web, al battere di una sola parola, il “sistema” vi offre una serie potenziale di possibili formulazioni della vostra inquiry a partire dalla parola inserita?
Non avete mai notato che, quando ad esempio fate una inquiry su un prodotto, quello stesso prodotto vi appare in una “finestrella” su siti web sui quali siete entrati successivamente.
E come mai facebook vi presenta sempre i post degli amici che più frequentare sul web (non solo su facebook) e non quelli degli altri numerosi amici?
Per passare alla manipolazione politica, come non pensare alle poderose macchine elettorali con propaganda mirata, anche a base di fake news, per indirizzare il voto dei cittadini. E le interferenze di Governi stranieri su elezioni di altri Paesi?
Mettiamocelo bene in testa; già viviamo a rischio di manipolazione in quella che gli esperti di comunicazione chiamano “bolla” mediatica e stiamo correndo il pericolo di esservi sempre più immersi.
Le future dittature potrebbero non essere più causate da colpi di stato o da rivoluzioni sociali, ma dalla manipolazione mediatica, questa sì totalitaria, indotte dalla I.A., per di più sotto la falsa cornice del rispetto formale delle regole democratiche.

Come difendersi da questa I.A dall’aspetto così invadente?
Un primo modo potrebbe essere quello di non difendersi, ma di assecondarne lo sviluppo.
Vorrebbe dire accettare, in cambio di una maggior sicurezza e di un dignitoso benessere, di essere manipolati nelle nostre scelte di fondo, pur conservando (e questo è terribile) la parvenza di una apparente libertà personale.
Un modo alternativo potrebbe essere quello vagheggiato da chi propone un ritorno ad un surreale “stato della natura”.
E’ una ipotesi affascinante anche perché permetterebbe di affrontare anche un altro problema, quello dell’enorme mole di energia che viene consumata dalla I.A..
Ci possono essere due modalità di intendere questo ritorno alla natura, una radicale e una temperata.
La prima consisterebbe nel bloccare il progresso tecnologico e concentrarsi solo nella equa ripartizione dei risultati dello stesso, con due obiettivi:
1) ridistribuire il benessere, creando maggiore uguaglianza tra i popoli e, dentro i popoli, tra le singole persone;
2) ricostruire l’equilibrio ecologico del pianeta.
Ma è una soluzione possibile e, soprattutto augurabile? Vogliamo rinunciare alle ricerche in campo medico per trovare medicinali e vaccini più efficaci, vogliamo rinunciare a ricerche in capo scientifico per, ad esempio, pervenire a trarre energia non dalla fissione, ma dalla ben più pulita fusione nucleare?
E altri esempi potrebbero farsi.
Ma soprattutto, possiamo bloccare l’anelito primordiale dell’uomo ad usare le proprie capacità per trovare soluzioni innovative ai suoi problemi?
No, non possiamo bloccare, sic et simpliciter il progresso tecnologico.
Diverso è ricorrere ad una modalità temperata di ritorno alla natura.
Non si tratta, in questo caso, di bloccare, bensì di rallentare e indirizzare il progresso tecnologico verso obiettivi di:
1) ripristino dell’equilibrio ecologico del pianeta;
2) estrema attenzione a bloccare o quantomeno moderare le potenzialità di manipolazione mediatica indicate qualche riga più sopra.
Siamo ancora in tempo? siamo ancora in grado di controllare lo sviluppo della I.A. o ormai questa è avviata in modo ineluttabile a svilupparsi in maniera autonoma e ad arrivare al punto (terrificante) di essere più potente dell’uomo?
A questa domanda non so rispondere e, sinceramente, non so se gli scienziati stessi siano in grado di rispondere in maniera unanime. Stando alle mie letture sull’argomento, questa unanimità non esiste.
Ma ancora, stando all’attuale modello culturale imperante, siamo in grado ancora di ragionare (perché di questo si tratta) e di porre fine alla catastrofe? O è invece vero che la manipolazione mediatica delle menti è ormai così pervasiva che non è più possibile tornare indietro?

Non so se sia possibile una risposta razionale. Quello che mi sento di poter affermare è che appare necessario un grande atto di fede verso la capacità dell’uomo di rinascere e ricominciare di nuovo.
Servirebbe scoprire nuovi (o riscoprire vecchi?) parametri di riferimento valoriali e culturali quali:
1) il primato della piena dignità di ogni persona umana;
2) il valore della fraternità umana, ovvero la sensazione e la consapevolezza di essere tutti compartecipi di una stesso pianeta e di uno stesso destino;
3) il primato dello spirito di collaborazione su quello di competizione[6];
4) il controllo della emotività da parte della razionalità.
Mentre scrivevo questo elenco mi sono accorto che stavo ripercorrendo i temi chiave di quel pensiero personalistico che mi ha sempre affascinato e che ha tra gli autori principali E. Mounier, J. Maritain, G. La Pira, L. Stefanini.
Per cominciare a ricostruire una solida cultura basata sui valori del personalismo occorre andare faticosamente controcorrente.
Come fare? quali strumenti usare?
Si aprono altre pagine da scrivere, e non mi sento in grado di scriverle io o, almeno non in grado di scriverle ora.
Chissà se qualcuno avrà voglia e capacità di continuare?
Comunque grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere fino alla fine.

 

Roma 12/5/2021                                                                            Giuseppe Sbardella



[1] P. Jedlowsky “Il mondo in questione” Carocci editore 2013

[2] Z. Bauman “Vita liquida” – editori Laterza - 2009

[3] M. Tegmark “Vita 3.0” - Scienza  e Idee - 2018

[4] L. Floridi – “Il verde e il blu” – Raffaele Cortina editore - 2020

[5] S. Quintarelli “Capitalismo immateriale” – Bollati Boringhieri

[6] A. Kohn “La fine della competizione” – Baldini & Castoldi -1992


martedì 13 aprile 2021

Rifondare un quartiere degradato a Roma - Castro Pretorio vicino alla Stazione Termini

                                                


Due anni fa, dopo circa 20 anni sono ritornato a risiedere nel rione Castro Pretorio, là dove sono nato e ho abitato per circa 50 anni.

