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martedì 27 marzo 2018

E' vincibile la tirannia finanziaria del XXI secolo?

La tirannia, ovvero una forma di oppressione da parte di una persona o di un gruppo sul popolo di una nazione o di un’area territoriale, è un regime che ha le caratteristiche di una presenza continua nella storia dell’umanità e una capacità impressionante di mutare le forme per adattarle alle nuove realtà.
Mi hanno molto impressionato e fatto riflettere le seguenti parole di Papa Francesco, tratte dal paragrafo 56 della “Evangelii gaudium”: “Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova forma di tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile le sue leggi e le sue regole”. 
In effetti nella moderna economia globale del libero scambio di merci le imprese competono a livello internazionale cercando di offrire prodotti migliori e prezzi più bassi dei concorrenti, tenendo presente il primato del principio della massimizzazione dei profitti. Non è più sufficiente tenere il bilancio aziendale in attivo ma si rende necessario avere un margine di profitto più alto di  quello dei concorrenti, in modo da attrarre investimenti che altrimenti andrebbero altrove. Compito dell’imprenditore diventa quello di tenere più alta possibile la quotazione della propria azienda in Borsa in modo da poter remunerare i propri azionisti con adeguati dividendi e, nel contempo, acquisirne di nuovi.
Si tralascia di proposito la questione di come, in tale situazione, la riduzione dei costi (necessaria per tenere alto il margine di profitto) si esprime, il più delle volte, in una ridimensionamento delle risorse umane o, per dirla in maniera più chiara, in una riduzione del personale.
Con le riflessioni esposte in questo breve testo si vuole considerare un altro aspetto della questione, quello di come la competizione affrontata dalle singole imprese, mediante l’incremento della loro efficienza e della loro efficacia, si ripercuota sulla politica economica e finanziaria dei singoli Stati.
Non possiamo non sottolineare come uno dei punti fondamentali che permette alle imprese di prosperare è quello di avere un sistema normativo nazionale in tema di diritto del lavoro, di procedure amministrative, di gestione fiscale, di risoluzione delle vertenze, che faciliti il loro compito.
Né possiamo dimenticare che, come scriveva Sergio Zavoli in un suo libro della fine degli anni ‘90 “la vera rivoluzione non è più nel cambiamento, bensì nella velocità con il quale questo avviene”.
Il sistema normativo non deve pertanto essere solo efficace in funzione dell’interesse delle imprese ma anche essere sufficientemente flessibile per adeguarsi velocemente al mutare del contesto economico nazionale.
Ciò chiama in causa inevitabilmente il tipo di sistema istituzionale.
La democrazia si basa su tre principi fondamentali, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità i quali per essere realizzati presuppongono la possibilità per tutti di partecipare, con uguale dignità e in funzione delle peculiari caratteristiche personali, alla gestione del governo della comunità.
Più la partecipazione è stimolata e diventa effettiva, più le persone si sentono libere, uguali fra di loro e legate da vincoli di fraternità. Maggiore la partecipazione, più le decisioni sono frutto di un libero confronto fra i cittadini in funzione delle diversità delle idee e della tutela dei singoli interessi.
Peraltro è da sottolineare che più la partecipazione è ampia e più complesso è di conseguenza il confronto, più le decisioni vengono prese con lentezza.
In un contesto globale in continua e veloce mutazione, nel quale i Paesi stessi competono nel porre in essere sistemi normativi sempre più efficaci nel sostenere i loro attori economici, occorre avere sistemi istituzionali dotati di flessibilità ed efficacia, capaci di prendere e attuare le decisioni più corrette nel modo più veloce possibile. Teoricamente non appare più possibile sostenere processi decisionali lunghi basati su un’ampia partecipazione.
Anche se è vero che una decisione molto condivisa può essere attuata velocemente è pur vero purtroppo che, molto spesso, i tempi spesi per arrivare alla decisione sono troppo lunghi e la decisione arriva troppo tardi in confronto a quella presa nel contempo da altri Paesi.
Se si pensa ai Paesi che, nel primo decennio del XXI secolo, sono stati all’avanguardia per sviluppo economico o che sono stati i più veloci nel riprendersi da momenti di crisi si può notare come gli stessi siano retti da regimi di governo "decisionisti", persino dittatoriali o comunque fortemente orientati in senso presidenziale   o premieristico (Cina, India, USA, Gran Bretagna, Brasile, Russia, Germania)
E’ vero che alcuni Paesi, con regime presidenziale (Francia) o dittatoriale (alcuni Paesi del Sud America o dell’Africa) continuano ad avere difficoltà a mantenere il passo dell’economia globale, ma è pur vero che nessun Paese, a base decisionale con ampia partecipazione, sta in una posizione di avanguardia per sviluppo economico.
Il tutto è aggravato dalla questione del “rating”, ovvero la valutazione che alcune società multinazionali danno alla situazione economica e finanziaria dei singoli Paesi. Il rating è un elemento fondamentale da considerare da parte degli investitori internazionali per indirizzare i propri investimenti, e il rating tende a premiare i Paesi con sistemi istituzionali più flessibili e facilitatori di decisioni veloci.
Di conseguenza si viene a creare una forte spinta nei confronti delle Nazioni a sistema decisionale "consensuale" (ovvero basato su un’ampia partecipazione" per cambiare rapidamente in un senso più autoritario il proprio sistema istituzionale riducendo notevolmente gli spazi di partecipazione e di libero ampio confronto.
L’aspetto più importante e più devastante della situazione appena descritta è proprio in questa tirannia dei meccanismi economici globali, che è possibile (anche se in un  modo non esaustivo) esemplificare nella metodologia del rating, “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole” (per riprendere le parole di Papa Francesco).
Di fronte alla normale tensione esistente, in ogni democrazia, fra esigenze di efficienza e esigenze di partecipazione, non è più il popolo che decide il punto di equilibrio, ma sono i meccanismi del sistema economico globale. E gli stessi meccanismi esautorano i parlamenti nazionali, sotto il ricatto del rating, per imporre misure economiche e finanziarie di loro gradimento ma spesso non volute dalla maggioranza del popolo che è oggetto delle stesse.
Il potere legislativo passa così dai Parlamenti nazionali o transnazionali a istituzioni internazionali non democratiche e a meccanismi finanziari non personalizzabili.