Il rione, per intenderci, è quello praticamente compreso tra la Stazione Termini e il Policlinico Umberto I.
Ho trovato una situazione di degrado sociale, materiale, culturale, spirituale enorme: persone sbandate (sia italiani che immigrati da altri Paesi), strade e marciapiedi sporchi e dissestati, esercizi commerciali per lo più dediti a vendere cibo per turisti, Parrocchia praticamente assente, senso di comunità e di affetto verso il territorio scarsissimo.
Ho trascorso il primo anno impegnato a concludere un trasloco molto faticoso e a riprendermi dalla sorpresa di aver ritrovato un rione molto diverso da quello che avevo lasciato, rione sul quale aveva molto lavorato (e mi aveva spinto a lavorare…) il parroco salesiano focolarino Don Filippo Giua cercando, con varie iniziative, di “ricostruire il tessuto sociale del quartiere” (parole che Giovanni Paolo II rivolse ai cittadini di Castro Pretorio nel maggio 1987 durante una visita alla Parrocchia, e che ho sempre considerato come una missione comune da portare avanti).

Il lockdown dello scorso inverno ha ancora di più aggravato la questione.
Con alberghi e ristoranti (di cui il territorio, vicino alla Stazione Termini è pieno) chiusi, con poche persone per strada, quando uscivo per fare la spesa al supermercato mia moglie ed io avevamo una sensazione di angoscia.
Le uniche persone che si incontravano erano poveri sbandati (italiani e stranieri) intenti a lavarsi alle fontanelle pubbliche e a chiedere l’elemosina.
Certo i ragazzi di S. Egidio, della Caritas, della Parrocchia si alternavano a portar loro dei panini ogni sera, ma sempre più mi rendevo conto che dare il panino è sicuramente utile, ma è solo un palliativo temporaneo, non risolve il problema alla radice e potrebbe forse anche diventare, in qualche caso e per certe persone, un pericoloso elemento di autogratificazione e un modo per tacitare facilmente la propria coscienza.
Avvertivo con chiarezza che tutto lo sforzo compiuto, negli anni ’80, con Don Filippo, per creare una vera comunità di quartiere, con persone che si conoscessero, collaborassero, costruissero relazioni di reciprocità, era andato perduto. Alcuni dei residenti di allora erano morti, altri avevano cambiato quartiere, i pochi che erano rimasti erano stanchi, disillusi, demotivati.
Compresi, anche su spinta di mia moglie che dovevo fare qualcosa, che, da pensionato potevo avere quel tempo e/o quell’esperienza di vita che mancava ad altri.
E poi dovevo dare un senso alla mia vocazione di cristiano laico operante nelle realtà sociali secondo il carisma di Chiara Lubich e di Ignazio di Loyola.

Mi venne l’idea di creare un gruppo facebook “privato” (ovvero i cui contenuti fossero visibili solo ai membri) che fosse in grado, in modo molto riservato, di aggregare persone, di costruire rapporti nuovi fra di esse, di dibattere sui problemi del quartiere e, magari, di trovare e proporre soluzioni ad esse.
Sulla base della mia esperienza di lavoro ho creato una “road map” ovvero un progetto di cammino di comunità, indicando

·       obiettivi da raggiungere,

·       problemi da affrontare,

·       enti da rendere compagni di cammino,

·       istituzione politiche da interfacciare,

·       aziende di servizio con le quali avviare un percorso di collaborazione.

Mi sono confrontato con il caro amico gesuita Padre Armando Ceccarelli, prima che si trasferisse a Pescara, e lui mi ha raccomandato di non partire da solo ma di cercare di coinvolgere sin dall’inizio altre persone, anche poche, esercitandomi nel discernimento, sia personale che comunitario, per andare avanti.
Ho così iniziato in compagnia di una mia condòmina e di un commerciante del quartiere.
Ho creato il gruppo facebook “Rifondiamo Castro Pretorio” a fine luglio e, ai primi di settembre, contava, con mia grande sorpresa, già più di 80 membri.
Ho poi preso contatto con il Comandante della locale Stazione dei Carabinieri, molto lieto di avere, nel quartiere, un gruppo di cittadini dotati di senso civico e vogliosi di collaborare tra di loro e con l’Arma.
L’amicizia con il fondatore di un preesistente Comitato di quartiere (che purtroppo stava esaurendo la propria forza propulsiva iniziale) mi ha permesso di avere contatti con alcuni Consiglieri Municipali di diversi partiti e con l’AMA (Azienda che cura la pulizia di Roma).
Attraverso altri amici personali sono giunto ad avere rapporti con la Presidente del Municipio e con alcuni parlamentari nazionali di diversi partiti.
Abbiamo anche avviato una relazione con l’Associazione “Per Roma” che ha l’obiettivo di costituire e sostenere progetti per la riqualificazione della città.
Importante è stato anche l’arrivo di un nuovo Parroco, più motivato e mobile rispetto al precedente che era afflitto da problemi di salute.
A 8 mesi dalla costituzione, il gruppo “Rifondiamo Castro Pretorio” conta oggi 225 membri e sta implementando diverse iniziative fra le quali:

1.     una serie di “passeggiate” aventi il duplice scopo di far conoscere aspetti nuovi e interessanti nel quartiere e, nel contempo, approfondire la conoscenza reciproca e l’aumento dello spirito comunitario;

2.     una azione di sensibilizzazione sui cittadini sulla esigenza di una maggiore attenzione alla raccolta differenziata e il posizionamento, da parte dell’AMA, di numerosi nuovi cestini sul territorio;

3.     l’istituzione di un Ecomuseo, con la tensione a valorizzare gli aspetti positivi del quartiere;

4.     la collaborazione con i Carabinieri per assicurare un maggior controllo sul territorio per prevenire e reprimere azioni contro la legalità;

5.     l’avvio di contatti con diversi parlamentari, di partiti differenti, rivolti a sensibilizzarli sull’esigenza di un piano concreto nazionale per il sostegno e il recupero sociale dei senza fissa dimora, con la creazione di strutture e equipes in grado di ospitare, recuperare e riqualificare per avviare al lavoro queste persone in gravi difficoltà.