La tirannia finanziaria globale è forse la forma tipica, in aggiunta alle altre tradizionali, che ha assunto la tirannia nel XXI secolo.
Come resistere, come uscirne?

Certo non si può pensare di uscirne continuando a perseverare in stili di vita e in modelli di sviluppo che sono conformi alle richieste dei mercati finanziari e, il più delle volte, da loro stessi dettati.
Occorre cambiare paradigma trasformando quello che è il principale principio dell’economia del turbo-capitalismo (come significativamente viene definito da Luttwak): il fine di ogni azienda è la massimizzazione del profitto, il fine di ogni persona è la massimizzazione del guadagno personale.
In questo mutamento non partiamo da zero, ma abbiamo già alle spalle una elaborazione teorica abbondante e qualificata. Facciamo riferimento agli studi di Sen (fra l’altro premio Nobel per l’economia), di Nussbaum, Layard, Latouche, degli italiani Zamagni, Bruni, Becchetti, e alle teorie economiche che hanno assunto diversi nomi (teoria della decrescita, della felicità, dell’economia civile…) avendo peraltro come caratteristica comune quella di rimettere la persona umana e i suoi effettivi bisogni al centro delle economia.
Fine di quest’ultima, secondo queste teoria, non è la massimizzazione dei profitti o dei guadagni (anche se il profitto o il guadagno rimangono parametri indispensabili di una sana gestione) bensì il raggiungimento della felicità.
Per felicità si intende non lo stato di piacere momentaneo originato dal soddisfacimento di un bisogno immediato spesso indotto da cause esterne, ma quella forma di benessere duraturo, quella serenità che è originata dalla sensazione di sentirsi realizzati o comunque sulla strada della realizzazione personale anche nonostante i più o meno ardui problemi di ogni giorno.
Studi recenti (ma ormai vecchi di un decennio) hanno dimostrato che la felicità inizialmente cresce in funzione diretta alla crescita del reddito ma che, raggiunta una certa soglia (quella del reddito necessario per vivere una esistenza dignitosa), l’importanza dell’aumento del reddito diminuisce vistosamente mentre aumenta in maniera consistente l’importanza di avere relazioni personali positive e durature. Sembra pertanto che, ai fini del raggiungimento della felicità, l’importanza delle relazioni sia almeno pari, se non superiore, a quella delle risorse monetarie e patrimoniali.
Parafrasando quanto scritto da Kohn (“La fine della competizione” Castoldi editore) alla fine della vita non  “vince chi muore più ricco”, bensì “vince chi muore con più amici”.
Ma come percorrere concretamente questa nuova strada?
Studiosi italiani di economia (L. Bruni, B. Gui, L. Becchetti, V. Pelligra) hanno individuato, nell’ambito dei beni (ovvero degli elementi materiali o immateriali in grado di soddisfare un bisogno), la categoria dei beni relazionali, ovvero quelli in grado di soddisfare un bisogno partendo dalla instaurazione o dal consolidamento di una relazione personale (svolgere una attività in comune in sintonia con altre persone, lavorare in funzioni di assistenza a persone, divertirsi insieme ad altre persone, godere di beni comuni quali l’ambiente o l’acqua, gioire per il sorriso del proprio figlio o di un altro bimbo, avere fiducia negli altri…).
Superato il livello di reddito confacente con una vita dignitosa, più una persona usufruisce di beni relazionali più questa persona è felice.
Questa riflessione non è scevra di conseguenze a livello di stile di vita individuale. Darà più felicità l’acquisto dell’ultimo release del cellulare alla moda (obsoleto dopo 5-6 mesi…) o il consolidamento in amicizia di una conoscenza positiva e ”nutriente”? E’ più felice una persona dopo aver sgobbato per un’ora da solo su una macchina in palestra o dopo aver fatto un’ora di jogging (o una passeggiata) in un parco insieme ad amici? E’ più felice un giovane dopo essere andato a vedere una partita di calcio (magari più per insultare gli avversari che per vedere la partita) o dopo aver fatto un’ora di volontariato sociale?
Con queste riflessioni non si vuole negare l’importanza fondamentale di avere un lavoro e un reddito adeguato alle esigenze proprie e a quelle dei propri cari, si vuole solo sottolineare l’importanza di restituire la giusta importanza all’acquisizione e al consolidamento di una certa quantità di beni personali.
Ciò non è facile. Cambiare lo stile di vita, andare controcorrente sfidando l’altri giudizio e talvolta anche l’ironia, sottrarsi alle insidie della moda, è estremamente faticoso e presuppone coraggio, ostinazione, costanza derivanti dall’aver gustato la felicità del vivere in modo diverso.
Occorrerà anche acquisire quelli che L. Bruni chiama i valori dell’economia del bene comune quali, ad esempio, le virtù, fuori moda, della sobrietà (ben differente dalla povertà) e della solidarietà.
E’ una vera rivoluzione che non interessa solo gli stili di vita singoli, ma la stessa politica economica di un Paese che dovrà essere ribilanciata sia sul piano della produzione che su quello del consumo di beni relazionali.
Occorre puntare a far crescere sia il reddito, il prodotto nazionale lordo e l'occupazione  (da non dimenticare!!) sia il livello di felicità globale dei cittadini.
Maggiore attenzione alla conservazione dei beni comuni, sostegno alla società civile per lo svolgimento di attività di benessere personale, enfasi sui beni naturali, culturali e turistici, devono acquisire importanza nella politica economica e industriale almeno pari a quella sui prodotti di nicchia e di lusso.
Ciò comporterà anche un trasferimento di risorse dai consumi privati superflui a consumi pubblici per la sollecitazione di beni relazionali (es: costruzioni di nuovi teatri, parchi, incentivi ad attività culturali, turistiche, sportive ecc.).
Anche su questo fronte si tratterà di una via non semplice e soprattutto sarà necessaria una attuazione graduale. Resistenze da parte delle strutture finanziarie internazionale e dei loro rappresentati locali (lobby, poteri forti..) non mancheranno in quanto queste  percepiranno il pericolo di perdere la loro posizione di predominio sulle scelte delle persone.
Occorrerà, anche da parte dei governanti fermezza, coraggio, uniti alla necessaria flessibilità e all’esigenza di avviare un processo graduale, confortati nella loro azione dalla consapevolezza di costruire un futuro migliore per la felicità dei loro concittadini.
Solo da una forte alleanza fra questi ultimi e i loro governanti sarà possibile uscire dalla tirannia dei mercati finanziari e riacquistare la propria autonomia di popolo indipendenti.
Questo vuole solo essere uno scritto volto a stimolare l’approfondimento di questi temi. Per chi voglia proseguire di seguito una breve bibliografia iniziale.