L’occasione per una maggiore spinta emotiva ci è stata data dall’aver scoperto che questa parte del territorio venne abitata nel 21-22 dopo Cristo, allorché l’imperatore romano Tiverio vi costruì le caserme dei Pretoriano (Castra Praetoria), per cui, praticamente, quest’anno ricorre il bimillenario del quartiere.

Durante il percorso ho incontrato tante persone di buona volontà (una signora decisa a ravvivare la sensibilità culturale dei residenti, una archeologa che ho scoperto essere la figlia di un mio Dirigente sul luogo di lavoro, commercianti decisi ad abbandonare l’ottica di pensare solo al loro esercizio e di abbracciare il senso del bene comune, una avvocatessa molto determinata…), trovando sicuramente una maggiore sensibilità fra le donne.
Ho anche dovuto affrontare momenti di difficoltà di fronte a diversità di opinioni politiche fra i compagni di percorso, sensazioni di solitudine, di insuperabile immensità del compito che mi sono assunto. In questi momenti l’esperienza di vita passata e la fiducia in un Dio amore che non abbandona mai (nonostante le apparenze contrarie) mi hanno dato la forza di continuare.

Attualmente il percorso è sospeso a causa delle restrizioni per la pandemia, ma continuerà.

lunedì 12 aprile 2021

Perché Dio permette la sofferenza?

                                                             


Ho un cugino, un po’ più grande di me, al quale voglio molto bene, come ad un fratello maggiore. E’ una persona molto intelligente ed equilibrata, ha conseguito la laurea in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano con il massimo dei voti.

Tante volte con lui ci siamo intrattenuti a confrontarci su argomenti molto delicati e controversi, affrontandoli alla luce della ragione.
Eravamo ancora ragazzi, quando un giorno, all’improvviso, gli chiesi: “ma tu credi in Dio?” (intendendo il Dio cristiano).
Mi rispose più o meno così: “Ho molte perplessità a credere in un Dio che si dichiara pieno di misericordia e onnipotente, e permette la morte con sofferenza di tanti, anche bambini”.

Il tema della sofferenza degli uomini e del rapporto di questa con l’onnipotenza e la misericordia di Dio ha in effetti spesso tenuto occupata la mia mente.
Come fa un Dio onnipotente e sommo amore a permettere la sofferenza?
In questi momenti di devastante pandemia più volte mi sono posto la domanda (e non penso di essere il solo,,,).
A più riprese, nel corso della mia vita, ho provato a darmi delle risposte.

La prima risposta che mi diedi fu che la sofferenza non dipende da Dio, ma proviene direttamente dalla imperfezione fisica delle persone umane e/o delle cose. Se nascessimo perfetti su una Terra perfetta e in un universo perfetto non ci ammaleremmo mai, non dovremmo subire catastrofi naturali, non dovremmo nemmeno sopportare dolore per i mali che colpissero i nostri cari (perché questi mali non esisterebbero…).
Come conciliare però questo ragionamento con l’esistenza del male cosiddetto morale, dalla capacità che ha l’uomo di albergare nel proprio cuore sentimenti negativi come l’astio, l’odio, l’invidia, la capacità di arrecare violenza, di fare la guerra?
Affinché il male possa essere estirpato alla radice, l’uomo non dovrebbe essere solo fisicamente, ma anche moralmente perfetto, e come tale incapace di pensare e/o di fare il male.
E inoltre come potrebbe un uomo perfetto, ovvero un uomo i cui organi non fossero passibili di usura o di danneggiamento, morire? Come potrebbe esistere una natura perfetta, se non negandone l’evoluzione e la mobilità, evoluzione e mobilità che sono alla base dell’energia che è fonte di vita (ma anche di catastrofi naturali…)?
Ma una domanda si pone, ancora più impellente e importante.
Come un uomo immortale e incapace di pensare / fare il male, potrebbe essere libero, se si intende la libertà come possibilità e capacità di fare delle scelte, anche opposte fra di loro?
Che vita sarebbe una vita senza fine e durante la quale nessuno fosse capace di pensare o di fare il male?
Sarebbe il Paradiso in terra? O sarebbe una vita infernale da persone prive di quel bene supremo che è la libertà?
Può essere, ma non mi pare questa la soluzione al problema dell’esistenza della sofferenza!
Mi pare piuttosto che l’imperfezione (e la conseguente sofferenza…) siano lo scotto da pagare per poter esercitare la nostra libertà, per essere consapevolmente capaci di costruire una realtà umana migliore, per rispettare la natura, per essere in grado di mitigare i danni originati dalla sua evoluzione, dalla sua mobilità.
In questa ottica un Dio sommamente misericordioso rinuncerebbe ad una parte della sua onnipotenza per rispettare la libertà dell’uomo.
Rimane però la domanda iniziale. Come più questo Dio, onnipotente e misericordioso, permettere la sofferenza, talvolta atroce, anche di bambini e malati e non trovare, nella sua onnipotenza, un modo (anche diverso dal creare una umanità perfetta) in grado di eliminarla o perlomeno alleviarla?