Bibliografia

Luigino Bruni: “Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni”, 2010 Città Nuova.
Luigino Bruni: “     : “L’economia, la felicità e gli altri. Un’indagine sui beni e benessere”, 2004 Città Nuova.
Martha Nussbaum: “Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del PIL”, 2012 Mulino.
René Layard: “La nuova scienza del benessere comune”, 2005 Rizzoli.
Alfie Kohn: “La fine della competizione”, Castoldi 1998.
S. Zamagni:  “L’economia del bene comune”, 2008 Città Nuova.
Serge Latouche: “La scommessa della decrescita”, 2009 Feltrinelli.
Amartya Sen: “Globalizzazione e libertà”, 2002 Mondadori.
Amartya Sen: “Etica ed economia” 2006 Laterza.
Vittorio Pelligra: “I paradossi della fiducia”, 2007 Il Mulino.
Stefano Zamagni – Luigino Bruni: “Dizionario di economia civile”, 2009 Città Nuova.
Edward Luttwak: “La dittatura del capitalismo”, Mondadori 1999.
Lorenzo Becchetti: "Oltre l'homo oeconomicus" Città Nuova 2005.
Lorenzo Becchetti: "Il denaro fa la felicità?, Laterza 2007.





mercoledì 31 gennaio 2018

Voto inutile??

Credo che sia utile puntualizzare un aspetto tecnico del ROSATELLUM che merita di essere meglio chiarito.
Precisamente il tema delle SOGLIE DI SBARRAMENTO.
nella parte plurinominale (sostanzialmente proporzionale).
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Per eleggere candidati nel proporzionale, una LISTA deve raccogliere almeno il 3 per cento dei voti su base nazionale per la Camera, mentre al Senato riceve seggi anche se – fallendo l’obiettivo del 3 per cento a livello nazionale – ha ottenuto in una sola regione almeno il 20 per cento dei voti.

La soglia per le COALIZIONE invece è del 10 per cento dei voti, a patto che una delle liste che la compongono raggiunga il 3 per cento a livello nazionale.
Se una lista che fa parte di una coalizione non riceve il 3 per cento a livello nazionale, NON ELEGGE nessun parlamentare: se ottiene però più dell’1 per cento, i voti che ha raccolto vengono distribuiti tra i suoi alleati.
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Va compreso questo meccanismo specialmente da parte di coloro che stanno pensando di votare per una delle lista minori di una delle due coalizioni.
Il voto non è mai praticamente mai inutile.
Infatti può contribuire al raggiungimento della soglia del 3 per cento a livello nazionale e permettere pertanto l'elezione di parlamentari di quella lista, anche candidati in collegi diversi da quello di chi esprima il voto.
Ma, anche nel caso che non venisse raggiunto il 3 per cento, basta raggiungere il 1 per cento a livello nazionale per far comunque contare il voto a favore della coalizione della quale fa parte la lista.
Il voto sarebbe sprecato solo nel caso in cui la lista in questione non raggiungesse neppure l'1 per cento a livello nazionale ed è un caso che pare veramente non verosimile.
Lo so che è complesso ma spero di essere stato chiaro. Se volete chiedetemi un esempio.

domenica 28 gennaio 2018

5 punti fermi

Nelle mie scelte politiche ho alcuni punti di riferimento ben saldi.
1) L'Italia deve restare ben ancorata all'Europa, anche se si trovasse in posizione subalterna.
2) L'estremismo e il dogmatismo non pagano mai, anzi, anche quando nel breve periodo sembrano scelte vincenti, le conseguenze sono deleterie nel medio o nel lungo periodo.
3) Non esiste un partito o un politico perfetto. Anzi spesso un candidato un po' disonesto, ma competente, è preferibile ad un candidato onesto ma incompetente.
4) Nei programmi elettorali prima leggere la parte dei costi (generalmente è in fondo) e solo dopo leggere le promesse, per capire se sono sostenibili.
5) Chi urla e magari anche offende, spesso non ha ragione.
E mi fermo qui.

mercoledì 6 dicembre 2017

Basta stampare moneta per rilanciare l'economia?



Sto leggendo un libro, regalatomi da un caro giovane amico universitario scritto da un economista non allineato al vulgo neoliberista dominante, libro che da solo non avrei probabilmente comprato.
Ho dovuto rivedere alcune mie convinzioni consolidate, tipo quella che lo Stato sia come una famiglia di famiglie e che, pertanto, nei suoi confronti, si possano fare gli stessi ragionamenti che si fanno con le economie familiari, in particolare l'esigenza di un sostanziale pareggio di bilancio, con un flusso di reddito prodotto da lavoro e/o rendite che deve compensare il flusso delle uscite per spese varie.
In verità lo Stato ha una differenza fondamentale rispetto alla famiglia. Quest'ultima può spendere solo i soldi dei propri stipendi e delle proprie rendite, lo Stato che mantenga la sovranità monetaria può stampare o coniare (in teoria) tutta la moneta che gli occorra.
In particolare, secondo questa scuola di pensiero, è assurdo e controproducente, in una fase di recessione, procedere ad una stretta monetaria e creditizia. Far arrivare (tramite aumenti di imposte o dei tassi di interesse) meno soldi ai cittadini consumatori o imprenditori, in nome dell'esigenza di tenere in equilibrio le entrate e le spese dello Stato, provoca un aggravamento ulteriore della recessione con l'attivazione di un circolo vizioso difficilmente arrestabile.
Il tipo di politica economica sopra descritta può andare bene per i Paesi di cultura germanica. In questi Paesi i cittadini e gli imprenditori, messi di fronte ad una diminuzione del reddito (causa aumento delle imposte o del costo del denaro), reagirebbero impegnandosi ad una maggiore produttività e, di conseguenza, ad aumentare le possibilità di reddito reale nella loro disponibilità (lavorare di più o meglio, innovare nella produzione di beni e servizi ecc.).
Nei Paesi di cultura latina la stessa politica economica conduce ad esiti differenti. I cittadini e gli imprenditori, messi di fronte ad una diminuzione di reddito si ingegnano, sia i primi che i secondi ad una riduzione delle spese. Questo comportamento provoca una contrazione della domanda globale e un aggravamento della recessione.
In tali casi la scuola economica alla quale appartiene l'economista che sto leggendo suggerisce di immettere abbondanza di moneta nel circuito economico interno, o tramite stampa diretta o emettendo titoli di debito pubblico, o abbassando il tasso di sconto. L’unica attenzione è quella di riuscire a far arrivare direttamente i soldi, nella maniera più rapida possibile, nelle tasche dei cittadini consumatori e/o imprenditori.
La ripresa immediata della domanda globale innescherebbe un circuito vizioso di uscita dalla recessione.
La avvertenza, posta bene in evidenza è che un certo lieve aumento del tasso di inflazione sia prevedibile e accettabile, a condizione che l’afflusso di nuova moneta diminuisca e si blocchi una volta raggiunta la piena occupazione.

Devo confessare che questa impostazione mi ha colpito (anche se non mi era del tutto nuova) ma non mi ha convinto pienamente sulla sua applicabilità nel nostro Paese.
In primo luogo ho seri dubbi che sia possibile, come ipotizzato,  una ampia diffusione della offerta di moneta aggiuntiva  nel contesto di una società civile incrostata da una caterva di gruppi di potere consolidati, di lobby, di corporazioni specializzate nell’intercettare i soldi pubblici. Si rischierebbe che le risorse finanziarie nuove non venissero utilizzate per consumi o investimenti aggiuntivi e fossero invece impiegate per operazioni illecite o, magari, solo speculative particolarmente sui mercati esteri.
E anche concesso che i soldi andassero nelle tasche dei normali cittadini e imprenditori, chi può assicurare che questi soldi  non siano utilizzati (sulla spinta di consumi dettati da mirate campagne di marketing) per l’acquisto di beni prodotti all’estero?
Aggiungerei, in secondo luogo, che una simile politica comporterebbe un aumento della spesa pubblica finanziata (almeno in buona parte) con l’emissioni di titoli di Stato. Siamo certi che i mercati esteri siano pronti, in presenza di un aumento ulteriore della spesa pubblica italiana, ad acquistare i titolo di Stato italiani? Certo potrebbero comprarli i cittadini italiani, utilizzando magari i soldi ottenuti dalla stampa della moneta aggiuntiva; temo che ci troveremmo ad una soluzione buona per Monòpoli non per uno Stato serio inserito in un contesto internazionale.
Terzo (ma non ultimo per ordine di importanza) motivo di dubbio riguarda il comportamento dei cittadini che, una volta inondati di soldi pubblici per rilanciare l’economia, una volta raggiunta la piena occupazione dovrebbero accettare tranquillamente una riduzione e successiva cessazione dell’offerta di moneta  praticamente quasi gratuita e si troverebbero nella necessità di compensare il mancato flusso di reddito con un maggiore impegno lavorativo o imprenditoriale. Non sarà che i cittadini (e penso subito alla maggioranza dei miei connazionali) una volta ottenuto il denaro facile non accetterebbero una sua riduzione e cercherebbero di premiare quei politici che ne promettessero il mantenimento? A questo punto sarebbe certa una pesante inflazione e una molto probabile svalutazione monetaria con tutto ciò che ne consegue  a livello di squilibri sociali interni e di rapporti con i Paesi esteri.
Solo uno Governo autoritario potrebbe tornare a ridurre l’offerta di moneta.