Un’altra soluzione al problema della sofferenza è stata avanzata, ovvero che essa rappresenti uno strumento per purificare la nostra anima dal male morale (il peccato) e permetterci un più rapido accesso alla visione eterna di Dio.
E’ una ipotesi, se non una tesi, sostenuta da molti teologi soprattutto nel tempi passati.
Ma non è questo forse un altro modo, seppure più elegante, per dire che Dio potrebbe eliminare la sofferenza ma la permette, anzi la vede come un bene in grado di purificarci?
Può mai essere un bene il dolore di un bimbo malato, lo strazio della madre, la sofferenza del padre impotente? Possono essere un bene le guerre, le torture, gli omicidi….?
La morale cristiana nega ogni validità etica all’assioma “il fine giustifica i mezzi”. No! Il fine non giustifica mai i mezzi; il mezzo della sofferenza non può giustificarsi con il fine della salvezza eterna.
Si dice, in qualche modo a sostegno della tesi della purificazione, che anche Gesù (Dio incarnato) ha accettato la sofferenza fisica (la morte in croce) e morale (l’abbandono del Padre) per la nostra “redenzione” ovvero per “ricomprarci” agli occhi del Padre.
No, i teologi moderni negano questa natura “contrattuale” della morte di Gesù. Parlano piuttosto di una sofferenza aborrita da Gesù stesso (vedasi quando nel Getsemani chiede al Padre di poter non bere “questo calice”) ma da lui accettata consapevolmente per “liberarci” una volta per tutte dal male.
Questa interpretazione mi piace di più della precedente perché collega la sofferenza di Gesù non ad una clausola per riacquistarci (“redimerci”) quanto ad un libero e consapevole gesto di amore liberante.
Bello, affascinante, ma la domanda rimane: come può Dio restare impassibile di fronte alla sofferenza di un bambino o di un adulto che soffrano di dolori atroci? è giusto e ragionevole dire a queste persone che la sofferenza può essere vissuta come una modalità di espressione dell’amore?

O forse non è invece più ragionevole pensare, come quel mio cugino citato all’inizio di questa riflessione, che Dio non esista?
Non ho problemi a pensare che sia una posizione legittima e pienamente ragionevole.
Avevano ragione sia Benedetto XVI che Francesco, in momenti diversi, a rispondere, a dei bambini che chiedevano loro il motivo dell’esistenza del dolore, soprattutto degli inniceti, che neppure loro, Papi, avevano una risposta?

Una risposta, alternativa a quella atea, ragionevole, certa e conclusiva probabilmente non c’è, almeno a mio parere.
Peraltro forse una traccia di approfondimento c’è e me la diede la lettura di un episodio avvenuto durante la II guerra mondiale nel Lager di Flossemburg dove era stato deportato (e venne impiccato) il famoso filosofo e teologo protestante Dietrich Bonhoeffer.
Quest’ultimo, di fronte alla domanda provocatoria di un altro deportato “dove è il tuo Dio qui dentro?”, indicando un prigioniero che soffriva tremendamente, rispose “Dio è in quell’uomo”.

Se la “onnipotenza” di Dio quale capacità illimitata di potere tutto sia stata fraintesa e si debba invece darle un altro significato?
Se il Dio di Gesù Cristo non fosse il Dio che immaginiamo noi, capace di intervenire in ogni possibile evento e di risolverlo come se avesse la bacchetta magica?
Dice Gesù “chi vede me vede il Padre” (vangelo di Giovanni 12,45); per capire l’onnipotenza di Dio bisogna dunque rifarsi alle parole e, soprattutto, al comportamento di Gesù.
E’ vero che Lui compie miracoli, predica con veemenza, annuncia cose mirabili, ma quando si trova di fronte alla battaglia finale contro il male, lo sconfigge non con una illimitata onnipotenza ma con una sconfinata impotenza.
Si lascia crocifiggere, muore sulla croce, la sua impotenza poi raggiuge il massimo quando urla al Padre “perché mi hai abbandonato?”
Gesù, piena ed esaustiva presenza di Dio incarnato, dona la sua vita per amore nostro, non sfugge la sofferenza, né lo annulla, ma la vince passando, per amore, attraverso di essa.
Sembra quasi che voglia dirci: “Vedi, la mia onnipotenza si manifesta pienamente nella mia apparente impotenza di fronte al dolore, dammi retta, seguimi, accetta il dolore inevitabile (quello evitabile, evitalo!), mi raccomando, pensa solo ad amare mentre attraversi il dolore, e… vincerai!
La Resurrezione è per Gesù la vittoria piena sulla sofferenza e sulla morte, per noi è pegno che, se lo seguiamo, sempre immersi nell’amore, se ci configuriamo a Lui, con Lui vinceremo e troveremo la nostra piena realizzazione.

Si tratta pertanto capovolgere la nostra fede, non tanto  di credere in un Dio onnipotente e misericordioso, che ci stupisce permettendo la sofferenza di innocenti, quanto piuttosto di credere in un Dio misericordioso e impotente che, però, trasforma la sua impotenza in onnipotenza passando attraverso quella impotenza e dandole un significato.
Per noi, persone umane, sarebbe impossibile seguire un Dio onnipotente, diventa invece possibile mettersi al seguito, imitare, di fronte alla sofferenza, un Dio impotente che si limita (per così dire) ad amarci con un amore illimitato.

 

Roma 12/4/2020                                                                    Giuseppe Sbardella

mercoledì 31 marzo 2021

Considerazioni sul post-pandemia. Tutto come prima?

                                                                             


C’è un forte desiderio da parte di tutti di aspettare con ansia la fine di questa pandemia, o almeno l’inizio di una convivenza più serena con essa, per tornare a vivere come prima.

Veramente è una aspettativa realistica? Veramente torneremo a vivere come prima?
Forse la realtà non è così semplice e dovremo chiedere a noi stessi una grande capacità di misurarci con un contesto totalmente nuovo, senza perdere di vista che comunque tale nuovo contesto dovrà continuare ad essere al servizio dell’uomo.

Tutti ci siamo piacevolmente sorpresi del breve tempo che ha impiegato la ricerca scientifica medica per trovare un vaccino efficace al Sars Covid-19. Si pronosticavamo molti anni di faticosa ricerca e invece il vaccino, o meglio, i vaccini sono stati pronti in circa un anno.
Una accelerazione imprevedibile, ma come è stata possibile questa accelerazione?
Certamente con investimenti straordinari più che altro pubblici (ma anche privati) e con l’utilizzo di una potenza elaborativa elettronica finora non concepibile.
Se mi guardo indietro rimango stupefatto dal progresso dell’umanità nel campo scientifico.
Avevo circa 7 anni, nel 1955, andavo con i miei genitori a vedere gli aerei atterrare sulla pista di Ciampino e gioivo quando avevamo la fortuna di veder atterrare uno dei pochi quadrimotori (con propulsione ad elica) invece dei normali bimotori. Venti anni dopo salivo, a Linate, per il mio primo volo, su un aereo Caravelle bireattore (oggi roba da antiquariato)!
Ma il progresso tecnologico è ancora più sorprendente se si pensa che già 5 anni prima di quel mio primo volo, nel 1969 l’uomo atterrava sulla luna. Erano trascorsi solo 14 anni fra i bimotori ad elica e il razzo capace di portare l’uomo sulla luna.
La conquista dello spazio in seguito ha rallentato e si è puntato al consolidamento della nostra presenza nello spazio vicino alla Terra, con navicelle abitate, non per l’impossibilità di andare oltre e più lontano ma soltanto perché non se ne è vista una utilità immediata.
Se ancora mi guardo indietro mi vedo, nel 1974, nel primo lavoro, armeggiare con una calcolatrice da tavolo elettromeccanica e gestire, con quella “macchinetta” le pratiche di reclami (“claim”) verso l’azienda presso la quale lavoravo (l’IBM Italia) relative all’uso del suo più grosso computer dell’epoca, il 360/20.
Solo 5 anni più tardi la calcolatrice elettromeccanica da tavolo era superata da quella digitale, in diretta concorrenza con quelle digitali tascabili, mentre i computer della linea 360 erano superati da quelli della linea 370, poi della 3090, poi ancora dela 9021 e oltre.
Oggi mi stupisco se penso che il mio smartphone ha più capacità elaborativa, nella sua dimensione tascabile, dei prima richiamati sistemi 360 e 370, grandi come degli armadi.

E che dire di Internet?
Ricordo quando fui il primo, nei servizi amministrativi IBM di Roma, ad avere un PC capace di collegarsi ad internet e rammento, con un sorriso, il mio impaccio nei primi utilizzi della “Rete”.
Oggi quasi tutti viviamo costantemente connessi via internet gli uni agli altri, viviamo, per dirla con due neologismi del filosofo Luciano Floridi, “onlife” nella “infosfera” [1].
Facciamo videochiamate e videoconferenze da casa, cerchiamo informazioni sullo smartphone, condividiamo documenti e ci lavoriamo insieme… telelavoro e didattica a distanza sono diventate modalità normali di lavoro e di studio.
E come dimenticare la inesprimibile potenza elaborativa di nostri computer in grado di gestire immensi “big data”, di profilarci sia per gruppo che individualmente, di conoscere le nostre preferenze e di farci offerte mirate di acquisto con prezzi personalizzati sulla base delle nostre capacità di spesa, come sostenuto da Stefano Quintarelli nel suo stimolante libro? [2]
E che pensare dei computer di ultima generazione, di quelli in grado di sfruttare la loro Intelligenza Artificiale per progettare, al posto dell’uomo, nuovi computer o software più potenti. Qualcuno ritiene anche che queste macchine riusciranno a sostituire l’uomo in quella che è una sua attività caratteristica, la capacità di pensare creativamente.

Bene, siete ancora convinti che, dopo la fine della pandemia, torneremo a vivere come prima?
Pensate veramente che si tornerà, come modalità usuale, a lavorare in ufficio, a far lezione e a studiare in classe, a leggere giornali e libri cartacei, a partecipare a Convegni in presenza?
Pensate veramente (e questo è molto più preoccupante) che troverete i vecchi lavori che avete lasciato durante la pandemia?

Forse siete rimasti sorpresi quando avete letto che il PIL italiano ha avuto sì una forte discesa senza, peraltro avere il tracollo che ci si aspettava.
In affetti analizzando le diverse categorie di produttori ci si accorge che alcune specialmente nei settori del turismo (albergatori, ristoratori, stazioni turistiche…), del piccolo commercio e dell’artigianato hanno subito danni ingenti, talvolta disastrosi e irrimediabili.
Le categorie che, invece, già usufruivano di significativi e moderni processi informativi (ad esempio con l’utilizzo di robot e con il ricordo massiccio al telelavoro) o che hanno accelerato la loro transizione ad una maggiore informatizzazione, hanno subito danni molto minori se non, addirittura degli aumenti di fatturato (ad esempio le aziende di e-commerce, come Amazon e le aziende medie e grandi già abbondantemente informatizzate).
Appare certo che, già adesso, ma ancor di più nel prossimo futuro, le aziende, sia grandi che piccole, sia nazionali che multinazionali continueranno ad investire massicciamente nell’informatica.

Che accadrà quando i robot sostituiranno totalmente l’uomo nelle attività manuali  ripetitive o, quando, in associazione con strumenti di Intelligenza Artificiale, saranno capaci, al posto dell’uomo, di svolgere attività manuali anche non ripetitive in quanto basate su una valutazione delle operazioni messe in atto al fine di trovare un modo più efficiente di svolgerle? Saranno, a breve, i robot in grado anche di esperire autonomamente attività quali interventi chirurgici via via sempre più complessi?
Che accadrà quando l’Intelligenza Artificiale sarà in grado di svolgere attività di mero carattere intellettuale quali l’interpretazione di un testo, magari di un contratto o di una norma di legge, o addirittura di emettere una sentenza giudiziaria, una volta acquisita la lettura dei documenti scritti e delle testimonianze orali?
Che accadrà quando sarà l’ Intelligenza Artificiale (e non un dipendente bancario) a valutare, dopo essere entrato nei dati dell’Anagrafe tributaria, di quella civile e del Casellario giudiziario, la capacità patrimoniale di un cittadino richiedente un prestito?
Non credete che tutto questo sia possibile o che non sarà possibile in breve tempo? Non è il caso di sottovalutare l’accelerazione in atto. Rivolgetevi a qualche giovane e bravo ingegnere elettronico, ad uno scienziato che indaga su queste frontiere tecniche avanguardia e resterete sorpresi dalle loro risposte e dalle aspettative sul futuro
Gli studiosi più avveduti di etica sociale stanno già studiando questi fenomeni per comprendere quale sarà il destino dell’uomo in questa realtà dominata dalla Intelligenza Artificiale. Saremo ancora in grado di poter dare un senso alla nostra vita, ma anche di poterla guidare, di essere, almeno un po’, padroni del nostro destino?