Mi sembra che la linea economica alla quale ho fatto riferimento, basata sull’ampliamento significativo e ad oltranza dell’offerta di moneta, possa funzionare solo in presenza di alcune condizioni molto precise:
a) uno Stato autoritario in grado di sciogliere le incrostazioni sociali esistenti e di imporre scelte precise, in termini di stile di vita e di investimenti, a cittadini e imprenditori;
b) una economia “chiusa” ai mercati esteri, praticamente autarchica;
c) il pieno ripristino della sovranità monetaria .

Conseguenza pratica della scelta di una tale linea sarebbe quella non solo di uscire dall’ area dell’ Euro ma anche di chiudere o limitare di molto il traffico di persone e di beni con gli altri Paesi europei e non .

Penso che la maggioranza degli italiani non sarebbe consenziente.

Ancora una volta mi rendo conto di come certe impostazioni sociali o economiche, perfette e inappuntabili dal punto di vista teorico, si rivelino poi non convincenti al confronto con la dura realtà.
Se è vero che una rigida politica di austerity non è assolutamente applicabile in Italia, è altrettanto vero che soluzioni miracolistiche e facili non esistono.
Occorre procedere, come ha detto recentemente il Ministro Padoan, lungo un sentiero stretto cercando di sfruttare al massimo la possibilità di misure espansive ma cercando mantenere il collegamento con i Paesi europei e una valutazione positiva dei mercati esteri.

Roma 6 dicembre 2017

giovedì 23 novembre 2017

Rosatellum e Mattarellum (solo una differenza di percentuali?)

Attenzione, il Rosatellum è molto diverso dal Mattarellum anche se sembrano simili (una parte degli eletti su base uninominale e una parte su base proporzionale anche se, nei due sistemi, le percentuali sono sostanzialmente quasi rovesciate).
Nel MATTARELLUM vigeva la possibilità del voto disgiunto, per cui se il mio partito era per esempio il partito arancione (che non esiste..) inserito nella coalizione 1, io ben potevo votare il mio partito preferito (arancione) nel proporzionale e, qualora il candidato della coalizione 1 nell'uninominale non mi fosse piaciuto, potevo votare un candidato di mio maggior gradimento di un'altra coalizione (lo scrivo perché io l'ho fatto e non solo una volta).
Nel ROSATELLUM questa possibilità di disgiungere i voti non è prevista per cui se il candidato della coalizione non mi fosse gradito, lo dovrei votare lo stesso se volessi comunque sostenere il mio partito arancione. E se fossi molto legato al mio partito di elezione e non mi andasse di votarne un altro potrei decidere di astenermi.
Non dico che sia un bene o che sia un male, dico che occorre sapere che con il Rosatellum le coalizione (tutte) devono scegliere bene i loro candidati nell'uninominale perché altrimenti rischiano di perdere il voto nella sua interezza.
E sicuramente il Rosatellum spinge di più all'astensione.
Detto questo meglio comunque il Rosatellum del proporzionale.
E speriamo di essere riuscito a spiegarmi,,,

martedì 26 settembre 2017

Una Chiesa più leggera e più sobria...


Ultimamente, parlando con alcuni miei amici laici, un tempo attivamente praticanti cattolici e oggi molto lontani dalla Chiesa ufficiale mi sono reso conto di una cosa.
La Chiesa cattolica è ancora troppo piena di formule, di regole, di riti, di incarichi onorifici, per essere accettata da persone, intellettualmente e onestamente aperte, che vivono la realtà del XXI secolo.
Occorre forse riformulare alcuni dogmi per renderli più comprensibili ad una cultura come quella moderna (ha ancora un senso parlare di Gesù Cristo "Figlio di Dio" o occorre formulare lo stesso concetto in una maniera più chiara e attuale?), eliminare o cambiare alcune regolette (come quella del digiuno quaresimale o delle indulgenze..) per far sì che ne sia pienamente compresa la validità, rendere più sobri e pregnanti i riti e le liturgie, eliminare incarichi onorifici ormai incomprensibili (Monsignori, Arcivescovi...).
Forse occorrerebbe ricordare che la Chiesa nasce a si rafforza intorno a quattro punti fermi:
1) l'Eucarestia;
2) la Parola;
3) la Carità fraterna;
4) i Sacramenti (magari eliminando quello incomprensibile che è la Cresima).
Papa Francesco ha fatto tanto su questa strada ma forse ci vorrebbe un altro Martin Lutero.
Scandalizzati? mi considerate eretico? forse lo sono ma in coscienza la penso così.

venerdì 22 settembre 2017

MA GESU' HA VERAMENTE AMATO IL DOLORE?