Ma anche gli economisti e i sociologi si interrogano.
Quali tipi di lavoro non potranno essere sostituiti dalle macchine?
Forse i lavori di cura (intesa anche come “care”) alle persone, svolti non solo con capacità professionale e tecnica ma anche con il necessario “sentimento” verso chi è oggetto di cura (sembra infatti che le macchine non siano in grado di provare sentimento…). Il mio pensiero va non solo ai malati, ma anche a tutte quelle persone, anziane o analfabete elettroniche, vittime del “digital divide” che dovranno essere supportate da appositi assistenti in un mondo che apparirà in gran parte loro sconosciuto.
Inoltre, se la potenza di calcolo delle macchine sarà sempre più superiore (in termini di capacità di elaborare rapidamente immense e inimmaginabili quantità di dati) a quella umana, se le capacità intellettuali dell’uomo saranno sempre più in competizione con quelle della Intelligenza Artificiale, potranno sopravvivere solo quei lavori che possono prescindere dalla potenza di calcolo e dalle capacità della Intelligenza Artificiale.
Potranno sopravvivere i filosofi, gli psicologi, i sacerdoti, i managers di alto livello, i politici, gli studiosi di etica, una parte degli insegnanti (infatti le lezioni potranno essere di massa attraverso strumenti quali gli attuali video youtube e le attività di verifica dell’apprendimento attraverso la predisposizione di domande chiuse e il controllo automatico delle risposte).
Sfido i lettori a trovare altre attività il cui contenuto possa prescindere dalla potenza di calcolo e dalle capacità della Intelligenza Artificiale. Ce ne saranno altre ma, temo, non tante.

Se il lavoro sarà sempre meno, da tale stato dei fatti scaturiscono altre domande:

1.     che farà l’uomo senza lavoro o il cui tempo sarà solo molto parzialmente assorbito dal lavoro?

2.     come impiegherà il tempo senza lavoro?

3.     come guadagnerà e, di conseguenza, come potrà spendere e acquisirsi il necessario per vivere? ovvero, come potrà essere sostenuto una economia a fronte di una domanda di beni potenzialmente molto scarsa?

4.     come saranno le relazioni personali (amicizia, amore, famiglia)? Più solide? Più evanescenti?

5.     che significato avrà la possibilità di avere profitti quasi illimitati per aziende che non utilizzeranno risorse umane ma solo robotiche e piattaforme informatiche (immaginatevi una potenziale like-Amazon che utilizzi programmi su internet per acquisire ordini, robot per ricercare i beni, droni per portarli a destinazione e ancora programmi su internet per fatturare e incassare automaticamente)?

Basteranno e saranno veramente efficaci provvedimenti come:

a)     una massiccia riduzione dell’orario di lavoro, in modo da permettere a tutti (o quasi) di lavorare;

b)    la elargizione di un reddito universale di base per permettere, da una parte, alle persone di vivere una vita dignitosa e, dall’altra parte, per sostenere la domanda globale e permettere alle industrie di produrre e vendere beni e servizi;

c)     vaste campagne di preparazione e di attuazione di attività generali di intrattenimento (sport, cultura, relazioni personali, dimensione religiosa) coordinate e svolte da personale esperto e capace di motivare?

Non ho risposte se non abbondantemente balbettanti… Non riesco altresì ad aggiungere altro. Mi preoccupa, un po’ mi spaventa, quello che ho scritto ma rimane tutto molto realistico a breve termine.
Non sarà che questa pandemia possa servirci a prendere atto di una realtà che ci chiederà una grande dose di resilienza e la serenità per affrontare anche difficili cambiamenti nello stile di vita?

 

Roma 31/03/2021                                                                Giuseppe Sbardella



[1] L. Floridi – “Il verde e il blue” – 2020 – Raffaele Cortina editore

[2] S. Quintarelli – Capitalismo immateriale – 2019 – Bollati Boringhieri

giovedì 11 febbraio 2021

Quel mendicante privo di gambe... (considerazioni a partire dai Senza Fissa Dimora)



Da studente universitario, andando a piedi alla Sapienza, che era situata a circa 1 km da casa (via dei Mille vicino alla Stazione Termini di Roma), incontravo sempre, lungo via del Policlinico, un mendicante privo di gambe sdraiato sul marciapiede nei pressi del Ministero della Difesa – Aeronautica.

Sempre ci salutavamo e ci sorridevamo (ancora, se chiudo gli occhi, vedo il suo volto sorridente) e io solo raramente riuscivo a dargli qualche spicciolo perché, in quegli anni, la “paghetta” dei giovani era abbastanza striminzita.
A quei tempi chi mi conosce da allora sa che era mia intenzione dedicarmi alla vita politica e ricordo benissimo che, un giorno, passando per l’ennesima volta davanti a quel mendicante, promisi a me stesso che, nella mia futura attività politica, avrei dovuto sempre tener presente e tutelare / promuovere le situazioni come la sua.
Poi la vita ha preso un’altra strada ma, proprio in questi anni, è venuto il conto da pagare.

Il quartiere nel quale sono nato, ho vissuto per 52 anni e nel quale sono rientrato dopo 18 anni di lontananza, ha subito una forma di tracollo e si presenta ora con un degrado sociale spaventoso.
Una delle forme che ha assunto questo degrado (aggravato dalla pandemia Covid) è connotata dalla presenza di persone in difficoltà, senza fissa dimora (sia italiani che immigrati), clochard, mendicanti ecc.
Ho avuto l’idea di cercare di aggregare residenti intorno ad un progetto di riqualificazione del quartiere e mi sono gradualmente reso conto che la riqualificazione sarebbe stata impossibile senza prendere di petto la questione delle persone senza dimora (d’ora in poi userò, per identificarli,  la sigla PSD).

Ma facciamo un passo indietro.
Quando ero ventenne lessi un libro di spiritualità (ricordo l’autore,  André Sève, ma non il titolo) nel quale si rimarcava differenza fra “carità breve” e “carità lunga”.
Per carità breve si intendono tutti quei gesti individuali e singoli con i quali si cerca di fare del bene a qualcuno per venire incontro ai suoi bisogni (il cittadino che fa l’elemosina ad un mendicante, il medico che cura gratis l’indigente, l’imprenditore che paga il giusto salario al dipendente…).
Per carità lunga si intende l’azione non tanto diretta verso il singolo quanto verso la situazione che ha dato origine al bisogno e si esprime in comportamenti che tendono a creare contesti o strutture in grado di venire incontro ai bisogni di determinate categorie di persone (politiche di pieno impiego dirette ai disoccupati, residenze socio-sanitarie dirette al recupero dei disadattati, aziende capaci di includere anche persone a non alto rendimento). Ma rientra nella carità lunga anche il gesto del lavoratore che partecipa ad uno sciopero per solidarietà con lavoratori che rischiano ingiustamente il posto di lavoro, anche se lui personalmente non lo rischia.
Ultimamente, nell’Enciclica “Fratelli tutti” anche Papa Francesco, usando termini diversi, ha affrontato questa stessa tematica.
Al paragrafo 186 dell’Enciclica Francesco dice:
“C’è un cosiddetto amore “elicito”, vale a dire gli atti che procedono direttamente dalla virtù della carità, diretti a persone e a popoli. C’è poi un amore “imperato”: quegli atti della carità che spingono a creare istituzioni più sane, ordinamenti più giusti, strutture più solidali. Ne consegue che è «un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria». È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica.”.
Da parte mia più che usare i termini carità breve e lunga o quelli, ancora più complessi, di amore elicito e amore imperato, preferisco parlare di soluzione con lo sguardo breve e soluzione con lo sguardo lungo.
L’idea di aggregare la popolazione residente nel mio quartiere in un gruppo che si proponesse la riqualificazione del territorio mi pare possa essere definita una soluzione con lo sguardo lungo e, analogamente, l’azione rivolta a stringere relazioni con istituzioni civili, militari ed ecclesiali per collaborare, con ciascuna di loro e in funzione delle le rispettive competenze, per il bene del territorio.

Per tornare al mendicante privo di gambe e alla promessa giovanile fatta a me stesso, ora mi trovo nella condizione di poterla onorare.
Come accennato più sopra la situazione del quartiere (vicino alla Stazione Termini, la più importante stazione ferroviaria di Roma) è connotata dalla presenza di persone in difficoltà PSD (sia italiani che immigrati), clochard, mendicanti ecc.
Come alleviare, o provare a risolvere, le difficoltà di queste persone?
Certamente una soluzione con lo sguardo breve è quella di dare loro uno spicciolo, offrire un panino, comunque provare ad allacciare con loro un qualche rapporto interpersonale.
Sono gesti positivi, encomiabili, ma che risolvono il problema giornaliero, non quello duraturo, di carattere esistenziale, della persona alla quale si è dato aiuto. Anzi non di rado la peggiorano se la persona in questione, in preda a disagio psicologico e sociale, usa quegli spiccioli per acquistare una birra e ubriacarsi.
Ad un grado superiore si situano quelle strutture come le mense e gli ostelli predisposti per le persone in difficoltà da parte di istituzioni perlopiù ecclesiali. E’ sicuramente meglio, piuttosto che diluire la propria solidarietà in più elemosine di spiccioli o panini a più persone, sommare questi spiccioli per fare offerte più sostanziose a tali istituzioni ecclesiali, o laiche, o civili.
Ma questa soluzione, seppure con un sguardo più lungo della precedente può realmente considerarsi conclusiva?
Ci possiamo accontentare di dare un pasto e, talvolta, un letto, spesso solo temporaneo, a persone che per tutto il resto del giorno vagano per le strade, dormono e fanno i loro bisogni all’aperto sui marciapiedi?  Ci possiamo accontentare di dare un pasto e, talvolta, un letto, spesso solo temporaneo, a persone con disturbi mentali che la parziale attuazione della nota legge Basaglia (applicata in Italia in maniera sostanziale solo nella parte che riguardava l’abolizione dei manicomi-lager) ha gettato in mezzo alla strada?
Senza contare che spesso queste persone, particolarmente quelle con disagio psichico, accettano di essere aiutate con offerte di spiccioli, un panino o un pranzo, ma rifiutano decisamente se viene offerto loro un alloggio in una istituzione di recupero.
E non è possibile, con la attuale normativa italiana, imporre loro un ricovero per motivi sanitari, se non in casi estremamente eccezionali, perché in Italia nessuno può essere forzato contro la propria volontà ad essere soggetto a cure sanitarie. Mi sono chiesto quale sia il livello di possibilità reale di manifestazione libera della propria volontà in queste persone schiave del proprio disagio psichico. Quella del rispetto della loro volontà mi sembra piuttosto una chiara manifestazione di ipocrisia velata di buone intenzioni.
No! Non sono queste, non possono essere queste soluzioni durature ai problemi di tali persone in difficoltà.

Occorre, prima di tutto, rendersi conto che non sono a disposizione soluzioni gratuite o comunque a basso costo.
Per dare una svolta alla soluzione duratura di questo problema si renderà necessario investire risorse non scarse in:

1.     Strutture attrezzate adeguatamente per l’accoglienza;

2.     Residenze sanitarie di recupero;

3.     Reclutamento di medici, infermieri, assistenti sociali;

4.     Corsi di riqualificazione e indirizzo professionale;

il tutto inquadrato in una legge che, oltre ad autorizzare le risorse, contempli anche la possibilità, in maniera più semplificata di quella attuale, di forme di obbligatorietà nel ricovero, nel recupero e nell’avvio alla riqualificazione professionale.
La collaborazione e l’interazione, sullo stesso campo, con forme di volontariato religioso e laico, aventi già esperienza pluriennale nel settore, rappresenterebbe una condizione indispensabile per una risposta plurale, tempestiva ed efficace.