Sono stato sempre convinto che i cristiani devono sentirsi chiamati dalla loro fede a vivere con GIOIA e SPERANZA.
Esiste una (purtroppo..) vasta corrente spirituale che ha percorso, durante tutti i secoli, il cristianesimo enfatizzando l'importanza del dolore.
In sintesi, secondo questi cristiani, occorre "amare la croce" se non addirittura cercarla. Se Gesù è morto in croce per redimere gli uomini, anche noi dovremmo cercare di seguirlo sulla croce, cercando e amando il dolore.
Però, a ben leggere il Vangelo, GESU' NON HA MAI AMATO IL DOLORE, anzi ha passato la vita a combatterlo, a guarire gli uomini dai mali fisici e spirituali, a proclamare una buona novella intrisa di gioia e di speranza.
Nell'orto del Getsemani Gesù chiede espressamente che gli venga risparmiato il "calice" ovvero l'esperienza della croce, accetta la volontà del Padre, e la croce, solo perché comprende che così realizzerà pienamente la sua missione.
Noi non dobbiamo amare la croce, dobbiamo AMARE LA PERSONA DI GESU' in croce (così come dobbiamo amare la persona di Gesù che combatte i mali fisici e spirituali, che conversa con gli amici a mensa, che dialoga con i dubbiosi, che fustiga gli imbroglioni...).
E allora come spiegare la frase "chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua"?
I più avveduti biblisti spiegano che questa frase non è un invito a cercare il dolore, è semplicemente un invito a seguire il messaggio di Gesù senza avere timore, anzi affrontando con speranza, le difficoltà, i problemi, i sacrifici, che il seguire un messaggio indubbiamente controcorrente comporta.
Il cristiano, seguendo l'esempio di Gesù, non ama il dolore ma lo combatte, soprattutto nei suoi fratelli, alleviando le loro sofferenze materiali e spirituali, donandosi pienamente a loro, riconoscendo la persona di Gesù in quella dei loro fratelli nella sofferenza.

mercoledì 6 settembre 2017

Seguire un disegno di Dio...

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24).

Sono stato sempre convinto che queste parole non rappresentano un invito di Gesù ad amare la croce (Gesù non l'ha amata, anzi ha chiesto al Padre di evitargliela) bensì, più precisamente un invito ad aderire alla propria vocazione particolare, a seguire il disegno che Dio, nel suo amore, ha pensato per ciascuno di noi.
Un disegno che comporta gioie e dolori, affanni e conquiste, arretramenti e vittorie in quella che possiamo chiamare una avventura divina.

lunedì 4 settembre 2017

L'elastico

Una preghiera di Michel Quoist che mi ha sempre colpito.
Il titolo è "L'ELASTICO".
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Con due mani tirava sull'elastico per fissare il pacco sul portabagagli.
Per ben tre volte, finché bruscamente l'elastico si ruppe.
Si teneva la mano, perché l'elastico era tornato indietro violentemente e l'aveva sferzato, scontento d'esser stato così maltrattato.

Occorreva ricominciare da capo con altri legami.
Così, Signore, nella mia squadra, ho diritto di tirare, ma non di rompere.
Perché gli altri tornerebbero indietro, mentre io mi troverei solo sulla strada ignota, e tutto sarebbe da rifare.
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giovedì 17 agosto 2017

GESU' ATEO ?

Sono rimasto sempre molto colpito dalla penultima fase della vita di Gesù, la sua morte. Vi stupite se parlo di penultima fase e non di ultima? A mio parere, in effetti, l'ultima fase è quella che va dalla morte alla risurrezione.
Non ha senso fermarsi a Gesù morto, anche perché la sua morte ha un senso solo nella prospettiva di Gesù RISORTO.

Ma torniamo alla morte in croce così come raccontata dai Vangeli.

Non mi ha mai convinto, dal punto di vista razionale, la riflessione che la morte di Gesù, fra immani dolori, possa essere vista come una spiegazione esauriente all'esistenza del dolore o un tentativo compiuto di risposta alla presunta inconciliabilità fra esistenza di Dio e esistenza del dolore.
Sono più che persuaso che abbia ragione Papa Francesco quando confessa che un certo tipo di dolore (ad esempio la morte di bambini o di giovani genitori...) rimanga per noi un mistero della volontà di Dio, di fronte al quale possiamo solo balbettare qualcosa ma non illuderci di dare spiegazioni che soddisfino.