Certo, questo è un piano che presuppone impiego ingente di risorse.
Come non comprendere però che il nostro modello di sviluppo economico fondato:
A) sulla velocità,
B) sulla interconnessione,
C) sull’innovazione tecnologica (basti pensare a tutto il mondo nella Intelligenza Artificiale), causerà 1) l’espulsione dal mondo del lavoro di molti che sono ora occupati, 2) difficoltà sempre maggiori per chi cerca lavoro, ma non ha la formazione sufficiente, 3) immigrazioni sempre più numerose originate da situazioni sociali disumane?
Tutte queste persone, in assenza di un nuovo vasto programma di recupero sociale, come quello sopra delineato, si troveranno, in quantità impensabile, per strada a fare compagnia ai PSD.
Non può essere negato che l’attuazione di un tale programma di recupero comporterebbe costi per chi ora si trova ora al “calduccio” di una comoda situazione finanziaria e che sarebbe costretto, non neghiamo l’evidenza, a cambiare il proprio livello di vita rivedendo le proprie scelte in materia di consumi, con attenzione minore a beni materiali non necessari e maggiore invece a relazioni interpersonali aperte e costruttive.
L’alternativa è uno società e uno Stato che dovrebbe ricorrere alla forza e alla violenza formalmente legittima per reprimere le richieste delle persone più povere, ovvero uno Stato autoritario.
L’attuazione di un programma di recupero e reindirizzo sociale sarebbe pesante (in termini di incidenza sullo stile di vita) nel breve-medio periodo, ma potrebbe comportare un forte rilancio nel medio-lungo periodo, una volta che il programma sia andato a regime e il recupero / reindirizzo in larga misura completato.

Nel mio piccolissimo ambito cercherò di spingere in questa direzione, mantenendo la promessa fatta a me stesso, più di 50 anni fa, a quel mendicante privo di gambe.

 

Roma 11/02/2021                                                                  Giuseppe Sbardella

venerdì 5 febbraio 2021

Il miraggio del nasone (perché i migranti continuano a venire in Italia...)

 



Il miraggio del “nasone”

Mi sono sempre chiesto cosa è che spinge centinaia di migliaia di africani e asiatici a lasciare le loro città e i loro villaggi, ad affrontare viaggi pieni di pericoli sulla terraferma, di rischiare la morte di annegamento nel mediterraneo, pur di giungere in Italia.
Possibile, mi sono chiesto, che in un mondo globale e connesso come il nostro, non abbiano visto le immagini dei loro connazionali magri, sdraiati a dormire sui marciapiedi vestiti con abiti di fortuna, oppure in fila per un piatto di cibo alle mense della caritas o ad aspettare il panino portato dalle organizzazioni di volontariato? che non abbiano visto le donne condotte a prostituirsi o gli uomini più robusti lavorare come bestie sui campi con un salario di mera sopravvivenza?
Vale la pena affrontare viaggi densi di percoli, per una vita come questa?

Qialche lume mi è venuto dal racconto che una persona in divisa (per motivi di privacy non posso fornire maggiori informazioni), sicuramente non un “buonista” mi ha fatto qualche settimana fa.
“Stavo di pattuglia quando mi sono imbattuto in un gruppo di africani assembrati in un piccolo locale puzzolente e sono intervenuto per farli allontanare.
Ne ho riconosciuto uno in particolare.
Nel corso dei miei giri di controllo del territorio avevo avuto modo di parlare con lui, sapevo che era il loro leader e che questa sua supremazia derivava dal fatto che era figlio di un capo tribù africano.
Non mi sono potuto trattenere dal chiedergli: <<ma non vedi in che condizioni vivete qui? Perché non dici a tuo padre e agli altri capi tribù di bloccare questa emigrazione verso una vita disumana se non verso il suicidio.>>
Lui mi ha risposto: <<sai, mio padre non voleva che io partissi, ma io sono scappato e sono riuscito ad arrivare in Italia. Nel mio villaggio ogni mattina i maschi adulti andavano nella foresta o al villaggio più grande (a 5 ore di distanza) a procacciarsi il cibo e qualche volta neppure tornavano.  Le donne si incamminavano per andare a prendere l’acqua ai pozzi a chilometri di distanza e spesso capitava di trovarlo secchi… e senza acqua non si vive!
Qui in Italia comunque riusciamo in qualche modo a mangiare, coltiviamo la speranza di trovare un lavoro e, soprattutto, abbiamo il “nasone”>>  indicandomi ad un centinaio di metri la fontanella storica dei quartieri romani, chiamata nasone per la sua forma.
<<Quando a mio padre ho detto che avevo l’acqua sempre disponibile ad un centinaio di metri non ci credeva. Anzi mi può fare un piacere, ci possiamo fare un selfie lei, in divisa, ed io davanti al nasone? così mio padre sicuramente mi crederà.>>
Io ero abbastanza sorpreso e emozionato, ma ho acconsentito a farci il selfie”
ha concluso il racconto il mio amico in divisa.

Ora mi chiedo e vi chiedo, come possiamo pensare di riuscire a bloccare l’immigrazione di queste persone disperate, affamate ed assetate pronte a tutto pur di raggiungere i nasoni? Pensate sul serio che respingimenti o blocchi navali possano fermare la loro migrazione? Non pensate che, anche se ci riuscissimo almeno in parte avremmo due effetti negativi? il primo di attirarci l’odio di queste etnie con tutte le conseguenze in termini di aumento dei conflitti interetnici, di microcriminalità, se non addirittura di atti terroristici; il secondo di avvertire la nostra coscienza mentre, pensando alla vita di questi esseri umani nella loro terra, ci accusa di omicidio.

Non c’è altra strada se non accoglierli il maggior numero possibile nel nostro Paese e intanto provare ad aiutarli nel loro.
In entrambi i casi la strada non è gratuita, ci toccherà cambiare il nostro stile di vita, puntare a maggiore sobrietà e maggiore solidarietà.
L’alternativa è rinunciare ai retaggi culturali cristiani, illuministici, socialisti della nostra Europa e imboccare un cammino di violenza.

 

Roma 5 febbraio 2021                                                                       Giuseppe Sbardella