Nemmeno mi convince la decisione che molti cristiani traggono dall'episodio, di cercare il dolore, il sacrificio, come forma di propria ricerca della perfezione.
I Vangeli ci raccontano di un Gesù che ha sempre combattuto i dolori, i suoi miracoli (specialmente quelli relativi alle guarigioni dei malati) stanno lì a dimostrarlo.
Né bisogna dimenticare che, fino all'ultimo (anche nell'orto del Getsemani) Gesù chiede al Padre di risparmiargli quel passaggio (che lui chiama il “calice”).
Gesù accetta il dolore, non lo cerca né lo ha mai cercato !

In questi ultimi giorni di agosto ho approfondito il senso di quel suo ultimo grido sulla croce “Eli, Eli, lama sabactani (Dio mio,Dio mio perché mi hai abbandonato)?” che riprende un verso del salmo 22 ma che lui sembra ripetere gridando perché lo ritiene adatto alla sua situazione.
Gesù sulla croce dà la testimonianza di essere un uomo, di essere pienamente compartecipe della natura umana.
Dal punto di vista fisico, prova una sofferenza indicibile, come quella derivante dall'essere appeso ad una croce.
Dal punto di vista psicologico prova l'abbandono da parte della folla di Gerusalemme (che qualche giorno prima lo aveva accolto in città come re), nonché quello dei suoi amici più fidati, gli apostoli. Ai piedi della croce vede solo la madre Maria, l'amico prediletto Giovanni e, verosimilmente, una donna che forse lo amava (perché pensare di no?) come Maria Maddalena.
Un Gesù lasciato solo che dimostra pienamente di essere un nostro fratello come uomo, un nostro compagno di viaggio, quel viaggio che comporta, oltre a momenti di gioia e di piacere, altri pieni di angoscia e di dolore. Gesù uomo prova tutti questi momenti, proprio come noi.

Qualcuno potrebbe obiettare, tutto questo è vero ma, come figlio di Dio, Gesù era pur sempre consapevole che alla fine il Padre sarebbe potuto intervenire per liberarlo da quella situazione.
Ma anche questo aggancio crolla, Gesù urla l'abbandono da parte del Padre, si sente solo, si sente solo uomo, sente che il suo Dio non c'è.
In questo senso mi piace pensare ad un GESU' ATEO, ad un Gesù, cioè che, nel suo condividere pienamente la natura e la sorte degli altri uomini, ha accettato di provare ad abbattere l'ultima barriera che lo divideva dall'essere pienamente uomo, il diventare ateo!
Gesù in quel momento è un uomo pienamente solo, non ha più alcun aggancio positivo al quale collegarsi per cercare un barlume di positività, prova tutto ciò che i singoli uomini possono provare nel corso della vita.

Ed è qui che questo Gesù ateo (come mi piace chiamarlo per definire la sua situazione di piena umanità) ha uno scatto “Padre nelle tua mani affido il mio spirito”, uno scatto di fede pura (una fede cioè che non si basa su alcuna soddisfazione spirituale o materiale), di uomo solo che, nella sua “forte debolezza” (come altrimenti chiamarla?) trova l'energia dinamica per credere nonostante tutto, quella energia dinamica che attiva il processo dell'ultima fase della sua vita che culminerà, due giorni dopo, nella Resurrezione.

Cosa concludere da questa riflessione?

In primo luogo ho molto introiettato la convinzione della piena umanità di Gesù, la possibilità di poter vivere come lui, una possibilità che è per tutti, anche per i credenti di altre denominazioni, ma anche per gli atei, perché anche lui è stato ateo.
Il cristiano non deve cessare di essere pienamente uomo per essere realmente cristiano, la sequela di Gesù lo porta alla piena umanità.
E questo è valido anche per un ateo, essere compagno di viaggio umano di Gesù lo porta ad essere ancora più pienamente uomo.

In secondo luogo questa riflessione mi porta a credere che non Ci sia una situazione così negativa dalla quale una persona non possa pur sempre rialzarsi per iniziare di nuovo un processo di risurrezione.
Chissà che quel Dio Padre che Gesù non sentiva più era nascosto e invisibile ma pur sempre presente, come è presente (nascosto) vicino a tutti quelli che, pur non credendo nella sua esistenza, credono che sia possibile vivere facendo il bene?